1 luglio 2014

Il mio primo approccio con l’Albania e gli albanesi




Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi




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  1. Premessa

Credo sia opportuno che, attenendomi all’insegnamento di Federico Caffè, in primo luogo  io informi il lettore sugli insopprimibili giudizi di valore che caratterizzano la mia personale visione dell’Albania e degli albanesi e che quindi accompagnano la mia decisione di sviluppare in forma scritta il presente racconto.

Il primo di essi  è rappresentato dalla mia innata simpatia per  quella terra: in conseguenza di ciò posso anche “condannare” il singolo albanese (o anche l’intero popolo albanese) per quelli che sono i suoi presenti comportamenti e le sue presenti caratteristiche, ma non posso che esprimere un augurio sincero per l’avvenire, sia prossimo che lontano del loro Paese. Fino a che non ho avuto l’occasione di visitarla, l’Albania come terra (non gli albanesi) ha sempre fatto parte del mio personale immaginario: ero bambino (anni ’40) e mi appassionavo alle avventure di Guerrino detto il Meschino sforzandomi di immaginare la Durazzo medioevale e gli altri luoghi delle avventure di quell’eroe; sono cresciuto e da studente universitario (fine anni’50, ahimè!) ho studiato la geografia fisica albanese con il prof. Alessandro K. Vlora[1]; ho conseguito la patente (anni ’60) e per anni, guidando sulla costa adriatica, ho avuto la compagnia delle trasmissioni di Radio Tirana che contribuivano con le musiche ed i notiziari altisonanti e gonfi di retorica a tenermi sveglio se guidavo di notte e mentre li ascoltavo mi capitava anche di riflettere sul grande schieramento di forze (penso, ad esempio, alla “vecchia” base Nato di San Vito del Normanni) che il mio mondo aveva posto in essere per fronteggiare i nostri dirimpettai. Sono stato da turista in Jugoslavia e Grecia (anni ’70 ed ’80) ed ho guardato da mare (in nave, rotta per Corfù) e da terra (da Ulcinj a sud di Bar, da Santo Stefano, sull’isola di Corfù e dalla costa a Nord di Igoumenitsa) quel po’ di territorio albanese che riuscivo ad intravedere oltre i confini greci e jugoslavi. In generale amo andare in posti nuovi. Per me l’Albania era un posto nuovo molto particolare e desideravo fortemente visitarla. Sono contento di essere riuscito a farlo.

Il secondo giudizio di valore è insito nella inevitabilità del mio ragionare da economista e nella mia predilezione per i temi dello sviluppo economico. Al mio essere economista devo le mie numerose visite effettuate in quella terra per oltre un ventennio. La teoria dello sviluppo, inoltre, mi ha insegnato a guardare al mondo con il filtro dell’ottica di lungo periodo; filtro per il quale ciò che essenzialmente conta non è il contingente o ciò che ci circonda, ma è il dove stiamo andando alla lunga, a quale velocità ci muoviamo, in quale direzione andiamo, quali sono le trasformazioni che ci caratterizzano… In buona parte la mia predisposizione all’indulgenza (non solo nei confronti dell’Albania e degli albanesi) deriva anche da questo.

 

  1. Gli eventi che mi hanno portato verso la terra che desideravo visitare

La trasformazione profonda di un regime sociale ha effetti differenti sul tessuto della ricerca e degli insegnamenti universitari, sul modo con il quale i singoli saperi sono organizzati: la matematica, la fisica, la medicina, l’agronomia, e l’analisi della letteratura e dell’arte non risentono o risentono molto poco (ritengo) del cambiamento: ricerca ed insegnamento, in questi campi, possono proseguire tal quale. Ma le cose sono sostanzialmente diverse nell’ampio territorio delle discipline del sociale le quali vanno, anche sostanzialmente in qualche caso, rifondate nel metodo di ricerca e nei contenuti.

Questo è stato sicuramente il caso delle discipline economiche. Consapevoli della necessità che tutto il loro insegnamento andava riformato gli economisti dell’Università di Tirana chiesero ed ottennero che tutti i loro insegnamenti fossero spostati all’ultimo anno di corso e che, di conseguenza, tutti loro fossero liberi per un intero anno accademico. Con l’autorizzazione del loro rettore dell’epoca (e con uno sforzo finanziario consistente, soprattutto se commisurato allo stato di economia di guerra che il loro paese allora aveva) gli economisti albanesi si distribuirono in alcune università italiane (Bari e Bologna di sicuro; forse anche altre) ed europee per prendere contatto con i colleghi occidentali, i loro programmi, la loro manualistica ed il loro metodo di lavoro nella ricerca e, soprattutto, nell’insegnamento.

È stato per effetto di quella decisione albanese che, alla vigilia dell’anno accademico 1991-92, fui convocato dal Rettore e dal preside della Facoltà di Economia dell’Università di Bari, i quali sollecitarono me ed altri colleghi della Facoltà di Economia (mia sede di lavoro all’epoca) ad accettare di far da tutor ad un gruppo di colleghi albanesi che si trasferiva da Tirana a Bari per le ragioni anzidette. Era giunta l’occasione che aspettavo ed intravedevo già la possibilità di soddisfare la mia curiosità nei confronti di quella terra. Accettai, ma lo feci ponendo una condizione: che al termine dell’anno accademico potessi andare in Albania, a verificare il lavoro fatto e ad aiutare i colleghi ad impostare il lavoro da fare.

Non molto tempo quella riunione in rettorato, si realizzò il primo incontro dei miei colleghi economisti e mio con i colleghi economisti albanesi. Quella è stata la prima volta che ho incontrato e parlato con cittadini del Paese delle aquile. Fino a quel momento ne avevo visto più d’uno in televisione (come dimenticare la demolizione della statua di Enver Hoxha e lo sbarco a Bari della Vlore) e ne avevo incrociato molti che vagabondavano lungo le strade pugliesi, la Puglia essendo il luogo d’approdo più vicino per le barche e barchette che salpavano trasportando profughi. Tuttavia, mai avevo parlato con uno di loro.

Non ricordo i dettagli di quel primo incontro, ma ne ricordo nitidamente le impressioni generali. Quelli non erano profughi, erano classe dirigente, erano professori universitari inviati in missione ufficiale dalla loro università e dal loro governo; era gente che si esprimeva correttamente in italiano e che all’occorrenza poteva parlare anche altri idiomi. Eppure mi sembrò di fare un grande salto all’indietro nel tempo. Quelle persone sembravano uscire dai mie antichi ricordi di bambino: vidi una pelliccia di agnello naturale, candida come lo sono le pelli conciate degli agnelli quando la concia è avvenuta subito dopo il loro macello; vidi i colletti unti e lisi di camicie che erano state indossate per giorni; vidi cravatte che erano state annodate una sola volta, anni prima, e che dopo quel primo nodo erano andate su e giù per il collo senza essere mai né sostituite né snodate; vidi giacche rivoltate; abiti che provenivano da una produzione in serie che ancora non conosceva le taglie differenziate; rividi, in altre parole, quello che era stato il look italiano della metà degli anni ’40 a guerra appena finita. Anche se hai studiato e prediligi la teoria dello sviluppo, anche se hai preso atto delle differenze abissali di Pil pro capite che c’è tra il tuo paese ed il paese di un altro, ugualmente certe cose ti colpiscono ed un solo dettaglio ti dice, sul ritardo di sviluppo, molto più di un insieme di fredde statistiche.

 

  1. I colleghi albanesi a Bari

Ho buon ricordo dei colleghi albanesi incontrati in quella occasione ed ho un buon ricordo del tempo trascorso insieme, sia con riferimento alla parte professionale del nostro rapporto che con riferimento alle relazioni sociali che abbiamo intrecciato. Ricordo bene i nomi di alcuni di loro (Dalip, Dhori, Fathbarda, Sylvia), che sono poi i nomi di quelli con i quali ho avuto maggiore contatto e dimestichezza sia qui in Italia che successivamente in Albania. I nomi degli altri albanesi presenti li ho, col tempo, dimenticati. Con qualcuno di loro ho anche avuto occasioni di incontro e di lavoro successive a quella lontana prima occasione; con altri ci siamo più o meno rapidamente persi di vista.

La parte professionale del nostro rapporto era semplice. I colleghi albanesi seguivano le nostre attività didattiche. Dico le “nostre” perché del gioco facevano parte anche altri colleghi della Facoltà di Economia: ciascuno di noi ne aveva un paio in dotazione “fissa” in funzione della stretta corrispondenza disciplinare (io all’epoca insegnavo Microeconomia, disciplina di primo anno della vecchia laurea quadriennale) anche se è vero che non mancavano occasioni per discussioni ed incontri più allargati. Il vuoto da riempire era grande tanto sul piano della didattica in senso stretto (Dalip faceva incetta di esercizi; domande a scelta multipla ed altro materiale didattico, fotocopiando di tutto) quanto sul piano del modo di “sistemare” i concetti e le teorie economiche sia all’interno di un nuovo (per loro) modi di concepire la disciplina, che all’interno dei singoli insegnamenti.

Tra le conversazioni avute con loro ne riferisco una perché essa rappresenta, da sola, una buona testimonianza di quella che era l’enorme distanza tra ciò che fino a quel momento avevano insegnato e quello che si accingevano ad insegnare negli anni a seguire per uniformarsi ai programmi “occidentali”. Un giorno Dhori mi chiede, con un tono di voce semiserio:

‒ Qual è il luogo migliore per ubicare una fabbrica?

‒ Il luogo che minimizza i costi di produzione, gli rispondo io. In particolare, a parità di organizzazione produttiva, il luogo che minimizza i costi totali di trasporto da e verso i mercati di approvvigionamento e di sbocco.

‒ Vicino ad un porto o vicino ad una città, quindi…

‒ … direi di sì.

‒ Sbagliato, mi fa lui sorridendo. Il luogo migliore per ubicare una fabbrica è la montagna, perché il primo requisito cui l’ubicazione ottimale deve rispondere è la difendibilità della fabbrica stessa

Questa conversazione (non giurerei sulla piena correttezza della trascrizione letterale, ma sono pronto a giurare sullo spirito e sulle modalità che la caratterizzarono) è al tempo stesso testimonianza sia dello spirito con il quale si lavorava e si discuteva che delle distanze analitiche che si stavano colmando. Aggiungo che la conversazione era scherzosa, ma che era vero, come ho constatato nei miei viaggi in Albania, che la costa albanese non aveva stabilimenti industriali e che non esistevano città-polo con alta concentrazione di fabbriche. La città maggiormente industrializzata dell’Albania è Elbasan che è pianeggiante, ma che è tuttavia ubicata in un pianoro collinare interno a ridosso delle montagne illiriche.

Durante quell’anno accademico i nostri incontri non si limitarono ai contatti strettamente accademici. Avemmo anche alcune forme di socializzazione. Molti di loro avevano portato con sé la propria famiglia. Vincenzo Lombardi, un collega dell’Istituto di Economia, aveva prestato ad uno di loro un appartamentino sfitto che aveva in una vecchia palazzina alle spalle del Palazzo della provincia (scoprimmo poi che ci si installarono dentro in tre famiglie, una per stanza). Dalip aveva con sé il figlio, che aveva grosso modo l’età del mio primogenito ed ogni tanto il ragazzo veniva a casa nostra a giocare. Nel frattempo Dalip e la moglie passeggiavano per Poggiofranco, il nostro quartiere residenziale. «Il vostro è proprio un bel quartiere», ci dicevano, «non abbiamo mai visto case così belle». Ma non era il solo arredo urbano la grande novità che li colpì. Scoprirono tutti delle cose per loro totalmente nuove, le giostre ad esempio. Lì Dalip ed il figlio passarono molto tempo (e non per il divertimento del solo figlio).

Come la storia dell’utilizzo multiplo dell’abitazione messa a disposizione da Vincenzo Lombardi può lasciare intendere, Dalip non fu l’unico a portare a Bari la propria famiglia. La cosa finì col generare problemi: i “professori” (Dalip e gli altri) avevano tutti un permesso di soggiorno di durata uguale alla durata dell’anno accademico, ma i loro familiari non erano nella medesima condizione; essi avevano un semplice visto d’ingresso di tipo turistico e quel visto giunse rapidamente a scadenza. Dovetti intervenire presso l’ufficio stranieri della questura e finii col fare da garante a più d’uno di loro.

Ci fu anche qualche incontro conviviale, a casa mia ed a casa di altri colleghi. Posso fin d’ora anticipare che la nostra ospitalità fu ricambiata quando a nostra volta avemmo occasione di andare in Albania.

A quell’epoca non c’erano i semestri. I corsi durarono l’intero anno e quando l’anno accademico finì (eravamo alla fine della primavera) ci salutammo dandoci appuntamento per ottobre in Albania. Prima della partenza, tuttavia, si scatenò una piccola corsa agli acquisti e tutti spesero le lire che erano riusciti a risparmiare durante i mesi passati a Bari. Avevano usufruito di un finanziamento pubblico per la loro trasferta e si erano “arrangiati” (ricordate la storia dell’alloggio messo gratuitamente a disposizione da Vincenzo Lombardi?). Di qui le loro personali economie. La cosa che mi colpì in quella corsa agli acquisti (Dalip comprò anche un’auto usata) è che tutti, dico tutti, fecero incetta di torce e di pile. Perché ciò accadesse lo avrei capito dopo.

 

  1. Il nostro viaggio in Albania

In ottobre il sospirato viaggio si realizzò. Partimmo in nave da Bari sabato 10 ottobre 1992. Eravamo in quattro, me compreso. Capofila era il prof. Alfredo Aiello, ordinario di Politica economica, decano degli economisti baresi. Il mio ultimo esame, da studente, era stato proprio con lui e ciò fu causa di discussione perché non gradiva il fatto che il suo esame fosse lasciato per ultimo. Aveva il coltello dalla parte del manico e quindi abbozzai, facendogli però notare che il suo insegnamento era uno dei quattro insegnamenti del quarto ed ultimo anno di corso e che pertanto, se gli studenti erano in corso, gli  toccava un 25%  di candidati all’ultimo esame. Presi 24, il voto più basso della mia carriera di studente universitario. Forse ho fatto l’economista accademico anche per rivalermi di quella antica storia.

Il secondo membro della comitiva era Vincenzo Lombardi (il generoso dell’appartamento di cui sopra) che tra le tante virtù possedute aveva anche quella di essere proprietario di un magnifico fuoristrada che diventò l’auto ufficiale della nostra trasferta e che apprezzammo pienamente durante i nostri giri per le strade non perfette dell’Albania. Il quarto elemento del gruppo (di me ho già parlato anche troppo) era Sylvia, che ci fece da guida durante l’intera permanenza in Albania.

Non ricordo le modalità del nostro sbarco avvenuto il mattino seguente. Ho solo l’impressione che esso sia stato rapido ed agevole, segno del fatto che il traffico “ufficiale” sia in entrata che in uscita dall’Albania era poco numeroso e/o segno del fatto che la lettera ufficiale di invito ricevuta dal Rettore dell’Università di Tirana e dal ministero albanese dell’istruzione venne tenuta in alta considerazione dalle autorità di frontiera.

Durazzo fu la mia prima delusione. Me la aspettavo diversa, più “storica” e meno moderna: avevo letto la storia medievale di Gerrino detto il Meschino, sapevo che Durazzo era stata uno dei porti di approdo dei veneziani, avevo visitato altre meravigliose città-porto dei veneziani (Dubrovnick-Ragusa, Cattaro, Budva) e quindi me la aspettavo molto più medioevale… e invece mi ritrovai davanti un paesone fatto di abitazioni popolari con pochissime tracce della sua storia antica.

Visitammo brevemente Durazzo (ricordo bene il poco che restava del vecchio anfiteatro romano) e poi ci avviammo verso Tirana, muovendoci lungo una stretta strada rotabile mal asfaltata e fiancheggiata da pini. Quella strada, così come tutte le altre strade che percorremmo durante l’intera vacanza, aveva una sfacciata somiglianza, per le sue caratteristiche essenziali, con le nostre vecchie strade statali costruite dall’Anas. Sylvia mi confermò che era una delle opere realizzate durante il nostro Impero. Il viaggio per Tirana durò quasi due ore perché la strada era tortuosa. Lo stato di abbandono era totale. Molti alberi erano stati tagliati di recente da chi aveva avuto bisogno di far legna; non c’erano auto: solo pochissimi mezzi transitavano perché non era ancora avvenuto il boom della motorizzazione privata. Alle porte di Tirana incontrammo una vasta area coperta da serre semidistrutte ed abbandonate. Sylvia ci disse che ai tempi del regime quelle serre rifornivano la città di Tirana di ortaggi freschi. Ogni tanto incrociavamo dei bunker. Qualcuno era piccolo, monopersonale, da guerrigliero; qualche altro era un po’ più grande, adatto a contenere un paio di persone ed una mitragliatrice; pochi erano enormi, tanto grandi da essere in grado di contenere un intero carrarmato o una postazione di artiglieria pesante. È stato quello il nostro primo e più diretto contatto con ciò che restava di una delle “follie” del regime.

Bunkers sulla costa

Quando giungemmo alle porte della città di Tirana la strada improvvisamente si allargò divenendo un imponente viale a più corsie con spartitraffico centrale. Eravamo in Rruga e Durresit (via Durazzo) la strada che ci avrebbe portato dritti verso il centro della città. Riconobbi Piazza Skanderberg prima ancora di arrivarci grazie al ricordo delle immagini televisive trasmesse all’epoca della sommossa popolare e dell’abbattimento della statua di Enver Hoxha.  Raggiungemmo quindi l’Hotel Tirana, dove avremmo alloggiato durante il nostro soggiorno. Sylvia ci tenne a dirci che il rettorato aveva raccomandato alla direzione dell’Hotel di assegnarci le camere nei piani bassi. Quando entrammo nelle nostre stanza capimmo il perché: la pressione dell’acqua era bassa e la sua erogazione subiva delle interruzioni; conseguentemente, nei bagni c’era un gran secchio da tenere pieno per i bisogni improvvisi ed il rischio di assenza d’acqua aumentava man mano che si saliva verso i piani alti. Nell’emergenza le necessità dettate dall’igiene sovrastano ogni velleità di godere di vedute panoramiche e quindi le stanza dei piani bassi erano diventate le più confortevoli. Quell’albergo, con il Dajti il più elegante ed esclusivo dell’epoca, è stato la nostra casa ed il nostro ristorante durante il nostro soggiorno a Tirana. Lì abbiamo mangiato quando non eravamo fuori con i colleghi. La scelta al ristorante dell’hotel era sempre molto limitata (max due piatti di cucina “internazionale”); da bere potevamo ordinare solo birra o un unico tipo di vino, un bianco importato dalla Romania; esisteva solo acqua naturale (del rubinetto naturalmente).

Abbiamo preso contatto con la gastronomia locale (un misto tra la cucina greca e quella jugoslava) quando siamo stati ospiti a casa di Sylvia ed a casa di Dalip, a Tirana, ed a casa dei genitori di Dhori, a Berat. In quelle occasioni abbiamo preso contatto con il raki, la locale acquavite. Non esisteva vino nelle case albanesi. Anche le famiglie di agricoltori che avevano la vigna, come i genitori di Dhori, trasformavano tutto il succo d’uva fermentato in raki. Quasi tutti i colleghi che abbiamo incontrato in quei giorni ci hanno regalato raki. Raki rushi (quello fatto dall’uva) o raki ricavato da frutti diversi dall’uva (prugne, corbezzoli, more, …). Quando sono rientrato in Italia mi sono sentito dire da mia moglie che oramai sudavo raki.

Gli inviti serali non mi fecero solo conoscere il raki,  mi fecero anche comprendere le ragioni della corsa di tutti all’acquisto di torce elettriche e di pile per la loro alimentazione. Le case per civile abitazione costruite durante il regime di Enver Hoxha hanno tutte l’ingresso non sulla strada principale che è illuminata, ma sul retro della palazzina, in un vicolo buio. Anche le scale erano a quell’epoca buie, poichè, non esistendo ancora un condominio (tutto era proprietà pubblica), ci si sarebbe dovuti rivolgere al commissario di quartiere per la sostituzione della lampadina fulminata ed il commissario avrebbe potuto aprire un’inchiesta sulla corretta gestione di un bene di stato… Così, anche a regime caduto, i singoli inquilini provvedevano ciascuno per sè, illuminando l’atrio d’ingresso e le scale con la propria personale lampadina tascabile solo quando era strettamente necessario. Nelle nostre abitazioni il portone d’ingresso di un palazzo condominiale è una sorta di biglietto da visita del decoro complessivo delle abitazioni che sono nel fabbricato. Lì era l’esatto contrario.

Con i colleghi non abbiamo solo socializzato, abbiamo anche lavorato e viaggiato. Il lavoro svolto insieme era strettamente didattico: definire i nuovi (rispetto al loro passato) contenuti delle discipline economiche previste dal piano degli studi, individuare le possibili propedeuticità, selezionare possibili manuali di riferimento. Mentre facevamo questo lavoro ancora una volta osservavo. Non il look delle persone questa volta (ad esso mi ero oramai assuefatto), ma il look dei locali e delle attrezzature dell’Università e delle persone. I colleghi disponevano solo di carta riciclata per scrivervi le proprie note personali; per la prima ed ultima volta nella mia vita ho avuto modo di vedere una lavagna che non era fatta di ardesia (come le lavagne della mia infanzia) o di materiale plastico (come tante lavagne moderne, bianche o nere che siano), ma era fatta di legno: semplici assi di legno di pino appena piallate e poi dipinte di nero.

Gli incontri con i colleghi hanno avuto anche molte discussioni “a margine”. Sylvia e Dhori ci spiegarono come funzionava il sistema selettivo che portava verso l’università, che era a numero chiuso e con obbligo di frequenza. Appresi così che erano stati gli organi di partito, sulla base dei loro risultati scolastici, a decidere che essi potessero essere iscritti all’università, indicando anche la facoltà alla quale dovessero essere iscritti ed era stato ancora il partito, sulla base dei loro risultati universitari, a decidere che essi dovessero entrare a far parte del corpo accademico. Piena meritocrazia, almeno apparentemente… ma doveva esserci stata, mi sembrava di capire, anche una qualche forma di “guida” politica.

Con Dhori ci siamo divertiti a fare una stima delle risorse “sprecate” nel costruire bunkers. In Albania ce ne sono, mi diceva, circa 600.000; calcolando in 10.000 dollari la spesa per realizzare un singolo bunker (il riferimento è a quelli piccoli) veniva fuori che per costruire i soli bunkes piccoli erano stati spesi 6 miliardi di dollari. Sia chiaro: sono stime 1992; a volerle rifare oggi bisognerebbe tener conto dei coefficienti di svalutazione delle monete e quei 6 miliardi di dollari risulterebbero quanto meno raddoppiati. Fathbarda, Sylvia e Dhori ci raccontarono anche dei loro campi estivi di lavoro: gli studenti liceali e gli studenti universitari trascorrevano un mese l’anno a costruire bunkers, a provvedere alla loro manutenzione, a fare un minimo di addestramento militare. Visitando l’Albania ho trovato bunkers dappertutto: sulla costa, dove la cosa poteva avere un senso (in fin dei conti noi li avevamo già invasi con Traiano prima e con Mussolini poi), nelle campagne, nei centri urbani e perfino all’interno dei giardini condominiali. Seicentomila bunkers sono tanti da distruggere e per questa ragione se ne trovano ancora dappertutto.

Petrolio

I viaggi e le esplorazioni turistiche sono state per me la parte più intensa e piacevole di quei giorni. Ho visitato, oltre Tirana e Durazzo, anche Kruje, Lushnje, Fier, Berat, Argirocastro, Saranda, Valona e l’area archeologica di Butrinti. Verso il nord, non siamo mai andati oltre Kruje, ma scendendo a Sud ho potuto “invertire” le esperienze precedenti, guardando Corfù da Saranda e la terraferma greca dal confine greco-albanese prossimo all’area archeologica di Butrinti. Molte delle nostre visite (Kruje, Lushnje, Fier, Berat) avvennero durante gite pomeridiane, dopo che al mattino avevamo tutti lavorato in università. Il week-end terminale lo dedicammo al lungo giro del sud (Valona, Saranda, Butrinti e Argirocastro). Durante quelle spedizioni ho visto città stupende per posizione ed edilizia antica (Berat, Argirocastro), ricchezze naturali utilizzate (pozzi di petrolio lungo la strada da Tepelene a Tirana) o lasciate letteralmente disperdersi a fiume (nei pressi di Tepelene c’è una montagna che “suda” copiosamente acqua; ora hanno imparato ad imbrigliare le sue sorgenti e la Tepelene è la prima acqua minerale che sia stata imbottigliata in Albania), ma ho visto anche le tracce dell’umana follia: una montagna, nei pressi di Berat, aveva il fianco completamente spianato; sulla spianata, a lettere di enorme grandezza, era scritto ENVER. Megalomania del dittatore o servilismo dei suoi manutengoli? Non credo che la cosa faccia molta differenza, così come credo non esista differenza, in questo genere di follie nazional-popolari, tra una dittatura di destra ed una dittatura di sinistra: di montagna spianata, infatti, ne avevo vista un’altra in precedenza, lungo la strada che mi aveva portato nel lontano 1970 da Dubrovnick a Monstar; la scritta che vi si leggeva era DUX.

Acqua a Tepelene

Durante l’intero soggiorno, breve ma intenso, il mio subconscio “professionale” valutava, insieme alle tracce della vecchia, anche i primi segni della nascente nuova organizzazione sociale. Alle cose già dette sulle tracce della vecchia organizzazione sociale (stato di manutenzione del patrimonio edilizio e delle strade, metodo “meritocratico” delle scelte scolastiche, …) ne aggiungo qualcuna, frutto delle esperienze di quel viaggio. Nel collettivismo perfetto non esiste, per definizione, il trasporto privato; esiste solo il trasporto pubblico. Risultato perverso: all’inizio degli anni ’90 non esisteva, in Albania, segnaletica stradale. Chi avesse voluto andare (noi lo facemmo in compagnia dei nostri amici) da Tirana a Saranda doveva conoscere bene la strada da percorrere, altrimenti non avrebbe mai saputo se andar dritto o svoltare quando si trovava di fronte ad un qualsiasi incrocio. La compagnia di Sylvia e di Dhori non era solo piacevole ed utile ai fini del nostro incontro con una terra che non conoscevamo; la loro presenza era vitale perché essi potevano indicarci la strada da percorrere, se la conoscevano.

Ho scritto ad arte “se la conoscevano”. Una volta, infatti, ci capitò di sbagliare strada. Eravamo di ritorno dalla gita fatta a Berat e dovevamo attraversare Lushnje: invece di imboccare una non ben segnalata circonvallazione attraversammo la cittadina lungo la sua strada principale, il tutto al buio per la totale mancanza di illuminazione delle strade (colpa di una interruzione nell’erogazione dell’energia elettrica, cosa frequente all’epoca). La via principale e la piazza centrale del paese brulicavano di persone dedite al passeggio serale e noi eravamo in divieto. Fummo fermati da un agente di polizia che ci contestò il fatto e solo la lettera di invito ministeriale e le spiegazioni fornite da Dhori e da Sylvia ci salvarono dalle ire dell’agente.

Durante le nostre visite a casa degli amici e durante il nostro breve soggiorno a Saranda, mi aveva colpito il fatto che dappertutto, in albergo come nelle case private, gli asciugamani avevano sempre la medesima foggia. Finii col chiedere lumi ed appresi che nell’intero paese esisteva una sola fabbrica di tessuti per usi domestici (viva l’autarchia!) e che quella fabbrica produceva solo quel modello di asciugamano in spugna.

Quando alla fine del soggiorno ci organizzammo per il rientro, Vincenzo Lombardi lamentò il fatto che durante i nostri spostamenti aveva consumato molto carburante e che quindi temeva di non riuscire ad arrivare a Durazzo per l’imbarco. Chiedemmo quindi ai nostri colleghi ed amici indicazioni relative al luogo nel quale fosse possibile rabboccare di gasolio il serbatoio del suo fuoristrada. Improvvisamente si mise in moto una consistente catena umana e istituzionale: dopo averne parlato con noi, Sylvia e Dhori parlarono del problema con il preside di Facoltà; il preside ne parlò al rettore: il rettore chiamò il ministro dell’istruzione che chiamò il ministro della difesa il quale diede ordine ad una caserma dell’esercito di erogarci 10 litri di gasolio. Complicato da farsi, ma semplice da interpretarsi: se non esiste il trasporto privato, non solo non sono necessari i segnali stradali (ogni autista di linea conosce a memoria quell’unico percorso che fa ripetutamente), ma non è necessario – non può nemmeno esistere! – il mercato dei carburanti con annesse pompe di benzina.

Per quel che riguarda il nuovo assetto economico-sociale inizio subito col ricordare che il vecchio principio del “tutto è pubblico” era stato improvvisamente sostituito dal principio opposto del “nulla è pubblico” con i seguenti eclatanti risultati:

L’ampio atrio dell’Hotel Tirana era perennemente invaso da cambiavalute “informali” pronti a convertire in lek ogni valuta occidentale (lire, dollari, marchi, dracme,…). Per superare le possibili barriere linguistiche ed invogliare i potenziali clienti essi esibivano, nella mano sinistra tenuta in buona evidenza, grosse mazzette di banconote albanesi. Nessuno li ostacolava e, quando il mercato dei cambi è stato disciplinato, ognuno di essi ha ottenuto una regolare licenza.

I Magazzini del popolo, a breve distanza dalla centralissima Piazza Skanderberg, erano stati letteralmente privatizzati, nel senso che le persone che vi lavoravano si erano appropriati dei locali, avevano eretto al loro interno dei divisori molto grezzi ed ognuno di essi aveva aperto un proprio negozietto all’interno della ristretta area della quale si era appropriato.

Chiunque avesse qualcosa da vendere (frutta, libri, mobili, pezzi di ricambio, …) lo faceva liberamente, aprendo un chiosco lungo una delle vie principali in un qualunque angolo di sua scelta. Il chiosco era normalmente costituito da poche assi di legno grezzo montate alla meglio. Chioschi ne esistono ancora, ma non tanti quanti ne esistevano in quegli anni, né così rudimentali.

Non esistevano regole espositive, né esistevano regole igieniche. Così ho visto esporre alimenti sfusi (pane, riso, olio) accanto a prodotti chimici (detersivi in polvere sfusi, varechina, alcool denaturato). Durante uno dei nostri viaggi ho visto perfino macellare e vendere un animale usando come banco un carro agricolo e come “mercato” la piazza polverosa del paese.

Non ho mai pensato una cosa del genere, ma se mai avessi pensato che il libero mercato è un mercato senza regole in quei giorni avrei finito col cambiare opinione e convincermi (ma lo ero già) che il libero mercato è un mercato con regole certe, condivise e rispettate da tutti e non una semplice e diffusa anarchia economica.

 

  1. Epilogo

Rabboccato il serbatoio del fuoristrada di Vincenzo, la sera del 18 ottobre lasciammo Tirana per Durazzo dove ci imbarcammo per sbarcare a Bari il giorno successivo. Avevo con me qualche bottiglia di raki e più di 100 diapositive scattate in quei giorni. Le diapositive mi sono servite per far vedere l’Albania a mia moglie, per fare delle conferenze e per “illustrare” l’Albania a chi mi chiedeva come fosse. Recentemente le ho fatte vedere ad un amico albanese desideroso di rituffarsi nel passato della sua terra.

Ho un ottimo ricordo degli amici e colleghi albanesi con i quali ho lavorato in quei giorni. Con alcuni di essi ho intrattenuto e continuo a mantenere rapporti.

Ho perso del tutto di vista solo Dalip. Era il più anziano di età ed il più avanti in carriera dell’intero gruppo. Presumo che, per l’età e per le abitudini acquisite prima della trasformazione sociale, sia stato quello che ha avuto maggiori difficoltà di adattamento al “nuovo” e che, in ogni caso, egli abbia in breve tempo raggiunto la pensione. Sylvia e Fathbarda sono tornate in Italia. Inizialmente lo hanno fatto per seguire un dottorato di ricerca (regolarmente conseguito da ciascuna di loro), ma alla fine per ragioni diverse hanno cercato lavoro a Bari e sono entrate a far parte della numerosa comunità albanese residente in Italia. Sylvia lavora per un’agenzia turistica; la incontro ogni tanto al porto dove la sua cortesia ed il suo bilinguismo sono particolarmente utili. Fathbarda è stata e credo sia ancora consulente della regione Puglia per i progetti di collaborazione interadriatica. In questi anni abbiamo avuto occasioni di collaborazione scientifica (Fathbarda ha scritto uno dei saggi che sono raccolti nell’antologia Sviluppo e impresa in Albania, curata da Franco Botta e da me) e di incontro umano (uno dei suoi figli è stato compagno di scuola di uno dei miei).

Dei quattro colleghi che ho menzionato in questo racconto solo Dhori è tornato in Albania per radicarvisi con forza e generare nuovi frutti. Ci siamo incontrati abbastanza spesso, con gran piacere da parte mia e, credo, anche sua. Devo però dire con rammarico che il tono spesso informale e scherzoso delle nostre prime conversazioni (la fabbrica in montagna, i bunkers, …) si è progressivamente perso. Dhori è una delle persone che hanno contribuito a che il referente culturale dell’Albania si spostasse progressivamente dall’Italia al mondo anglo-americano; lo ha fatto traducendo in lingua albanese il manuale di Microeconomia di Varian: continua a farlo, direttamente e tramite i suoi allievi, attraverso l’organizzazione di convegni nei quali l’inglese è la lingua di lavoro ufficiale. Gli Atti di quei convegni sono tutti rigorosamente in inglese… Dhori ha fatto una brillante carriera: professore, capo-area per la microeconomia, direttore del Dipartimento, preside della Facoltà, rettore, presidente della Conferenza dei rettori delle università albanesi. Non mi meraviglierebbe vederlo entrare come ministro in un qualche governo.

Del ristretto gruppo italiano che allora si recò in Albania, solo io ho continuato ad avere rapporti con l’Albania ed il sistema universitario albanese. Rapporti inizialmente saltuari e occasionali anche se abbastanza frequenti (convegni, presentazione di libri); rapporti divenuti continui e sistematici a partire dal 2004, con la nascita a Tirana dell’Università cattolica “Nostra Signora del Buon Consiglio”.

Ma questa è un’altra storia.

[1] Si noti che “K.” è abbreviazione di Kemal, cioè “Signore” e Vlore è il nome albanese della città di Valona. Allora non lo sapevo, oggi so che il prof. Vlora, già signore della città di Valona e profugo anch’egli come la famiglia della “barese” Anna Oxa,  è stato il primo albanese che io abbia mai incontrato.

Category: Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi | RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

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