31 Gen 2016

Sfruttamento, esclusione, speculazione: quale concetto-faglia per il conflitto politico contemporaneo?


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Iconocrazia 09/2016 - "Ritorno al conflitto" (Vol. 2), Saggi




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In un saggio pubblicato nel 2011 Umberto Eco raccontava il suo stupore di fronte alla domanda di un tassista newyorkese che, appena saputa la nazionalità del suo cliente, gli aveva chiesto quali fossero i nemici degli italiani. Partendo da questo suo stupore e cogliendosi impreparato nel rispondere, lo scrittore recentemente scomparso ricostruiva la vicenda di alcune avversioni (tra popoli, etnie, sessi, classi, gruppi religiosi etc.) verificatisi nel corso della storia che hanno lasciato traccia in opere letterarie, invettive, ballate etc. Come scriveva Eco “avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro”[1].

Con meno densità letteraria ma non privo di solidità concettuale, questo tema non è estraneo al dibattito della filosofia politica e delle scienze sociali. La trasformazione di un gruppo sociale in un soggetto storico è un processo complesso a cui queste discipline hanno dedicato grande attenzione (si pensi ad esempio alla distinzione tra classe in sé e classe per sé nella tradizione marxista). Tale processo comporta non solo l’individuazione degli elementi comuni al gruppo sociale ma soprattutto la definizione di un confine che lo divida e contrapponga a un’alterità. Henry Staten parla a riguardo di un “esterno costitutivo”[2] che, proprio in quanto rappresenta il polo esterno di una relazione nella quale è coinvolto un soggetto, contribuisce a tracciare i confini di tutto ciò che invece è interno ad esso. In questo senso possiamo spingerci oltre e parlare non solo di “esterno costitutivo” ma di un opposto costitutivo. A determinare tale relazione contribuiscono sia il contesto geopolitico e socio-economico sia l’eredità e l’iniziativa politico-culturale dei soggetti coinvolti. Tanto questa relazione quanto i soggetti stessi sono cioè storicamente determinati e la definizione del rapporto che tra essi intercorre attraverso un concetto-faglia che li unisce e contrappone è esito e posta in gioco del conflitto. Ciò che ci proponiamo in questo breve contributo è ripercorrere la storia di due concetti-faglia egemoni in Occidente a partire dal secondo dopoguerra – il concetto di sfruttamento e quello di esclusione – per poi avanzare l’ipotesi dell’emersione di un nuovo concetto-faglia dopo l’inizio della crisi finanziaria nel 2008.

 

Dallo sfruttamento all’esclusione

Boltanski e Chiapello nel loro monumentale studio sul nuovo spirito del capitalismo hanno individuato nel “concetto di sfruttamento”[3] la faglia attorno alla quale si sono mobilitate la più forti soggettività critiche del capitalismo in Francia nel corso degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Alla base di tale concetto vi è un’immagine “della società, secondo la quale essa è un insieme di gruppi socio-professionali nel quadro di uno Stato-nazione”[4]; la ragione dell’egemonia di tale concetto in quella fase storica è individuata dai sociologi francesi nella crescente industrializzazione che ha contribuito per un trentennio (e negli Stati Uniti ancor da prima) ad ingrossare le fila del lavoro salariato nei grandi stabilimenti industriali e nel fatto che quest’ultimo sia riuscito a organizzarsi ed essere protagonista della vicenda storica del Novecento. L’identità del movimento operaio si è infatti costruita attorno alla questione dello sfruttamento che esso subiva ad opera del capitale e le mobilitazioni che l’hanno visto protagonista, non solo in Francia, fino all’acme raggiunto negli anni Sessanta e Settanta, ruotavano attorno al tentativo di ridurre o abolire lo sfruttamento stesso: sono così interpretabili le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro, per l’aumento dei salari, la formalizzazione delle regole del mercato del lavoro, il riconoscimento di diritti e tutele etc. è all’interno di questo orizzonte teorico che il movimento operaio è stato senza dubbio il grande protagonista del Novecento[5].

Tale combinazione di fattori ha prodotto nelle società che ne sono state coinvolte una trasformazione i cui effetti non sono privi di ambivalenze. Ulrich Beck nel 1986, in un testo divenuto un classico della teoria sociale contemporanea, riassumeva le conseguenze di quel trentennio di benessere sociale coniando il concetto di “effetto ascensore”[6]: le disuguaglianze sociali permanevano seppure in un contesto di progressiva riduzione, ma tutte le classi sociali miglioravano le proprie condizioni di vita. La diagnosi che Beck compiva in maniera lungimirante nel 1986 era che tale processo favoriva un affrancamento dei soggetti dall’appartenenza alle molteplici forme di identità collettive. Egli coglieva tutta la contraddittorietà di questo processo che allo stesso tempo era il compimento di una progressiva emancipazione degli individui ma, indebolendo la “percettibilità sociale”[7] dell’appartenenza di questi alle classi sociali, li lasciava da soli a confrontarsi, privi di filtri collettivi, tanto con il mercato del lavoro quanto con quello del consumo. Se gli elementi di condivisione che le società industriali producevano erano legati a una condizione sociale all’interno della quale i soggetti lavoravano per soddisfare i propri bisogni primari, nelle società post-industriali la mobilità sociale collettiva, soprattutto nella generazione dei figli di quel benessere, aveva sollevato una componente consistente della società da tale incombenza, rendendo l’esperienza lavorativa foriera di soddisfazione di bisogni secondari (quali ad esempio l’auto-realizzazione) in una dimensione più individualistica.

È in questo contesto che occorre collocare la ristrutturazione del capitalismo cominciata negli anni Ottanta e l’eclissi del concetto-faglia di sfruttamento. Il benessere dei trent’anni gloriosi aveva cioè prodotto un desiderio di emancipazione individuale che si esprimeva in varie forme e il capitale, prendendo atto di questa radicale trasformazione degli orientamenti culturali e degli stili di vita, si attrezzava prima e meglio di altri per mettere a valore questa novità. Se sul piano culturale e dell’immaginario a partire dagli anni Ottanta si sono affermate ideologie riguardanti il lavoro che celebrano valori riconducibili ai singoli individui (creatività, capacità di leadership, merito, visionarietà etc.), sul piano del diritto del lavoro le riforme dei paesi occidentali sono stati accomunati da quella che Barbieri e Scherer hanno definito “deregolamentazione parziale e mirata”[8], volta cioè a creare nuove forme contrattuali che individualizzavano il rapporto di lavoro senza tuttavia modificare la legislazione del lavoro dipendente a tempo indeterminato (almeno fino ai tempi più recenti).

L’impatto che ciò ha avuto sulla stratificazione sociale dei paesi occidentali è stato imponente acuendo una doppia crisi: quella dei soggetti organizzati nati nel corso del Novecento per unire ed organizzare un corpo sociale omogeneo e quella delle scienze sociali che hanno dovuto coniare definizioni per descrivere il nuovo contesto. I paradigmi nati per raccogliere le molteplici e variegate nuove coorti del mercato del lavoro hanno non a caso fatto ricorso alla negazione delle coorti precedenti (ad esempio con i paradigmi del lavoro atipico o non-standard) o a fattori esogeni quali il principio ispiratore della riorganizzazione produttiva (con la definizione di lavoro flessibile) o alle conseguenze sociali prodotte da tale trasformazione laddove non è stata accompagnata da una contemporanea estensione del welfare e delle tutele (è il caso delle definizione di lavoro precario)[9]. In un saggio del 2005 Chiara Saraceno parlando del lavoro atipico evidenziava come “è difficile parlare della condizione” che lo riguarda “come caratterizzata da dimensioni […] sostanzialmente comuni”[10]. Allo stesso tempo quella che per lungo tempo era apparsa come una evidente controparte del lavoro salariato è diventata progressivamente meno visibile e riconoscibile: la trasformazione dell’organizzazione della produzione ha combinato allo stesso tempo processi di decentramento produttivo attraverso l’organizzazione reticolare delle imprese e processi di finanziarizzazione attraverso i quali i proprietari riacquisiscono il controllo delle stesse mantenendosi tuttavia organizzativamente, logisticamente e geograficamente lontani dai luoghi della produzione. Ciò ha cioè reso più complessa la possibilità di attribuirgli il ruolo di opposto costitutivo.

Il quadro socio-economico degli anni Ottanta non era privo di disuguaglianze e contraddizioni, ma esse erano meno tematizzabili con la categoria di sfruttamento: erano finiti gli anni della piena occupazione quale esito di un’industrializzazione crescente e la disoccupazione cominciava a divenire una componente strutturale delle società occidentali. Per chi era esterno alla cittadella del lavoro la nozione di sfruttamento era del tutto inadatta a descrivere la propria condizione e a tracciare un confine per leggerla politicamente. È in questo quadro che il concetto di “esclusione” è divenuto egemone nelle scienze sociali approdando nell’agenda politica. Attraverso di esso sono divenute visibili e presenti nel dibattito pubblico soggettività altrimenti invisibili: poveri, disoccupati, senza fissa dimora, migranti, abitanti delle periferie etc[11]. Boltanski e Chiapello, oltre agli elementi positivi di tale concetto ne evidenziano tuttavia anche alcuni limiti strutturali: l’esclusione, scrivono “non va a vantaggio di nessuno, cosicché nessuno può esserne considerato responsabile se non per negligenza o per errore”[12]; la categoria di esclusione cioè, nonostante l’evoluzione di cui è stata oggetto negli anni Novanta grazie all’attività dei gruppi di azione umanitaria, conserva un nucleo strutturalmente impolitico che, non permettendo di legare l’infelicità dei poveri alla felicità dei ricchi rischia di far ricadere la responsabilità di tale condizione sui singoli. Per tale ragione essi ritenevano nel 1999 che fosse necessario, a partire dalla nozione di esclusione, elaborare una teoria dello sfruttamento nel capitalismo delle reti. A nostro avviso il concetto di esclusione sconta rispetto a quello di sfruttamento un limite di carattere quantitativo, uno di natura gnoseologica ed infine uno di ordine tattico per i gruppi sociali subalterni. In primo luogo la contrapposizione delineata dal concetto di sfruttamento è una contrapposizione dei tanti sfruttati contro i pochi sfruttatori mentre quella delineata dal concetto di sfruttamento, malgrado a partire dagli anni Ottanta le tante condizioni di esclusioni siano state crescenti, è una contrapposizione tra tante minoranze (accomunate dalla sola condizione di essere escluse) contro una generica maggioranza a cui spesso finiscono per appellarsi e non contrapporsi. In secondo luogo se il concetto di sfruttamento – mettendo in questione il lavoro salariato e, attraverso esso, l’intero modo di produzione capitalistico – focalizza l’attenzione sull’intero funzionamento della società proponendone una trasformazione radicale, quello di esclusione non pone in questione l’insieme del modello sociale e del modo di produzione ma prevalentemente le sue conseguenze secondarie, cioè il non riuscire a includere determinate porzioni di società. Infine se il concetto di sfruttamento prepara il terreno a una critica sociale che invochi una trasformazione radicale dello stato di cose presenti, il concetto di esclusione rischia di chiamare in causa un’integrazione all’interno dell’ordine sociale esistente di quanti ne sono esclusi.

Tracciando un bilancio di questi due concetti-faglia possiamo dire che se il concetto di sfruttamento era immediatamente politico ed è stato reso inefficace dalle trasformazioni socio-culturali giunte a maturazione negli anni Ottanta, il concetto di esclusione permette di cogliere talune rilevanti novità conservando tuttavia un nucleo impolitico e approdando a prospettive riformistiche (prive, per altro, della forza e della soggettività necessarie per imporsi).

 

Verso un nuovo concetto-faglia?

L’egemonia di questi concetti-faglia appartiene tuttavia al nostro passato perché il fallimento della Lehman brothers e il conseguente avvio di una crisi economica nel settembre 2008 hanno sancito la fine della fase storica che ne ha permesso l’affermazione. La crescita del potere del mondo finanziario, soprattutto nelle entità che sono emerse nei giorni della crisi, non è un fenomeno capace di prodursi in poco tempo: le tante genealogie che le scienze sociali ed economiche hanno prodotto dopo il 2008 hanno mostrato non solo che la revanche dei proprietari delle imprese e dei capitali sia partita negli anni Settanta, ma anche che le basi teoriche affinché essa si realizzasse siano state elaborate già all’apice del New Deal. Talvolta questo processo, che verrà successivamente chiamato finanziarizzazione, ha fatto la sua comparsa nel dibattito scientifico[13] e persino in prodotti dell’industria culturale di massa[14]. Eppure, malgrado tutto ciò, la crisi ha avuto l’effetto di uno shock non solo perché metteva a rischio risparmi e occupazione ma soprattutto perché l’immediatezza di tale pericolo svelava la geografia del nuovo potere economico: la riunione del 14 settembre 2008 in cui l’allora Segretario del Tesoro americano Henry Paulson radunò i vertici dei principali istituti di credito statunitensi, insieme a tutte le autorità di vigilanza, per decidere del destino della Lehman brothers, materializzò in una sola stanza una parte rilevante di un potere economico globale fino ad allora rimasto ai margini del dibattito pubblico[15], facendo diventare di pubblico interesse il funzionamento del sistema economico e le sue contraddizioni.

Dal 2008 in poi le scienze sociali ed economiche hanno con grande prolificità (e, soprattutto in Italia, con grande ritardo) affrontato e ricostruito il processo di finanziarizzazione, le conseguenze che esso ha prodotto sulla sovranità degli stati nazionali, sul tessuto produttivo, l’intenzionalità con la quale le élites-economico finanziarie l’hanno imposto in un costante lavoro politico a partire dalla metà degli anni Settanta. Luciano Gallino, che ha offerto a questo dibattito un contributo fondamentale[16], nel 2009 constatava la grande prolificità di studi sulla composizione di classe del rinnovato mercato del lavoro e la latitanza di questi ultimi invece sui nuovi padroni del vapore. Nel tentativo di porre rimedio a questa mancanza egli definiva, riprendendo un concetto di Leslie Sklair[17], la classe dominante “classe capitalistica transnazionale”, sostenendo che era possibile ricostruirne il collante ideologico, le strategie politiche, i luoghi di incontro e finanche una composizione tecnica[18].

Il vertice del potere economico-finanziario globale, per il lungo periodo durante il quale trasformava la struttura socio-economica in Occidente e non solo, restava cioè nell’ombra non diventando un opposto costitutivo e non dando così luogo a processi di soggettivazione nel campo dell’umanità oggetto del suo operato[19]. Il fallimento della Lehman Brothers e la conseguente crisi finanziaria, economica e fiscale hanno invece reso visibile l’operato di tale classe proponendo un potenziale opposto costitutivo all’opinione pubblica e ai gruppi sociali che vedevano i propri risparmi, la propria occupazione e la propria condizione sociale messa in pericolo.

Il movimento Occupy Wall Street, nato a New York nel Settembre 2011 ha non a caso scelto quale slogan “we are the 99%”, alludendo al fatto che gli interessi del 99% dell’umanità fossero ostaggio delle pratiche e del potere del restante 1%, cioè della “classe capitalistica transnazionale”. Tuttavia l’operato di quest’ultima non è comprensibile attraverso nessuno dei due concetti-faglia precedentemente analizzati: tanto lo sfruttamento quanto l’esclusione infatti spiegano solo parzialmente e indirettamente la relazione tra la classe capitalistica transnazionale e gli altri gruppi sociali; quel fantomatico 1% sfrutta ed esclude infatti in quanto specula sulle attività economiche, sui bilanci degli stati, sui risparmi delle persone etc. Ai due concetti-faglia che abbiamo precedentemente evocato, a nostro avviso, se ne aggiunge cioè un terzo che è quello della speculazione. I tre punti di debolezza che abbiamo indicato nel concetto di esclusione diventano nel concetto di speculazione punti di forza: sotto un punto di vista quantitativo il conflitto aperto dal concetto-faglia speculazione è nuovamente un conflitto dei molti contro i pochi, del 99% contro la classe capitalistica transnazionale; sotto un punto di vista gnoseologico esso ha il merito di porre come problematica la dinamica centrale all’interno del funzionamento del nuovo sistema economico-sociale, ponendo cioè le premesse per una soggettivazione profondamente politica; infine, proprio in virtù di quest’ultimo elemento, il limite tattico del concetto di esclusione (che apriva lo spazio a rivendicazioni di integrazione all’interno dell’ordine esistente) diventa punto di forza strategico, aprendo cioè la strada a rivendicazioni di trasformazione radicale dello stato di cose presenti (in un mondo governato dalla speculazione la sfida per il 99% non è quella di partecipare alla speculazione ma di ridurla o abolirla).

Allo stesso tempo tuttavia non mancano all’interno di questo concetto-faglia taluni elementi problematici che possono aprire la strada a processi di soggettivazione tutt’altro che progressivi e universalistici. Evidenziamo i due punti che a noi sembrano più significativi:

– porre come tema la speculazione rischia di sollecitare come risposta un’alleanza interclassista dei produttori contro gli speculatori, all’interno di un discorso che propone l’immagine di un capitalismo buono: quello che sfrutta ma non specula; tale immagine, ci suggerisce la sociologia economica contemporanea, parte da un presupposto del tutto falso, quello cioè di un sistema produttivo estraneo ai processi di finanziarizzazione e danneggiato da essi[20];

– la costruzione di un nemico così lontano sia socialmente che geograficamente, assente nella quotidianità delle persone che vivono per lavorare o cercano lavoro, rischia di produrre un’immagine irenica tanto delle comunità locali quanto delle comunità nazionali, soprattutto in paesi come l’Italia che si percepiscono interamente estranei alle dinamiche di finanziarizzazione; se la faglia non attraversa la quotidianità e la società in cui viviamo essa può finire per essere tracciata in corrispondenza o al di là dei confini nazionali, aprendo le strade per nuove forme di nazionalismi.

 

Conclusioni

Malgrado queste le criticità, a nostro avviso quello della speculazione è l’unico concetto-faglia attualmente capace di mettere in questione il funzionamento del sistema economico-finanziario, la distribuzione delle risorse e i rapporti di forza.

C’è tuttavia, a nostro avviso, un antidoto a disposizione dei soggetti subalterni che intendono evitare di scontrarsi con le due derive a cui possono condurre le contraddizioni che abbiamo indicato. Speculazione non è sinonimo di sfruttamento ma i due paradigmi sono strettamente imparentati nel capitalismo finanziario. La finanziarizzazione funziona infatti come un acceleratore di una competizione generalizzata, sostenibile per le imprese solo accrescendo lo sfruttamento del lavoro, sia quello legale (favorito dalle recenti riforme del diritto del lavoro, dalla riduzione dei salari, dal ricorso crescente al lavoro gratuito), sia quello favorito dalla sharing economy (che scarica ogni tipo di rischio d’impresa sui contractors), dalle esternalizzazioni (che hanno trasformato lavoratori salariati in partite iva che si fanno carico del rischio d’impresa a fronte di livelli di reddito non dissimili da quelli del lavoro salariato e in alcuni casi anche più bassi), sia quello illegale (che ad esempio si verifica in maniera sempre più feroce nelle campagne del Sud Italia con il fenomeno del caporalato).

Il concetto di sfruttamento, se declinato non in senso classico (cioè con esclusivo riferimento al lavoro salariato) ma con uno sguardo alle nuove forme di sfruttamento cui abbiamo fatto solo parzialmente riferimento, permette di declinare ipotesi di alleanze (ad esempio con le componenti più povere del lavoro autonomo, con la piccola impresa innovativa o quella a conduzione familiare etc.) su un terreno sul quale le molteplici soggettività del lavoro possono risultare egemoni.

Questo matrimonio tra speculazione e sfruttamento come concetti-faglia in grado di leggere le contraddizioni delle società contemporanee e attivare processi di soggettivazione e acquisizione di consenso non è a nostro avviso, in questa fase, una sola opzione teorica ma un’ipotesi che, in forme diverse, attraversa esperienze politiche presenti nello spazio pubblico in alcuni paesi.

ND

Fig. 1 – Manifestazione presso Place de la Republique, 15 maggio 2016, immagine tratta dal settimanale Le Point (http://www.lepoint.fr/societe/nuit-debout-appelle-a-une-campagne-internationale-contre-les-marques-qui-se-comportent-mal-15-05-2016-2039526_23.php

L’esperienza greca di Syriza, che dopo la sconfitta nelle negoziazioni del debito appare ricacciata in una marginalità ineffettuale, è stata costruita attorno a un contrasto alle politiche di austerity (cioè a una forma specifica di speculazione) e al conflitto con i suoi sostenitori (in primis la Troika) senza che tuttavia ciò venisse associato a un conflitto tra popoli portatori di interessi contrapposti. L’immagine della contrapposizione tra la classe capitalistica transnazionale e il 99%, mentre scriviamo, è inoltre rievocata in contesti profondamente diversi tra loro: in Francia nella mobilitazione contro la Loi Travail (contro una riforma del diritto del lavoro che accresce i livelli di sfruttamento) e negli Stati Uniti nella campagne per le primarie del candidato democratico Bernie Sanders che ha rifiutato i finanziamenti dei grandi gruppi finanziari facendo forza prevalentemente su quelli delle organizzazioni sindacali e che declina la sua polemica contro Wall Street in ipotesi di governo del più ricco paese del mondo. Queste opzioni che citiamo in conclusione sono, evidentemente, molto diverse tra loro e non rappresentano che alcune tra le ipotesi possibili di questa combinazione tra lotta alla speculazione e lotta allo sfruttamento. Nel frattempo, tuttavia, continuano ad acquisire terreno ovunque forze politiche che declinano la rabbia sociale per gli effetti della speculazione in chiave reazionaria e nazionalistica, eludendo la questione dello sfruttamento, costruendo muri ai confini dei paesi che governano o promettendo di farlo quando arriveranno al governo.

 

 

Bibliografia

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Staten H., Wittgenstein and Derridda, Basil Blckwell, Oxford

 

 

 

[1]    U. Eco, Costruire il nemico, Bompiani, Milano 2011, p. 9.

[2]    H. Staten, Wittgenstein and Derridda, Basil Blckwell, Oxford 1985.

[3]    L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano 2014 (ed. or. Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris 1999), p. 400.

[4]    Ivi, p. 359.

[5]    Il sociologo Aris Accornero ha definito il XX secolo “secolo del Lavoro”, intendendo con tale definizione indicare sia la progressiva crescita quantitativa e di omogeneità del lavoro salariato nei grandi insediamenti industriali, sia il protagonismo e le conquiste del movimento operaio e delle sue organizzazioni; A. Accornero, Era il secolo del lavoro, Il Mulino, Bologna 2007.

[6]    U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000 (ed. or. Risikogesellschaft – Auf dem Weg in eine andere Moderne, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1986), p. 119.

[7]    Ivi, p. 135.

[8]    P. Barbieri, S. Scherer, Labour Market Flexibilization and its Consequences in Italy, European Sociological Review, 2009, 25, 677-92, p. 677, DOI: 10.1093/esr/jcp009.

[9]    Quest’ultima definizione è l’unica, tra le quattro citate, che ha prodotto una soggettivazione sociale e politica, facendolo tuttavia su un terreno che si presta alla contrapposizione non tra sfruttatori e sfruttati ma tra sfruttati di serie a e sfruttati di serie b. In Italia le recenti riforme del diritto del lavoro sono state descritte e legittimate nello spazio pubblico dai governi che le hanno proposte come un tentativo di porre rimedio alle disuguaglianze tra padri e figli (nel caso ad esempio del tentativo di abolizione dell’articolo 18 operato dal governo Berlusconi nel 2002) o tra garantiti e non garantiti (nel caso del recente Jobs act).

[10] C. Saraceno, Le differenze che contano tra i lavoratori atipici, Sociologia del lavoro, 2005, 97, 13-24, p. 15.

[11] Scrivono Boltanski e Chiapello “La costruzione della nozione di esclusione ha permesso anche a coloro che occupano i gradini più bassi della scala sociale di trovare nuovamente spazio nella rappresentazione della società fornita da giornalisti, scrittori,cineasti, sociologi, analisti ecc.”, Il nuovo spirito, cit., pp. 403-4.

[12] Ivi, p. 409.

[13] Su tutti merita una menzione il testo di Luciano Gallino L’impresa irresponsabile (Einaudi, Torino 2005) in cui il sociologo torinese parlava della transizione da un “capitalismo manageriale produttivista” a un “capitalismo manageriale azionario”.

[14] È ad esempio del 1990 il film di Garry Marshall Pretty woman, diventato celebre perché narra la vicenda sentimentale tra una prostituta interpretata da Julia Roberts e un ricco broker finanziario interpretato da Richard Gere. Quest’ultimo è il figlio di ricco industriale in conflitto con il padre, diventato uno spregiudicato operatore finanziario specializzato nel rilevare società in crisi per spacchettarle e rivenderle a pezzi ricavandone il massimo del guadagno possibile a scapito di tutti gli stakeholders coinvolti. Nella transizione generazionale tra padre e figlio è possibile leggere una transizione tra due modelli di capitalismo; inoltre è interessante un ulteriore dettaglio narrativo: la prima impresa a venire acquistata e spacchettata dal personaggio interpretato da Richard Gere è proprio quella paterna inscenando così l’epilogo di un conflitto edipico nell’ambito privato e di un processo economico sul piano pubblico (che più tardi verrà chiamato finanziarizzazione).

[15] La vicenda di quella riunione è stata narrata in un libro (Cresus, Senza fondo: confessioni di un banchiere corrotto, Rizzoli, Milano 2009) ed in un film del 2009 di Curtis Hanson dal titolo Too big to fail.

[16] Ci riferiamo alla trilogia di opere pubblicate dopo il 2008: Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia (Einaudi, Torino 2010) nel quale ricostruisce la crisi e le sue cause,  Finanzcapitalismo, La civiltà del denaro in crisi (Einaudi, Torino 2011) dove analizza il funzionamento del sistema economico-finanziario globale e ripercorre retrospettivamente la vicenda storica che ha portato alla sua affermazione ed infine il libro intervista con Paola Borgna La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, Roma-Bari 2012).

[17] L. Sklair, The transnational capitalist class, Wiley-Blackwell Publishing, Oxford 2001.

[18] Nel 2009, sostiene Gallino, essa era composta da circa 10.000 persone in tutto il mondo: esponenti del capitalismo familiare, alti dirigenti assunti dagli azionisti per governare le maggiori corporations, consiglieri e dirigenti degli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi d’investimento e fondi pensione) e, infine, i cosiddetti “individui ad alto valore netto”, quelli cioè che pur non appartenendo a nessuna delle tre precedenti categorie detengono un patrimonio superiore al milione di dollari a testa in attivi finanziari; cfr. cit. L. Gallino, Con i soldi degli altri, pp. 123-140.

[19] Citiamo a riguardo due opere che ricostruiscono questa trasformazione: D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano 2007 (ed. or. A Brief History of Neoliberalism, Oxford Univeristy Press, New York 2005); I. Masulli, Chi ha cambiato il mondo?, Laterza, Roma-Bari 2014.

[20] Da tale fenomeno non è escluso neanche il capitalismo italiano, nonostante la vulgata che lo vorrebbe ancorato a una dimensione familiare e quindi a riparo dalle derive finanziarie; uno studio di Angelo Salento e Giovanni Masino (La fabbrica della crisi. Finanziarizzazione delle imprese e declino del lavoro, Carocci, Roma 2013) dimostra attraverso un’approfondita ricerca qualitativa come ciò sia del tutto falso.

Alfredo Ferrara

Istituto Italiano per gli Studi Storici - Napoli

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