11 novembre 2016

Monumenti di carta: storia, retorica ed epica nella descrizione della riconquista di Otranto (1480-81)




Iconocrazia 10/2016 - "Arts & Politics. Rhetorical Quests in Cultural Imaging", Saggi




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Quasi in conclusione de L’ora di tutti, il romanzo edito nel 1962 che racconta le vicende della guerra di Otranto del 1480-81, Maria Corti affida al personaggio di Giovanni Francesco Caracciolo, intellettuale e funzionario dei re d’Aragona, inviato a Otranto dopo la riconquista, una delle considerazioni più importanti sul rapporto tra mito e storia: il nuovo arcivescovo di Otranto, che aveva preso il posto del vescovo Pendinelli, ucciso con ancora i paramenti sacri indosso in cattedrale dai Turchi quando vi avevano fatto irruzione, ricorda la grandezza dei martiri per la fede, andati, a suo dire, alla morte cantando le lodi di Dio, mentre eventi straordinari avvenivano in città, come un’immagine della Madonna che per miracolo si staccava dalla parete delle cattedrale e volava in cielo per non essere profanata o ancora il primo martire, Primaldo, che decapitato restava in piedi fino alla decapitazione dell’ultimo dei martiri, i cui corpi poi, abbandonati sul colle della Minerva, poco fuori la città, non subirono la corruzione, emettendo lumi e bagliori. Si tratta in effetti di eventi straordinari di cui sono piene le cronache e le storie su Otranto, ma che erano rimasti sullo sfondo di un romanzo storico, che aveva preferito non indulgere al mito. Caracciolo a quel punto ricorda che quegli eventi di cui aveva parlato l’arcivescovo, fra Serafino, non erano provati e che «il maggior pericolo che potesse capitare alle azioni grandi della storia era che uomini come fra Serafino cominciassero ad amarle»[1]. E le vicende di Otranto sono state molto amate, specie quando la storia della conquista turca di Otranto, nel corso del XVI secolo, diventò quasi prefazione al racconto delle guerre di religione che avrebbero percorso il Mediterraneo e che sarebbero culminate nella battaglia di Lepanto del 1571.

In verità le vicende otrantine nascevano in un ben diverso contesto storico, in cui lo scontro tra Oriente e Occidente, che aveva visto la conquista di Costantinopoli da parte dell’impero Ottomano nel 1453, era avvertito come un pericolo imminente da parte anzitutto delle popolazioni costiere dell’Adriatico e del Mezzogiorno, ma in cui anche le guerre d’Italia, lo scontro sempre aperto tra gli Stati italiani recitavano una loro significativa parte.

Il problema dell’interpretazione storiografica dei fatti avvenuti ad Otranto, tra il 1480 e il 1481, ha attraversato i secoli ed è giunto a noi ricco di una enorme bibliografia[2]. La vicenda in sé è nota: alla fine di luglio del 1480 la flotta turca, comandata da Gedik Ahmet Pascià, si presentò difronte al porto pugliese di Otranto, che era nel territorio del regno di Napoli, allora dominato dagli Aragona, dinastia spagnola trasferitasi in Italia meridionale alla metà del XV secolo. Dopo due settimane di assedio, l’esercito turco riuscì ad entrare in città, sottoponendola a saccheggio e passando per le armi 800 degli uomini che avevano opposto resistenza e avevano rifiutato ogni forma di sottomissione all’invasore. L’impressione in Italia fu enorme, perché si temeva che la battaglia di Otranto fosse solo il primo atto di un’invasione della penisola, in analogia con quanto era avvenuto nel 1453 a Costantinopoli.

In verità le numerose fonti coeve, perlopiù relazioni di diplomatici, ambasciatori dei vari stati italiani, tendono a descrivere una realtà in parte diversa, in cui l’impero ottomano è uno degli attori delle guerre che in Italia si combattevano in quegli anni. Sia sufficiente qui riportare, come esempio, quanto di Otranto scrisse nel 1525 Niccolò Machiavelli nelle Istorie fiorentine, che legge la vicenda tanto alla luce della politica di espansione dell’impero turco, quanto alla luce delle lotte interne tra gli stati italiani. In quegli anni il regno di Napoli stava conducendo una campagna militare in Toscana con l’appoggio del papato, contro Lorenzo il Magnifico, appoggiato invece dalla Repubblica di Venezia. Lorenzo tentò, con successo, la via della riconciliazione con i re aragonesi di Napoli, suscitando però molte preoccupazioni, tanto tra i veneziani, quanto a Roma, al punto che viene ricordato, nelle legazioni estensi da Roma, come l’ambasciatore veneziano avesse detto che «tuta Italia ha ad essere obbligata al Turco, perché sel non avesse dato impazo a questo Re, sua maestà seria signore de Sene e intendeva de farse Re de Italia»[3]. Quando i Turchi sbarcano ad Otranto, l’esercito napoletano, comandato dal principe (e futuro re) Alfonso d’Aragona è ancora a Siena, minacciosamente vicino a Firenze. L’assedio prima e la conquista di Otranto poi costrinsero l’esercito di Napoli a rientrare precipitosamente in Puglia e lasciare la Toscana, al punto che si diffuse l’idea, suffragata da qualche fatto concreto, che fossero stati i Veneziani, che avevano raggiunto un accordo di pace con i Turchi qualche mese prima, a favorire l’arrivo della flotta ottomana in Puglia e addirittura a sostenerla. Questo il quadro politico, per sommi capi.

Mi interessa qui la rappresentazione di due ben distinti episodi di quella guerra, che però fanno comprendere bene, anche tramite le immagini che li hanno ritratti, il senso che questo episodio ha assunto col passare degli anni.

È noto che circa 800 otrantini, al termine dell’assedio della città, durato circa due settimane, furono condotti presso il colle della Minerva, vicino Otranto, e qui decapitati. Si trattava di coloro che non si erano sottomessi al potere turco, si trattava di coloro che avevano resistito fino all’ultimo momento, di coloro che non erano stati in grado di ripagarsi la libertà e che i turchi avevano deciso di non fare schiavi, di coloro che, forse, non si erano convertiti all’Islam. Di fatto però i Turchi avevano a Otranto esercitato il proprio diritto di rapina, sancito dall’uso bellico.

L’iconografia dei martiri otrantini, però, riporta quasi sempre la scena del martirio, con i martiri cristiani, nudi, tra cui spicca un uomo che, decapitato, resta in piedi [Fig. 1].

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Fig. 1. Martiri d’Otranto, Chiesa di Santa Caterina a Formiello, Napoli

Si tratta di un’iconografia che si ripete anche nei “santini” e nelle icone moderne [Figg. 2-3] e che risponde ad un’immagine del mito di Otranto che ha però una data di nascita che deve essere posta qualche decennio dopo gli avvenimenti.

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Fig. 2. Moderna icona dei martiri di Otranto

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Fig. 3. Santino dei martiri di Otranto

La leggenda vuole che, infatti, il primo ad essere decapitato fosse tale Grimaldo o Primaldo, il cui corpo, privo di testa, sarebbe rimasto in piedi fino al momento in cui cadde l’ultima testa dei martiri otrantini, un miracolo, dunque, che a dire il vero non era nuovo nell’agiografia, come vedremo.

Il problema è vedere quando questa vicenda inizia ad essere raccontata in questi termini. Dobbiamo qui rifarci agli studi di Houben[4] e alla grande bibliografia prodotta su Otranto, anche negli ultimi anni, premettendo che, ai fini del discorso che stiamo facendo, non ci interessa il dettaglio e la raffinatezza di datazioni precisissime, ma almeno una datazione che grosso modo ci indichi la fase in cui certe opere, riportanti certe notizie, sono nate.

Dobbiamo dire, in premessa, che la notizia di una terribile strage perpetrata dai turchi è già nelle cronache più antiche e nei dispacci e nelle relazioni che giungono, da messi e ambasciatori, alle principali corti d’Italia.

Nella più precoce testimonianza della guerra otrantina, una lettera del monaco Ilario al cardinale Francesco Piccolomini, dell’autunno del 1480, come ha sostenuto Lucia Gualdo Rosa, si legge che coloro che erano caduti vivi nelle mani dei nemici erano stati sacrificati in un numero di circa 1000[5]Qui in hostium manus vivi devenerunt, in cospectum principis adducti, omnes capite plexi sunt, ita ut mille cervicibus Christianorum diceret barbarus crudelissimus sese suorum manibus parentasse»), in una narrazione in cui si indulge molto sulla morte del vescovo in chiesa e del comandate militare, Francesco Zurlo e in cui viene narrata anche la miseranda sorte delle donne otrantine, violate, umiliate e uccise. Ma non vi è traccia della morte di Primaldo.

In un documento, riferibile ai primi periodi dopo l’invasione turca, la cosiddetta Relazione d’Acello, dal nome dell’estensore, si riporta che «Bascià fé venire avanti di lui tutti li cristiani che erano stati presi vivi ed in sua presenza ne fece decapitare ottocento, altri ne liberò con ricatto, altri ne mandò in la Valona e da là al gran Turco»[6], senza cenno ad atti eroici o miracolosi, ma solo ricordando, poi, le sofferenze inflitte a donne e fanciulli.

Nel De bello hydruntino, opera di Giovanni Albino, che è stata fatta risalire da Isabella Nuovo intorno al 1495[7], si parla di mille prigionieri, barbaramente massacrati, i più impalati, senza che si risparmiassero gli inermi («Admetus primum omnium post captum oppidum prater eos, qui acri praelio egregie pro patria ceciderant, mille captivos, quibus Mars pepercerat, ad tertiam buccinam ante omnium oculos pro castris impie truncari iussit, complures palo affigi, nec ab inhermi abstinere»). Anche qui nulla di Primaldo. Come nulla di Primaldo si narra nel primo rapporto, stilato dalla Chiesa, sulla presunta santità dei martiri di Otranto, un testo noto come L’Informo otrantino, risalente al 1539, in cui si legge che i testimoni oculari, a quasi 60 anni di distanza, parlano dell’esecuzione e del fatto che i cittadini di Otranto venivano trafitti con le armi e trucidati con grande crudeltà, ma alla domanda se vi fossero stati segni miracolosi in quei giorni, ricordano solo come si fosse parlato di luci sui luoghi del martirio e dell’incorruttibilità di quei corpi, rimasti alle intemperie per tredici mesi e oltre, senza che si decomponessero e venissero disfatti dagli agenti naturali o dagli animali. Per la pima volta qui si incontra il nome, fatto da alcuni testimoni, di mastro Grimaldo (per altro il più anziano, perciò nell’iconografia è spesso raffigurato canuto), calzolaio, che avrebbe incitato i suoi con queste parole: «figlioli e fratelli miei, questa è la giornata che dovemo a Cristo. Ciascuno per suo amore si piglia in pazienza e con buon animo che avremo la corona del martirio»[8]. Ma nulla di più.

A dare forza a questa interpretazione era stato anche il letterato salentino Antonio Galateo, che era vissuto all’epoca dei fatti e aveva scritto che «tutti andavano con grande animo a morire»[9] e che «nemo in tanto populo mortis metu fide Christi descivit, imo alter alterum, filius patrem, frater fratrem ad mortem hortabatur»[10], senza che però, a questa altezza, si facesse cenno ad eventi miracolosi, limitandosi ad esaltare le virtù eroiche dei martiri.

Nel frattempo, assai significativo è che l’iconografia della strage degli innocenti, rappresentata più volte a Siena da Matteo di Giovanni in quegli anni [Fig. 4], venisse influenzata dalle vicende otrantine a cavallo del 1480-1, fino a trasformare Erode in un Turco [Fig. 5][11], dandogli quella posa che poi Achmet Bassà prenderà nella successiva iconografia dei martiri di Otranto, mentre assiste seduto in alto alla strage e all’ammassarsi dei corpi senza vita, facendo un imperioso gesto di comando [Fig. 6] .

 

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Fig. 4. Strage degli innocenti, Matteo di Giovanni, Duomo di Siena (1481)

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Fig. 5. Strage degli innocenti, Matteo di Giovanni, Museo di Santa Maria della Scala, Siena (1482)

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Fig. 6: I martiri di Otranto, Stampa

Si noti pure come la scena di decapitazione debba qualcosa alla rappresentazione della morte di Abele raffigurata nel mosaico bizantino della cattedrale di Otranto [Fig. 7], una circostanza che ha fatto interpretare a Roberto Cotroneo, nel romanzo Otranto e nella sua più recente riduzione lirica I demoni di Otranto la violenza perpetrata dai Turchi come espressione dell’ancestrale violenza regolatrice da sempre dei rapporti umani e tra popoli[12].

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Fig. 7. Otranto, Cattedrale, mosaico pavimentale (particolare: Caino e Abele)

Dunque che il martirio si tramutasse in miracolo è cosa che avviene nel corso del XVI secolo e non prima. Se la tradizione locale aveva esaltato la grandezza d’animo con cui gli Otrantini erano andati incontro alla morte, lo aveva fatto anche nel tentativo di esaltare la nobiltà e la grandezza della popolazione, con spirito municipalistico.

È però a partire dai Successi dell’armata turchesca di Michele Marziano, un testo edito nel 1583, che si definisce una traduzione di un fantomatico De bello hydruntino di Antonio Galateo, che viene fuori la storia del “miracolo” di Primaldo. Domenico Defilippis ha ben dimostrato come l’opera del Marziano non vada certo ascritta alla penna del Galateo, nemmeno indirettamente, ma che vada invece riferita ad un periodo più tardo, in cui Marziano usa il nome del Galateo per nobilitare uno scritto maturato nell’ambito della temperie culturale seguita alla battaglia di Lepanto del 1571 e nell’occasione del centenario della guerra otrantina. Qui Marziano racconta che «Antonio Primaldo, principal fra cittadini, il quale primo predicò a’ Cristiani che volessero morire tutti per amor di Cristo», e fin qui nulla di nuovo, anzi una puntuale ripresa di quanto aveva scritto Galateo, ma poi aggiunge: «il cui busto per opera di Dio rimase in su ritto per insino che tutti l’altri indugiaro a morire, i quali furo al numero di ottocento e più. E ancora che il Bassà operasse ogni suo sforzo a fare che cadesse con altri corpi morti a terra, non ci bastorno tutte le forze di Turchi, essendo tenuto detto corpo ritto dalle mani di Dio; morti che furono tutti, cascò in terra con gl’altri, il che dette gran stupore al Bassà con gli altri turchi che seco erano»[13].

L’immagine diventa quella canonica dei martiri di Otranto, è il miracolo che più resta impresso, anche perché deriva da una lunga tradizione martirologica, a cominciare da quel san Donino che, nel III secolo, fu tribuno romano alla corte imperiale di Massimiano, convertitosi insieme ai suoi compagni, al cristianesimo. Mentre era diretto verso Roma, la leggenda vuole che fosse raggiunto dai sicari e decapitato, ma pare che Donino raccolse il proprio capo, andando via [Fig. 8].

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Fig. 8. Santino di S. Donino martire

Potremmo ricordare il martirio di Giovanni Battista, mentre l’iconografia richiama da vicino quella che una parte della tradizione, in quegli stessi anni, attribuisce al martirio di San Paolo [Fig. 9].

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Fig. 9. Martino Piazza, Decapitazione di San Paolo (sec. XVI)

E ancora uomini decapitati che restano in piedi ne incontriamo nella Divina Commedia di Dante, in Inferno 28, 118-120 quando Dante così descrive Betrand de Born:

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

ma potremmo ancora ricordarci di Emazio nelle Metamorfosi di Ovidio o l’Archeloco figlio di Antenore ucciso allo stesso modo nel XIII libro dell’Iliade, e tanto ancora si potrebbe dire in merito.

Fatto è che da questo momento, a seguire la cronologia proposta da Houben, il martirio di Primaldo si connota per questo tipo di decapitazione, che ricorre ancora nella Historia de los martires del portoghese Francisco de Araujo, risalente al 1631[14], in cui si legge non solo la storia del martirio e del miracolo di Antonio Grimaldo (è la variante del nome in diverse fonti), ma anche di un boia che, impressionato dal coraggio di coloro che definisce «soldados de Iesu Christo» e dal miracolo del corpo di Primaldo, si sarebbe convertito al cristianesimo, finendo impalato. E infatti l’iconografia del martirio mostra un uomo impalato sullo sfondo.

Il tema torna nella Istoria del Laggetto, scritta secondo Houben molto tardi, già nel XVII secolo e che invece la tradizione vuole piuttosto antica (intorno al 1537), ma che è stato dimostrato non deve farsi risalire a prima del 1544, mentre Donato Moro la porta intorno al 1583-90. Comunque è lontana dagli eventi e probabilmente frutto della medesima cultura sviluppatasi attorno ai fatti di Lepanto. Laggetto scrive che Antonio Grimaldo «essendoseli tagliato il capo, stiede saldo e dritto senza mai cascare a terra, come una colonna, non ostante che i Turchi lo spingevano per farlo cadere», con parole e metafore che coincidono in maniera non generica con le fonti precedentemente ricordate[15]. Stessa situazione è ritratta in un documento denominato Rifacimento otrantino, che riprende la relazione d’Acello e la arricchisce, forse ai primi del XVII secolo, come dimostrano evidenti coincidenza linguistiche e narrative, degli elementi che la tradizione aveva aggiunto, a cominciare dal miracolo di Primaldo, cui «fu ammuzzata la testa e il busto stiede tanto all’erta per fin furno ammazzati tutti 800 cristiani»[16].

A dire il vero, nelle storie di Otranto, questo è il secondo caso di decapitazione miracolosa. Sin da subito, le storie otrantine avevano narrato la morte del plenipotenziario militare di quella guerra, il conte di Conversano Giulio Antonio Acquaviva, che il 7 febbraio del 1481 era caduto in una imboscata, venendo decapitato. La guerra d’Otranto aveva assunto subito i toni dell’epica: si veda solo come Ferrajolo nella sua cronaca figurata rappresenta la battaglia di Otranto, sul modello della più canonica rappresentazione epica. D’altro canto Giovanni Crisostomo, parlando dei santi decapitati aveva scritto: «Come i soldati, mostrando le ferite ricevute dai nemici, dialogano con franchezza con l’imperatore, così anche questi santi, recando sulle mani le teste tagliate e avanzando nel mezzo, possono agevolmente ottenere dal re dei cieli tutto quanto vogliono»[17]. Soldati di Cristo, dunque i martiri, campioni in una battaglia che assume, prima ancora che il carattere del martirio, quello epico.

E tuttavia proprio la vicenda dell’Acquaviva, sul cui mito illuminanti pagine ha scritto Francesco Tateo[18], ci consente di apprezzare quanto muti nel giro di pochi anni nella ricostruzione delle vicende otrantine, perché la morte di Giulio Antonio è un momento di uno scontro bellico, dai toni epici, ma non ha nulla di martirologico, nelle prime fonti e poi in chi le riprende. La storia è nota: la morte di Giulio Antonio Acquaviva ebbe subito una grande risonanza[19] e venne subito narrata. Giovani Albino ricorda però che “mentre combatte strenuamente, cadde da cavallo e subito gli fu staccato il capo dal collo”, «dum strenue dimicat, equo prolapsus est; cui repente humeris caput est praecisum, quod clarissimae victoriae testimonium Admetus ovans ad Mahometum deferre constituerat, ut eius animum ad occupandam Italiam facilius concitaret»[20].

Si prenda, ad esempio, l’epigramma che proprio Galateo scrive nell’occasione:

XI. In Iulium Antonium Aquevivum, Cupersanorum comitem, in bello hydruntino adversus Turcas interemptum

Dum Turcis fera bella parat dux Iulius, almum
    germen et e regno signa inimica fugat,
Hostis atrox pugnam committit fraude feroque
    certanti Antonio conscidit ense caput.
Non cadit ille tamen: stat equo rectus abitque
   ceu victor stringens fervidus arma manu.
Non aliter pro rege mori, pro numine Iulius
 debuit. Haud moritur, siquis ita emoritur.[21]

Anche lui, scrive Galateo muore pro rege, pro numine (come pure aveva scritto per i martiri di Otranto), ma il suo stare in piedi dopo la decapitazione non è il frutto di un intervento divino, miracoloso, come pure sarebbe stato facile suggerire, ma la conseguenza della sua fierezza eroica.

Così come, nella consolatoria lirica che Michele Marullo scrisse al figlio Andrea Matteo, si legge ancora che Giulio Antonio era morto «pro patria, pro dis arisque tuendis» (v. 23), cosa ribadita nell’epitaffio che parla di una morte «pro patria». Dunque, Giulio Antonio è eroe della patria, prima che della Chiesa. Galateo aggiunge infatti che il nemico atroce tagliò la testa all’Acquaviva, ma che egli non cadde e stette ritto sul cavallo stringendo la spada in mano. Bisogna dire che questo episodio di martire che, decapitato, resta in piedi a sfidare la morte, fa il paio con quanto sarebbe stato detto, solo qualche decennio dopo, di Primaldo, ma in questo caso ancora non vi è nulla di miracoloso. Il motivo miracoloso viene ancora negato dal fatto che né nei documenti dell’epoca, immediatamente successivi all’accaduto, né nel cenotafio di Giulio Antonio a Conversano [Fig. 10] vi sia traccia di questa morte. In quel monumento, risalente a qualche anno dopo il 1480, ed opera dell’artista salentino Nuzzo Barba, nulla allude a questa morte[22], come nulla si dice nell’iscrizione e nemmeno in quella della tomba, oggi perduta, a Sternatia, attribuita dallo pseudo Laggetto al Galateo.[23]

Valerio 10_16 Fig 10

Fig. 10. Conversano, Santa Maria dell’Isola, Cenotafio di Giulio Antonio Acquaviva, Nuzzo Barba, sec. XVI

D’altro canto, quando pure si vadano a leggere le cronache più tarde che narrano di questa morte, la sorte del Conte di Conversano viene raccontata con accenti tipici dell’epica, in cui la strada percorsa, in quegli anni a cavallo tra fine Quattrocento e metà Cinquecento, dal genere epico-cavalleresco ha un suo peso, specie nella rappresentazione di una virtù bellica che tende a porre a confronto l’eroismo del cavaliere cristiano e l’immanità dei Turchi, mentre il realismo delle prime rappresentazioni, pur permanendo nel campo dell’epica, sembra più vicino a quella prospettiva “laica” con cui anche le prime opere su Otranto avevano narrato le vicende della strage dei martiri.

Ricco di particolari è il racconto di Michele Marziano che, oltre cento anni dopo, racconta più che la caduta, la riconquista di Otranto. L’Acquaviva, senza l’elmo per il caldo (improbabile giustificazione a febbraio, ma che troveremo ancora nelle successive storie) fu circondato fino a che, dopo aver strenuamente combattuto, un capitano turco gli tranciò la testa, che rotolò in terra, mentre «il corpo rimaneva ritto nella sella per opera di certe barde che lo tenevano quasi serrato»[24]. Qui l’opera di Marziano, come è stato notato, coincide con il Rifacimento otrantino, che riporta anch’esso la notizia della morte del conte di Conversano con i medesimi particolari, a cominciare dalla «ritirata che fece il busto sopra il cavallo … per le bende che portava»[25]. Una spiegazione razionale, dunque.

Laggetto[26], che scrive intorno al 1630, ricorda ancora come Giulio Antonio fu circondato nei pressi di Minervino e che, trovandosi senza elmo per il caldo, fu colpito al collo e inseguito dai turchi e poi decapitato, ma solo dopo che cadde da cavallo, ormai spossato. Ricorda poi un altro epigramma dedicato all’Acquaviva, dopo aver riportato quello della chiesa di Sternatia, senza indicarne però l’autore che però ha ben presente la dimensione epica dell’accaduto, se invoca, per narrarlo l’autorità di Virgilio e Omero:

Iulius Aquevivus hic iacet: cetera dicat
si quis Virgilius, si quis Homerus erit.

Dunque, della vicenda di Giulio Antonio si volle mettere in luce da subito la dimensione esclusivamente epica e non miracolosa e se Primaldo, decapitato ma in piedi, diventò simbolo del martirio per questo miracolo, Giulio Antonio, decapitato e rimasto col busto ritto a cavallo, diventò simbolo dell’eroismo epico di chi riconquistò Otranto, ma forse non a caso il racconto della morte straordinaria del Conte di Conversano data a molto prima, al Galateo stesso, del racconto del miracolo di Primaldo, e dunque resta confinato ad una dimensione epica, senza accenti martirologici, caratteristici delle tarde scritture sulla guerra otrantina, assorbito nel mondo dell’epica classica e narrato nei moduli dell’epica cavalleresca.

Mi piace pensare, ma è pura suggestione, che quella vicenda dell’Acquaviva, che aveva avuto ampia diffusione in ambito nazionale e che era stata ben raccontata anche da Giuliano Gondi, in una lettera ad Ercole d’Este del 18 febbraio 1481, in cui tuttavia non c’era spazio per il “mito”[27], avesse fatto tanta strada da essere ripresa in un episodio della Gerusalemme Liberata IX 69-70 in cui si legge di un guerriero cristiano, Achille, ucciso dalla musulmana Clorinda:

[…]

poi si volge ad   Achille e ‘l ferro abbassa,

 

e tra ’l collo e la nuca il colpo assesta;

e tronchi i nervi e ’l gorgozzuol reciso,

gio rotando a cader prima la testa,

prima bruttò di polve immonda il viso,

che giù cadesse il tronco; il tronco resta

(miserabile mostro) in sella assiso,

ma libero del fren con mille rote

calcitrando il destrier da sè lo scote.

 

 

 

Note

 

[1] Maria Corti, L’ora di tutti, Bompiani, Milano, 1991, p. 322. Cfr. Gino Pisanò, “Il mito letterario di Otranto nell’opera di Maria Corti”, in La conquista turca di Otranto (1480) tra storia e mito, a cura di Hubert Houben, Congedo Editore, Galatina, 2008, vol. II, pp. 209-213.

[2] Per brevità mi limito a segnalare gli studi più importanti, da cui è possibile ricavare ulteriore bibliografia: Antonio Antonaci, Otranto. Testi e monumenti, galatina, 1955; Gli umanisti e la guerra otrantina, a cura di Lucia Gualdo Rosa, Isabella Nuovo, Domenico Defilippis, Dedalo, Bari, 1982; Otranto 1480, a cura di Cosimo Damiano Fonseca, Congedo Editore, Galatina, 1986; Donato Moro, Hydruntum. Fonti, documenti e testi sulla vicenda otrantina del 1480, Congedo Editore Galatina, 2002; La conquista turca di Otranto (1480) tra storia e mito, a cura di Hubert Houben, Congedo Editore, Galatina, 2008; Daniele Palma, L’autentica storia di Otranto nella guerra contro i Turchi, Kurumuni, Calimera 2013.

[3] Cesare Foucard, “Fonti di storia napoletana nell’archivio di stato di Modena. Otranto nel 1480 e nel 1481”, Archivio storico per le province napoletane, VI, 1 (1881), pp. 75-256: 91.

[4] Hubert Houben, “La conquista turca di Otranto (1480): il problema delle fonti salentine”, in La conquista turca cit., II, pp. 5-20.

[5] Gli umanisti e la guerra otrantina cit., pp. 34-35

[6] Otranto 1480 cit., p. 151 154.

[7] Gli umanisti e la guerra otrantina cit., pp. 58-59.

[8] Francesco Antonio Capano, Memorie alla posterità delli gloriosi e costanti confessori di Giesu Christo, che patirono martirio nella città d’Otranto l’anno 1480. Raccolti da varij autori impressi, e manuscritti per il dottore Francesco Antonio Capano di S. Pietro in Galatina, Micheli, Lecce, 1670, p. 46. Cfr. Donato Moro, Hydruntum. cit., pp. 79-89.

[9] Gli umanisti e la guerra otrantina cit., p. 233,

[10] Gli umanisti e la guerra otrantina cit., p. 236.

[11] Matteo di Giovanni. Cronaca di una strage dipinta, a cura di A. Bagnoli – C. Tessi, Ali, Asciano, 2006. Cfr. anche Grazio Giannfreda, Iconografia di Otranto tra Oriente e Occidente, Edizioni del Grifo, Lecce, 1994.

[12] Roberto Cotroneo, I demoni di Otranto, Metamorfosi editore, Milano, 2012, p. 19. Cfr. anche Roberto Cotroneo, Otranto, Mondadori, Milano, 1997.

[13] Gli umanisti e la guerra otrantina cit., p. 132.

[14] Francisco de Araujo, Historia de los mártires de la ciudad de Otranto, Egidio Longo, Napoli, 1631. Cfr. La Historia de los martires de la ciudad de Otrento. Reino de Napoles, in T. Caliò, M. Duranti, R. Michetti (a cura di), Italia Sacra. Le tradizioni agiografiche regionali, Viella, Roma,2013, pp. 259-278; Roberto Mondola, “La conquista otomana de Otranto de 1480 en la Historiografia italiana y española (siglos XV-XVI-XVII)”, Studia Historia: Historia moderna, XXXVI (2014), pp. 35-58.

[15] L’opera è edita in Antonaci, op. cit., pp. 40-130.

[16] Cfr. Houben, op. cit., p. 19. La Relazione d’Acello è edita in Moro, Hydruntum cit., pp.150-152, mentre il cosiddetto Rifacimento è alle pp. 153-160.

[17] Giovanni Crisostomo, hom. In ss. Iuventinum et Maximinum 3 (PG 50, 576).

[18] Francesco Tateo, Chierici e feudatari del mezzogiorno, Laterza, Bari, 1984, pp. 50-68. Ma cfr. pure Donato Moro, “Galatina saccheggiata dai Turchi e morte di Giulio Antonio Acquaviva”, Critica letteraria, III (1975), pp. 96-101; Rosario Iurlaro, “Realtà e mito di un barone morto in guerra. Giulio Antonio Acquaviva”, in Territorio e feudalità nel Mezzogiorno rinascimentale: il ruolo degli Acquaviva tra XV e XVI secolo. Atti del primo Convegno internazionale di Studi su “La casa Acquaviva d’Atri e di Conversano”, Conversano, Atri, 13 – 16 settembre 1991, a cura di C. Lavarra, Congedo Editore, Galatina, 1996, vol. I, pp. 9-31.

[19] Moro, Hydruntum cit., pp. 49-59.

[20] Gli umanisti e la guerra otrantina cit., p. 62.

[21] Sebastiano Valerio, “I Carmina di Antonio Galateo”, Annali della facoltà di Lettere e Filosofia. Università di Bari, LXI (1998), pp. 291-306: 304.

[22] Cfr. Clara Gelao, “L’attività di Nuzzo Barba a Conversano e le influenze veneto-dalmate nella scultura pugliese del Rinascimento”, Urbs Galatina, Comngedo, Galatina, 1992, pp. 149-186; Eadem, “Monumenti funerari cinquecenteschi legati alla committenza Acquaviva d’Aragona”, in Territorio e feudalità cit., pp. 303-348.

[23] Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri, a cura di Michele Tafuri, Iride, Napoli, 1851, vol. II, p. 535.

[24] Gli umanisti e la guerra otrantina cit, p. 159.

[25] Moro, Hydruntum cit., p. 218.

[26] Antonaci, op. cit., pp. 88-89.

[27] Hubert Houben, Lettere degli ambasciatori estensi sulla guerra di Otranto (140-81): trascrizioni ottocentesche conservate a Napoli, Congedo Editore, Galatina, 2013, vol. I.

 

Elenco delle illustrazioni

Fig. 1: Martiri d’Otranto, Chiesa di Santa Caterina a Formiello, Napoli

Fig. 2: Moderna icona dei martiri di Otranto

Fig. 3: Santino dei martiri di Otranto

Fig. 4: Strage degli innocenti, Matteo di Giovanni, Duomo di Siena (1481)

Fig. 5: Strage degli innocenti, Matteo di Giovanni, Museo di Santa Maria della Scala, Siena (1482)

Fig. 6: I martiri di Otranto, Stampa.

Fig. 7: Otranto, Cattedrale, mosaico pavimentale (particolare: Caino e Abele)

Fig. 8: Santino di S. Donino martire

Fig. 9: Martino Piazza, Decapitazione di San Paolo (sec. XVI) [Fotografia Fondazione Zeri].

Fig. 10: Conversano, Santa Maria dell’Isola, Cenotafio di Giulio Antonio Acquaviva, Nuzzo Barba, sec. XVI.

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Category: Iconocrazia 10/2016 - "Arts & Politics. Rhetorical Quests in Cultural Imaging", Saggi | RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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