Iconocrazia






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Che cos’è l’iconocrazia

Da sempre il potere ha avuto una urgente necessità di comunicare sè stesso ed un certo atteggiamento ritualistico teso a sancire più saldamente il rapporto tra potere e sudditi ha fatto da sempre parte dello strumentario che i ceti dominanti hanno messo in campo per perpetuare il proprio potere. Ma questo atteggiamento ritualistico, in larga misura basato su rappresentazioni del proprio potere, che ruolo ricopre nella complessiva macchina di dominio?

Le ricerche di Ernst Hartvig Kantorowicz hanno già fatto luce sulle possibilità comparatistiche – direi quasi antropologiche – cui la scienza politica e la storia possono fare ricorso. La sua analisi dei simboli del potere ha smascherato alcuni meccanismi di rappresentazione che stanno alla base del legame dominanti-dominati che campeggia almeno fino a tutta l’età medioevale. Non bisogna, naturalmente, nè sopravvalutare, nè sottovalutare i risultati di questo studio: da una parte appare troppo incompleta e priva di univoci fondamenti la tesi kantorowicziana, dall’altra non si può sottrarsi alla fascinazione che ne deriva. Tanto in un caso quanto nell’altro, tuttavia, occorre un cambio di prospettiva. Non ci sembra, infatti, tanto importante se le affinità trans-culturali ed a-storiche rilevate da Kantorowicz siano o meno un solido fondamento per una rifondazione della morfologia storica delle civiltà umane ed, in particolare, della rappresentazione che fa di se stesso il potere presso queste civiltà. Il dato saliente ci sembra un altro, intendiamo perciò concentrare la nostra attenzione sullo status di questa rappresentazione. La domanda va così formulata: il potere usa le rappresentazioni di sè in modo strumentale o queste ultime risultano costitutive del potere stesso? Insomma, potrebbe sussistere un potere senza un’immagine di se stesso?

L’iconocrazia è un approccio che serve a chiarire questo assunto, cioè che senza la propria rappresentazione il potere non ha presa ed il rapporto tra servo e padrone non può esplicarsi efficacemente. Potremmo essere portati a pensare che questo sia un tratto caratteristico di una visione misteriosofica e carismatica del potere. In effetti, è proprio in quest’alveo, quello misterico e religioso del fondamento del dominio dell’uomo sull’uomo, che si producono le forme più compiute di rappresentazione politica, per lo meno nell’Occidente del mondo. Tutti i rituali scenotecnici e le procedure politiche e giuridiche trovano un fondamento nell’idea del “mistero dello stato”. Tuttavia, nel passaggio del potere dal ‘misterium‘ al ‘ministerium‘ non è poi cambiata di molto la necessità costitutiva della rappresentazione del potere. La forma dello stato moderno, o stato nazionale come lo si voglia definire, ha interamente mutuato la partita della ritualizzazione della propria immagine. Anzi, al contrario di quel che si potrebbe immaginare, la necessità che lo stato moderno ha di dare un contenuto razionalmente condiviso (consenso) alla propria forma politica lo induce a considerare ancor più costitutiva la questione della propria autocelebrazione rappresentativa. Questa tendenza a trasfigurare antichi rituali dislocandoli sul terreno delle nuove tipologie di legame politico si manifesta in questo torno di tempo in tutta la sua originaria chiarezza. E’ per questo motivo che un’indagine iconocratica sulla modernità e la sua forma politica non può che partire proprio dal momento in cui nascono in modo oramai compiuto gli stati nazionali europei, cioè i primi decenni del XVI secolo.

Una indagine iconocratica, tuttavia, non è solo un’indagine teorica, cioè che utilizza esclusivamente strumenti teoretici di analisi. Parlare di rappresentazione del potere non vuol dire riferirsi solo ad una strategia politica sotterranea: non è solo il regno dei fini che va indagato, perchè così facendo, cioè trascurando il regno dei mezzi, si falsificherebbe l’idea di fondo, ovvero che questi ultimi siano indissolubilmente legati ai primi ed anzi essi ne risultino addirittura costitutivi. Indagare dunque la forma politica con un approccio iconocratico non significa astrarre alcuni contenuti dalle forme storiche in cui il potere si manifesta, bensì, al contrario, incorporare l’immagine astratta del potere in fonti documentali, storiche e perfino in manufatti (più o meno qualificati) senza dei quali non potrebbe esistere alcuna azione di manipolazione concreta del consenso. La metodologia iconocratica deve dunque essere necessariamente fenomenologica, nel senso che deve obbligatoriamente tener conto dell’apparato sensibile attraverso il quale si manifesta ciò che è irrappresentabile (cioè la relazione di potere), e deve altresì essere empirica, cioè volta ad una analisi ‘tecnica’ dei materiali di volta in volta focalizzati. Pertanto una seria indagine iconocratica, a motivo della propria complessità, non può che configurarsi come un’indagine interdisciplinare, in cui le scienze che studiano da più punti di vista gli oggetti interessati dall’indagine, permettano il manifestarsi dell’oggetto di studio attraverso la sua illustrazione da punti di vista differenti.

 

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