1 dicembre 2015

Nemico pubblico, nemico privato. Il caso del riconoscimento fotografico


di

Iconocrazia 08/2015 - "Ritorno al conflitto" (vol. 1), Saggi




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Dal nemico pubblico alla governamentalità

Per Carl Schmitt la contrapposizione tra Amico e nemico è il fondamento del concetto di politico. La politica, in altri termini, si palesa soprattutto quando una decisione sovrana fonda una contrapposizione radicale tra un NOI e un LORO in una chiave decisamente bellica.

Proprio per questo il nemico schmittiano è necessariamente un “nemico pubblico” (hostis), che egli contrappone al “nemico privato”, il semplice competitor (inimicus), che di per sé, quest’ultimo, non è in grado di produrre la contrapposizione politica, di scatenare lo stato di eccezione.

Tuttavia, nell’ultima parte della propria vita produttiva, Carl Schmitt ritorna su questa contrapposizione e la ripensa profondamente. Nella “Teoria del partigiano”, in particolare, egli adombra che vi possa essere un nemico privato capace di generare uno stato di eccezione. Può non essere necessaria, cioè, una guerra contro un nemico esterno per ridefinire lo spazio della sovranità politica, ma esso può ribadirsi a partire da un movimento tutto interno ad un’unica sovranità.

Il motivo è evidente: con la guerra fredda, va congelandosi anche la possibilità di un conflitto aperto, classico, tradizionale e si impone, di contro, la necessità di produrre conflitti “latenti”, che non comportino, cioè, l’annientamento vicendevole degli avversari. In questo teatro di conflitti locali e, per così dire, “interstiziali”, è facile che la sovranità debba muoversi dentro un orizzonte che la costringe a condurre una guerra contro un nemico sfuggente, fungibile, che si muove all’interno di un quadro normativo regolare e non eccezionale e che talvolta si rifugia proprio dietro questa cortina di diritto per sovvertire l’ordine delle cose. Per questo, dal punto di vista di Schmitt, nelle società neutralizzate il nemico privato può trasformarsi in nemico pubblico.

Al di là delle rigidità della dottrina schmittiana, che il confine non fosse così netto era una sensazione diffusa già dalla nascita della società borghese. Se il diktat attorno cui si avvita la parabola dello stato borghese, facendo tesoro dell’insegnamento foucaultiano, è racchiuso nella massima il faut defendre la société, bisogna riconoscere che questo appello contiene in sé una serie di applicazioni.

La prima di esse è la giustificazione della politica in senso schmittiano. Il pactum societatis di Hobbes si fonda unicamente sullo scambio tra protezione e obbedienza, la difesa della società in cambio dell’esercizio pressoché incondizionato del potere politico. Questo, genealogicamente, vale in prima battuta nei confronti dei nemici esterni, il nemico politico di cui parla Schmitt.

La seconda applicazione si dirige verso i nemici politici interni, quelli che potrebbero mettere a repentaglio la coesione del corpo politico. Ricordiamo che per il sovrano (soprattutto per quello hobbesiano) la guerra civile rappresenta il peggiore dei mali possibili per una sovranità nazionale, dunque scongiurare questa eventualità sembra essere necessario per la salvezza dello Stato.

Infine, vi è un’altra applicazione surrettizia. La questione della coesione sociale e politica di uno stato non è solo una questione di polizia, ma c’è dell’altro. Infatti, non è dato alcuno stato che possa durare senza il consenso dei cittadini, improntato cioè al mero esercizio del potere come estorsione del consenso. Il controllo sociale dunque, necessario alla difesa ed alla rassicurazione della società, può essere esercitato solo a patto che esso divenga più raffinato, che disciplini senza esercitare violenza. Tutto questo è stato definito da Foucault governamentalità (gouvernementalité). La governamentalità viene esercitata dallo Stato moderno attraverso una serie di tecniche di governo, delle quali la più interessante – dal nostro punto di vista – risultano essere le tecniche del sé, “che permettono agli individui di effettuare, soli o con l’aiuto di altri, un certo numero di operazioni sul loro corpo e la loro anima, i loro pensieri, le loro condotte, il loro modo d’essere; di trasformarsi al fine di ottenere un certo stato di benessere, di purezza, di saggezza, di perfezione o di immortalità.” (Foucault 2005, p.1604). Insomma, lo stato, attraverso le tecniche governamentali, riesce a convincere i cittadini a tenere una condotta disciplinata, cioè orientata a seguire le regole. E’ chiaro, dunque, che la disciplina diventa questione cruciale per il potere politico che vuole difendere la società. E’ altrettanto chiaro che chiunque contravvenga alle regole, chiunque risulti indisciplinato, non sta solo facendo male a sé stesso, ma, contemporaneamente, sta producendo un danno allo stato, inteso come spazio entro il quale quella disciplina risulta necessaria alla sopravvivenza. Per questa via, dunque, il nemico privato – colui che si comporta in maniera s-regolata, in-disciplinata – si trasforma in un nemico pubblico, perché mette a repentaglio le solide basi su cui è edificata la convivenza civile.

Ecco, che il passaggio è compiuto e il nemico è smascherato. Da questo momento chiunque non si comporti in modo disciplinato (da gorilla ammaestrato direbbe il Gramsci del Quaderno XXII) attenta alla salute pubblica, che riposa sulla morale borghese, dunque la società deve essere difesa da questo nemico subdolo perché interno.

Ma prima di tutto, il nemico si deve poter identificare, riconoscere.

 

Rappresentazione dell’indisciplina come tecnica governamentale: il caso della fotografia

“Tutti sono d’accordo, […] nel considerare Alphonse Bertillon capo del servizio d’identificazione della Prefettura di polizia di Parigi, colui che per primo ha formulato una teoria scientifica generale per la descrizione esatta dei malfattori […] , la loro classificazione e il loro riconoscimento.” (Gilardi 2003, p.53).

Così esordisce Ando Gilardi in un capitolo di un suo libro dedicato a questo apparentemente insignificante travet del sistema di polizia francese, che per primo cerca di dare una veste scientifica – dunque neutrale, asettica – ad un’operazione di vero e proprio controllo sociale capillare. Questa operazione, che oggi consideriamo scontata, nella seconda metà dell’Ottocento, periodo in cui opera Bertillon, si presentava come un’operazione estremamente innovativa e non priva di autentiche difficoltà tecniche. La principale consisteva nel fatto che le tecniche fotografiche dell’epoca richiedevano lunghi tempi di posa e focale piuttosto ridotta, il che significava che un criminale – di per sé non molto propenso a concedere alla polizia gli strumenti per la propria incriminazione – potesse vanificare l’intero processo con semplici smorfie o movimenti al momento opportuno. Dopo aver scartato metodi surrettizi (camice di contenzione, cloroformio, etc.) per tener fermo il reo, che presentavano lo stesso problema di invalidare la “scientificità” del procedimento, siarrivò alla conclusione più ovvia, che è anche ciò che ci interessa in questa breve narrazione. Bertillon e la polizia di tutto il mondo si rese conto che bisognava ottenere la collaborazione del soggetto per validare definitivamente la procedura.

“Umberto Ellero [direttore della Scuola di Polizia Scientifica di Roma ai primi del Novecento, n.d.a.] forse ancor meglio di Adolphe Bertillon, ammaestra, nel suo trattato, alla conquista della simpatia del paziente, che poi corrisponde alla registrazione in effige della «giusta», della «vera», della «tipica» espressione di un volto”. (Gilardi 2003, p.55) Ancora Gilardi, dunque, ci suggerisce che il disciplinamento del reo è la vera chiave di lettura del successo della schedatura scientifica dei criminali, ma, in sostanza, del controllo sociale capillare. Ma la disciplina si ottiene attraverso l’erogazione di una contropartita: la difesa della società, concetto attraverso il quale il nuovo patto sociale tra potere e obbedienza viene stipulato.

Un trattatista ottocentesco, il Brogi, scrive a proposito del ritratto fotografico di massa (vero e proprio antesignano della moderna Carta d’Identità) che “fra i servigi utili che rende il Ritratto fotografico bisogna annoverare quello sovrano per la facile identificazione delle persone. In questa parte si può dire sia pervenuto ad una necessità sociale, tanti sono gli usi a cui corrisponde. Il viaggiare in ferrovia con riduzione di prezzo, il valersi dei biglietti postali di riconoscimento e tante altre agevolezze, si ottengono mercé l’esibizione del ritratto in fotografia. Il Ritratto fotografico è anche un mezzo di tutela della società civile contro gli individui pericolosi, poiché si può formare il loro censimento grafico, e la loro fisionomia riprodotta in molte copie, può essere segnalata quando si renda necessaria la cattura.” (Brogi 1896)

Dunque è per difendere la società che il riconoscimento criminale impone il ‘disciplinamento fotografico’, sia delle vittime che dei carnefici. L’apoteosi di questo approccio poliziesco si raggiunge negli Stati Uniti d’America, con i manifesti di ricerca nella tristemente nota lista dei ricercati più pericolosi. L’espressione nemico pubblico numero uno testimonia dell’uso traslato che viene fatto – e della conseguente raffigurazione mass-mediologica – del concetto di nemico, dal terreno privato a quello pubblico.

Dillinger

Fig. 1 – Manifesto di ricerca (con relativa taglia) riguardante il nemico pubblico n.1 John Dillinger. E’ da notare l’uso sapiente della fotografia criminale.

Come annota ancora Gilardi, “i laboratori impiantati in tutte le Questure e “stazioni più importanti dei carabinieri al principio del secolo, ed ai quali sono addetti operatori militari, lavorano più per la persecuzione dei crimitali politici che di quelli comuni.” (Gilardi 2000, p.237)

Bollettino delle ricerche

Fig. 2 – Esempio di uso di foto segnaletica a fini politici. Il Bollettino delle Ricerche del periodo fascista

La dislocazione dell’inimicizia sul terreno politico, soprattutto in relazione alle pratiche dei casellari giudiziali, conosce la sua apoteosi durante le guerre civili o durante i totalitarismi novecenteschi.

I volti e le annotazioni delle schede criminali di alcuni esponenti della rivoluzione russa sono estremamente esemplificativi di questa pratica.

Fig. 3- Scheda segnaletica della polizia zarista riguardante Vladimir Il'ič Ul'janov (Lenin)

Fig. 3- Scheda segnaletica della polizia zarista riguardante Vladimir Il’ič Ul’janov (Lenin)

Fig. 4- Scheda segnaletica della polizia zarista riguardante Iosif Vissarionovič Džugašvili (Stalin)

Fig. 4- Scheda segnaletica della polizia zarista riguardante Iosif Vissarionovič Džugašvili (Stalin)

Non meno evidente è il trattamento di alcuni oppositori politici italiani durante il fascismo.

Antonio Gramsci 01

Fig. 5 – Schede della polizia fascista riguardanti Antonio Gramsci

Antonio Gramsci 02

Fig. 6 – Schede della polizia fascista riguardanti Antonio Gramsci

Fig. 7 Scheda della polizia fascista riguardante Palmiro Togliatti

Fig. 7
Scheda della polizia fascista riguardante Palmiro Togliatti

Queste pratiche di schedatura investono, nell’attuale realtà post-politica, una dimensione straordinariamente amplificata. Non è solo l’immagine fotografica a produrre disciplinamento, ma l’intero apparato informatico a disposizione, arricchito dalle potenzialità che il web 2.0 produce. Potenzialmente, oramai, siamo tutti nemici e la dimensione della tutela della privatezza (privacy) decade nel momento in cui una moderna ‘ragion di stato’ decide di rubricare la minaccia che sempre costituiamo per la sovranità, sotto la categoria del nemico pubblico. In questo stesso momento il dispositivo del conflitto non può esimersi dal colpire ed il fine è sempre lo stesso: il faut defendre la société.

 

Bibliografia

Brogi C., Il ritratto in fotografia, Stab. Brogi, Firenze 1896

Foucault M., Sécurité, territoire, population. Cours au Collège de France, 1977-78, Gallimard-Seuil, Paris 2004; tr. it. Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano 2005

Gilardi A., Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria, Bruno Mondadori, Milano 2003

Gilardi A., Storia sociale della fotografia, Bruno Mondadori, Milano 2000

Schmitt C., Die Begriff des Politishen, (1032); tr. it. Il concetto di politico, in Schmitt C., Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 2014

Giuseppe Cascione

Professore Associato di Filosofia Politica Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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