28 giugno 2017

R. Gatti, M. Bartoni, L. Fatini. Un’utopia modesta. Saggio su Albert Camus




Iconocrazia 11/2017 - "L'immagine di Europa", Recensioni




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Il testo ripropone all’attenzione del pubblico – un pubblico potenzialmente vasto, e non composto quindi necessariamente dai soli “specialisti” – un autore come Camus, che pur essendo ormai considerato senza incertezze un “classico”, non sembra più oggetto di intenso interesse, passata l’ondata culturale dell’esistenzialismo del dopoguerra.
Opportunamente gli autori dichiarano di non voler proporre un ennesimo “omaggio accademico” all’opera dello scrittore e pensatore franco-algerino, e nel volume tengono fede al loro intento.
Ogni tappa dell’evoluzione di Camus viene presa in esame, a partire dagli scritti giovanili (oggetto principale del primo capitolo, A ritroso: la nostalgia degli inizi) fino alla Caduta (si veda il sesto capitolo, Gridando nel deserto: libertà e caduta), passando per Lo straniero (oggetto di puntuale analisi nel capitolo Mersault e il destino minerale dell’uomo assurdo) e per Il mito di Sisifo (Sisifo: l’inabitabilità del mondo) nonché per La peste (La rivolta alla prova: la peste, un sacerdote, un medico).
L’inattualità di Albert Camus non costituisce un limite, ma anzi un punto di forza della sua riflessione e del suo percorso intellettuale; un percorso che – come il volume ben raffigura – è vivo e testimonia un’evoluzione sorprendente e una capacità di cogliere i limiti insiti negli apparenti traguardi di volta in volta raggiunti. Le tragedie del mondo contemporaneo spingono Camus a confrontarsi con l’inadeguatezza di categorie che, piuttosto che cogliere le contraddizioni del reale, pretendono di svelarne il “segreto”, e dunque di negarne la tragica complessità. Camus non si accontenta quindi di “formule” e rimette in discussione i punti fermi che, un attimo prima, credeva di aver individuato. È per questo che, a proposito di Camus e del filo conduttore della sua opera di pensatore e scrittore, si può parlare, come gli autori fanno sin dal titolo, di utopia modesta.
Come fa rilevare Marta Bartoni nel primo capitolo del volume, «la riflessione di Camus può essere letta come una ricostruzione inesausta delle proprie origini, un viaggio dello spirito che ha tutto il sapore del “ritorno a casa”». Vi sono immagini della sua esperienza biografica «in cui trova consistenza il senso di una vita intera» (p. 12). Non è un ripiegamento sul proprio io, quello che Camus compie, ma un vero e proprio percorso di riconciliazione che mira a ricongiungere il pensiero e l’esperienza, quasi come sanando una ferita. La perdita del padre, i lutti causati dalla prima guerra mondiale, radicano nel giovane Camus l’esperienza della finitezza, sulla quale mediterà lungo l’arco dell’intera vita (cfr. p. 23). Inoltre gli scenari naturali dell’Algeria della sua infanzia, il sole del Mediterraneo e la povertà sperimentata in famiglia, sono elementi di una «nostalgia degli inizi» (p. 26) che accompagna il percorso creativo dello scrittore.
Nel capitolo L’orrore e il dopo: verso l’“utopia modesta”, incentrato sull’analisi del testo forse più “filosofico-politico” di Camus (L’homme révolté), Roberto Gatti nota come la provvisorietà sia una cifra essenziale nell’opera di Camus. La provvisorietà «è carattere costitutivo dell’assurdo, nel senso che nell’assurdo non si può dimorare perché contiene già al suo interno il moto di rivolta» (p. 102). Ma la provvisorietà è anche relativa al carattere di cantiere in fieri che contraddistingue l’opera di Camus. Egli ha ben presente la lezione di Nietzsche e di Dostoevskij, ma non ne è del tutto soddisfatto. La prassi, nella teoria camusiana della rivolta, ha un ruolo essenziale, ma essa non è riducibile «all’attivismo sartriano, che è integralmente nichilista» (p. 103), e non è dunque in alcun modo mero “vitalismo”. La rivolta della quale parla Camus – nota Gatti – non può prescindere dalla creazione (cfr. p. 105), alla quale si contrappone, e dunque presuppone l’alterità di Dio, e perciò la sua presenza.
L’ateismo – come quello proposto dal pensiero nietzscheano – non è una risposta adeguata all’inquietudine dell’umanità contemporanea: privata di ogni finalità, è costretta a interpretare l’esistenza come un “Gioco”, ma in questo modo si ritrova con «una morale in cui, non paradossalmente, la libertà coincide con la necessità: libero è l’uomo che riesce ad aderire con gioia al divenire nelle infinite manifestazioni che assume di volta in volta, sempre diverse e allo stesso tempo sempre uguali» (p. 108). Si potrebbe paragonare quest’uomo apparentemente “gioioso e liberato” ad un cercatore che, pur assetato di scoperte, non trova più nulla, perché nulla può più distinguere in una varietà che si trasforma in in-differenza. L’impossibilità di intervenire sulla realtà – laddove il negativo (il male) non è più distinguibile – lascia intatto il problema dell’umanità contemporanea: «Il compito di fondare un’etica della rivolta, e di fondarla nel tempo che ha visto maturare l’ateismo quale esito estremo della secolarizzazione, rimane quindi non assolto» (p. 109).
Ciò non significa che si debba restare ancorati al sacro nel suo tradizionale modo di rapportarsi alla società; Camus non rifiuta l’eredità di Nietzsche in toto, ma la ritiene insufficiente (cfr. p. 110). La rivolta è possibile se si abbandona la prospettiva angustamente soggettiva, e si dà spazio al riconoscimento della natura umana. Essa sintetizza ciò che accomuna gli esseri umani, anche nel momento e nelle circostanze in cui essi appaiono irriducibilmente diversi e avversari, ed è «un’intersoggettività che strappa il singolo al suo spazio privato ed egoistico, fino addirittura a fargli affrontare la morte per difendere diritti che vede violati nei suoi simili» (p. 111).
Camus tiene a distinguere la rivolta dalla rivoluzione, perché il mito di quest’ultima è alla radice dei totalitarismi. E interrogandosi su questi, lo scrittore franco-algerino, ritenendo che «Le “origini del totalitarismo” sono origini filosofiche, anche se ovviamente non esauriscono il quadro», assume una posizione ben diversa da quella di Hannah Arendt, come giustamente rileva R. Gatti, il quale fa anche notare che vi è piuttosto qualche affinità fra la concezione di Voegelin in merito ai totalitarismi e quella di Camus, pur trattandosi di due autori per altri versi dissimili (cfr. p. 113).
Impegnarsi nella rivolta significa accettare pienamente il carattere di imperfezione e di provvisorietà di quest’ultima; la rivoluzione tende a chiudere presto o tardi il “varco” attraverso il quale si fa strada la rivolta, e cioè mira, dopo aver messo in discussione l’esistente, a ricreare «ordinamenti e strutture di potere che ripetano la logica del dominio» (cfr. p. 114), pretendendo di dar loro una forma perfetta, perché conforme ad un disegno razionale che funge da «religione dell’assoluto» spostata interamente sulla terra. Se la rivoluzione ha dunque un fine (e di conseguenza una fine), che scaturisce dai “dogmi” della sua ideologia-guida, la rivolta «non ha mai fine, chiede per sé libertà perenne contro ogni ingiustizia, anche quelle che possono insorgere dopo che la rivolta ha cacciato i vecchi usurpatori» (p. 115).
L’analisi che nel testo viene fatta del pensiero politico di Camus coglie un punto rilevante: l’autore dell’Uomo in rivolta «fa del limite il vero e proprio cardine della sua antropologia e della sua morale» e grazie a ciò, pur senza averne sempre pienamente coscienza, si confronta con la «vulnerabilità morale», con «una zona oscura in cui si situa ogni scelta», riconoscendo pertanto, al culmine del suo percorso di pensatore, che «concetto d’innocenza […] e concetto di finitezza […] non possono stare insieme» (p. 128).
Il volume comprende anche un capitolo sul teatro di Camus (La parola letta, la parola detta: il teatro di Camus), parte importante della sua opera (dato anche il suo impegno come fondatore di compagnie teatrali: cfr. pp. 194-196). Il capitolo, stilato da Laura Fatini, svolge un’analisi puntuale dei testi, e del contesto biografico e storico nel quale s’inquadrano, e appare esauriente, giacché pur dando il giusto spazio ai lavori più importanti e fortunati, come il Caligola, si sofferma anche su opere più sofferte e controverse, come Il Malinteso, che a detta dell’autrice del saggio sarebbe ingiusto liquidare come un “incidente di percorso” nel teatro camusiano, ma anzi, proprio per gli aspetti che all’epoca in cui venne messa in scena parvero disorientare il pubblico, è un’opera «adatta alla scena contemporanea, che predilige la sobrietà della scenografia e la semplicità della trama, a favore di tematiche atemporali e valide per ogni epoca, quali sono la ricerca della felicità, l’incapacità di comunicare, la difficoltà del ritorno» (pp. 214-215).

 

Roberto Gatti, Marta Bartoni, Laura Fatini, Un’utopia modesta. Saggio su Albert Camus, Edizioni ETS, Pisa 2017, pp. 279.

 

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