18 dicembre 2017

Una transizione perenne. Il lento cammino della Serbia verso la democrazia.


di

Iconocrazia 12/2017 - "Democrazie in transizione", Saggi




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“La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati” (Gramsci, 1930, Q3, p. 311). Questa affermazione rispecchia il processo di transizione che coinvolge la Serbia da quasi tre decenni. Il “vecchio” è rappresentato dal modello socialista jugoslavo. Il “nuovo” invece dal corso democratico, il cui slancio cruciale avvenne all’indomani della “cacciata” di Slobodan Milošević nel 2000. Oggi la Serbia è un paese sovrano e, almeno sul piano formale, democratico. Si potrebbe quindi obiettare che il “nuovo” sia già nato e che il periodo di “interregno” si sia concluso. Eppure ancora oggi permangono una miriade di fattori interni ed esterni che rendono il paese un caso studio senza precedenti nella storia delle democratizzazioni in Europa. La peculiarità della transizione serba è rappresentata dal suo carattere non lineare, soprattutto nel decennio che va dalla fine dell’esperienza jugoslava alla “cacciata” di Milošević. Differentemente dai paesi dell’Europa Orientale, la fine del modello socialista e l’avvento della democrazia liberale furono fenomeni tutt’altro che rapidi. Il passaggio dal sistema socialista al regime democratico è stato un periodo denso di avvenimenti storici che, per semplificazione, riassumo in cinque momenti: la liberalizzazione, la guerra e il governo Milošević, la crisi economica, l’intervento NATO e il crollo di consenso di  Milošević.

a) 1990 – Liberalizzazione. In questa fase, che Linz e Stepan (1996, 3) identificano come “liberalizzazione”, si concretizza la fine del monopolio politico della Lega dei Comunisti e lo svolgimento delle prime elezioni multipartitiche nel 1990. In quel periodo vi fu un maggiore coinvolgimento delle masse che spingevano per un superamento del dominio della burocrazia socialista in quella che fu chiamata la Rivoluzione antiburocratica. Milošević, Presidente della Serbia nel 1989, basò la sua politica sulla ricerca del consenso su basi ideologiche quali la difesa della patria dai nemici esterni, una lettura “divina” della storia nazionale e la costruzione di una Grande Serbia che comprendesse tutti quei territori in cui fossero presenti cittadini serbi. Questo atteggiamento acuì la già profonda crisi politica dell’area.

b) 1991 – La guerra e il governo Milošević. Le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia del 1991 furono il pretesto per dar vita ad una guerra che trasformò radicalmente la composizione etno-nazionale dei Balcani. Tra il 1992 e il 1995 il sistema politico serbo fu dominato da Milošević e dal Partito Socialista Serbo (SPS) con il Parlamento praticamente esautorato di ogni funzione reale. Le opposizioni, poco abituate ai meccanismi della democrazia liberale, furono incapaci di creare un compatto fronte democratico in grado di raccogliere il consenso necessario per avviare una più rapida transizione politica. L’elemento della continuità del partito di governo differenzia la transizione serba da quelle dei paesi dell’Europa Orientale in cui i partiti eredi della tradizione comunista vennero abbandonati dall’elettorato. L’SPS rappresentava infatti il naturale erede della Lega dei Comunisti Serbi. Milošević attuò una politica fortemente nazionalista in aperta contrapposizione agli altri nazionalismi che si andavano radicando nella regione. L’ampio consenso e l’incapacità delle opposizioni di fornire un programma politico ad ampio spettro permisero a Milošević di governare per diversi anni. La lotta contro gli oppositori politici si fece sempre più stringente, soprattutto nei mezzi di informazione. Non affatto secondario fu inoltre il sostegno della Chiesa Ortodossa serba che vedeva in lui l’unico vero difensore della cultura serba in Kosovo.

c) 1992 – La crisi economica. Dal punto di vista economico venne abbandonato qualsiasi residuo del modello di autogoverno e autogestione socialista per fare spazio ad una forma ibrida caratterizzata dal legame tra il partito di governo e le elitès economiche, un forte controllo statale e un imponente mercato nero. Milošević potè contare sul supporto degli uomini più ricchi del paese, facilmente cooptati dal sistema politico grazie agli enormi profitti scaturiti dalla guerra e dal mercato nero. Paradossalmente la guerra e le sanzioni della comunità internazionale permisero a Milošević di mantenere un alto consenso facendo leva sulla difesa della Patria dai nemici esterni. All’instabilità frutto della distruzione del mercato unico jugoslavo si aggiunsero i costi della guerra, le sanzioni imposte da UE, Stati Uniti e ONU e il problema dei profughi. A pagarne le spese furono i cittadini serbi costretti a subire una guerra che era stata presentata loro come inevitabile e giusta. Nei primi anni novanta si assistette ad un peggioramento di tutti gli indicatori macroeconomici. L’inflazione tra il 1989 e il 1993 passò da un tasso pari al 1,269% ai 116,5 miliardi (Uvalic, 2010, 56). La produzione industriale diminuì ad un tasso medio del 20% annuo, così come il PIL che nel 1993 fece registrare -30,8% rispetto all’anno precedente (ibid, 56). La spesa pubblica aumentò enormemente per soddisfare le necessità militari, mentre a causa delle sanzioni le esportazioni e le importazioni vennero praticamente azzerate (ibid, 56).

d) 1993 – L’intervento NATO. Nonostante i miglioramenti nei dati macroeconomici registrati negli anni successivi, la situazione peggiorò irrimediabilmente con lo scoppio delle tensioni in Kosovo e i conseguenti bombardamenti della NATO nel 1999. In soli due mesi il sistema industriale e infrastrutturale serbo vennero praticamente azzerati. I principali bersagli delle operazioni militari furono le industrie chimiche, quella automobilistica, le centrali elettriche, le principali arterie di collegamento come le strade e i ponti. L’obiettivo era quello di paralizzare il paese e spingere il popolo serbo a ribellarsi contro Milošević con cui era ormai impossibile raggiungere una definitiva e pacifica risoluzione del conflitto. Il risultato venne effettivamente raggiunto. Milošević si trovò isolato tanto a livello internazionale quanto a livello interno. In Montenegro, membro insieme alla Serbia della Repubblica Federale Jugoslava costituita nel 1992, si diffusero le spinte indipendentiste sostenute dal Presidente Djukanović, ex alleato di Milošević.

e) 1994 – Il crollo di consenso. La formazione di un largo fronte di opposizione e il sostegno finanziario e politico da parte dei governi occidentali e di molte ONG, unito alla profonda crisi economica, indebolirono lo strapotere di Milošević aprendo la seconda fase della transizione. Le manifestazioni di piazza si fecero sempre più frequenti soprattutto dopo la sconfitta militare e la frammentata opposizione parlamentare vide in Djindjic un leader carismatico attorno cui costruire una nuova alleanza liberaldemocratica: DOS (Opposizione Democratica Serba)[1]. La crisi di consenso del SPS e il rinnovato slancio delle opposizioni costrinsero Milošević a convocare nuove elezioni nel Settembre 2000 per il rinnovo delle camere federali e del Presidente della Federazione. I risultati videro l’affermarsi della coalizione DOS sia a livello parlamentare che a livello presidenziale con la vittoria di Kostunica su Milošević. Kostunica riuscì a fondere due aspetti che nella società serba giocavano ancora un forte ruolo: il nazionalismo e l’anticomunismo. Il non riconoscimento del risultato da parte di Milošević fece esplodere la rabbia della popolazione che, il 5 Ottobre 2000, scese in strada assaltando le principali sedi istituzionali e costringendo Milošević alla “resa”. Sfortunatamente le tante speranze di coloro che lottarono per un sistema più democratico ed equo risultarono negli anni successivi delle semplici illusioni.

La sconfitta di Milošević rappresenta il momento storico in cui caddero le residue resistenze della Serbia al modello democratico-capitalista, avviando una profonda trasformazione interna. Si assistette ad una de-ideologizzazione del sistema politico, in cui voci contrarie all’europeismo e al modello neoliberale non trovavano spazio, ad eccezione del Partito Radicale Serbo in cui convergevano i voti delle componenti più nazionaliste. All’indomani della “cacciata” il paese dovette fare i conti con una situazione economica disastrosa, un equilibrio etnico reso ancor più fragile dalla complicata questione dei profughi e dalle continue tensioni in Kosovo e con un sistema politico da ricostruire. Linz definisce questa fase come “Ruptura” che consiste in un netto passaggio in campo istituzionale ad un nuovo regime causato dal collasso di quello precedente (Linz; Stepan, 1978). In Serbia tale rottura si manifestò soprattutto in due campi: gli equilibri tra i partiti e i rapporti con le organizzazioni internazionali. Il nuovo parlamento contò ben 22 partiti con il DSS costretto a svolgere il ruolo di anello di congiunzione tra le spinte nazionaliste e quelle riformiste. Le differenze ideologiche tra i partiti al governo portarono ben presto ad una nuova fase di instabilità politica, aggravata dalla decisione di Djindjic di consegnare Milošević al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia nonostante la netta contrarietà del Presidente Kostunica, da sempre ostile a qualsiasi ingerenza estera negli affari serbi. A livello internazionale vi fu un deciso cambio di rotta rispetto alle politiche di Milošević. Il nuovo governo si caratterizzò per le sue posizioni filo-europee e liberali. Nel giro di qualche settimana la Repubblica Federale Jugoslava venne riconosciuta da tutte le più importanti organizzazioni internazionali.  In campo economico il paese potè godere di un buon livello di crescita trainato dalla ricostruzione post-guerra e dall’aumento della spesa pubblica. Nonostante la crescita del PIL, con un tasso medio del 5% circa tra il 2000 e il 2002, il tasso di disoccupazione continuò ad oscillare tra il 21 e il 25% (Uvalic, 2010, 149-151). A godere di questa rinnovata crescita economica fu soprattutto quella componente della società più “internazionalizzata” facilitata dalle privatizzazioni, dalla riforma del mercato del lavoro che introdusse importanti meccanismi di flessibilità e dalle nuove relazioni economiche con l’UE. Mentre il resto della popolazione continuò a sopravvivere grazie al mercato nero stimato intorno al 39% del PIL (ibid, 152). L’elemento più interessante di questa internazionalizzazione riguarda soprattutto il ruolo degli Investimenti Diretti Esteri (IDE). Tra il 2000 e il 2003 questi passarono da appena 50 milioni di $ ad oltre 1,3 miliardi (Uvalic, 2010, 155). Dopo una leggera flessione nel 2004 dovuta alle tensioni in Kosovo, il flusso di IDE tornò a salire per poi tornare ad avere un andamento altalenante con lo scoppio della crisi globale del 2007 (Uvalic, 2010). Secondo i dati della Banca Nazionale Serba i principali paesi di provenienza degli IDE, tra il 2000 e il 2008, risultavano essere l’Austria, la Grecia, la Germania e l’Italia (NBS Data). Questo andamento ha limitato notevolmente la capacità del paese di affrontare la crisi globale restando fortemente condizionata dalle scelte e dallo stato di salute degli altri Stati. La mancanza di una politica industriale nazionale impedì al paese di ricavarsi un proprio ruolo nello scacchiere internazionale, ne limitò la capacità di modernizzazione e impedì al mercato locale di crescere ed essere competitivo. Data la mancanza di un proprio settore industriale in grado di far fronte ad una crisi finanziaria, il paese si trovò presto travolto malgrado il basso costo del lavoro e una regolamentazione del mercato del lavoro molto flessibile. A pagarne le conseguenze furono nuovamente i cittadini serbi appartenenti alle classi medio-basse. Si assistette ad una stagnazione dei salari dei lavoratori e ad un aumento del tasso di disoccupazione che raggiunse il 23,9% nel 2012, dal 18,1% del 2007 (NBS Data). Come specificato anche dall’OIL in un suo documento dal titolo The Impact of the Crisis on Wages in South-East Europe del 2011 “l’aumento della disoccupazione nel corso degli anni 2000 è stato il prodotto della privatizzazione, della necessaria ristrutturazione dell’economia (…) e dell’inefficiente proprietà di Stato e sociale delle imprese. Allo stesso tempo, l’economia non è riuscita a generare posti di lavoro nel settore privato sufficienti a compensare le perdite di occupazione e assorbire i nuovi entranti nel mercato del lavoro”.

A livello politico le elezioni del 2012 rappresentano un ulteriore punto di svolta nella recente storia serba. In quell’anno salgono alla ribalta Alexsandar Vučić e il Partito Progressista Serbo (SNS) fondato da Nikolić. Le elezioni del 2012 incoronarono l’SNS come primo partito, favorito anche dalla spaccatura del fronte democratico. Con la vittoria elettorale del SNS e l’elezione di Vučić a Primo Ministro nel 2014 si apre una nuova fase della transizione. A distanza di un decennio dall’avvio di un profondo processo di democratizzazione si erano ormai attenuate le speranze della popolazione. A pagarne le conseguenze furono ovviamente i partiti e i politici che ispirarono quella stagione politica, ormai ridotti ad una presenza quasi testimoniale.Vučić negli anni è riuscito a creare un mix tra la voglia di Europa di parte della popolazione e una orgogliosa difesa della sovranità serba tipica di un nazionalismo di stampo moderato, senza perdere di vista il rapporto privilegiato con la Federazione Russa. Nonostante i pomposi appelli per una lotta senza frontiere alla corruzione che attanaglia ancora il paese, Vučić ha dimostrato di saper sfruttare al massimo le falle del sistema politico serbo. I sussidi, le sovvenzioni statali, il controllo da parte del partito di governo degli appalti pubblici e delle assunzioni nella pubblica amministrazione, hanno giocato un ruolo fondamentale nella crescita di consensi soprattutto nelle zone più rurali del paese. Nonostante la forza di Vučić, non sono però mancate importanti forme di proteste. Lo scandalo Savamala ha favorito la creazione di un movimento civico che rivendica una maggior democrazia sulle questioni attinenti la vità della comunità locale. All’indomani delle elezioni presidenziali inoltre numerosi gruppi organizzati e semplici cittadini hanno dato il via ad un importante ciclo di manifestazioni, considerate dagli stessi partecipanti come le più imponenti dai tempi del 5 Ottobre. Ad animare le proteste sono stati gli studenti e la classe media serba mentre quasi inesistente sembrava essere la partecipazione delle classi popolari, soprattutto nei piccoli centri. Sfortunatamente il carattere spontaneo di queste mobilitazioni e l’incapacità di creare una piattaforma rivendicativa di ampio respiro su tematiche politico-economiche ha portato ad un rapido riflusso delle proteste. Non è da escludere però che in futuro il malcontento possa diffondersi anche al resto della popolazione mettendo in crisi il potere di Vucic. Le elezioni comunali di Belgrado, previste nel Marzo 2018, saranno un banco di prova per le opposizioni che potrebbero rilanciarsi a partire dall’eventuale conquista del governo della capitale.

 

Le relazioni internazionali

La fine dell’esperienza socialista aveva favorito tra la popolazione la speranza che il nuovo corso democratico potesse migliorare le condizioni di vita e offrire ampie libertà individuali. La Serbia, per il suo peso, le scelte politiche del proprio gruppo dirigente e gli interessi delle grandi potenze globali, è stato il paese balcanico che più di tutti ha sofferto le conseguenze di una transizione altalenante e spesso confusa. Gli anni del governo Milošević diffusero tra la popolazione serba un sentimento di accerchiamento internazionale in cui qualsiasi attore esterno veniva considerato come nemico di una patria storicamente definita ma la cui realizzazione era impedita dal volere di altri soggetti. Il modello occidentale veniva considerato come estraneo alle proprie ambizioni e fonte di mortificazione per le tradizioni della Grande Serbia, mentre di quello socialista rimaneva l’idea di un regime in cui non vi era spazio per le libertà individuali.

Solo la sconfitta militare nelle guerre degli anni ’90 portò ad un radicale cambiamento. Il nuovo millennio si presentava come un periodo di importanti stravolgimenti che, almeno nella mente dei cittadini, avrebbe aperto la strada ad una nuova era di prosperità. L’imposizione del modello neoliberale e le difficoltà di una classe politica poco avvezza ai meccanismi della democrazia occidentale mostrarono in poco tempo i primi segni di cedimento. L’UE fu senza dubbio il protagonista principale degli eventi che caratterizzarono il nuovo corso democratico del paese. Sostenne politicamente le mobilitazioni contro l’ultimo governo Milošević, mentre numerose organizzazioni non governative europee svolsero l’importarte ruolo di diffusione dell’ideale democratico tra la popolazione più giovane e colta. I rapporti tra la Belgrado e Bruxelles si intensificarono, creando un nesso di causa-effetto tra le richieste europee e l’implementazione delle riforme varate dai vari governi serbi. Dal 2001 al 2014  la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha finanziato numerosi progetti in vari settori strategic per un totale di circa 4 miliardi (EBRD, 2014). Nell’Aprile 2008 venne sottoscritto l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (SAA), passo fondamentale per avviare il processo di adesione, mentre già nel 2009 Belgrado presentò ufficialmente domanda di adesione ottenendo, due anni dopo, lo status di “paese candidato”. Negli ultimi mesi il Presidente Vučić ha dichiarato che la Serbia continuerà a lavorare senza sosta per avvicinarsi al modello europeo ma si rende sempre più necessaria la definizione di una data certa per l’adesione[2].

La politica dell’UE degli ultimi anni è stata definita da alcuni analisti come una “stabilitocrazia” (BiEPAG, 2017) in cui l’elemento della stabilità interna e regionale, effettivamente raggiunta da Vucic, assume la priorità sulla qualità della democrazia interna. Nonostante l’Ue abbia giocato il ruolo di protagonista principale nell’area a partire dal 2000, bisogna tenere in considerazione il ritorno sulla scena della Federazione Russa che nella regione ha numerosi interessi politici legati soprattutto alla questione dell’allargamento NATO. Negli ultimi anni sono andati intensificandosi i legami economici tra i due paesi. I principali settori coinvolti sono il settore energetico e quello militare. L’importazione del gas russo, a prezzi di favore, rappresenta infatti l’unica fonte di approvigionamento per un paese che non può godere di  grandi risorse e che risulta geograficamente fondamentale per il passaggio del gas diretto in Europa.

Sempre maggiori sono inoltre gli interessi di altre potenze globali, come la Cina. Per Pechino l’area rappresenta una fondamentale arteria di comunicazione e transito per le merci destinate al mercato europeo. La Serbia gioca un ruolo centrale nella costruzione della “Nuova Via della Seta” che collegherebbe l’Europa con l’Asia Centrale. L’interesse della Cina per l’area è dimostrato dai cospicui investimenti soprattutto a livello infrastrutturale e industriale. Se la Russia considera fondamentale l’alleanza con Belgrado per questioni più propriamente politiche che economiche, discorso inverso fa fatto per la Cina. Pechino infatti sembra più interessata agli aspetti economici, confermando il proprio approccio alle relazioni internazionali secondo cui ogni Stato è libero di agire come meglio crede al proprio interno. La promessa di una tutela politica da parte di un alleato storico come la Russia o la sempre maggiore dipendenza economica dai capitali cinesi potrebbero apparire come valide alternative nel caso in cui il processo di adesione europea non dovesse concludersi positivamente.

La visione di un’UE in grado di risolvere i problemi del paese deve fare i conti, oggi, con uno scetticismo crescente che pone non pochi interrogativi alla classe politica serba e alle stesse istituzioni europee. I risultati spesso nefasti delle riforme attuate in questi anni, in linea con le richieste comunitarie, giocano un ruolo fondamentale nell’alimentare tale scetticismo. Le difficoltà economiche e politiche degli ultimi anni hanno inoltre favorito l’immagine di una vecchia europa incapace di garantire elevati standard di vita e la tutela della sovranità nazionale dei propri membri. Ci si interroga quindi su cosa sia in grado di offrire effettivamente l’UE ai futuri membri, al di là di aiuti economici utilizzati spesso in maniera impropria. Sebbene l’adesione all’UE rimanga l’opzione maggiormente perseguita per far fronte alle difficoltà di un’arena internazionale sempre più instabile, questa non sembra oggi essere l’unica possibilità in campo come all’inizio del 2000. Sicuramente l’adesione potrebbe facilitare una distensione nei rapporti tra la Serbia e gli altri stati dell’area, la risoluzione di questioni come quella dei confini territoriali in Kosovo o delle minoranze serbe in Bosnia-Herzegovina, evitare infine la diffusione delle dinamiche che stanno caratterizzando la crisi macedone negli ultimi anni. Il processo di adesione potrebbe favorire gli scambi commerciali nell’area e di conseguenza aiutare lo sviluppo industriale e la crescita economica. Ma la lentezza con cui questo processo va avanti e la mancata identificazione di una data per la membership rischiano di ottenere l’effetto opposto.

Oggi appare impossibile ipotizzare una rottura totale nelle trattative tra l’UE e Belgrado, ma altrettanto complicato sembra riuscire a dare una data certa per l’adesione. La prospettiva più realistica è forse quella più pericolosa. Se la profonda crisi che colpisce l’Europa dovesse continuare ancora a lungo mettendo a nudo l’impossibilità di un nuovo allargamento, non è da escludere il ritorno ad un periodo di forte instabilità nella regione. Senza il ruolo di mediatore dell’UE, gli antichi odi etnici tra albanesi e serbi in merito al Kosovo potrebbero scaturire in azioni violente e nel tentativo da parte di uno dei due Stati di annettere la regione. Questo provocherebbe una reazione a catena difficilmente gestibile che vedrebbe coinvolti altri stati come la Macedonia o l’entità rappresentante la minoranza serba in Bosnia, la Repubblica Srpska. Nel caso in cui la Serbia dovesse diventare uno stato membro ci si chiede quale potrebbe essere il  peso all’interno del consesso europeo e quali i benefici concreti che ne trarrebbe la popolazione. Sicuramente Belgrado rappresenterebbe nelle istituzioni europee un piccolo paese con un’economia piuttosto ristretta, il che fa pensare che anche a livello politico la capacità di intervento nelle principali questioni dell’Unione potrebbe essere limitato. Per quanto riguarda i benefici attesi si può ipotizzare un miglioramento sotto alcuni aspetti, come ad esempio la tutela ambientale o l’efficienza della pubblica amministrazione. Sulle performance economiche e le condizioni generali di vita dei cittadini serbi tali certezze sembrano venir meno e i risultati di questa transizione perenne non sembrano di buon auspicio.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Balkans in Europe Policy Advisory Group, The Crisis of Democracy in the Western Balkans.        Authoritarianism and EU Stabilitocracy, Marzo 2017, Graz

Bieber, F., Popular Mobilisation in the 1990s: Nationalism, democracy and the slow decline of the Milošević regime, In New Perspectives on Yugoslavia: Key Issues and Controversies,

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Cerović, B.  Dragutinović Mitrović, R., Privatisation effects: some evidence from Serbia, 9th Bi-Annual Conference: Development Strategies – A Comparative View, Brighton, 2006

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ISAC Fund, Russia Serbia relations at the beginning of XXI Century, Belgrado 2010

Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave 1991-1999, Einaudi, 2014

Linz, J., Stepan, A., Transizione e consolidamento democratico, Il Mulino, Bologna, 2000

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Radenkovic, I., Foreign Direct Investment in Serbia, Rosa Luxemburg Stiftung, Belgrado, 2016

Uvalic, M., Serbia’s transition: towards a better future, Palgrave MacMillan, New York, 2010

[1]     La coalizione era formata da sindacati e dai partiti d’opposizione tra cui il SZP (Alleanza per il cambiamento), il DSS (Partito Democratico Serbo) e G 17, un gruppo di economisti liberali con importanti legami in Europa.

[2]     Dichiarazione rilasciata in seguito all’incontro informale svoltosi il 3 Luglio 2017 tra Vucic, il Presidente del Kosovo Thaci e la Responsabile della diplomazia europea Mogherini.

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