1 Lug 2014

Una giornata particolare ovvero italiani in Albania


di

Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi




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  1. Premessa

La giornata particolare alla quale faccio riferimento non è quella oggetto del film, molto bello e molto premiato, diretto da Ettore Scola e magistralmente interpretato da Mastroianni e dalla Loren; film è recentemente riproposto agli italiani in occasione dell’ottantesimo compleanno della Loren. La giornata particolare alla quale faccio riferimento è quella che caratterizzò la trasferta a Tirana di cinque professori della (allora) Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari incaricati dal Consiglio di Facoltà di verificare se esistessero le condizioni per la gestione di un corso di laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali, da svolgersi a Tirana sotto la responsabilità congiunta della neo-costituita Università “Nostra Signora del Buon Consiglio” e dell’Università di Bari.

La trasferta a fu breve: due notti in traghetto ed sola giornata del lontano settembre 2004 trascorsa a Tirana per incontri e visite a strutture. La trasferta riguardò cinque persone che idealmente rappresentavano le differenti anime della Facoltà di Scienze politiche dell’ateneo barese. Le cose che quelle cinque persone videro e poi riportarono alla Facoltà sono quelle che sono state alla base della decisione, presa in Facoltà, di aderire alla collaborazione che era stata proposta.

  1. Come e perché si avvivò alla trasferta

Alla vigilia dell’inizio dell’anno accademico 2004-2005, l’allora delegato alle relazioni internazionali, prof. Gaetano Dammacco, aveva proposto al Rettore dell’Università di Bari (prof. Giovanni Girone, già Preside della Facoltà di Economia) una nuova collaborazione interuniversitaria internazionale. Soggetti della collaborazione sarebbero stati, stando alla proposta che Dammacco presentava, l’Università di Bari e la neo-costituita Università “Nostra Signora del Buon Consiglio” di Tirana, una università privata di diritto albanese. Oggetto della  convenzione sarebbe stato la conduzione in comune di due corsi di laurea (Scienze politiche e relazioni internazionali ed Economia aziendale).

A noi della Facoltà di Scienze politiche la notizia era stata presentata nel consiglio di Facoltà del 29 giugno di quell’anno. La Facoltà di Economia, ci fu detto dal nostro Preside prof. Luigi Dicomite, aveva già aderito all’iniziativa. Noi della Facoltà di Scienze politiche decidemmo, invece, che non era il caso di rilasciare un assegno in bianco e che era, invece, opportuno effettuare una serie di accertamenti per verificare se esistessero le condizioni materiali ed umane per la collaborazione. Nel successivo Consiglio del 7 settembre 2004, inoltre, fu nominata anche una Commissione composta da una decina di membri cui fu demandato il compito di valutare e seguire l’iniziativa. Non tutti i componenti di quella Commissione andarono a Tirana: qualcuno lasciò fare ai colleghi disponibili alla trasferta, qualche altro si fece sostituire. Partimmo comunque in cinque, formando una delegazione che rispondeva a due criteri semplici ed abbastanza operativi: a) le aree scientifico-disciplinari presenti nell’anima composita della Facoltà erano tutte direttamente o indirettamente rappresentate; b) nessuna tra le candidature avanzate venne respinta. Questo semplice sistema portò a Tirana una piccolo gruppo di curiosi formato da un economista (lo scrivente), una statistica (Michela Pellicani), un giurista (Salvatore Simone), un politologo (Silvio Suppa) e uno storico (Italo Garzia). Capo delegazione era, nel pieno rispetto di tutte le regole accademiche, il prof. Italo Garzia, il più anziano in ruolo.

  1. Sbarco a Durazzo e incontro con Tritan Shehu

A quei tempi lo sbarco a Durazzo non era una cosa semplice: bisognava restituire la chiave della cabina e ritirare il proprio passaporto (ora basta la sola carta di identità) che era stato trattenuto al momento dell’imbarco, poi occorreva incolonnarsi per ottenere il visto di ingresso, versando la prevista tassa d’ingresso di 10 euro per persona. Solo dopo si poteva sbarcare e incolonnarsi verso la dogana ed il controllo della polizia di frontiera.

Avevamo appena consegnato le chiavi delle nostre gabine e ci eravamo pazientemente incolonnati per seguire la lunga trafila quando ci sentimmo chiamare concitatamente da uno degli ufficiali della nave; una porta si aprì e fummo fatti passare per un corridoio vuoto diverso da quello nel quale ci eravamo incolonnati con gli altri. Un paio di albanesi che (ancora) non conoscevamo ci attendevano. Essi ci salutarono e ci accompagnarono fuori dalla nave. Mi colpì il fare autoritario e determinato di uno di essi verso il quale tutti erano deferenti. Un paio di automobili ci attendevano davanti alla nave, nel largo spiazzale del porto. Fummo fatti entrare nelle auto ed uscimmo fuori dal porto, senza nessun intoppo, senza che nessuno ci fermasse o ci chiedesse documenti. Quella è stata la prima ed unica volta che a me sia capitato di traversare una frontiera tra Paesi non aderenti all’accordo di Shenghen saltando ogni forma di controllo di polizia.

Il signore autorevole che era venuto a prenderci in quella particolare occasione era Tritan Shehu, pro-Rettore dell’Università che ci aveva invitato. Il suo potere nei confronti degli ufficiali di dogana non derivava, lo capimmo col tempo conoscendolo meglio, dall’essere il pro-Rettore di una piccola università privata (anche se gestita da una ricca congregazione religiosa), ma derivava dal fatto che egli era parlamentare e capo-gruppo della rappresentanza del suo partito nel Parlamento albanese ed era stato, precedentemente, Ministro degli esteri e Ministro della sanità in governi del suo Paese. Il suo accompagnatore era Edmond Hajderi, segretario generale della neo-costituita Università “Nostra Signora del Buon Consiglio”.

Edmond Hajderi e Tritan Shehu ci portarono in un bel bar della Durazzo che andava rinnovandosi. Lì ci offrirono una buona colazione e rifacemmo, questa volta capendoci, le rispettive presentazioni. Iniziò così una piacevole conversazione sulla “nuova” Albania e sui rapporti commerciali e culturali tra le due sponde. Tritan era ed è un piacevole conversatore, ma per quanto piacevole fosse la conversazione noi eravamo in Albania per un’altra ragione e con il passare dei minuti la conversazione stessa, per quanto piacevole essa fosse, incominciò a sembrarci una mera manovra dilatoria. Facemmo capire che era a nostro avviso opportuno organizzarsi per proseguire la conversazione in  altra sede e che noi avevamo desiderio di visitare il campus universitario e conoscere gli altri responsabili dell’iniziativa… Ci incamminammo così per Tirana.

  1. Il Campus e gli uomini della Congregazione e dell’Università

Il tragitto da Durazzo a Tirana era già diventato veloce perché gli aiuti internazionali avevano finanziato una scorrevole autostrada di raccordo tra la capitale ed il porto ad essa più vicino. Arrivammo, quindi, a destinazione in breve tempo. Sia detto chiaramente: non è che il nuovo percorso fosse del tutto tranquillo (gli albanesi conservavano e conservano immutata la loro abitudine ad attraversare a piedi e di corsa qualsiasi strada, anche una autostrada a quattro corsie con spartitraffico centrale); esso era ed è solo diventato molto più veloce rispetto al passato. In meno di un’ora, quindi, raggiungemmo la nostra destinazione: il campus dell’Università “Nostra Signora del Buon Consiglio”.

Varcammo in auto un cancello ed entrammo in un campo incolto che appariva essere poco meno di un pantano. Sia detto per inciso: l’Albania non è un paese sitibondo come la Puglia; l’Albania è ricca di acque che sgorgano abbondanti dal sottosuolo; ma il sottosuolo è ricco di acque anche perché in Albania piove più spesso e più abbondantemente di quanto non accada in Puglia. Quando piove il terreno si inzuppa d’acqua se non è in pendenza e se non è ben drenato. Il nostro (o loro?) campus era in larga misura un campo fangoso che Padre Pierino, uno dei religiosi che conoscemmo in quella occasione, si affannava a sistemare con calma ma anche con fermezza e decisione.

Il piazzale antistante l’edificio centrale dell’Università “Nostra Signora del Buon Consiglio” è grande quanto e più di un campo di calcio. Oggi è sistemato a parcheggio e vi si accede superando una sbarra ed una guardiola attiva anche di notte. Ma allora quel piazzale era l’inizio del cantiere che trovammo un po’ dappertutto, nella casa verde come nel corpo principale*. Dappertutto era un sentirsi dire “qui saranno realizzate delle aule”, “qui sarà realizzata la foresteria”, “qui realizzeremo la biblioteca” … L’uso del futuro era imperante.

Tra i presenti mancava quella che formalmente era l’autorità accademica maggiore, il Magnifico Rettore Cesare Romiti (proprio lui il manager già amministratore delegato della Fiat), ma erano presenti, fra le tante persone che conoscemmo in quella occasione, tutte le altre autorità accademiche. Di Tritan Shehu, parlamentare e pro-Rettore di parte albanese, e di Edmond Hajderi, segretario generale dell’Università, ho già detto. Con loro erano presenti anche Fratel Paolo Ruatti, dermatologo e pro-Rettore di parte italiana e padre Mariano Passerini, anima della Fondazione albanese “Nostra Signora del Buon Consiglio” e segretario amministrativo dell’Università dal medesimo nome.

L’organizzazione “umana” dell’Università incominciava a delinearsi. La fondazione “Nostra Signora del Buon Consiglio”, emanazione in Albania della italiana e cattolica Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione con interessi in campo farmaceutico ed ospedaliero, esprimeva il controllo culturale ed amministrativo dell’iniziativa per il tramite dei suoi due confratelli (Padre Mariano e fratel Paolo Ruatti); Romiti era la grande figura di prestigio internazionale cui spettava il compito di aprire le porte e/o rendere più deboli le resistenze; Shehu ed Hajderi (quest’ultimo con esperienze direttamente maturate all’interno del ministero albanese dell’Università) erano il tramite “locale” tra la Fondazione ed il Governo albanese in funzione del rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie alla costituzione ed al riconoscimento dell’Università.

Della parte italiana quello che sul momento mi colpì maggiormente fu Padre Mariano. Quando l’incontrammo lo giudicai un nervoso ed agitato capocantiere, non un religioso. Era all’interno del corpo di fabbrica principale e strillava ordini in albanese agli operai presenti; la corrente elettrica veniva meno in continuazione ed occorreva avviare dei generatori sostitutivi… La sua irruenza era in netto contrasto con la pacatezza di tutti gli altri. Eppure, fin da subito, la sua determinazione mi apparve come sincera e convinta.

In quella breve visita trovammo ottime persone con alcune delle quali si sarebbero instaurati, col tempo, rapporti di confidenza e di amicizia; ma trovammo anche pessime strutture. Furono le persone, con il loro carattere e la loro determinazione, e non le strutture a convincere la gran parte di noi che la sorte andava tentata. Dico “la gran parte” perché qualcuno tra noi scalpitava. In più di una occasione Italo Garzia, capo-spedizione per anzianità ed esperto diplomatico per vocazione accademica, ricorse alla sua autorità ed al suo prestigio per ricordare a chi stava per sbottare: «Siamo qui non per discutere, ma per vedere e poi riferire alla Facoltà. Parliamo di tutto tra di noi con calma questa sera quando saremo da soli sulla nave».

  1. Epilogo

La sera di quel breve giorno, sempre scortati da Tritan Shehu ed Edmond Hajderi, fummo accompagnati al porto e ci imbarcammo nuovamente. «Ci vediamo a cena tra mezz’ora e lì ci scambiamo le nostre impressioni», disse a tutti noi Italo Garzia, quasi a soffocare le sempre latenti proteste di chi, tra noi, era rimasto palesemente insoddisfatto.

Mezz’ora dopo eravamo tutti a tavola. Ordinammo ed in attesa che ci portassero le nostre vivande Italo Garzia aprì la discussione di merito dicendo: «Indubbiamene le strutture sono al momento carenti, però ci stanno lavorando intensamente. Tutto sommato, dovendo partire per ora solo il primo anno, tutto quello che occorre è un’aula dotata di lavagna e di proiettore e quella è quasi pronta. Mi sembra perciò che, per la qualità delle persone che abbiamo incontrato, più che per le attrezzature, valga la pena aderire all’iniziativa».

Nessuno, neanche chi fino a poco tempo prima era stato sul punto di esplodere, disse più niente e la nostra relazione finale alla Facoltà fu positiva. La qualità delle persone ci aveva convinto e poi, perché negarlo, eravamo attratti dalla sfida culturale e pioneristica che avevamo davanti: portare gli standards del sistema universitario europeo all’interno di un Paese in grandissimo ritardo di sviluppo ed in grandissima trasformazione.

Le carenze strutturali, tuttavia, si fecero sentire: in quel primo anno accademico i corsi partirono in novembre e non all’inizio di ottobre come la semestralizzazione avrebbe richiesto. Tuttavia partirono e quindi la scommessa era vinta.

Quasi tutti i partecipanti alla spedizione ebbero funzioni didattiche all’interno dei corsi organizzati presso la “Nostra Signora del Buon Consiglio”. L’unico a non voler mai assumere funzioni didattiche è stato Silvio Suppa, che pure era tra quelli che diedero forte sostegno alla tesi della opportunità della collaborazione. Salvatore Simone fu il primo a recarsi (novembre 2004) a Tirana per dare inizio alle lezioni; Michela Pellicani insegnò fin da subito Statistica; io insegnai fin da quel primo anno Economia politica; Italo Garzia ha insegnato Storia delle relazioni internazionali quando il corso di laurea è entrato a regime (anno accademico 2006-07), ma il suo ritardo rispetto a noi che iniziammo subito è dipeso solo dal fatto che il suo era ed è un insegnamento di terzo anno.

Ora il corso di laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali è sospeso per mancanza di iscrizioni e nessuno di coloro che parteciparono a quella spedizione va più in Albania (l’unica eccezione è Salvatore Simone che vi si reca per insegnare Diritto privato agli studenti del corso di laurea in Economia aziendale). Anche lo scenario umano italiano in Albania è fortemente cambiato: Padre Mariano ha lasciato Tirana da anni, sostituito dapprima da Fratel Ruggero Valentini e poi da Padre Daniele Bertoldi; Paolo Ruatti, che diventò Rettore già sul finire dell’anno accademico 2004-05, è rientrato definitivamente in Italia essendo stato sostituito anche lui. Immutata rimane, invece, la piccola leadership albanese dell’Università: Tritan Shehu è sempre pro-Rettore e Edmond Hajderi continua ad essere il segretario generale dell’Università, che dall’ormai lontano 2007 sforna ogni anno i suoi laureati. I termini della antica convenzione Bari-Tirana sono anch’essi mutati nel corso del tempo e le lauree vengono ora rilasciate a titolo congiunto, il che vale quanto dire che le lauree conseguite a Tirana valgono, in Italia ed in Europa, tanto quanto le lauree similari rilasciate da una qualsiasi università italiana.

Nel frattempo da Roma e dal Vaticano sono arrivati all’Università sostanziali riconoscimenti: quel campo incolto è diventato, per riconoscimento pontificio, la sede dell’Università cattolica «Nostra Signora del Buon Consiglio». Per quanto di mia conoscenza posso dire che si tratta della prima Università cattolica in un Paese ex-comunista. Dato il suo status Papa Francesco l’ha visitata lo scorso settembre, durante la sua visita pastorale in Albania. Anche l’Albania ha avuto i suoi riconoscimenti essendo stata, nel corso di quest’anno, promossa allo status di “Paese candidato” all’adesione all’UE.

Mi piace immaginare che quando pensammo “si può fare”, pensammo giusto.

* Il campus dell’Università “Nostra Signora del Buon consiglio ha attualmente tre corpi di fabbrica. Il primo è centrale e si sviluppa su tre piani, compreso il pianterreno. Esso ospita attualmente molti uffici, alcune aule, la biblioteca e la cappella universitaria. Il secondo edificio, la casa verde, ospita attualmente aule, il centro di fisioterapia, il bar e la mensa per gli studenti e, al primo piano, la foresteria con una trentina di stanze  per i professori di passaggio. Il terzo edificio, la casa rossa, è un grande prefabbricato ed ospita molte aule (compresa Aula magna ed aula informatica) ed il Rettorato. All’epoca della nostra prima visita la casa rossa non esisteva ancora, la casa verde era solo parzialmente agibile e il corpo centrale era un fabbricato grezzo, intonacato all’esterno ma del tutto privo di divisori ed impianti al suo interno.

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