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30 Giugno 2021

Borderlands Europa: le ipocrisie nascoste del regime di controllo della mobilità migratoria


di Maria Mileo

Iconocrazia 19/2021 - "Bivi europei e questioni tecno-politiche", Saggi




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In questo testo si analizza la prospettiva sulle migrazioni costruita dagli Stati, prospettiva che – sulla scia di alcuni rilevanti contributi teorici degli ultimi anni (principalmente quelli di Luigi Ferrajoli, Achille Mbembe e Miguel Mellino) – il presente testo considera edificata su una differenziazione identitaria, culturale e politica tra autoctoni e migranti. Per dirla con Alessandra Corrado, «la minaccia a un benessere consolidato e diffuso spinge i paesi ricchi a trincerarsi in fortezze», a delimitare frontiere in nome della loro sovranità e della sicurezza interna (Corrado, 2004, p. 155). Il risultato, piuttosto che arrestare le migrazioni, favorisce «pratiche discriminanti e segreganti» (Ibidem). Per Sandro Mezzadra l’integrazione è convenzionalmente vista come una necessità ossessiva di integrare i migranti nel sistema dominante, o nella sua cultura (Mezzadra, 2017). Rispetto a quest’ultima i migranti sono considerati carenti. Da qui la necessità di tenerli sotto controllo attraverso politiche di integrazione che sono di fatto misure realizzate con lo scopo non dichiarato di assimilare gli stranieri alla cultura dei paesi di approdo. In questo modo, per Mezzadra, «la continuità di un movimento di fuga» (delle migrazioni) «si scontra con un regime di controllo della mobilità che garantisce a sua volta la continuità della produzione di irregolarità» (Mezzadra, 2017). Irregolarità necessaria a mantenere il funzionamento della macchina economica neoliberale attraverso la creazione della figura del lavoratore clandestino sans papiers disposto ad «accettare l’inaccettabile» pur di non essere espulso (Basso, 2015, pp. 204-205). Si tratta – per Pietro Basso – degli stessi individui che la «propaganda razzista di stato presenta come indesiderabili, untori, criminali, pronti a tutto» e che invece l’economia brama fortemente perché «fonte indiretta di profitto per l’intero sistema delle imprese» (Ibidem)1.


Il mito della sicurezza

L’impianto delle politiche migratorie europee, e in particolare di quelle italiane dal 1998 in poi, dimostrerebbe proprio che «l’economia ha bisogno di immigrati e la società li teme» (Bolaffi, 2001, p. 61). Ad essere temuta è la conflittualità sociale potenzialmente causata dell’immigrazione. A questa minaccia si reagisce per un verso contenendo gli ingressi, setacciandoli ai confini in via di continua e permanente esternalizzazione, e per l’altro negando i diritti dei migranti presenti sul territorio al fine di rassicurare la popolazione autoctona. Si tratta di un paradosso che nega i diritti dei migranti per integrarli, o meglio per consentirne l’accettazione sociale da subalterni. Ciò è vero anche nelle nostre società, che qualche tempo fa Robert Castel ha descritto come società dell’insicurezza totale: società in cui essere protetti significa «vivere circondati da sistemi securitari che sono costruzioni complesse e fragili e che portano in sé stessi il rischio di fallire nel loro compito» (Castel, 2011, p. VIII). Dunque l’insicurezza – per l’autore – deriverebbe proprio dalla ricerca di sicurezza, meglio dal bisogno di protezione dai rischi effettivi e\o temuti. É in questo senso che va letta la svolta securitaria dei vari governi europei, come pure «la neutralizzazione della minaccia permanente incarnata dai cosiddetti gruppi a rischio», di cui i migranti rappresentano il «bersaglio privilegiato» (Simoncini, 2004, pp. 296-297). La paura di essere minacciati supera e anticipa la minaccia stessa e consente l’individuazione di «nemici convenienti sui quali canalizzare l’angoscia sociale», primi fra tutti i migranti clandestini (Simoncini, 2004, p. 299). E, come ha osservato Franck Düvell, proprio allo scopo di tenere lontano le popolazioni pericolose viene creato il «feroce sistema globale di deportazioni ed espulsioni, con oasi sicure controllate dall’Onu, centri di detenzione e campi profughi, isole trasformate in prigioni […] e pattuglie armate alle frontiere: simboli eloquenti dell’ineguaglianza, dell’ingiustizia e dell’esclusione che dominano nel XXI secolo» (Düvell, 2004, p. 29).

Per Basso, tutto ciò rappresenta la causa e l’effetto dell’ascesa del razzismo istituzionale occidentale realizzato attraverso la militarizzazione delle politiche migratorie, l’inferiorizzazione delle popolazioni immigrate e la loro criminalizzazione, legata al reato di clandestinità. In Europa l’inasprimento delle politiche migratorie e la dottrina assimilazionista – più o meno rigidamente intesa da ogni singolo paese – sono considerate le soluzioni alle minacce rappresentate dagli immigrati clandestini fin dall’approccio preventivo degli accordi di Schengen del 1985. L’obiettivo comune agli Stati membri è contrastare la potenziale minaccia rappresentata dalle popolazioni migranti extraeuropee. Per tale motivo l’Accordo di Schengen si propone di realizzare la libertà di movimento tra i paesi firmatari abolendo i controlli interni, rimandati alle frontiere esterne. Il Trattato di Amsterdam del 1997 traccia le linee guida in Europa per la gestione della sicurezza interna, pagata a prezzo del sacrificio della autonomia sovrana dei singoli Stati in tema di migrazioni. Sarà però con il vertice di Tampere dello stesso anno che l’Unione europea deciderà le linee guida per la gestione comunitaria della lotta all’immigrato clandestino: contrastare l’immigrazione illegale attraverso politiche maggiormente selettive e inaugurare nuovi canali per l’immigrazione legata al lavoro. Sebbene l’Unione abbia adottato un approccio combinato capace di reagire all’immigrazione con il tentativo di fronteggiare problematiche interne, quali il calo demografico, resta – con questi accordi – ancora orientata sulle migrazioni di breve periodo legate alla domanda economica di lavoro migrante.

Per Düvell i principi dell’organizzazione del lavoro vengono adattati alla regolazione delle migrazioni nel senso che intere popolazioni vengono «assunte o licenziate» come se si trattasse di dipendenti di un’azienda (Düvell, 2004, p. 29). Il modello di controllo europeo dell’immigrazione così costruito viene imposto anche al di fuori dei confini a testimoniare quella che Düvell definisce «attitudine aggressiva e quasi imperialista» dell’Unione europea (Düvell, 2004, p. 29). Fondamentale in questo senso sarà il summit di Siviglia del 2002, in cui si decide di estendere le politiche migratorie europee a tutti i paesi di origine e transito. L’Unione sigla accordi bilaterali di cooperazione, soprattutto con i paesi del Mediterraneo, al fine di contenere l’immigrazione irregolare. Si tratta di una pratica – bene esemplificata dall’ accordo Italia-Libia del 2008 – che consente di scaricare su paesi terzi il problema della gestione delle frontiere e della sicurezza interna. Ma è con il summit de La Valletta del 2015, attraverso l’istituzione di un Fondo fiduciario in favore dei paesi africani della rotta orientale e della rotta del Sahel, che i diritti umani vengono definitivamente subordinati alla necessità di contrastare i flussi migratori. Ciò avviene attraverso una politica di sviluppo costruita come ricatto per i paesi beneficiari, nel senso che i fondi per lo sviluppo sono subordinati all’obbligo di collaborare nella chiusura di fatto di canali illegali per l’ingresso e nella riammissione degli indesiderati dai paesi Membri.


L’ appello alla solidarietà

Ad accelerare ulteriormente il processo di esternalizzazione dei confini europei sarà, tra gli altri, l’accordo Italia-Libia del 2017. Al fine di aiutare l’Italia nel contenimento dei flussi migratori l’accordo prevedeva il finanziamento della guardia costiera libica con 46 milioni di euro provenienti dal Fondo fiduciario UE-Africa per respingere i flussi migratori provenienti dal Centrafrica e i migranti che avessero tentato la traversata in mare. Il risultato è che «queste persone rimangono esposte a una scelta fra due alternative agghiaccianti: affidarsi ai trafficanti di esseri umani o finire in centri di detenzione dove l’unica norma è la legge del più forte» (Genoviva, 2017). In ciò si svela la contraddizione di fondo della solidarietà europea. Questa – secondo Martina Tazzioli e William Walters – non ha mai avuto portata universale, al contrario si è realizzata e continua a realizzarsi tra cittadini europei e tra Stati Membri, mai verso gli altri: i migranti (Tazzioli, Walters, 2019, pp-175-190). Dunque le migrazioni rischiano – per gli autori – di mettere in crisi la cosiddetta solidarietà europea, evidenziandone i limiti costitutivi. In questo senso – com’è stato osservato – l’idea per cui «oggi, la solidarietà nei confronti di rifugiati e migranti, la richiesta di rispettare i diritti umani fondamentali, la lotta contro il razzismo e la xenofobia […] sono ormai carta straccia nelle mani di Fortezza Europa e delle politiche e delle legislazioni restrittive in vigore in diversi Stati membri» deve essere rimessa in discussione (Maccanico, Hayes, Kenny, Barat, 2018, 2018, p. 4). La solidarietà rivendicata dall’Unione come uno dei suoi valori fondanti si scontra nella pratica con la sua reale essenza di «condivisione degli oneri», ossia «condivisione del peso dei rifugiati» (Maccanico, Hayes, Kenny, Barat, 2018, 2018, p. 4).

Anche quando siamo in grado di rintracciare una qualche sorta di solidarietà al di fuori dei confini europei, questa, – per Sandro Mezzadra – si svela essere la manifestazione di un umanesimo paternalistico, il cui obiettivo è alleviare il «dolore del momento» attraverso la benevolenza della cura (Mezzadra, 2020, pp. 3-4). In questa attenzione al momento risiede – per Selvatici – la paradossale connessione tra logica emergenziale e umanesimo: questo tenta sì di risolvere l’emergenza ma, allo stesso tempo, ne prolunga i tempi, proprio perché l’umanesimo stesso dipende dal persistere dall’emergenza. Per Didier Fassin è proprio nel prolungamento della logica emergenziale che – a prescindere dalle buone intenzioni dei soccorritori – si costruisce l’umanesimo: un mondo popolato da vittime (o esclusi) in cui si genera una compassione per cui noi siamo portati a prenderci benevolmente cura di loro, ossia delle vittime (Mezzadra, 2020, pp. 3-4). In ciò – per Mezzadra – è possibile rintracciare la presunta universalità del pensiero occidentale umanitarista: si tratta della stessa lettura bianca del mondo che riemerge dalla colonialità, e che permette oggi l’esistenza e il funzionamento del regime di frontiera. Regime che, frutto della paradossale confusione di imperativi quali umanitarismo, valorizzazione economica e sicurezza, non ha mai messo realmente in discussione l’illegalità e la precarietà del viaggio dei migranti o i suoi rischi letali (Ivi, pp. 10). Il risultato è quello per cui l’emergenza diventa lo stato permanente, normale, a cui dover rispondere continuamente anche a costo del sacrificio – così giustificato – dei diritti umani fondamentali e delle libertà. In nome della necessità di fronteggiare l’emergenza-rifugiati si accetta anche «il salto quantico dalla negazione della solidarietà alla sua criminalizzazione», il cui risultato è l’aumento delle morti di migranti in mare (Maccanico, Hayes, Kenny, Barat, 2018, p. 4).

Il nesso tra la criminalizzazione della solidarietà e l’aumento dei morti in mare è evidente nella decisione del Governo europeo di esternalizzare i controlli sulle migrazioni in Libia, lontano da testimoni. Da qui la chiusura di Mare Nostrum2 nel 2014 per screditare le operazioni di soccorso in mare al fine di allontanare i soccorritori-testimoni con l’accusa di collusione con i trafficanti. Per lo stesso motivo nel maggio del 2015 abbiamo avuto l’ideazione di hotspot (punti caldi) che in Italia e Grecia dovevano facilitare i controlli e l’individuazione dei richiedenti asilo e che, di fatto, finiscono per fungere da recinti in cui bloccare i migranti. Su questa scia, in Italia, il decreto Salvini che nel 2018 ha abolito la richiesta di protezione umanitaria, ha allungato i tempi di detenzione nei centri per il rimpatrio, negli hotspot e nei centri di accoglienza; ha irrigidito i procedimenti e i requisiti per le richieste di soggiorno legali; ha ristretto l’accoglienza. Tutti atti che hanno rilanciato il razzismo istituzionale come regola da perseguire. I diritti umani fondamentali possono così essere accantonati al punto di accettare la criminalizzazione di soggetti e di operazioni che tentano – sostituendosi allo Stato – di promuovere, per esempio, libertà e dignità di movimento. Le leggi europee che criminalizzano il favoreggiamento all’ingresso e al soggiorno clandestino sono il risultato di una legalità abusata al fine di impaurire chi si occupa di assistenza civile per i rifugiati. È in questo contesto che si fa strada «laretorica di un presunto ruolo europeo di «potenza morale», talora addirittura riparatrice rispetto agli egoismi dei suoi Stati membri, fautrice di una migrazione ordinata, rigida ma attenta ai diritti umani, in prima linea contro i trafficanti e preoccupata di evitare nuove tragedie nel Mediterraneo» (Alagna, 2020). Retorica che con ipocrisia nasconde la precisa volontà di chiudere gli occhi davanti alle gravissime violazioni dei diritti umani che ovunque in Europa si concretizzano in indifferenza verso i migranti, militarizzazione della gestione delle frontiere e attitudine repressiva verso chi soccorre i migranti.


L’ossessione identitaria

Questa stessa retorica sembra oggi, però, essere stata abbandonata in nome della tutela del bene primario della sicurezza contro la minaccia delle migrazioni. Oggi, nella congiuntura pandemica, sono i migranti – gli stessi che incarnano il paradosso della libertà di movimento come diritto particolare – coloro che (più di tutti) pagano le conseguenze di quella che Miguel Mellino ha definito eccezione nell’eccezione (Mellino, 2020). Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha parlato esemplarmente di guerra su due fronti: la lotta all’immigrazione e al coronavirus, entrambi fortemente – e generalmente – correlati al movimento. È in questo senso, facendo riferimento alla necessità di tutelare la salute e ancora la sicurezza, che si giustifica il disconoscimento della libertà di circolazione, fino alle estreme conseguenze: restate a casa. Ma tale imposizione suona come una condanna a morte che volta le spalle a qualunque dichiarazione di solidarietà internazionale per le vulnerabili popolazioni migranti, per le quali spostamento significa speranza di sopravvivenza. Così in nome della nuova crisi vengono normalizzate nuove manifestazioni arbitrarie di violenza e di razzismo per cui si accetta – ad esempio – che la guardia costiera greca apra il fuoco sui migranti che cercano di fuggire al confine con la Turchia. Un tale sfoggio di violenza è avallato anche dall’Europa nella persona di Ursula von der Leyen, che ha definito la Grecia lo scudo d’Europa: uno scudo che proteggerebbe l’Europa dal doppio pericolo dell’immigrazione e del virus. «Chi cerca di mettere alla prova l’unità dell’Europa» – ha ribadito von der Leyen – «resterà deluso. Manterremo la linea e la nostra unità prevarrà» (Ferri, 2020). É proprio in nome dell’unità, nel senso di unità contro il nemico, che l’Europa accetta, ad esempio, che una nave con 49 migranti venga rimandata in Libia violando l’accordo internazionale di non respingimento su decisione coordinata dell’agenzia europea Frontex e delle autorità maltesi e libiche. Lo stesso accade a circa 400 persone data la mancanza di ONG presenti in mare a causa del Coronavirus. Anche il governo italiano chiude i suoi porti alle Ong perché non sicuri per i migrati, almeno fino a quando l’emergenza coronavirus non potrà dirsi finita. Questa decisione, per Mediterranea Saving Humans, è dettata dalla volontà di strumentalizzare l’emergenza sanitaria per negare il soccorso e l’accoglienza. Come una sorta di alibi che lascia trapelare una contraddizione importante tra la richiesta di solidarietà lanciata dall’Italia nei confronti dell’Europa per fronteggiare il virus, e la negazione di solidarietà a quanti vulnerabili rischiano la vita in mare come unica speranza (Olivo, 2002). Negazione di solidarietà che si concretizza nella chiusura dei porti, ma anche nella chiusura dell’operazione navale Sophia di contrasto al traffico di migranti, sostituita da Irini, il cui obiettivo principale è assicurare l’embargo delle armi in Libia. Con Irini, della «presunta attenzione dell’Unione europea alla sorte di chi attraversa il Mediterraneo, non è rimasto più nulla» (Alagna, 2020).

Il regime migratorio europeo, e l’angoscia securitaria da cui si potrebbe dire sia originato, sono la risposta alla mobilità migratoria, intesa come movimento che in un certo senso sfida l’ordine neoliberale occidentale, la logica dello Stato nazionale e la configurazione identitaria dell’Unione europea. Da qui nasce la necessità di chiudere le frontiere alla minaccia che potrebbe minare l’assetto interno dell’Europa, e dunque il suo potere postcoloniale. Ciò che è necessario tutelare, a qualsiasi costo, è l’identità occidentale e con essa la dicotomia noi-loro su cui è costruita – fin dalle origini dell’economia moderna – la struttura del lavoro, della società, delle tutele (Costa, 2018). Le gerarchie sociali sono funzionali all’esigenza di fragilizzare e precarizzare intere categorie di lavoratrici e lavoratori, da plasmare secondo le esigenze del sistema economico. In questo senso si svela l’ipocrisia di una solidarietà che vuole essere la cura all’esclusione di cui i migranti sono vittime ancora prima di poter fisicamente accedere nelle nostre società. Dall’esclusione di chi è bloccato alle frontiere all’inclusione differenziale di chi riesce a oltrepassarle, l’Europa non smette di produrre e riprodurre una «mobilità condizionata ma non interrotta e, in questo modo messa a valore» (Sciurba, 2017).

Non bisogna quindi stupirsi se – nell’attuale clima di instabilità del regime migratorio, aggravato dall’ emergenza sanitaria e dai rinnovati attacchi terroristici a Francia e Austria – la Francia di Emmanuel Macron si fa portavoce di un nuovo progetto di sicurezza europeo di revisione dell’area Schengen. Progetto che – con la proposta di introdurre controlli alle frontiere interne – rappresenta un rifiuto di quella solidarietà obbligatoria che solo lo scorso settembre rappresentava la promessa del nuovo patto europeo per l’immigrazione (Luca, 2020). L’appello ad una coesione interna e ad una solidarietà di base tra i paesi dell’Unione – che pure è rinnovato dall’ European Act di Macron con l’obiettivo comune della lotta al terrorismo e all’Islam radicale – viene contemporaneamente (e nuovamente) infranto nell’esclusione di Italia, Spagna e Grecia dal tavolo delle decisioni. Ma, ciò che – ancora una volta – fa riflettere è l’applicazione mai universale dei valori di democrazia, tolleranza, dignità umana e libera espressione, intesa anche come libera espressione religiosa: tutti principi che – per il Consiglio d’Europa – accomunano gli stati Membri. L’affermazione di uguaglianza come garanzia di tutela è qui utilizzata come elemento aggregante contro un nemico a cui si rinnova l’invito a «fare uno sforzo attivo per integrarsi» nel rispetto dei valori europei, il cui insegnamento «deve avere la priorità nell’orientamento e nei servizi di integrazione per i migranti» (Carretta, 2020). Si confermano così due tendenze: quella di confermare, e anzi inasprire, la funzione del confine come linea di «esclusione sovrana» – il cui scopo principale è tenere sotto controllo gli scambi con il mondo esterno (Balibar, Di Fazio, 2019) – e quella di legittimare giuridicamente un imperialismo culturale europeo che rifiuta lo straniero anche a costo di negare gli stessi ideali invocati per difendere i suoi confini. Siamo così alla presenza di un’Europa che – per citare Balibar – è ridotta a una borderlands: terra di confini, di frontiere destinate sempre più a proliferare anche al suo interno.


Bibliografia

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Düvell F., La globalizzazione del controllo delle migrazioni, in S. Mezzadra (a cura di), I confini della libertà. Per un’analisi politica delle migrazioni contemporanee, Roma, Deriveapprodi, 2004.

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Tazzioli M. e Walters W., Migration, solidarity and the limits of Europe, Bristol University press, 2019.


1 Il concetto di «fonte indiretta di profitto» fa riferimento all’economia sommersa, ossia al lavoro in nero cui sono tipicamente destinati i migranti sulla base di un ricatto che li costringe all’accettazione di questa condizione in cambio della speranza di una prospettiva di vita futura migliore.

2 Si tratta di una delle missioni umanitarie italiane meglio riuscite, i cui obiettivi principali erano la salvaguardia delle vite in mare l’arresto degli scafisti. Inaugurata nell’ ottobre del 2013 dal governo Letta, dopo il naufragio di circa 400 migranti nei pressi dell’isola dei Conigli (Lampedusa), in un solo anno di operato Mare Nostrum riesce a mettere in salvo 156.362 rifugiati sulle coste Europee. La chiusura dell’operazione nel 2014 è motivata con la necessità di scoraggiare le partenze. Sarà gradualmente sostituita con operazioni capeggiate dall’agenzia europea Frontex (la prima fu Triton), cui scopo unico è proteggere le frontiere europee, militarizzandole.

Maria Mileo

Dottoressa in Teoria dei Diritti Umani presso l'Università per stranieri di Perugia, dove ha discusso una tesi dal titolo "Le (dis)avventure della solidarietà: Migrant Women Association Malta tra umanitarismo e neoliberismo".

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