1 Dic 2015

Neanche chi può confligge. La ritirata dei ricercatori di fronte alla controriforma Gelmini


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Iconocrazia 08/2015 - "Ritorno al conflitto" (vol. 1), Saggi




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Quello delle rivoluzioni mancate è un tema classico nelle scienze sociali. Per Adorno e Horkheimer (1997) si trattava di una vera e propria ossessione: come mai la classe operaia non sovverte il sistema capitalistico da cui è inghiottita, a dispetto delle previsioni (pseudo)marxiane?

Dentro questo solco s’innesta la teoria del conflitto, che forse è possibile aggiornare alla luce dei risvolti emersi dalla protesta contro la riforma universitaria (L. 240/2010, cosiddetta Gelmini). È ormai assodato tra gli studiosi della materia che la disponibilità a intraprendere azioni di conflitto sociale, a promuovere istanze per la tutela dei propri interessi, non è appannaggio dei ceti più deprivati, di coloro che si trovano in condizioni di disagio profondo e conclamato (Merton  2000). Né l’entità del vulnus subito da uno specifico gruppo è in sé sufficiente a determinarne la sollevazione. Scendono in piazza più volentieri, invece, soggetti baciati da un certo agio economico, soprattutto da un buon livello di consapevolezza civico-culturale, da una posizione sociale riconosciuta e coperta sul piano sindacale e politico (Dahrendorf 1990; Coser 1967, Galtung 1996). Vi scendono, all’occorrenza, anche in reazione a offese minime. Ebbene, la vicenda dei ricercatori universitari, in particolare, c’impone di rimettere in discussione alcuni di questi assunti.

Gli ingredienti per una mobilitazione fragorosa vi erano tutti. A cominciare dalla ferocia dell’attacco. Nel nuovo regime universitario disegnato dalla Gelmini, i ricercatori a tempo indeterminato erano semplicemente oggetto di cancellazione. Scomparivano dalla scena. Di norma, le riforme di sistema prevedono norme transitorie che consentono alle figure cardine del regime precedente di transitare, attraverso procedure specifiche, al nuovo regime. Ma nel caso della riforma Gelmini – almeno, in fase di discussione – non s’intravedevano per gli appartenenti alla categoria cancellata ponti “riservati” per il passaggio all’Università riformata. Di più: guardando la struttura disegnata dal progetto di legge (con l’introduzione dei ricercatori di tipo A e, soprattutto, di tipo B), era possibile inferire addirittura una penalizzazione a monte per i vecchi ricercatori, rispetto ai nuovi, nelle opportunità di transitare al regime Gelmini. Per la stragrande maggioranza dei ricercatori a tempo indeterminato si profilava la permanenza a vita in una categoria a esaurimento, esclusa di fatto dalla nuova governance universitaria e definitivamente disconosciuta nel ruolo docente che di fatto essa svolgeva (una previsione che, nonostante il piano straordinario per il reclutamento di professori associati, approvato in zona Cesarini contestualmente alla riforma, si è di fatto realizzata: solo una ristretta minoranza dei ricercatori – ad oggi, circa un decimo – ha ottenuto il riconoscimento del ruolo docente). È difficile immaginare un vulnus più grande rispetto a questa sorta di mobbing collettivo: esso attiene a quello che le più grandi menti contemporanee designano come il bene per eccellenza, ossia il “riconoscimento” sociale (Honneth 2002).

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In secondo luogo, i soggetti interessati appartenevano (e appartengono), per definizione, ad una delle categorie più “civilizzate”, colte e consapevoli del paese. Non una categoria di benestanti, certo, ma confortata come poche, a presente, da uno status solido dal punto di vista della sicurezza economico-esistenziale. Last but not least, la capacità dei ricercatori di arrecare danno al sistema era (ed è) potenzialmente micidiale e attivabile quasi senza costi. Com’è noto, infatti, essi garantivano oltre il 40% dell’offerta didattica nelle Università italiane pur non essendo tenuti per statuto a insegnare. Insomma, con un minimo sforzo, semplicemente rinunciando alle proprie prestazioni “volontarie” eccedenti (quindi senza nemmeno scioperare e rinunciare per questo a parte del proprio stipendio), i ricercatori avrebbero potuto bloccare a tempo indeterminato l’Università fino all’accoglimento delle loro richieste (vale a dire, fino a quando non si fosse provveduto a trovare per loro una collocazione dignitosa nel nuovo regime universitario).

Riepilogando: massimo di vulnus alla categoria, ottimi requisiti soggettivi per la mobilitazione, grande capacità offensiva con minimo sforzo. Com’è possibile, date queste condizioni, che i ricercatori abbiano realizzato una protesta così blanda e inefficace, permettendo che essi fossero cancellati dalla scena?

Certo, tra coloro che si sono mobilitati è prevalsa una diffidenza radicale nei confronti dei sindacati, dei partiti e di qualsiasi aggregazione collettiva. E’ mancata, dunque, quella copertura socio-politica che si riconosce diffusamente come necessaria alla mobilitazione. Ma questa circostanza appare marginale rispetto a quella che riteniamo essere la questione di fondo. Ossia, la questione dell’immaginario.

La vicenda ci notifica, infatti, che l’ideologia neo-liberale (Harvey 2007) sorta all’inizio degli anni ottanta ha egemonizzato l’intero campo politico e sociale, da destra a sinistra (frange estreme incluse): un’ideologia che predica l’annichilimento di ogni Potere in grado di trasformare l’esistente nei suoi assetti fondamentali. Un immaginario di “liberazione” dei singoli cittadini, che ha come corollario la censura dell’azione e della forza collettiva (Romano 2008). Apologia della logica del free rider: ognuno deve cavarsela da sé, sfruttando le opportunità sul terreno, anche a scapito della generalità. Ne viene che gran parte dei ricercatori hanno creduto e credono di potersi salvare dallo sterminio non attraverso una battaglia politica ma attivando le proprie risorse soggettive (qualità scientifiche e soprattutto relazioni forti con le baronie accademiche più potenti ecc.). Coloro che non si sono impegnati in alcuna forma di protesta sono oltre la metà dei ricercatori in servizio.

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La questione andrebbe, tuttavia, trattata a due livelli: 1) non c’è un immaginario “alternativo”; 2) non c’è immaginario alcuno (in grado di catalizzare le energie sociali). Il risultato, in ogni caso, è l’anestesia del conflitto.

Qualche tempo fa, un gruppo d’intellettuali francesi guidati da Daniel Pennac ha promosso un manifesto per l’abolizione dei voti nelle scuole elementari.[1] Il giornalista Luca Telese – esponente della nuova cultura di sinistra – si è trovato a darne notizia in radio nel corso di una rassegna stampa da lui condotta: ne ha parlato in termini derisori, come di una boutade provocatoria da cestinare all’istante. L’episodio, apparentemente insignificante, è un piccolo indicatore del nostro stato di atrofia politica: non solo non siamo più in grado di immaginare alternative di società, ma siamo anche del tutto refrattari a discutere di quelle che incontriamo per caso. Condividiamo ormai un assetto di sistema che ci appare “neutro”, indiscutibile. Abbiamo perso del tutto la confidenza con l’immaginario sociale radicale (Castoriadis 1975). La capacità di visione con la quale forgiare un altro mondo. L’abolizione dei voti proposta da Pennac, del resto, è roba da educande rispetto all’abolizione della scuola tout court proposta da Pasolini (2009) qualche decennio fa, quando l’immaginazione politica era ancora lecita. Oggi ci appaiono proposte folli, sulle quali nessuno si sognerebbe nemmeno di intavolarvi un dibattito informale. Tornando ai ricercatori, è chiaro che l’impossibilità della mobilitazione deriva dall’incapacità di immaginare un’Università fondata su valori e principi differenti da quelli spacciati a giustificazione della riforma. Tra sostenitori e oppositori della riforma vi è un’assoluta uniformità di linguaggio: perseguimento dell’efficienza, della competitività, del merito ecc. Si è fatto solo a gara a chi avesse la ricetta migliore, più coerente, per conseguire gli obiettivi condivisi.

Ma la verità (e siamo al secondo livello) è che non crediamo nemmeno agli assetti valoriali consolidati. Non crediamo né al merito né all’efficienza. Se ci credessimo, infatti, la semplice presenza di un’immeritevole conclamata come Mariastella Gelmini sullo scranno di Ministro dell’Università sarebbe risultata intollerabile e ci saremmo battuti con tutti i mezzi per rimuovere questa vergogna nazionale, prima di ogni discussione “di merito” sulla riforma.

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L’effetto dell’incapacità di immaginare un mondo alternativo non è quello di attestarci tutti sulla condivisione di un solo mondo ma semplicemente di non credere più a nulla, ad alcun mondo. La ragione ultima della sconfitta, in fondo, non sta né nell’intelligenza con il “nemico”, né nell’assenza di aggregazioni politiche forti. Sta, prima di ogni altra cosa, nell’incostanza dimostrata durante la mobilitazione. Nello sfilacciamento, nella demotivazione (nonostante la posta in gioco fosse altissima: la stessa esistenza sociale). I ricercatori sono apparsi dall’inizio sfibrati, privi di mordente. Poiché è ormai acquisita socialmente, ad ogni livello, l’idea che lo spazio pubblico e tutti i sistemi nei quali si svolge la vita comune siano fondati su assetti immutabili, che nessuno ha scelto: essi sono, in omaggio al paradigma della complessità, nient’altro che il frutto inintenzionale delle interazioni tra i singoli (Magatti 2009; Romano 2014). Prendiamo il campo istituzionale come qualcosa di simile alle leggi della natura, non appartenente cioè all’ambito delle creazioni umane. Questo ci convince che la sovranità di ciascuno è limitata al perimetro individuale. In queste “condizioni immaginarie” nessuna rivendicazione che si ponga nell’ambito del politico si può dare. Se i soggetti che si mobilitano non credono a priori e fino in fondo nella possibilità d’intervenire sugli assetti nodali dell’esistente, nessuna azione collettiva è possibile. Il letargo civile, quindi, non tocca soltanto i ceti subalterni rintontiti dalla Tv berlusconiana, ma è il frutto di un’egemonia culturale che viene da lontano.

La vicenda dei ricercatori è una lezione importante per le punte più avanzate della sinistra odierna, le quali s’illudono di poter riguadagnare terreno inseguendo i numerosi conflitti “molecolari” che si danno nella realtà. Accogliere e dar voce al disagio esistente non serve a nulla se non si ricostruisce un orizzonte “molare” verso cui tendere collettivamente. E, prima ancora, se non si ricostruiscono (a prescindere dall’orizzonte individuato) le basi stesse della sovranità del collettivo sulla realtà. Per questo occorre smetterla di sprecare energie nelle “pratiche” virtuose dal basso e tornare a dedicarsi alla “teoria”, a riconquistare le altezze della decisione sovrana circa gli assetti di fondo della realtà.

 

Riferimenti bibliografici

Adorno T. W., Horkheimer M. (1997), Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi, Torino.

Castoriadis C. (1975), L’institution imaginaire de la société, Seuil, Paris.

Coser L. A. (1967), Le funzioni del conflitto sociale, Feltrinelli, Milano.

Dahrendorf R. (1990), Il conflitto sociale nella modernità, Laterza, Bari.,

Galtung J. (1996), Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano.

Harvey D. (2007), A Brief History of Neoliberalism, Oxford University Press, Oxford.

Honneth A. (2002), Lotte per il riconoscimento, Il Saggiatore, Milano.

Magatti M. (2009), Libertà immaginaria, Feltrinelli, Milano

Merton R. K. (2000), Teoria e struttura sociale, Il Mulino, Bologna.

Pasolini P. P. (2009), Lettere Luterane, Garzanti, Milano.

Romano O. (2008), La comunione reversiva, Carocci, Roma.

Romano O. (2014), The Sociology of Knowledge in a Time of Crisis, Routledge, NY & London.

 

 

[1] http://tempsreel.nouvelobs.com/societe/20101116.OBS3048/l-appel-pour-la-suppression-des-notes-a-l-ecole-primaire.html

Onofrio Romano

Professore associato di Sociologia Generale presso il Dipartimento di Scienze Politiche - Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"

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