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30 Giugno 2021

Altiero Spinelli. Il Progetto di Federazione nella cultura europea degli Stati nazionali


di Lorenzo Scarcelli

Iconocrazia 19/2021 - "Bivi europei e questioni tecno-politiche", Saggi




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Spinelli nasce a Roma il 31 agosto del 1907 e a soli diciassette anni aderisce al Partito Comunista d’Italia che gli affida l’incarico di segretario interregionale della gioventù comunista per le regioni del centro Italia.

Nel 1927, non ancora ventenne, viene arrestato dai fascisti e sottoposto al giudizio del Tribunale Speciale.

Nel periodo della prigionia si dedica allo studio della filosofia kantiana ed hegeliana allontanandosi dall’ideologia comunista.

Nel carcere di Civitavecchia conosce altri antifascisti, tra questi Terracini e Valiani, poi entra in contrasto con le ideologie di Pietro Secchia e Luigi Longo, esponenti del PCd’I.

Nel 1937 Spinelli anziché essere liberato subisce un’altra condanna a cinque anni di confino sull’isola di Ventotene con l’accusa di essere un capo storico del Partito Comunista.

La condanna arriva nell’anno in cui viene espulso dal Partito perché contesta l’operato di Stalin. Sull’isola di Ventotene, con l’incontro di Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, Spinelli matura la sua idea politica di un’Europa federale, che trasformerà in progetto1.

L’idea progetto di Spinelli parte dall’esperienza antifascista che lo porta a sviluppare quelle teorie europeiste necessarie a promuovere un nuovo scenario del dopoguerra2.

Il pensiero e il lavoro compiuto da Altiero Spinelli per la costruzione europea attraversa l’esperienza antifascista, ma soprattutto i valori dell’antifascismo guidano lo sviluppo delle teorie federaliste. Attraverso i suoi scritti emerge il tono di un uomo che lotta ogni giorno per le sue idee, in quanto in lui è presente la severa consapevolezza che l’Europa può crollare definitivamente se lasciata nelle mani degli Stati nazionali sovrani, pertanto, elabora un “programma razionale” per la nuova Europa3.

Il pensiero politico e filosofico di Spinelli risale al suo periodo formativo in cui si imbatte in due autori classici, che risulteranno centrali nell’elaborazione del progetto europeo, come Macchiavelli ed Hamilton4.

Gli obiettivi di Spinelli sono la federazione europea e l’Assemblea costituente e per poterli raggiungere dovrà cogliere ogni opportunità che si presenti, nel senso machiavelliano, evitando di inseguire la purezza ideologica e attuare una strategia per raggiungere il principale obiettivo, quello di realizzare gli Stati Uniti d’Europa, senza mai trascurare gli eventi che si presenteranno con il trascorrere del tempo.

Nelle sue riflessioni afferma che esiste un rapporto stretto tra europeismo e Resistenza, in quanto i movimenti di resistenza combattono per sconfiggere il nazifascismo, conquistare la pace e la libertà, rifiutare il nazionalismo e costruire una federazione di Stati5.

Durante il periodo dell’esilio, Spinelli e Rossi, scrivono «Per un’Europa libera e unita», meglio conosciuto come «Manifesto di Ventotene»6, un documento antifascista e al tempo stesso europeista di fondamentale importanza7.

Nel documento primeggiano le accuse allo Stato nazione e alla sua pretesa di sovranità, ma soprattutto lo scontro ideologico tra le forze politiche progressiste e quelle reazionarie per il futuro dell’Europa, dopo la guerra.

Da questa trattazione emergono i principi essenziali e di svolta del lavoro di Spinelli che permettono di associare la lotta e il programma dell’antifascismo con quello dell’europeismo.

La pretesa di sovranità degli Stati-nazionali, secondo lo studio sottolineato da Spinelli e Rossi, ha portato ogni Stato a una voglia di dominio,

poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri e considera suo «spazio vitale» territori sempre più vasti [considerati necessari alla sopravvivenza propria]. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti8.

Lo Stato è così portato a invertire il proprio obiettivo, da tutore delle libertà dei cittadini a padrone di

sudditi tenuti a servizio, con tutte le facoltà per renderne massima l’efficienza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai in molti paesi su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi: la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo9.

Gli uomini che, attraverso lo Stato, avrebbero dovuto perseguire il bene collettivo, non sono più considerati cittadini liberi e soggetti di diritto, ma sono obbligati ad ubbidire ad un capo.

Tra l’altro Spinelli sostiene che le stesse esperienze storiche che permettono allo Stato di dirsi nazione vengono falsate e orientate nell’interesse della classe governante, mentre nel sistema internazionale basta che uno Stato avanzi sulla strada del totalitarismo perché gli altri Stati lo seguano nella conquista dello «spazio vitale», per la propria sopravvivenza10.

Per Spinelli era necessario ricostruire un periodo di pace e democrazia post bellico, ma questo si sarebbe potuto realizzare dopo un’analisi dell’esperienza vissuta con la guerra, le persecuzioni, il fascismo il totalitarismo, il carcere, il confino, la Resistenza e l’antifascismo11.

Con il progetto antifascista europeista, fondato sui valori dell’antifascismo, si avvierà un nuovo percorso unitario e di libertà ma, proprio in difesa di tali valori, Spinelli arriva a tracciare una linea di confine che pone da un lato chi intravede come fine essenziale la lotta per la conquista del potere politico nazionale e dall’altro chi mira alla creazione di uno stato internazionale e proprio quest’ultimo che diventa uno scopo da perseguire, pertanto, per Spinelli le forze devono essere indirizzate verso l’obiettivo dell’unità internazionale12.

Dal progetto del Manifesto emerge che l’idea unitaria dell’Europa è presente nella popolazione, mentre scompare quello dell’anteguerra quando molti partiti spingevano per una politica nazionalista che diffidava dell’Europa unitaria13.

Per poter avviare un processo unitario degli Stati era necessario coinvolgere tutte le forze politiche, pertanto, Spinelli si immerge in un’attenta riflessione sulle politiche del dopo guerra in grado di intraprendere un serio cambiamento che chiama “rivoluzione europea”, capace di frenare l’ideologia totalitaria e quel nazionalismo dominante presente nel periodo prebellico che avevano portato alla guerra14.

Se la guerra è il prodotto dello scontro tra le sovranità degli Stati, occorre sviluppare un pensiero e un’azione capace di superare quelle condizioni che avevano allontanato pace e democrazia, pertanto, va abolita la divisione dell’Europa in Stati sovrani15.

Nelle sue riflessioni, Spinelli, fa emergere le diverse posizioni politiche ideologiche che mirano a sviluppare una propria teoria sulla guerra e sulla pace, i liberal-liberisti ad esempio vedono la causa della guerra nella politica protezionistica dello Stato assoluto, pertanto, la fine di tutto questo è l’apertura delle frontiere al commercio internazionale; i democratici, invece, vedono come responsabile delle guerre degli ultimi secoli in Europa il dispotismo e per mettere fine a questa tragedia è necessario fare passare il potere nelle mani del popolo; infine, nell’ideologia socialista, la guerra è il prodotto del sistema capitalistico o meglio di un sistema economico basato sulla proprietà privata, pertanto bisogna, per far scomparire le guerre, dare vita ad un nuovo sistema fondato sulla proprietà comune o meglio mettere in comune i mezzi di produzione per giungere alla vittoria dell’internazionalismo socialista16.

Nelle sue considerazioni, Spinelli, accantona le dottrine pacifiste, il pensiero dei proudhoniani e dei mazziniani, che definisce “pensiero fumoso” ed analizza l’ideologia federalista anglosassone, nell’esperienza statunitense, che la considera più fattibile per l’Europa17.

Per Altiero Spinelli l’antifascismo non è solo la contrapposizione del fascismo ma porta con se quella carica positiva in grado di creare i presupposti per un nuovo movimento capace di costruire, per il dopo guerra, insieme ad altre forze democratiche, un sistema federale europeo18.

Il compito di costruire l’unità dell’Europa spetta a movimenti e uomini della sua generazione e non ad altri, ed è con questa consapevolezza che decide di impegnare la sua vita politica nel progetto europeo e fonda nel 1943 il Movimento Federalista Europeo19.

Il progetto di Spinelli si oppone al sistema totalitario, anzi è l’esatto contrario di quello nazi-fascista che era funzionale a un ordine internazionale nel quale uno Stato riduce gli “altri Stati a suoi vassalli [perché la legge è] imposta dallo Stato dominante”20.

L’antifascismo respinge il sistema totalitario non solo per la sua imposizione violenta ma perché si basa su di essa, sulla disuguaglianza dei popoli, sul loro sfruttamento, “sull’esaltazione mistica dell’impero, sull’ulteriore tendenza al dominio universale, sul penetrante suo carattere militarista”21.

Per Spinelli la via pacifica è essenziale per la costruzione di un nuovo ordine europeo, è l’unica via da percorrere per superare quegli egoismi nazionalistici che avevano caratterizzato le pretese imperiali e la nascita del nazifascismo.

L’ordine europeo viene pensato da Spinelli in un ordinamento federale, lasciando ad ogni Stato

la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale nel modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crei ed amministri un corpo di leggi internazionali al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi22.

Spinelli pensa ad una federazione di Stati con un’autorità capace di disporre di quei poteri minimi che

garantiscono la fine definitiva delle politiche nazionali esclusive. Perciò la federazione deve avere l’esclusivo diritto di reclutare e di impiegare le forze armate (le quali dovrebbero avere il compito di tutela dell’ordine pubblico interno); di determinare i limiti amministrativi dei vari stati associati, in modo da soddisfare alle fondamentali esigenze nazionali e di sorvegliare a che non abbiano luogo soprusi sulle minoranze etniche; di provvedere alla totale abolizione delle barriere protezionistiche ed impedire che si ricostituiscano; di emettere una moneta unica federale; di assicurare la piena libertà di movimento di tutti i cittadini entro i confini della federazione.23

Spinelli ha ben chiaro quali sono le forme di potere che si sono alleate all’interno degli Stati e legittimate da un’anarchia internazionale che è indispensabile superare24.

Il problema da risolvere, pertanto, è il potere incontrollato degli Stati che in qualsiasi momento irrompono sugli accordi internazionali, trascurando uno dei loro compiti essenziale quello di salvaguardare i diritti di tutta l’umanità, quindi secondo Spinelli, nel programma futuro, quei poteri che fanno la differenza tra gli Stati, dovranno essere trasferiti ad una istituzione sovrastatale capace di controllare e regolare i rapporti tra loro, in modo da salvaguardare e garantire una convivenza europea e internazionale.

A questo punto si pone la questione del come la federazione deve fare rispettare queste regole:

la federazione deve disporre di una magistratura federale, di un apparato amministrativo indipendente da quello dei singoli stati, del diritto di riscuotere direttamente dai cittadini le imposte necessarie per il suo finanziamento, di organi di legislazione e di controllo fondati sulla partecipazione diretta dei cittadini e non su rappresentanze degli Stati federati25.

Per Spinelli è fondamentale, non solo frenare l’egoismo degli Stati Nazione ma recuperare e salvaguardare quella cultura europea fondata sulla libertà riconosciuta dalla storia e sospesa dai totalitarismi, per poi risvegliarsi con l’antifascismo in tutta Europa. Il Progetto di Spinelli, pertanto, esamina l’esperienza dei nazionalismi e dei loro limiti in contro tendenza con la cultura europea, cultura che il popolo europeo riscopre e rivive attraverso l’antifascismo.

Spinelli continua nel suo pensiero e scrive

Lo Stato più elevato della cultura europea è al di là di qualsiasi nazionalismo, ed è anzi condannato ad isterilirsi e perire se l’Europa procederà ancora sulla via dei nazionalismi […]. La Federazione Europea sarebbe la garanzia del cosmopolitismo intellettuale26.

Lo Stato, se vuole continuare nel suo processo evolutivo, non può non tenere conto di quella cultura europea che appartiene ad ogni uomo, a tutti gli uomini; lo Stato non può alimentarsi di fanatismo nazionale, altrimenti è condannato ad essere sottomesso alla logica della “sovranità limitata forzata” o all’annientamento, lo Stato più debole diventa succube dello Stato più forte, sino alla propria sconfitta.

Tutta l’Europa rischia di essere distrutta, insieme alla sua cultura, pertanto, è indispensabile quella sovranazionalità che non è una limitazione della sovranità, ma una partecipazione ad una sovranità più allargata e non chiusa in quella dello Stato nazionale, che porta in determinati momenti storici e politici all’esaltazione di “particolarismi egoistici”.

Si sottintende, nelle frasi dell’autore, il richiamo a un dovere generazionale di salvaguardare quello che “l’Europa è” nella sua cultura e nella sua civiltà, organizzata e acquisita nei secoli.

È pur vero che l’Europa è cresciuta grazie agli Stati, però oggi, dopo due conflitti mondiali, abbiamo la consapevolezza che gli stessi Stati, attraverso i nazionalismi, possono alimentare rischi elevatissimi per l’umanità e per evitare tutto questoSpinelli propone la strada per la Federazione Europea.

Spinelli nel suo Manifesto, affronta con grande passione politica e civile la crisi della civiltà moderna europea e descrive un percorso politico e sociale che gli uomini liberi e democratici devono attuare per una pace europea, la prospettiva federalista è l’unica soluzione che Spinelli intravede e che indica alle generazioni future27.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’idea funzionalista si afferma sull’idea federalista, con l’intento di realizzare l’unità degli Stati europei secondo un percorso unitario a tappe, particolarmente nei settori di carattere economico.



1 R. Cananzi (a cura di), L’Europa dal Manifesto di Ventotene all’Unione dei 25, Guida, Napoli 2004, p. 19. Nel testo è presente “La prefazione al testo del 1944” di Eugenio Colorni in cui afferma che: “I presenti scritti sono stati concepiti nell’isola di Ventotene, negli anni 1941 e 1942. In quell’ambiente d’eccezione, […], andava maturando in alcune menti un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dell’azione compiuta e dell’atteggiamento preso nella lotta. La lontananza dalla vita politica concreta permetteva uno sguardo più distaccato, […]. Preparandosi a combattere con efficienza la grande battaglia che si profilava per il prossimo avvenire, si sentiva il bisogno non semplicemente di correggere gli errori del passato, ma di rinunciare i termini dei problemi politici con mente sgombra da preconcetti dottrinari o da miti di partito. Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo «bellum omnium contra omnes».

2 A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, Bologna 1988, p. 348; sarà lui stesso ad affermarlo nel momento in cui riconosce che «fra il ’43 ed il 45 [ha] lavorato sull’ipotesi di una rinascita democratica impetuosa che sarebbe partita dall’avvenuta distruzione non solo dell’ordine europeo del passato, ma anche di quello interno di quasi tutti gli stati-nazione d’Europa».

3 N. Matteucci e E. Raimondi, Introduzione, in A. Spinelli, Diario Europeo 1948/1969, il Mulino, Bologna 1989, p. XII. “E solo un programma razionale, all’altezza dei tempi che maturano, poteva a suo avviso farci emergere dall’oceano dell’irrazionalità, di ferocia, di volgarità e di ignoranza in cui le ideologie nazionali avevano precipitato la vecchia, orgogliosa Europa”; iidem.

4 Ivi, p. XIII. Da Macchiavelli ha imparato che “l’essenza e la virtù della politica fosse la forza e la lotta per il potere. Di qui l’avversione alle ideologie astratte, agli ideali consolatori, ai buoni sentimenti, alla «sugar-candy politics», alle false professioni di servizio. Altrettanto naturale il rifiuto del discorso politico contemporaneo, tutto intriso di democraticismo e di socialismo, di pacifismo e di umanitarismo verbali.” Dagli studi su Hamilton si rende conto “che se la politica è forza, conflitto inevitabile per il potere, resta pur sempre necessario costruire su questa realtà irrazionale un ordine politico, e l’ordine politico è assicurato dalle istituzioni, che fondano, per così dire, le mura della libertà. Soltanto esse sono in grado di controllare la mera forza, apprestando canali positivi e robusti alla lotta per il potere. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa rappresentava appunto, per Spinelli, il nuovo ordine politico proporzionato ai nostri tempi post-moderni”

5 Spinelli afferma che la “Resistenza sorse come reazione spontanea alla dominazione nazi[fascista], che voleva imporre – e sappiamo come – la propria egemonia su tutti i Paesi europei: per cui, immediatamente tutti i movimenti di Resistenza ebbero chiara la convinzione di combattere una battaglia comune, che si poteva sintetizzare nella vittoria sul nazismo e i suoi alleati, e quindi nella pace e nella libertà. […] Solo pochi si renderanno conto che la pace e la libertà sarebbero state effimere se all’ordine internazionale basato sul ripristino della sovranità degli Stati […] non si fosse sostituito un ordine federale, negazione del nazionalismo”. A. Spinelli, La mia battaglia per un’Europa diversa, Lacaita editore, Manduria 1979, p. 26.

6 Il Manifesto di Ventotene è stato scritto nel 1941 da A. Spinelli, ad eccezione della prima parte del terzo capitolo scritta dall’economista e dirigente di Giustizia e Libertà E. Rossi. Va precisato che l’opera in questione e le altre opere scritte dai suddetti autori non sono i primi documenti del federalismo italiano, ma nel primo dopoguerra altri esponenti come Luigi Einaudi, Attilio Cabiati, Giovanni Agnelli e altri pensatori non legati a nessuna corrente politica o culturale del tempo si esprimevano a favore di una federazione di Stati d’Europa. Il merito che si vuole dare a Rossi e soprattutto a Spinelli è quello di chiarire e approfondire le ragioni dell’unità federalista europea e di darne attuazione attraverso un progetto: Il Manifesto di Ventotene. Maggiori approfondimenti possiamo trovarli nel saggio N. Bobbio, Il Federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, in R. Cananzi (a cura di), L’Europa dal Manifesto di Ventotene all’Unione dei 25, Guida, Napoli 2004, pag. 177-178: “Il concetto di Stato federale era un concetto rigoroso, quello di Europa era evanescente, tanto carico di valore emotivo quanto povero di significato descrittivo”. Bobbio nel suo breve saggio precisa che l’elemento fondativo del Manifesto è l’idea federalista e ci ricorda che “l’idea di una federazione europea circolava in Europa da più di un secolo, almeno da quando Saint-Simon e Augustin Thierry avevano pubblicato nell’ottobre del 1814 lo straordinario libretto, sulla «Riorganizzazione della società europea», contenente il primo audace progetto di una società sopranazionale, che, pur non avendo ancora i caratteri di uno Stato federale nel senso rigoroso della parola, andava ben al di là del sistema confederale di Stati cui si era fermato vent’anni prima Emanuele Kant”.

7 E. Paolini, Altiero Spinelli, dalla lotta antifascista alla battaglia per la federazione europea, 1920 – 1948: documenti e testimonianze, il Mulino, Bologna 1996, p. 217. Paolini, uno dei maggiori studiosi di europeismo, dichiara che “il Manifesto è il documento fondamentale del federalismo europeo. […] Il testo è il risultato di un ampio dibattito, durato alcuni mesi, al quale hanno partecipato, tra gli altri, un gruppetto di confinati che Spinelli, nel suo Diario, ricorda essere Dino Roberto, Enrico Giussani, Giorgio Braccialarghe e Arturo Buleghin”.

8 A. Spinelli, Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto, in A. Spinelli, Il Manifesto di Ventotene e altri scritti, il Mulino, Bologna 1991, p. 191. Vedi anche la Prefazione al testo del 1944, ivi, p. 22. Colorni dichiara che: “nel carattere stesso di questa guerra, in cui l’elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall’elemento ideologico, in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran parte della loro sovranità a favore degli stati più forti, e in cui da parte degli stessi fascisti il concetto di «spazio vitale» si è sostituito a quello di «indipendenza nazionale»; in tutti questi elementi sono ravvisate dei dati che rendono attuale come non mai, in questo dopo guerra, il problema dell’ordinamento federale dell’Europa”.

9 Cfr. Cananzi (a cura di), L’Europa dal Manifesto di Ventotene,cit. p. 30.

10 Per maggiori approfondimenti cfr. Spinelli, Per un’Europa libera e unita. cit., p. 41: “Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. […], trascinando al suo seguito altri stati vassalli – primo fra i quali l’Italia – […]. La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo”.

11 D. Cofrancesco, Europeismo e cultura da Cattaneo a Calogero, ECIG, Genova 1981, p. 218: molti pensavano e ipotizzavano “una nuova solidarietà europea, d’altra parte, poteva tradursi nei più diversi progetti politici. Certi resistenti, infatti, pensavano alla restaurazione di un equilibrio tra gli Stati nazionali, resa possibile dai regimi democratici che sarebbero sorti – o risorti – dovunque dopo le terribili esperienze totalitarie; altri vagheggiavano la costituzione di un area europea all’interno di una rinnovata società delle nazioni – area caratterizzata da sempre più fitti rapporti economici, sociali e culturali; altri auspicavano un blocco delle nazioni europee onde salvaguardare l’autonomia del continente dalle inevitabili ingerenze russe e nordamericane; altri, infine, proponevano un vero e proprio Stato federale europeo sul modello degli Stati Uniti d’America. Di queste quattro maniere di intendere l’ordine europeo, la prima era la più debole e la più diffusa; la quarta la più forte e la meno diffusa; la seconda era debole e poco diffusa trovando eco solo tra i cultori del diritto internazionale, i diplomatici di carriera, i revenants dell’Italia prefascista; la terza infine, era forte e diffusa, facendo leva su ambigui sentimenti nazionalistici”.

12 Cfr. Spinelli, Per Un’Europa libera e unita, cit., p. 44.

13 A. Spinelli, L’avventura europea, il Mulino, Bologna 1972, p. 16: che “l’idea dell’Europa sia dovunque popolare risulta da molti segni. I sondaggi di opinione danno regolarmente risultati positivi, ed anche quando sembrano più dubbi, la diffidenza è sempre assai più per questa o quella precisa iniziativa che per l’idea in sé dell’unità europea. L’aperta propaganda nazionalista, che era caratteristica di molti partiti nell’anteguerra, e che era così pronunziata perché chi la faceva sapeva di poter contare in modo immediato su un eco popolare, è scomparsa”.

14 L. Passerini (a cura di), Identità culturale europea, idee, sentimenti, relazioni, La Nuova Italia, Scandicci 1998, p. 218: “mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pre totalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi”.

15 Ivi, p. 220: “il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati sovrani”.

16 Per maggiori approfondimenti consultare Bobbio N., Il federalismo nel dibattito politico e culturale della resistenza, in S. Pistone (a cura di), L’idea dell’unificazione europea dalla prima alla seconda guerra mondiale, Einaudi, Torino 1975; oppure in R. Cananzi (a cura di) L’Europa dal Manifesto di Ventotene all’Unione dei 25, Guida, Napoli 2004, p. 179.

17 N. Bobbio, Il Federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, cit., p. 178: “Una confessione di Spinelli è a questo proposito rivelatrice: «Poiché andavo cercando chiarezza e precisione di pensiero, la mia attenzione non è stata attratta dal fumoso, contorto e assai poco coerente federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano che allignava in Francia o in Italia, ma dal pensiero pulito, preciso e antidottrinario dei federalisti inglesi del decennio precedente la guerra, i quali proponevano di trapiantare in Europa la grande esperienza politica americana»”.

18 R. Cananzi (a cura di), L’Europa dal Manifesto di Ventotene, cit., p. 44: “occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costruire un saldo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali; spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari; abbia gli organi e i mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli Stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli”.

19 A. Spinelli, La mia battaglia per l’Europa diversa, cit., pp. 7-8: Per Spinelli il compito di realizzare l’unità europea non spetta “a un’imprescindibile generazione di un’imprescindibile futuro, ma spettava alla [sua] generazione”; diventa pertanto “come al compito centrale della sua vita politica […] fond[ò] a Milano nell’agosto del 1943 il Movimento Federalista Europeo; suscit[ò], ancor durante la guerra, i primi convegni federalisti a Ginevra nel ’44 e a Parigi nel ’45; partecip[ò] alla Resistenza per consolidare il nesso fra essa e la lotta per l’Europa; anim[ò] la propaganda federalista in Italia e in Europa”.

20 A. Spinelli, Una strategia per gli Stati Uniti d’Europa, il Mulino, Bologna 1989, p. 49.

21 A. Spinelli e E. Rossi, Problemi della Federazione Europea, Edizioni del MFE, Roma 1944, p. 60.

22 Ivi, p. 60.

23 Ivi, pp. 59-60.

24 Cfr. A. Cavalli, Europeismo in N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino, Dizionario di Politica, UTET, Torino 2004, p. 312: “Il primo a porre con esemplare chiarezza l’esigenza di superare l’anarchia internazionale derivante da una pluralità di Stati sovrani è stato Immanuel Kant in uno scritto del 1784 intitolato significativamente Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico. Per Kant non è possibile realizzare compiutamente un regime «repubblicano» (oggi diremmo democratico) se ogni Stato deve far fronte, come priorità assoluta, alle ragioni della sicurezza, se deve rispondere con le armi alle minacce altrui e a sua volta minacciare i vicini. Se si vogliono quindi realizzare le condizioni per una «pace perpetua», bisogna infrangere il principio della sovranità assoluta”.

25 A. Spinelli e E. Rossi, Problemi della Federazione Europea, cit. p. 61.

26 Pistone (a cura di), L’idea dell’unificazione europea, cit. p. 42.

27 G. Pennetti, “La Frase” in Rivista della scuola superiore dell’economia e delle finanze, 2005, 4, p. 301: “Nel solco d’una tradizione di pensiero che parte da Kant, nel Manifesto si individua la causa della crisi delle democrazie e dell’avvento dei totalitarismi nell’anarchia internazionale e nella inevitabile scelta della forza come strumento per regolare i rapporti fra gli stati nazionali; in queste condizioni, secondo Spinelli, è poi naturale che all’interno degli Stati si riducano gli spazi di libertà e di democrazia”; cit. p. 303: «Del resto, solo il federalismo e lo stato federale rompono davvero la fusione fra stato e comunità naturale (la “nazione”) e ricostruiscono il rapporto fra cittadino e stato nel segno di un patriottismo non culturale o etnico-linguistico ma costituzionale e di questo Spinelli e compagni erano ben consci».

Lorenzo Scarcelli

Docente presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro" (progettazione europea).

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