31 Gen 2015

Tempo, immaginario e animalità. L’odissea post-umana verso la società superorganica


di

Iconocrazia 07/2015 - "Potenza dell'immaginario", Saggi




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Introduzione

Il dibattito sul post-umano[1] raccoglie, da più di un ventennio, quella parte delle scienze umane e sociali impegnate a comprendere gli effetti prodotti dall’ingresso della tecno-scienza nello spazio organico e cognitivo dell’umano. Attraverso diversi approcci teorici, l’ipotesi sollevata da questo dibattito è che l’uomo stia attraversando uno stadio di soglia verso un nuovo processo di speciazione.

Il contributo qui presentato declinerà questo tema attraverso la relazione tra temporalità e immaginario. Articolato tre parti, nella prima parte si cercherà di mettere in luce i termini di questa relazione e di come essa, sin dagli albori del processo di ominazione, sia la conditio sine qua non della condizione umana[2].

Definita questa relazione generativa dell’umano, nella seconda parte si analizzerà come la sua traduzione cibernetica abbia raccolto in una sola dinamica accelerata l’intera umanità. Un processo che, comprimendo lo spazio di relazione tra temporalità ed immaginario, sta sospingendo la creatività umana verso la reattività animale e i mondi sociali ad organizzarsi secondo la logica tipica dei superorganismi. È questo involontario ritorno ad una condizione pre-umana la tesi che si cercherà di sostenere nella terza parte, indicando questa paradossale fase storico-sociale come l’effetto feedback generato dall’epoca post-umana.

L’articolazione di questi tre punti sarà condotta secondo un approccio transdisciplinare seguendo quella definizione data da Simmel della sociologia[3]. È in questo quadro epistemologico che il mio contributo, al fine di leggere l’epoca del post-umano, traccerà strade di connessione tra scienze specifiche quali, in particolare, la paleoantropologia, l’etologia, la filosofia, la neurologia, la storia, l’antropologia oltre che, naturalmente, la sociologia strettamente intesa.

 

 

  1. Immaginazione e temporalità: una relazione funambolica

 

Funambolo (lat. Funàmbulus da fùnis fune, corda e ambulare camminare) è colui che cammina, salta o balla su di una fune sospesa messa in tensione nel vuoto. Lungo questo esile percorso in continua oscillazione, l’arte del funambolo si esprime nella ricerca alchemica di quel punto di equilibrio tra l’asse verticale del suo corpo (testa, colonna vertebrale e piedi) e quello orizzontale (braccia e mani). È l’ottenimento di questo equilibrio che gli permette di camminare da una parte all’altra della sua fune e di vincere il suo duello aereo con la forza di gravità. Un movimento così abituale, per tutti noi che lo eseguiamo incantati con i piedi a terra, da risultarci naturale. Tuttavia, è proprio il funambolo che, staccando dal suolo la naturalezza del camminare, sa rivelarcene passo dopo passo le sue pericolose complessità. Le stesse complessità, d’altronde, che abbiamo affrontato nella nostra infanzia o in quella vissuta di riflesso nei nostri figli, in quel punto in cui si comincia a camminare andando dall’altra parte di quel mondo precedentemente conosciuto gattonando.

Eppure, il bambino, a sua volta, non fa che rivivere con i suoi primi passi l’infanzia dell’uomo in quel punto in cui 2/3 milioni di anni fa l’Australopithecus africanus, trovando con il suo corpo quel punto di equilibrio tra verticalità e orizzontalità, trasformò l’intera umanità in una specie di funambolo. Secondo gli innovativi studi del paleoantropologo Leroi-Gourhan[4], l’incipit della condizione creativa dell’uomo non fu, come comunemente si pensa, dato dall’aumento della sua massa celebrale, ma da questa rivoluzione posturale che liberò la testa e le mani dal suolo. Due parti corporee che, una volta messe in equilibrio nel vuoto, si riveleranno essere le chiavi per il nostro particolare percorso filogenetico orientandolo verso un’articolazione sempre più raffinata della parola e del gesto tecnico.

Anche altre specie, tuttavia, che non hanno sperimentato le funamboliche libertà tecniche ottenute dalla nostra rivoluzionaria camminata, si servono nelle loro tattiche vitali sia di linguaggi che di artefatti. Non si può dire, ad esempio, che le api, pianificatrici di vere e proprie città sospese e di complessi sistemi di comunicazione sotto forma di coreogrammi, ben prima dell’avvento dell’umanità, non siano altrettante espressioni di elaborate tecniche costruttive e linguistiche[5].

Se, allora, le capacità manipolative e linguistiche non sono delle prerogative esclusive del nostro essere diventati bipedi, la domanda che ci viene incontro è la seguente: perché le tecniche degli animali non si sono orientate a quella variabilità linguistica e manipolativa espressa dall’uomo? Per rispondere dobbiamo andare oltre la rivoluzione anatomica della colonna vertebrale con la quale ci siamo emancipati dal suolo mettendoci a camminare in piedi nello spazio. Questa forma di bipedismo va integrata a quell’altra parallela rivoluzione compiuta all’interno dei crani dei primi ominidi grazie alla quale abbiamo imparato a camminare sul tempo. Se, infatti, grazie alla rivoluzione della nostra postura fisica abbiamo liberato l’edificio cranico e le mani dalla pressione della forza di gravità – creando un vuoto tra noi e lo spazio – è grazie a quest’altra rivoluzione mentale che – creando un vuoto tra noi ed il tempo – abbiamo liberato il nostro pensiero da un’altra pressione: quella dal presente.

È grazie a questa funambolica sospensione che l’uomo ha cominciato a rendere artefatta la successione di quel prima e di quel dopo scandita dallo stimolo-risposta lungo il nostro percorso filogenetico. La rigidità di questa sequenzialità comportamentale è ciò che incatena la vita delle altre specie in una dimensione temporale modellata, attorno a loro, dall’incessante dinamica degli accadimenti che affollano il loro habitat[6]. La nostra specie, diversamente, ha imparato a frapporre un tempo vuoto nella sequenzialità reattiva dello stimolo-risposta nel quale, il suo pensiero, ha avuto modo di riavvolgersi riuscendo a riflettere sugli accadimenti presenti nel suo campo percettivo, ricondurli a sequenze processuali coerenti, interrogarsi sulla loro origine, prefigurarne il loro ripetersi e, quindi, modificarne i loro esiti con il suo agire.

Questo tempo vuoto non ha solo consentito all’uomo di staccare il pensiero dal suolo del presente, nel quale rimane invece ingabbiata la vita animale, ma è anche ciò che lo ha parimenti elevato funambolicamente nel cielo della dimensione immaginativa. È qui che incontriamo quella relazione tra temporalità e immaginario che sta al centro del nostro discorso. Una relazione che ha permesso all’uomo di sospendersi in quel cronico stato di semiestraneazione[7] dal quale ha potuto scorgere l’orizzonte della progettualità della sua esistenza[8]. D’altronde, il progettare, che nella sua etimologia (dal lat. projèctus, da pro jàcere) significa ‘gettare in avanti’, non a caso indica quella analoga condizione di sbilanciamento in avanti che permette al nostro asse corporeo di dare corso alla nostra camminata bipede nello spazio. La differenza è che il nostro bipedismo temporale sbilancia il nostro asse mentale dislocando il peso del pensiero sul piede sinistro del passato per alleggerire il piede destro del futuro, che, così liberato, riesce ad avviare la sua funambolica camminata nel cielo dell’immaginario. È a questo punto che possiamo sintetizzare tutto il nostro discorso sulla relazione tra temporalità e dimensione immaginativa attraverso la rappresentazione grafica riportata di seguito.

Figura 1

 

Cerchiamo allora di approfondire questa funambolica relazione attraverso gli studi di Damasio sulla mente. La mente, per il neurologo portoghese, è quel meta sé neurale – che è più della somma delle immagini percettive del corpo e delle immagini di risposta espresse dal cervello – capace di integrare le une e le altre in immagini terze grazie alle quali otteniamo la coscienza di agire e pensare. Scrive Damasio:

 

A mio giudizio avere una mente significa questo: un organismo forma rappresentazioni neurali che possono divenire immagini, essere manipolate in un processo chiamato pensiero e alla fine influenzare il comportamento aiutando a prevedere il futuro, a pianificare di conseguenza e a scegliere la prossima azione. [9]

 

La mente, riprendendo la nostra immagine guida del funambolo, è dunque la tessitrice di quella fune ancorata tra passato e futuro che ci distanza dall’immediatezza delle immagini percettive e motorie aprendoci all’immaginazione, a quel pensiero metacognitivo con il quale apriamo le catene operative tecniche dei gesti e quelle linguistiche della parola rendendole variabili, creative, in una parola umane[10]. È grazie a ciò, per rispondere ai precedenti quesiti, che l’uomo ha interrotto la ripetitività delle prime tecniche costruttive del paleolitico giungendo man mano alla produzione del linguaggio digitale, con il quale si delocalizza oltre il senso del luogo, e alla costruzione di navicelle spaziali, dalle quali si sospende nel vuoto cosmico in assenza di gravità. Forse, solo ora si chiarificano i motivi che, a torto o a ragione, mi spingono a dire che le libertà di maneggio e quella della parola ottenute dal distacco spaziale di mani e testa del bipedismo fisico descritto da Leroi-Gouhran non sono sufficienti da sole a segnare l’origine dell’umano. Esse, dunque, vanno incrociate a quella parallela libertà metacognitiva dell’immaginazione nata in relazione a quel bipedismo mentale che ci ha sospesi come dei funamboli sull’immediatezza del tempo animale.

Dopo aver stabilito in termini generali la funambolica relazione tra temporalità e immaginazione, è venuto il momento di fare un passo ulteriore entrando nel mondo della vita associata. È al suo interno, infatti, che i componenti di un determinato gruppo sociale, entrando in azione reciproca, oggettivano tale relazione in forme immaginative socialmente e storicamente determinate. All’interno delle scienze sociali, è Dilthey a dare una delle prime definizioni d’immaginario sociale[11] parlando di weltanschauungen, di visioni del mondo:

 

Le visioni del mondo si sviluppano in condizioni diverse.[…]Si manifesta, così, una relazione regolare in virtù della quale l’anima, spinta dal continuo mutamento delle impressioni e dei destini e della potenza del mondo esterno, deve tendere ad una saldezza interiore per poter opporsi a tutto ciò: così essa viene condotta dal mutamento, dall’instabilità, dallo scorrere e dal fluire della sua condizione, delle sue visioni della vita, al duraturo apprezzamento della vita ed a fini sicuri. Le visioni del mondo che favoriscono la comprensione della vita, che conducono ad obiettivi utili, si conservano e rimuovono quelle che meno si prestano in tal senso.[12]

 

Seguendo il ragionamento di Dilthey sulle visioni del mondo, l’immaginario socialeè dunque quell’immagine-tempo messa in forma dalla mente collettiva – che è più della somma delle menti individuali che la compongono – grazie alla quale gli uomini traducono l’instabilità, lo scorrere, il fluire, il mutamento del mondo ambientale. Questa peculiarità comune degli immaginari sociali è ciò che li rende essenzialmente degli spazi di senso durevoli capaci di sottrarre ciascun gruppo sociale dall’immediatezza naturale. Da qui in poi, per esemplificare, chiamerò questi spazi-tempo immaginativi in cui abitano i mondi sociali come crono-architetture. Miti di fondazione, riti di passaggio, calendari astrologici, edifici sacri, sono le forme tipiche attraverso cui affiorano tradizionalmente le crono-architetture. Anche le ideologie della storia o le teorie scientifiche sull’origine dell’universo e della vita, non fanno che essere delle crono-architetture edificate dalla visione del mondo secolarizzata della modernità. Riprendendo la precedente immagine grafica, potremmo rappresentare in termini generali la crono-architettura come segue:

Figura 2

 

Ciascun gruppo sociale, domiciliandosi all’interno delle crono-architetture, diventa parte di un flusso temporale socialmente istituito capace di dare un ritmo condiviso all’agire individuale oggettivandolo in scambio sociale; di conservare la memoria collettiva con la quale la vita sociale perdura al di là dei ponti generazionali; di dischiudere l’orizzonte dei grandi fini grazie ai quali si costruisce il senso del futuro; di organizzare le ritualità sacre e profane che mettono in relazione la vita sociale con l’alternarsi delle stagioni nelle quali si trasfigurano gli ambienti che la contengono; di scandire i processi biologici espressi dai corpi dalla nascita alla morte rendendoli con ciò socialmente significativi; di permettere, in estrema sintesi, al mondo sociale di esistere.

Naturalmente, le crono-architetture non esauriscono tutta la relazione degli uomini con il tempo. Maggiore è la complessità del mondo sociale e la differenziazione delle istituzioni che la regolano, maggiore è anche la pluralità delle temporalità che fluiscono all’interno della crono-architettura. Nelle grandi civiltà, ad esempio, coesistono i tempi scanditi dalla politica, dai riti religiosi, dai ritmi economici, dalla routine della vita quotidiana o dalla vita individuale. In questo caso, la crono-architettura, pur composta da questo pluri-verso di temporalità, è quell’uni-verso cronologico di riferimento comune senza il quale tale eterogeneità si disperderebbe.

È per questa sua essenziale funzione d’orientamento che nella crono-architettura tutto fluisce della vita associata e non – cataclismi naturali, guerre, carestie, eventi ludici, cerimonie religiose e politiche, ecc. – tranne essa stessa, essendo quello spazio durevole di riferimento sovratemporale senza il quale tali accadimenti non potrebbero essere compresi, raccontati, rivissuti, memorizzati e quindi anche dimenticati. Si comprende, pertanto, come la crono-architettura, pur istituendo il tempo sociale, non sia parte né del divenire prodotto dai processi naturali, né del divenire prodotto all’interno del mondo sociale. Questo fa in modo, inoltre, che l’istituzione sociale del tempo appaia ai suoi consociati come un qualcosa di naturale e mai come la più sofisticata delle tecnologie sociali prodotte dall’azione reciproca, con la quale gli uomini creano quella fune con la quale camminare collettivamente come dei funamboli sul presente animale.

 

 

  1. La crono-architettura mondo

 

Le crono-architetture essendo edificate dalle visione dei mondi sociali, così come ho cercato di evidenziare nella parte appena conclusa, non possono che avere uno stile unico ed irripetibile. È questo carattere di unicità e d’irripetibilità che da quel sigillo di umanità ai mondi sociali differenziandoli secondo modalità altre rispetto a quanto accade per il sigillo impresso dallo scorrere dei processi naturali sui mondi sociali animali.

È questo carattere di unicità e d’irripetibilità che da quel sigillo di umanità ai mondi sociali differenziandoli diversamente, da come accade per il sigillo impresso dallo scorrere dei processi naturali sui mondi sociali animali.

Eppure, nella contemporaneità, scorre un tempo che per la prima volta avvolge in una sola crono-sfera fatta di 24 fusi orari l’intero mondo, imprimendo quotidianamente il suo sigillo d’uniformità su ciascuna realtà geo-culturale. La sua impronta la scorgiamo ogni qualvolta verifichiamo data e ora negli orologi che fasciano i nostri polsi, nei micro-schermi degli smartphone che portiamo in tasca, nei tanti quadranti dell’arredo urbano, nei display degli arrivi e delle partenze di treni o aerei, nel quotidiano che sfogliamo, ai bordi degli schermi dei nostri computer. Il sistema di riferimento universalmente riconosciuto di Greenwich (cfr. Fig. 3) è propriamente ciò che istituisce questo tempo-mondo.

Figura 3

 

Sono i suoi 24 fusi orari che, quotidianamente, permettono di sincronizzare le dinamiche degli ecosistemi sociali al movimento rotatorio della Terra ed è per tale ragione che possiamo cominciare a chiamare questa sconfinata temporalità sociale come tempo-mondo.  La circolazione dei passeggeri delle rotte aeree, dei flussi mass-mediali digitali, l’interconnessione delle agende delle élite politiche ed economiche trans-nazionali, le fibrillazioni in tempo reale delle borse mondiali, in una parola il sistema globale contemporaneo sarebbe impensabile senza il tempo-mondo delle ventiquattrore che trova nel meridiano di Greenwich il suo 0 iniziale.

Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo, ebbene questo effetto farfalla è ciò che oggi caratterizza la sfera unificata della temporalità. In essa, infatti, un evento quotidiano è in grado di provocare istantaneamente un uragano sociale dall’altra parte del mondo.

L’attacco alle Torri gemelle di New York l’11 settembre 2001; lo tsunami in Indonesia del 26 dicembre del 2004; la recente crisi economica mondiale innescata nel 2008 dalla economia statunitense con il crollo della banca di investimenti Lehman Brothers sono tutti esempi di quell’effetto farfalla che caratterizza le società contemporanee nell’epoca della loro reciproca interdipendenza. Ciascuno di questi eventi locali non fa che irradiare istantaneamente effetti politici ed economici ovunque come cerchi concentrici prodotti dalla caduta di una pietra in uno specchio d’acqua alimentato dal fluire planetario della temporalità contemporanea. Gli effetti di questi cerchi concentrici sono talmente intensi da aver generato anche nello spazio mentale degli uomini un ulteriore grado di coscienza del senso della temporalità capace di entrare sia nella sfera riflessiva dell’uomo della strada che in quella dello scienziato sociale. Entrambi, se pur con gradi di consapevolezza diversi, comprendono di esser parte di un solo divenire mondiale in grado di produrre effetti concreti sia nel perimetro della loro vita quotidiana che in quello più ampio della vita associata nella quale mettono radici.

Più complessa è, invece, la comprensione della natura tecnica di questa temporalità mondiale[13]. Essa, infatti, non è scandita da intervalli temporali qualsiasi, ma dalla concatenazione di segmenti temporali esatti e calcolabili  – composti da secondi, minuti, ore, giorni, anni, secoli e così via – prodotti da una macchina autoregolata, l’orologio.

Nel fiorire e sfiorire delle crono-architetture che hanno istituito il tempo dei mondi sociali, gli uomini da sempre hanno prodotto meridiane, orologi ad acqua, orologi ignei, clessidre per misurare il tempo attraverso il fluire degli elementi naturali. In questa storia millenaria delle tecnologie, l’orologio è, invece, ciò che trova nello scorrere dei suoi meccanismi il suo perpetuum mobile computando cronometricamente la temporalità in assoluta autonomia dal mondo[14]. I suoi ingranaggi, infatti, non misurano il tempo attraverso gli elementi naturali ma è il linguaggio binario del suo tic tac che, al di là dei quattro elementi naturali, da la misura esatta al mondo sia naturale che sociale. È questo linguaggio macchina, inaccessibile all’arte della parola, ad aver riposizionato l’uomo, prima occidentale e poi mondiale, in una crono-architettura cibernetica che trova nel sistema cronometrico di Greenwich la sua logica di funzionamento mondiale.

La cibernetica, come è noto, è quella disciplina tecno-scientifica che studia i fenomeni di autoregolazione mettendo in relazione i controlli automatici delle macchine, i controlli adattativi degli animali e la teoria dell’informazione attraverso il linguaggio asettico del calcolo numerico. È da questi studi, iniziati attorno al 1950, che cominceranno ad essere progettati i primi calcolatori elettronici e ad essere elaborati i primi linguaggi macchina dando inizio all’epoca dell’informatica. I fondatori della cibernetica Wiener, Turing e von Neumann erano convinti che tale scienza, essendo fondamentalmente basata sul linguaggio asettico del numero, potesse riguardare anche altri campi disciplinari come l’economia e la sociologia[15].

L’esattezza della loro intuizione non fa che essere quotidianamente confermata dalle scansioni numeriche generate dal tempo-mondo e dalla loro capacità di convertirsi in un altro linguaggio numerico, quella del mercato mondiale. È questa l’altra grande macchina autoregolata legata alla calcolabilità del denaro che trova nel tempo dell’orologio la sua conditio sine qua non per generare extra-profitto dalle dinamiche sia naturali che sociali. Pensiamo, ad esempio, ai cosiddetti contratti futures che possiamo considerare delle vere e proprie scommesse sul tempo che possono riguardare determinate quantità di merce (commodity futures) o attività finanziaria (financial futures). I più semplici da comprendere sono i commodity futures fatti dagli agricoltori mondiali nel tradizionale mercato delle materie prime. Un agricoltore, ad esempio, può vendere in una data futura e ad un prezzo concordato con l’acquirente il suo grano o i suoi animali prima che essi siano pronti per la vendita. Con ciò il venditore si garantisce con certezza un certo prezzo, che gli permette una pianificazione anticipata della sua attività produttiva. L’acquirente, da parte sua, accettando questo prezzo prefissato non fa che scommettere, in base a delle aspettative, sul valore futuro degli animali e del grano, su un loro maggiore rendimento alla fine della scadenza del contratto future. Le contrattazioni del tempo-denaro dei futures, essendo regolamentate da Borse specializzate, di cui quella di Chicago è la principale per i prodotti agricoli, è ciò che permette agli operatori di conoscere ogni giorno la loro posizione derivante dalla compravendita e di valutare il momento opportuno per intervenire chiudendo l’operazione. Si comprende, dunque, come sia la logica binaria della massimizzazione del profitto nel minor tempo possibile ad imporre i termini della contrattazione dei futures gestendo, in tal modo, la vita materiale non solo di singoli contadini, ma anche l’economia di sussistenza di intere popolazioni. Una logica del mercato finanziario resa possibile solo in virtù di quel funzionamento cibernetico della crono-architettura mondo capace di operare quella reductio ad unum di temporalità qualitativamente eterogenee. Una riduzione in cui dinamiche sociali e naturali – il grano che germoglia, l’allevamento degli animali, il lavoro come oggettivazione della persona, la durata dei ritmi naturali e sociali, il senso del futuro delle generazioni, il valore della memoria – vengono quantificate da un continuo ondeggiare di numeri trovando nei grafici finanziari delle Borse mondiali il loro quotidiano provvisorio calcolo.

Tuttavia, se è vero che la crono-architettura cibernetica è ciò che permette al mercato autoregolato la sua esistenza, è vero anche che quest’ultimo, nella ricerca di sempre maggiore profitto, retroagisce su di essa velocizzando mondialmente il tempo. È in questo feedback della macchina-mercato sulla macchina-tempo che tutto circola in costante accelerazione: le notizie dei grandi accadimenti di ciascuna realtà geo-culturale, le immagini mediali, le mode, le comunicazioni, i passeggeri nei cieli transcontinentali, le scoperte scientifiche, i capitali digitali e le merci, le innovazioni tecnologiche. Un flusso mondiale in cui tutto si muove, si dissolve e viene sostituito in un moto perpetuo che rende sempre più scarso il tempo. Dalle pratiche routinarie delle vita quotidiana alle temporalità più dense di significato – penso ad esempio all’organizzazione della vita domestica, alla frequentazione della propria cerchia di amicizie, alla gestione degli impegni lavorativi, agli spostamenti nei diversi palcoscenici della realtà sociale, alla produzione di ricerche scientifiche, alla coltivazione dei diversi ambiti della sfera dell’intimità o alla cura del proprio sé – il tempo sembra sfuggirci e non essere mai sufficiente, cosa che lo rende uno dei beni più preziosi e ricercati. È questa percezione quotidiana della scarsità del tempo che in modo più immediato ci mette in contatto con l’accelerazione del tempo-mondo. Una dinamica, in cui persino le stesse qualità spaziali vengono deformate come se fossero parte di una sola materia plastica da predisporre al suo attraversamento. È quello che accade, ad esempio, alle specificità degli spazi paesaggistici, lacerati dalle reti autostradali o da quelle ferroviarie dei treni ad alta velocità; agli spazi nazionali, in cui le scelte politiche vengono condizionate sempre più da dinamiche socio-economiche provenienti fuori dai confini territoriali; ed anche agli spazi corporei, resi sempre più performanti da integratori, droghe e psicofarmaci. Non vi è spazio organico o inorganico che al momento riesca ad ostacolare quel movimento in costante accelerazione capace di travolgere quasi sempre ogni volontà che – per motivi ancorati ad un senso ecologista, etico, religioso o politico – non sia affine ad essa.

Nelle società contemporanee il senso profondo del tempo cibernetico sembra essere la velocità stessa[16], poiché più si è veloci, e dunque più efficienti, e più si è nella sfera della legittimazione del vero. È questa equivalenza tra verità-velocità a costruire quel dispositivo concettuale che connota la dinamica accelerata impressa alla vita delle società contemporanee sincronizzate dal tempo cibernetico alle esigenze di extra-profitto del mercato mondiale e alla crescita del PIL inseguita da ciascuna nazione.

 

 

  1. L’odissea post-umana verso il presente animale

 

Grazie a quanto è emerso dall’analisi della crono-architettura mondo, da qui in poi si tratterà di mettersi in cammino verso l’epoca post-umana andando a leggere gli effetti di ritorno da essa prodotti in quella relazione tutta umana tra temporalità e immaginario. Prima di imboccare con decisione questo cammino, facciamo una piccola digressione sul senso del viaggiare poiché, come avremo modo di spiegare, non sempre la linea retta è il percorso più breve per raggiungere la meta.

Non è un caso che uno dei primi racconti che ha inaugurato la nostra tradizione letteraria narri proprio di un viaggio, quello di Ulisse tra le sponde del Mediterraneo verso la sua amata isola, Itaca. Una storia già conosciuta e decantata nel mondo dell’oralità ma che Omero, attorno all’VIII secolo a.C., raccolse nel poema dell’Odissea traghettandola nel nascente mondo della scrittura. È in questo racconto mitico che si manifesta l’archetipo del viaggio nel quale l’andare e il ritornare diventano parte di un solo movimento circolare. Un movimento che, tuttavia, non traccia un cerchio perfettamente chiuso ma spezzato. Ulisse, infatti, giungerà nella sua pietrosa isola non con la sua precedente identità di re ma, all’opposto, sotto le sembianze di un mendicante che solo il suo cane Argo riuscirà a riconoscere. È rifugiandosi nel segreto di questa identità capovolta che egli preparerà il piano per riportare l’ordine politico turbato dall’insediamento dei Proci nella sua corte durante la sua assenza. Ciò che ha trasformato Ulisse al suo arrivo, e anche la sua Itaca, è appunto il cerchio spezzato del viaggio.

Ecco, l’archetipo del viaggio è connotato da questa circolarità imperfetta che avvolge chi lo compie in uno spazio-tempo capace di metamorfosarlo in qualche parte di sé. Il tipo di percorso scelto, le tappe che lo articolano, i paesaggi attraversati, gli incontri avuti, i disagi degli spostamenti, gli imprevisti vissuti sono tutti elementi che, al di là della meta raggiunta, attivano questo spazio-tempo che non fa mai tornare esattamente uguale il viaggiatore nella sua personale Itaca.

Anche i diversi gruppi sociali all’interno delle crono-architetture, in fondo, hanno viaggiato in uno spazio-tempo a se stante da quello naturale, metamorfosandosi lungo la ricerca di una propria Itaca, di una età dell’oro smarrita da ritrovare procedendo verso il futuro. L’idea escatologica della resurrezione dei morti alla fine dei tempi generata dall’immaginario teologico del cristianesimo o le grandi ideologie moderne (illuminismo, comunismo, positivismo, liberalismo) teleologicamente orientate verso il progresso, sono tutti esempi di quei Grandi racconti che, tra passato-futuro, hanno edificato quel senso durevole del divenire proprio delle crono-architetture della nostra tradizione. Tuttavia, ciò è estendibile trasversalmente a tutte le culture umane poiché, come scrive Ricoeur:

 

Esiste tra l’attività di raccontare una storia e il carattere temporale dell’esperienza umana una correlazione che non è puramente accidentale, ma presenta una forma di necessità transculturale. O, in altri termini, che il tempo diviene tempo umano nella misura in cui viene espresso secondo un modulo narrativo, e che il racconto raggiunge la sua piena significazione quando diventa una condizione dell’esistenza temporale.[17]

 

Le crono-architetture non fanno che elevare a potenza collettiva questa correlazione tra racconto e temporalità essendo, fondamentalmente, delle crono-logie, dei discorsi sul tempo sovra-individuali grazie ai quali i gruppi umani abitano il divenire in spazi di senso durevoli. Una correlazione resa possibile, come oramai sappiamo, da quell’arte della mente umana di saper camminare sospesa nel cielo dell’immaginario sull’hic et nunc. È questo funambolismo metacognitivo quella precondizione antropologica che ha permesso a ciascun gruppo sociale di intraprendere la propria odissea in un proprio racconto del tempo.

La stessa precondizione rinnovata dalla contemporaneità. Anche la crono-architettura cibernetica, raccogliendo la popolazione mondiale nei suoi 24 fusi orari in un’unica odissea nel tempo, non fa che riprodurre nel linguaggio cronometrico del numero l’archetipo dell’andare e del tornare del viaggio nel tempo, ma con una variante sostanziale. La sua dinamica, ponendo nell’accelerazione stessa la sua Itaca, è ciò che determina uno schiacciamento dell’uomo sul presente animale richiudendo, in tal modo, il cerchio del suo saper viaggiare nel tempo. La velocità di circolazione impressa dalla crono-architettura mondo, infatti, sembra forgiare con i suoi istanti cronometrici gli anelli di una sola catena che, per quanto lunga, riporta la mente umana costantemente al piolo del qui ed ora impedendole di elevarsi funambolicamente nel cielo dell’immaginario. È con questo incatenamento che l’umanità, al di là della sua ripartizione geo-culturale, conduce la sua odissea verso l’epoca del post-umano ritornando nel rigido perimetro del comportamento animale basato sullo stimolo-risposta. Un comportamento reattivo tecnicamente riprodotto da quella logica binaria ‘del maggior profitto nel minor tempo possibile’ che trova la sua origine, così come si diceva, in quell’affinità elettiva tra l’autoregolazione della crono-architettura cibernetica e quella del mercato mondiale. Il paradosso generato da questa trasfigurazione tecnica dello stimolo-risposta è che l’uomo non dispone di schemi reattivi tali da potersi armonicamente riadattare a questo ritorno verso l’istante animale perduto. L’ansia del tempo che affligge quotidianamente in particolare gli abitanti delle metropoli, essendo più prossimi al flusso del tempo-mondo, è l’esito di questa incapacità adattiva[18]. Questa crono-patologia è, infatti, rivelatrice di quanto l’accelerazione penetri nella sfera psichica del tipo metropolitano intensificandone la vita nervosa[19] al punto da impedirgli di avere una relazione qualitativa con il tempo. In lui, il tempo si accumula incapsulato in segmenti esatti entro i quali egli deve comprimere le qualità del suo tempo vissuto e che per questo si trasforma in stress.

Sono solo gli animali non umani che possono rispondere prontamente alle stimolazioni-chiave come la fame, l’istinto sessuale, l’attacco e la fuga, la risposta reattiva ai cambiamenti stagionali che li spingono alla migrazione o al letargo. Sono tutte queste le stimolazioni-chiave che – con gradi di complessità differenti dipendenti dalla loro appartenenza di specie – attivano negli animali schemi di risposta immediati alle variazioni che si presentificano nei loro ambienti specifici[20].

Il celebre esperimento sul riflesso condizionato condotto da Ivan Pavlov con il suo cane, al quale insegnò ad associare al suono della campana l’offerta di cibo, non fa che essere esplicativo di questa rigidità del comportamento animale. Il medico ed etologo russo notò infatti che grazie a questa associazione anche in assenza di cibo bastava far risuonare la campanella per fare attivare la secrezione salivare del suo cane secondo quella rigida scansione basata sullo stimolo-risposta. Il comportamento umano, basato anch’esso sul riflesso condizionato, così come su altri tipi elementari di reazione, è integrato dalla sua abilità funambolica di essere decentrato sulla fune del suo controtempo mentale. D’altronde è questa abilità che ha permesso allo stesso Ivan Pavlov di interrogarsi e di comprendere i nessi temporali del comportamento del suo cane attraverso il suo cinico esperimento. Il paradosso insito nell’accelerazione tecnica del tempo è che oggi, con lo schiacciamento sul presente, tutta l’umanità sembra assomigliare sempre più al cane-pavlov piuttosto che al suo padrone Ivan Pavlov.

In questo passaggio dalla riflessività al riflesso condizionato non si esemplifica solo il comportamento della popolazione umana ma, di conseguenza, anche la complessità delle nature sociali sospingendole a diventare parte di un solo superorganismo. Questo è l’altro elemento socio-zoologico determinato da quella progressiva regressione dell’odissea post-umana nel flusso accelerato del tempo-mondo e che adesso dobbiamo analizzare.

Il superorganismo, nella gerarchia dell’organizzazione biologica, si colloca un gradino al di sopra degli organismi cellulari essendo composto da animali che agiscono in stretta collaborazione come, ad esempio, le colonie di formiche. Il livello essenziale di ogni superorganismo è quello della sociogenesi, che permette alla moltitudine dei componenti di una colonia di agire come se fosse un solo corpo. Un corpo capace, attraverso sofisticati sistemi comunicativi, sia di disseminarsi nello spazio circostante, che di concentrarsi all’interno di vere e proprie città come quelle sotterranee dei formicai composte da cunicoli e camere. Scrivono i biologi americani Hölldobler e Wilson:

 

Nel cervello di una formica operaia non vi è alcuna rappresentazione di un progetto dell’ordine sociale. Non esiste un supervisore che esegua questo piano generale nella propria testa, né una casta che agisca da cervello. Piuttosto, la vita della colonia è il prodotto dell’auto-organizzazione. Il superorganismo esiste nelle singole risposte programmate degli organismi che lo compongono. Le istruzioni di assemblaggio dagli organismi sono da un lato gli algoritmi dello sviluppo che hanno dato luogo alle caste, dall’altro gli algoritmi comportamentali, responsabili del comportamento degli individui all’interno delle caste istante per istante.[21]

 

Molte volte l’osservazione della vita degli insetti eusociali ha fatto riflettere sulle analogie che intercorrono con l’organizzazione del mondo degli uomini. Ciò che però ha distinto la vita dei formicai da quella delle città è stato dato dagli immaginari sociali nati dalla fuoriuscita degli uomini dal tempo naturale. È nell’epoca post-umana che la comparazione assume i caratteri di una vera e propria similitudine nel quale l’organizzazione sociale delle formiche sembra sovrapporsi a quella degli uomini. Anche la natura tecnica del tempo, infatti, crea quell’ambiente cronometrico ideale che avvolgendo mondialmente le società contemporanee le sospinge verso una tale organizzazione sociale. Una volta che gli algoritmi, esatti e calcolabili, impressi dall’accelerazione cronometrica comprimono la capacità immaginativa della popolazione mondiale, esemplificandone i comportamenti secondo regole di efficienza altrettanto rigide, la loro organizzazione sociale non fa che funzionare anch’essa come un superorganismo. La differenza è che il superorganismo, nel quale l’umanità diventa un solo corpo, non si addensa tanto nello spazio, quanto piuttosto nel tempo reale generato dalla riproducibilità tecnica del digitale. Sono gli algoritmi del codice binario dello 0 e 1 che permettono agli algoritmi cronometrici di metamorfosarsi in uno spazio immateriale capace, proprio per questo, di materializzarsi istantaneamente in ogni spazio geo-culturale. Quello che rende possibile questa convertibilità, come nel caso del denaro, è il fatto che entrambi sono dei codici cibernetici fondati dal linguaggio matematico. È in questo suolo spazio-temporale che l’intera popolazione umana si addensa sempre più velocemente nel presente, diventando un tele-superorganismo, capace cioè di auto-organizzarsi al di là delle distanze geografiche.

Ancora oggi molti considerano questo spazio-tempo cibernetico come ‘virtuale’, ritenendolo un surrogato della realtà, senza accorgersi di come proprio in esso si assembli concretamente il tele-superorganismo, che diventa così una nuova realtà sociale dominante su ogni altra realtà geo-culturale. Joshua Meyrowitz, definendo i luoghi mediali come nuovi spazi d’interazione, è stato uno dei primi studiosi a comprendere l’effettiva realtà dello spazio-tempo cibernetico, poiché come scrive:

 

La natura dell’interazione non è determinata dall’ambiente fisico in quanto tale, ma dai modelli di flusso informativo.[…]La nozione di situazione come sistema informativo permette di rompere l’arbitraria distinzione spesso posta tra studi dell’interazione faccia a faccia e studi delle comunicazioni mediate. Il concetto di sistema informativo indica che gli ambienti fisici e gli ‘ambienti ’ dei media appartengono ad un continuum e non a una dicotomia. I luoghi e i media favoriscono entrambi i modelli stabiliti di interazione tra individui, i modelli stabiliti di flussi di informazione sociale. [22]

 

 

Questo continuum spazio-temporale non solo diventa quel nuovo luogo d’interazione faccia a faccia, ma anche quel luogo terzo attraverso il quale i corpi degli attori sociali producono effetti di realtà incidendo letteralmente su altri corpi. È quello che dimostra l’attività dell’European Institute of TeleSurgens (EITS)[23], centro di eccellenza della chirurgia a distanza attivo già dal 1997, una data preistorica nel campo dell’innovazione informatica. Il Prof. Jacques Marescaux, fondatore del centro, nel 1996 è stato il primo a compiere una operazione chirurgica transoceanica assistita da robot, in collegamento tra New York, dove era collocato il corpo del paziente, e Strasburgo, dove invece era collocato il corpo del chirurgo. Se dal punto di vista spaziale la mano del chirurgo e il corpo anestetizzato da un lato si allontana – poiché l’una è a Salisburgo, l’altro è a New York – è nello spazio-tempo cibernetico che si riduce al minimo permettendo l’operazione.

Anche le operazioni finanziarie, con altrettanta precisione chirurgica, usano concretamente questo spazio-tempo cibernetico per accorciare l’intervallo della compra-vendita dei titoli tra le Borse mondiali producendo concretamente sempre più ricchezza. Ed è per tale ragione che oggi si sta provvedendo ad accorciare all’inverosimile questo intervallo attraverso l’istallazione sul fondo dell’oceano Atlantico del primo cavo sottomarino a fibre ottiche costruito dalla società Hibernia Atlantic[24]. Questo nuovo super-cavo sottomarino non servirà a trasportare informazioni qualsiasi – voce, telefonate, testi o immagini – ma i dati finanziari tra le borse di New York e Londra, facendo guadagnare cinque millisecondi ai trader delle due principali piazze finanziarie del globo. Una frazione temporale impercettibile, ma un’eternità nel mondo delle transazioni computerizzate nel quale l’equivalenza tra denaro e spazio-tempo diviene sempre più vitale per la crescita del mercato finanziario mondiale.

È in questo spazio-tempo cibernetico che il tele-superorganismo trova dunque il terreno nel quale addensarsi scavando anch’esso al suo interno un proprio formicaio cibernetico chiamato comunemente Internet. Contrazione della locuzione inglese Interconnected Networks (ovvero Reti Interconnesse), è anch’esso costituito da cunicoli fatti di fibre ottiche, cavi coassiali, linee telefoniche e collegamenti satellitari.

Le elaborazioni grafiche di Chris Harrison, un ricercatore della Microsoft, sembrano evidenziare in un solo colpo d’occhio sia i flussi d’informazione che viaggiano nei cunicoli cibernetici (Fig. 4), che i punti del pianeta nei quali maggiormente gli utenti accedono ad essi (Fig. 5).

 

 

Figura 4

 


  Figura 5  

 

Come ogni formicaio, anche quello elettronico di Internet è costituito, oltre che da cunicoli cibernetici, anche da camere cibernetiche che, nel caso specifico, corrispondono alle banche dati contenute nei mega-computer dei Server Web[25]. Nelle camere dei Server Web non si accumula foraggiamento di natura organica, ma informazioni sotto forma di testi, musiche, ricerche, immagini, dati personali, informazioni di istituti pubblici e privati, conti bancari. Sono queste informazioni multimediali che in modo sempre più pervasivo e performante rendono riproducibile tutta la realtà delle società contemporanee. Un foraggiamento informatizzato sempre più appetibile ed indispensabile che spinge già 1/3 della popolazione mondiale[26] ad entrare nel formicaio di Internet attraverso le sue porte di accesso – computer, tablet e smartphone – per poter comunicare, svagarsi, lavorare, ricercare, consumare, ecc. E più questi accessi ogni anno si moltiplicano, più ciascun utente, proprio come una formica, contribuisce con le sue informazioni – file contenenti testi, audio, immagini, video – ad arricchire sempre più velocemente le riserve di dati immagazzinate nei Server Web.

Un processo che accresce esponenzialmente l’architettura del formicaio di Internet sfuggendo alla capacità rappresentativa dei singoli cervelli dei suoi utenti così come, d’altronde, accade ai cervelli delle formiche nel loro formicaio. Esso, infatti, si auto-organizza senza la necessità – come dicono i biologi Hölldobler e Wilson – di «un supervisore che esegua questo piano generale nella propria testa, né una casta che agisca da cervello» poiché è lo stesso formicaio di Internet a funzionare nel suo insieme come il cervello elettronico del tele-superorganismo umano. Se, infatti, lo spazio-tempo cibernetico è ciò che addensa nel suolo del presente la colonia umana rendendola un solo corpo, è il formicaio di Internet il suo sistema nervoso centrale che ne organizza la vita attraverso la comunicazione istantanea. Nelle tre immagini riportate qui sotto è possibile avere una elaborazione grafica della mappa di Internet (Fig. 6), del calco di un formicaio (Fig. 7) e dell’immagine al microscopio elaborata graficamente al computer delle reti neuronali umane (Fig. 8).

                            Figura 6                Figura 7                    Figura 8

 

La cosa interessante, che risalta immediatamente agli occhi, è come tutte queste diverse tipologie celebrali siano caratterizzate da forme reticolari tra loro analoghe, nelle quali ferve un’altrettanta analoga attività comunicativa interconnettiva.

D’altronde, come spiegano sempre Hölldobler e Wilson, un elemento essenziale della vita di un superorganismo è il sistema comunicativo con il quale i suoi componenti scambiano rapidamente e in modo efficace informazioni utili per la sopravvivenza della vita della colonia. Nelle formiche questo linguaggio viene veicolato dal feromone, una sostanza chimica rilasciata dalla estremità dei loro addomi lungo le tracce delle loro escursioni. Nel caso in cui una formica operaia trovi, ad esempio, del cibo, essa rilascia sul suolo questa sostanza chimica che le permette di ritrovare il sito dopo ogni suo viaggio al formicaio. Inoltre, se il sito è ricco di foraggiamento, la scia del feromone rilasciata dal suo passaggio, vaporizzandosi, viene captata dalle antenne delle altre formiche operaie reclutandole verso il medesimo punto. È attraverso questo sistema di comunicazione bio-chimica che il superorganismo sviluppa un suo sistema nervoso che gli permette di coordinarsi nel suo ambiente come se fosse un unico corpo. Sia un sistema nervoso periferico – costituito da ogni singola formica – che permette al suo corpo di disseminarsi nello spazio, che un sistema nervoso centrale – costituito dal formicaio – nel quale affluiscono tutte le informazioni provenienti dall’esterno, producendo risposte utili alla sopravvivenza dell’intera colonia.

Lo stesso accade nel tele-superorganismo umano. Se, come si diceva, è il formicaio di Internet il suo sistema nervoso centrale, i suoi utenti costituiscono i ricettori del suo sistema nervoso periferico, che consente al suo corpo di captare e muoversi in modo coordinato nello spazio-tempo cibernetico. La differenza è che il medium, che veicola le informazioni nel tele-organismo umano, non è il feromone ma uno estremamente più veloce: l’elettricità. Un medium, questo, capace di estendere mondialmente l’elettricità bio-chimica delle reti neurali dei cervelli dei suoi utenti ogni volta che essi, come delle formiche operaie, traducono in codice binario la realtà geo-culturale che li circonda. Telecamere, macchine fotografiche, registratori di suoni, sono quei sistemi mediali capaci di captare e tradurre digitalmente i piccoli come i grandi eventi della vita sociale trasformandoli in file multimediali, rendendoli così in grado di essere inviati istantaneamente on line nel World Wide Web. Macchine mediali sempre più diffuse, essendo ambite e desiderate dalla massa mondiale dei consumatori, e grazie alle quali si estende il sistema nervoso periferico del tele-superorganismo, che fa affluire sempre più informazioni nel sistema nervoso centrale del formicaio di Internet. E più questo sistema nervoso periferico/centrale si sviluppa in modo proporzionale, più il tele-superorganismo riesce a produrre effetti di realtà – di natura politica, economica, sociale, ecc. – dallo spazio-tempo cibernetico a quello geo-culturale.

 

Ciò che, però, rende diversa l’interconnettività delle informazioni che viaggiano elettricamente nella rete celebrale umana dalle altre è che solo la prima ha la possibilità di tessere quel filo di pensieri sul quale ciascun uomo si eleva come un funambolo al di sopra del presente. Né la rete del formicaio, né tanto meno la rete del formicaio mentale di Internet riescono, infatti, ad elevarsi dal presente riproducendo così la logica di funzionamento di un superorganismo. Solo la rete neuronale umana ha la capacità di essere, oltre che cervello, anche quel luogo mentale capace di integrare le stimolazioni del sistema nervoso periferico del corpo con quelle del sistema nervoso centrale del cervello. La mente umana è la sola, come si diceva nella prima parte, a poter produrre quelle immagini terze capaci di indurre quella coscienza riflessiva attraverso la quale immaginare il tempo in termini di possibilità. Ciascuna comunità umana, come abbiamo visto, ha edificato a partire da questo luogo mentale le crono-architetture attraverso le quali ha intrapreso le sue odissee nel tempo, verso quel comune arcipelago di isole umane irraggiungibili da ogni altro animale. Eppure, nella contemporaneità, è il fluire del tempo generato dalla crono-architettura mondo che, sommergendo questo arcipelago umano, ha dato inizio a quella involontaria odissea post-umana verso il mondo zoologico.

 

 

  

 

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Tavola delle illustrazioni

Figure 1 e 2, realizzazioni grafiche di Giovanni La Fauci

Figura 3, fonte: www.micronova.it/TOOLS+FAQ/FUSI-ORARI-Mondo.htm

Figure 4 e 5, fonte: www.chrisharrison.net

Figura 6, fonte: www.physorg.com

Figura 7, l’immagine è tratta dal saggio sopra citato di Hölldobler / Wilson, p. 410.

Figura 8, l’immagine è tratta dal saggio di E. R. Kandel / J. H. Schwartz J. H./ Jessell T. M., Principi di neuroscienze, Casa Editrice Ambrosiana, Milano 2003, p. 75.

 

Note

[1] L’ampiezza nel dibattito internazionale rende difficile fare riferimento a pochi testi; mi limito a citare il testo di Roberto Marchesini Post-human [Bollati Boringhieri, Torino e002], che ha introdotto il tema del post-umano nel panorama accademico italiano, e al più recente volume di Rosy Braidotti The Posthuman [John Wiley & Son, New York 2013].

[2] Tale condizione, non verrà riferita a quel nucleo trans-culturale immutabile e universale ­– fatto di ragione, sistemi valoriali astorici e qualità innate –  individuato dalla tradizione umanista. È questa la posizione, ad esempio, di Chomsky sostenuta nel celebre dibattito con Foucault andato in onda, nel novembre del 1971, per la televisione olandese e successivamente raccolto nel volume Chomsky N. / Foucault M., Reflexive Water: The Basic Concerns of Mankind, Souvenir Press, New York 1974. Con essa, invece, intendo quella condizione di esposizione dell’uomo alla possibilità creativa di ridefinire continuamente, sia soggettivamente che collettivamente, i confini della sua natura animale. L’intreccio tra temporalità ed immaginario, come si evincerà dal mio discorso, è il presupposto antropologico di questa ridefinizione.

[3] Per Simmel, infatti, la sociologia trova la sua specificità non in un proprio oggetto di studio, quanto piuttosto nel sapere trasformare i confini disciplinari delle scienze specifiche in nuove strade di connessione tra le terre del sapere al fine di giungere alla comprensione profonda dei fenomeni storico-sociali di volta in volta analizzati. Su questo cfr. G. Simmel, Sociologia, Edizioni di Comunità, Torino 1998 e in part. il cap. I° Il problema della sociologia .

[4] Su questo cfr. A. Leroi-Gourhan, Le geste et la parole. Technique et langage (voll. I-II), Albin Michel, Paris 1964. Su questo cfr. anche P. V. Tobias, Il bipede barcollante. Corpo, cervello, evoluzione umana, Einaudi, Torino 1992.

[5] Cfr. K. Frisch, Il linguaggio delle api, Bollati Boringhieri, Torino 2012.

[6] Su questo cfr. J. Uexküll, Ambienti animali e ambienti umani, Quodlibet, Macerata 2010 e anche K. Lorenz, L’etologia, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

[7] Scrive il socio-antropologo Gehlen: «Non si può dunque evitare la conclusione che l’immaginazione è autenticamente l’organo sociale elementare. Ma non si pensi al tardo fenomeno delle rappresentazioni dell’immaginazione individuale che si danno come irreali,[…]si pensi invece a un cronico stato di semiestraneazione che viene sedimentandosi dalle trasposizioni globali e dai giochi imitativi della prima infanzia, a quello stato che costituisce lo sfondo inconscio della nostra convivenza con gli altri e del nostro autoavvertimento che vi si coglie». In A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Mimesis, Milano 2010, p. 383.

[8] Sul rapporto tra tempo e progettualità nell’uomo, cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005.

[9] A. R. Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1994, p. 164.

[10] Su questo cfr. G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

[11] Sul concetto di ‘immaginario sociale’ cfr. G. Durand, Le strutture Antropologiche dell’Immaginario, Dedalo, Bari 1996 e anche cfr. C. Castoriadis, L’istituzione immaginaria della società, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

[12] W. Dilthey, Le dottrine delle visioni del mondo, Guida Editori, Napoli 1998, p. 180.

[13] Cfr. P. L. Marzo, La natura tecnica del tempo. L’epoca del post-umano tra storia e vita quotidiana, Mimesis, Milano 2011.

[14] Cfr. E. Jünger, Il libro dell’orologio a polvere, Adelphi, Milano 1994.

[15] Cfr. Wiener N., Dio & Golem s.p.a., Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[16] Su questo cfr. P. Virilio, La velocità di liberazione, Mimesis, Roma 2000.

[17] P. Ricoeur, Tempo e racconto, Jaca Book, Milano 1986, p. 91.

[18] Su questa relazione patologica dell’individuo con l’accelerazione del tempo, cfr. C. Leccardi, Sociologie del tempo. Soggetti e tempo nella società dell’accelerazione, Laterza, Bari-Roma Milano 2010.

[19] Cfr. G. Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito, Armando, Roma 1995.

[20] Cfr. K. Lorenz, Natura e destino, Mondadori, Milano 1985.

[21] B. Hölldobler / E. Wilson, Il superorganismo, Adelphi, Milano 2011, p. 32 e p. 68.

[22] J. Meyrowitz, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna 1995, pp. 60-62.

[23] Cfr. www.websurg.com

[24] La notizia è riportata da La Repubblica in un articolo di Federico Rampini – inserto AFFARI&FINANZA – di lunedì 31 ottobre 2011.

[25] Un Server Web è un servizio che si occupa di fornire, tramite software dedicato e su richiesta dell’utente (denominato client), file di qualsiasi tipo, tra cui le pagine web visualizzabili dai programmi di navigazione (browser) presenti in ogni PC.

[26] Su questo cfr. www.itu.int/ITU-D/ict/statistics/

Pier Luca Marzo

Università di Messina

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