1 Dicembre 2018

Populismi di Sinistra e movement-party. Analisi e prospettive di tre casi in Europa


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Iconocrazia 14/2018 - "2008. Lo spartiacque", Saggi




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La grande crisi economica esplosa intorno al 2008 ha portato con sé vari cambiamenti non solo economici ma anche paradigmatici – a livello sociale, culturale ed economico – all’interno degli scenari internazionali ed europei. La questione democratica è esplosa in tutto il mondo occidentale e, tra le varie cause, possiamo citare il fallimento delle esperienze politiche di governo di stampo socialdemocratico, negli Stati Uniti come anche in Europa. Focalizzando l’attenzione proprio sul contesto europeo, sia al suo interno che alla posizione assunta a livello internazionale nelle relazioni con le altre grandi potenze nei vertici internazionali, possiamo intravedere le cause e le conseguenze di una crisi totalizzante che, ad un anno dalle elezioni europee del 2019, lascia spazio a nuovi e preoccupanti scenari, ben lontani dal dualismo tra Pse e Ppe, entrambi in calo. 

Negli ultimi 10 anni, il paradigma della «​ crisi​ ​» è stato usato dai vari governi, a prescindere dal colore politico, per giustificare le politiche neoliberiste con tagli profondi alla spesa sociale e riforme strutturali che hanno peggiorato le condizioni materiali di tantissime persone, con il consolidamento del modello privatistico di gestione della ​«​res publica​» e la prevalenza delle esigenze economico-produttive sul benessere delle persone.

Le fratture sociali prodotte dalle scelte produttive di investimento nell’alto sfruttamento ambientale e umano per aumentare i profitti sono rimaste scoperte e disattese, ingenerando sfiducia e insofferenza dei cittadini nei confronti dei rappresentanti politici. Al modello di sviluppo di stampo capitalistico non sono stati contrapposti sistemi «alternativi»[1][2] in grado di risultare credibili ed applicabili in questa fase.

Dall’inizio del nuovo millennio ad oggi, è in corso una vera e propria «crisi populista», intesa come evento che mette in discussione la struttura del sistema sociale e politico in cui si manifesta e questa crisi sembrerebbe essere giunta ad un punto di non ritorno. Per Tranfaglia, il populismo emerge nei momenti di passaggio storico, di crisi, di frattura che abbattono le vecchie identità, quei valori universali e offrono spazio a nuove proposte. Formenti legge la crisi in funzione di una ​«​v​ariante populist​a» da attivarsi a sinistra, per tornare a rappresentare i più deboli, utilizzando il populismo contro quello della destra radicale, per ricucire le «fratture​ populiste​» e rispondere   alla ​«questione populista»​ ​, strettamente legata alla questione democratica

Per cominciare, bisognerebbe riconoscere che la questione democratica è conseguente alla questione sociale e strutturale, ben radicata nell’infrastruttura capitalistica e neo-liberale, ormai globalizzata e in forte crisi. Queste fratture, elencate da Segatori, appaiono come fratture ​«s​composte​»[3] con le seguenti caratteristiche: 1) per la loro complessità ed eterogeneità non sono oggettivamente ricucibili in modo facile e lineare; 2) i grandi partiti tradizionali non sono riusciti a interpretarle e a sanarle; 3) i cittadini avvertono una distanza rispetto alla cosiddetta ​«b​urocrazia di Bruxelles»​ per l’attenzione prioritaria rivolta da quest’ultima alla tenuta dei conti economici degli Stati membri; 4) i cittadini percepiscono un «s​ovraccarico​» di personale politico di estrazione partitica sia nelle istituzioni nazionali che in quelle europee, avvertito spesso come ​«​parassitario, ovvero costoso e poco produttivo.  Alla luce di queste debolezze strutturali, al giorno d’oggi, il concetto di sovranità viene messo in discussione ed è oggetto di propaganda elettorale in relazione alle dinamiche intergovernative europee, in Europa, e al commercio internazionale e ai mercati, nello scenario globale. Margaret Canovan spiega come tale fondamento possa ricorrere tanto nella vita politica ordinariamente, come ad esempio nelle competizioni elettorali, quanto in maniera «enfatizzata o drammatizzata», diventando una specie di «mito palingenetico», soprattutto nelle situazioni di forte disagio sociale. In una recente intervista, e nel suo ultimo libro, ​Étienne​ Balibar prende in prestito il termine gramsciano di «interregno»[4][5]. Questo termine descriverebbe a pieno il contesto storico attuale, in cui il vecchio ordine dell’Unione Europea sancito a Maastricht non funziona più e dall’altra parte non c’è alcuna forza morale ideologica o politica in grado di dare forma ad un’alternativa politica. 

Il concetto di «interregno»[6] è oggi aderente allo stato dell’arte della realtà e sarebbe collegato alla «crisi di autorità» e alle osservazioni, risalenti al 1929, sulla cosiddetta «quistione dei giovani», categorie sviluppate da Gramsci. Il tentativo di contestualizzare i Quaderni del Carcere, che si riferiscono alla «crisi moderna», ci permetterebbe non solo di mettere a fuoco i problemi della crisi dell’età cosiddetta post-moderna del presente, ma anche di poter immaginare una o più alternative di risoluzione. Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più <<dirigente>>, ma unicamente «dominante, detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che «le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (…)»6.

Siamo immersi, dunque, in una fase di transizione, tra passato e presente, in cui tutto però sembra superato, a seguito di uno stravolgimento socio-spazio temporale determinato da fattori sistemici di crisi. Per tali ragioni, dunque, Crouch coniò il termine «Post-democrazia»[7] analizzando: 1) la riduzione del dibattito politico a tecniche di persuasione, in quanto aldilà dello spettacolo della lotta elettorale «la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici»[8]; 2) il ruolo della massa dei cittadini che è del tutto passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve; 3) il processo di shock democratico delle istituzioni nell’era neoliberista e «ciò vuol dire che gli affari possono interferire col governo a loro piacimento ma non viceversa»9.

In altri termini, potremmo affermare che il paradigma stesso di politica e del politico è mutato: la gente comune difficilmente ha fiducia nella possibilità di poter cambiare le cose e difficilmente riconosce se stesso e le proprie condizioni materiali in una dimensione collettiva. La politica sembrerebbe oggi percepita come un elemento astratto, distante dalla realtà e riservata a chi può farla perchè ha la ricchezza necessaria, o è «qualificato». L’attacco ai diritti e ai più deboli è stato chiaro, forte, impietoso. Le politiche strutturali e monetarie, richieste dai criteri di Maastricht e il Patto di stabilità, avrebbero determinato la fine del welfare state in tutto il continente accompagnate da un vero e proprio nuovo modello culturale dove tutti sono protagonisti, possono essere autovalorizzarsi, ma nessuno realmente decide. Già nel 2004, Ralph Keyes nel suo scritto The post-truth era (L’era della post verità) preannunciò quelle che sarebbero state le scelte elettorali – e non – dei più, con l’adesione a programmi e a discorsi convincenti e con toni decisi, che trasmettono sicurezza e certezze, ma non verità, a prescindere dalla giustezza o dalla fondatezza scientifica e fattuale di ciò che si dice. L’individuo percepirebbe dunque la politica dando maggiore credibilità ad azioni carismatiche piuttosto che a quelle razionali o di scopo. 

Nel 1901, Lenin scriveva in «Che Fare?» le linee-guida del partito rivoluzionario per organizzare la rivoluzione e per portare la coscienza di classe ai lavoratori «solo dal di fuori» 10, cioè per mezzo di un partito rivoluzionario composto da rivoluzionari di professione che sono al di fuori dei rapporti economici tra lavoratori e datori di lavori, rimarcando la necessità di un partito che portasse gli operai a comprendere tutta la società, prerogativa necessaria per la rivoluzione socialista. A distanza di un secolo, al contrario, si potrebbe dire che la dottrina neoliberista abbia fatto prevalere una visione disintermediata dello sviluppo dei rapporti politici ed economici all’interno della società odierna. L’attacco culturale e politico perpetrato ai danni dei corpi intermedi e la loro implosione, ingenerata da malaffari, corruzione, crollo dei valori, hanno contribuito ad amplificare la crisi di rappresentanza politica e sociale e la disaffezione generale alla politica. Eppure, i fenomeni populisti sembrerebbero aver dato parziale soluzione all’annoso problema di soggettivazione e di riconnessione di un fronte sociale, più o meno organizzato dal basso e politicizzato. La forza di questi gruppi, più o meno definiti, è data da un lato dalla contrapposizione tra il popolo (unione interclassista di individui) e l’élite e, dall’altro, dalla capacità di occupare quel vuoto lasciato disatteso nel contesto politico, sociale e culturale. Rileggendo Gramsci, invece, potremmo affermare che i movimenti populisti apparterrebbero ai cosiddetti movimenti «di congiuntura»11 (e si presentano come occasionali, immediati, quasi accidentali), diversi dai movimenti organici, fenomeni che si pongono come anti sistemici a seguito di anni di contraddizioni insanabili nella struttura e di forze politiche incapaci di opporre cambiamenti.  Alla lettura gramsciana «ortodossa» di categorie quali blocco storico, egemonia, lotta di classe che portano a considerare antisistemici i movimenti populisti, si contrappone la lettura «eretica» di Laclau e Mouffe, i quali ​intravedrebbero in questi fenomeni dei possibili percorsi riformisti, in grado di essere concretamente efficaci. Emergerebbe dunque una rinnovata e differente analisi del conflitto politico, fortemente materialista da parte di Gramsci e più politicista e culturalista da parte di Laclau e Mouffe, notoriamente post-marxisti. 

Per comprendere il fenomeno potrebbe essere utile ripercorrere la letteratura scientifica esistente e che tenta di definirlo a livello teorico. 

«Il termine populismo deriva dall’inglese populism (che a sua volta costituisce una traduzione del termine russo narodnicestvo), adottato inizialmente negli Stati Uniti per indicare quei movimenti e quelle istanze che, nella Russia della seconda metà dell’Ottocento, avevano posto al centro il «popolo» e che si erano proposti di promuoverne il riscatto.»[9] Risulta doveroso citare lo studio svolto da Palano in «Lessico post-democratico», il quale elenca tre episodi di «vecchio» populismo principali della storia moderna e contemporanea che hanno visto il protagonismo di forze populiste: il populismo russo tra il XIX e il XX secolo, con un ruolo rilevante nella crescita del movimento rivoluzionario, le associazioni regionali negli anni settanta dell’Ottocento, negli Stati Uniti, che guardavano agli interessi agrari fino alla formazione del People’s party, il populismo latinoamericano degli anni trenta del Novecento. Il «nuovo» populismo, nasce a cavallo tra il XX e il XXI secolo, mantenendo molti punti in comune con il «vecchio populismo» e si alimenta dell’esigenza di presa di parola dal basso, da un lato, e dal «vuoto» politico e istituzionale postmoderno, dall’altro. I «nuovi»[10] populismi, nella prospettiva di Formenti e di altri studiosi, si sarebbero sviluppati secondo elementi comuni (il contrasto tra il noi/voi, l’individuazione di un nemico comune nell’ Establishment, la somma di interessi eterogenei e non bisogni collettivi, l’emersione di un leader, il rifiuto ideologico delle categorie di destra e sinistra) e con premesse e risultati differenti, sia elettorali che culturali. Una teoria condivisibile e ripresa più volte anche da Palano, è quella di Margaret Canovan. La politologa inglese evita di ricondurre le diverse manifestazioni di un fenomeno tanto eterogeneo a un unico idealtipo e ha tentato di costruire una classificazione delle diverse forme di populismo distinguendo il populismo agrario (di cui sarebbero stati espressioni il movimento russo, quello dei farmers statunitensi e quello sorto nell’Europa orientale a cavallo della Prima Guerra mondiale) e un populismo propriamente politico, individuando delle varianti (populismo autoritario di Peron, un populismo incentrato invece sul ricorso agli strumenti della democrazia diretta, un populismo reazionario e infine un populismo adottato proprio da uomini politici). La peculiarità del contributo di Canovan, punto di riferimento anche nel dibattito contemporaneo, risiede nella lucidità con cui supera le intenzioni di sintetizzare una proposta ideologica (o proto-ideologica) di matrice populista e definisce il fenomeno come un repertorio di stili politici al quale possono attingere più differenti attori, a prescindere da un’ideologia unica di riferimento. In occasione del forum organizzato nel 1967 dalla rivista «Government and Opposition»[11] presso la London School of Economics, Isaiah Berlin evocò il rischio che il dibattito cadesse vittima di un «complesso di Cenerentola», e cioè che la discussione si indirizzasse sull’individuazione di un tipo «puro» di populismo, destinato a cogliere qualche aspetto dei diversi casi storici di populismo ma non a trovare mai un pieno rispecchiamento nella realtà.

Alla luce della fase in cui siamo immersi, il «momento populista», le domande di ricerca su cui proseguire uno studio di politica comparata sarebbero in primo luogo se i populismi siano o meno l’unico elemento politico rimasto efficace ad oggi e, in secondo luogo, quanta e quale influenza i movimenti sociali, di piazza, anche quelli più populisti, hanno avuto nei riguardi di nuove forme di organizzazione partitica, come i movement-party, nel panorama di sinistra (dando per assunto che le ideologie esistono ancora, sono le forze che dovrebbero interpretarle ad essere in crisi).

La ricerca potrebbe articolarsi a partire dallo studio delle prospettive e dei limiti di tre casi europei: Le Fabbriche di Nichi in Italia, Podemos in Spagna, Syriza in Grecia. Secondo la definizione di Herbert Kitschelt i partiti movimento «sono coalizioni di attivisti politici che provengono dai movimenti e cercano di applicare le pratiche organizzative e strategiche dei movimenti sociali all’arena di competizione partitica»[12]. Il fenomeno Podemos, come del resto anche l’esperienza di Sinistra Ecologia e Libertà in Italia e di Syriza in Grecia, risulterebbero essere tra le prime sperimentazioni europee di movement party, in quanto risponderebbero sia alle esigenze di efficienza, organizzazione e rappresentanza, tipiche dei partito, che a quelle del contatto con la società, della mobilitazione e del nesso tra sociale e politico, tipiche dei movimenti sociali. Tali riflessioni sono state articolate consci del fatto che il progetto italiano di SEL si sia ormai concluso e con sguardo attento alle difficoltà che sta riscontrando Podemos, in calo nei sondaggi, nel mostrarsi all’altezza dello spazio istituzionale nonostante la nuova crisi di governo spagnola e la caduta di Rajoy.

Il primo caso riguarda l’Italia che, nei primi anni del nuovo millennio, è stata teatro di esperienze «radicali» di partecipazione «dal basso», a sinistra, con pratiche rinnovate e linguaggi dirompenti: Nichi Vendola è stato probabilmente tra i primi «populisti» al governo insieme a Silvio Berlusconi, in Italia, a porsi come soggetto «alternativo» ad un sistema politico italiano corrotto, percepito distante dai cittadini, entrando a gamba tesa in un dibattito pubblico, inaridito da una politica corrotta, di palazzo, con parole d’ordine, che sarebbero state capaci di creare immaginario collettivo e coscientizzazione anche in quella parte della popolazione, i più giovani, che nella «vecchia» politica non riponevano più né fiducia né credibilità. Citando le parole di Marco Damiani, la scommessa di Vendola fu di portare dentro al centro sinistra italiano la radicalità di un progetto politico progressista, superando la distinzione novecentesca tra sinistra socialista e sinistra radicale e assumendo i connotati del movement party. 

Onofrio Romano, in «Le fabbriche di Nichi» prende in esame un caso interessante di aggregazione post-moderna che lui definisce «post- partitica»[13], in cui il web 2.0 è diventato un elemento di primo rilievo, cioè le Fabbriche di Nichi, l’organizzazione che si è formata a ridosso della campagna 2010 per la rielezione di Nichi Vendola al Governo della Regione Puglia. Le fabbriche erano cellule di attivisti che operavano sul territorio regionale e che pian piano si sono diffuse anche sul territorio nazionale: non erano solo comitati elettorali e luoghi in cui fare il bilancio del mandato di governo regionale, ma rappresentavano spazi in cui si sarebbero dovute sperimentare pratiche di allargamento della partecipazione alla vita politica, iniziative culturali e di aggregazione per la cittadinanza. Le fabbriche furono un ulteriore strumento di mobilitazione politica del movement party, nate con l’espressa volontà di innovare le forme tradizionali della mobilitazione politica e prevalentemente popolate dalle generazioni più giovani dei «nativi digitali», che trovarono in rete la possibilità di avviare un processo partecipativo alternativo, fuori dagli strumenti classici della politica. Secondo Pratelli le Fabbriche avrebbero dovuto costituire una «cerniera» istantanea tra politica e società, collocandosi «esattamente al centro della frattura tra la politica nella sua configurazione tradizionale […] e la società con le sue forme di autorganizzazione, azione collettiva, individuale, reticolare ecc, ovvero nelle sue nuove forme di espressione politica»[14]. Anche Stefano Cristante sarebbe di quest’avviso poichè «si è visto in azione un metodo di discussione competente e aperto a tutti, ereditato dal social forum del movimento anti-globalizzazione e dalle esperienze più mature della cittadinanza attiva»[15][16]. Le critiche più forti arrivano, invece, da Romano, che arriva a definire questa esperienza come un modello di organizzazione politica ultra verticistico, post-democratico, mettendo in discussione una democrazia interna, a suo avviso inesistente.

A questo proposito, il caso in esame rappresenterebbe da un lato la diretta conseguenza del cambiamento che di fatto è avvenuto nei sistemi e nei modelli politici con l’affrancamento del neoliberismo e dall’altro un canale positivo, accessibile ai più giovani, di risorse e di idee, in alternativa alla retorica antipolitica, qualunquista costruita negli stessi anni da Grillo e Casaleggio in opposizione a Berlusconi e a un certo modello di politica istituzionale.  Un ulteriore elemento di criticità posto da Romano riguarda la sedicente « profonda americanizzazione degli eventi elettorali»[17] – durante la campagna elettorale per la rielezione a governatore pugliese e anche successivamente – dettata dall’assenza di bandiere di partito (molto presenti nel 2005) nelle convention e nei comizi, con al loro posto cartelli rettangolari ad personam con su scritto semplicemente: «Vendola Presidente», distribuiti dallo staff a tutti i partecipanti. Le preoccupazioni rispetto ad una possibile americanizzazione della politica sono condivisibili, nonché verificate nella realtà dei fatti. Tuttavia, il tema della percezione dei nuovi soggetti politici da parte della popolazione rivestirebbe un ruolo fondamentale per offrire risposte alle esigenze democratiche e partecipative lasciate scoperte dalla crisi di rappresentanza attuale. Vendola ha fatto da apri fila all’utilizzo di nuovi strumenti comunicativi (dai social network ai gadget) funzionali al perseguimento della credibilità, della riconoscibilità e della permeabilità dell’attore politico cioè Vendola, il suo comitato e poi SEL. 

Vendola sembrerebbe rivestire a pieno le sembianze del leader populista. La narrazione vendoliana ha funzionato come un vero e proprio storytelling – cioè, l’arte del raccontare e del raccontarsi come strategia di comunicazione persuasiva in ambito politico, economico ed aziendale – ed ha probabilmente condizionato gli anni successivi di storia politica e socio-culturale al meridione. La costruzione di tale immaginario forse non sarebbe stato possibile senza l’uso di metodi populisti, artifici retorici, mezzi innovativi di comunicazione politica diretta e indiretta, affiancati da nuove prassi decisionali, partecipative e organizzative, teorizzate nella forma partito-movimento, che rendono questo fenomeno storico simile alle esperienze politiche di Syriza, in Grecia e di  Podemos, in Spagna. L’esperienza teorica e politica spagnola di Podemos rappresenterebbe un caso di populismo da collocare su un versante di sinistra, interessante anche per la stessa genesi di questa formazione come sviluppo politico degli «indignados». Di fatti, può essere anche interpretata come il frutto di un esperimento realizzato da un ristretto gruppo di intellettuali, alcuni dei quali giovani accademici dell’Università Complutense di Madrid, con alle spalle esperienze più o meno durature di partecipazione al fronte della sinistra radicale. Il nucleo fondatore di Podemos, ufficialmente nato nel novembre 2013, elaborò innanzitutto una strategia politica basata sulla comunicazione, con particolare attenzione e presenza negli spazi di discussione pubblica sia televisivi che virtuali, con un discorso politico radicale, diretto e chiaro. «Il neonato progetto politico si poneva in netta continuità con lo spirito rivendicativo del movimento 15M, assumendo sulle sue spalle gli stessi obiettivi e facendosene, però, carico in altri termini. Obiettivo dichiarato era di oltrepassare il confine tra sociale e politico, laddove politico significa anche istituzionale.»[18] Nelle europee del 2014, a pochi mesi dalla fondazione, Podemos ha conseguito un successo non di poco conto, totalizzando l’8% dei suffragi e cinque europarlamentari. 

In questa sede si proverà ad elencare quegli elementi teorici, politici, pratici per cui sarebbe possibile affermare che questa nuova forma di organizzazione politica ha in sè delle caratteristiche innovative ascrivibili al «nuovo populismo» , per analizzarli e comprenderne i punti di forza e i limiti. 

In primo luogo, un primo elemento populista si ritroverebbe sicuramente nella capacità di porsi in rottura con un presente immobile sul piano mobilitativo ma soprattutto istituzionale, ingessato nella corruzione e nella mala-politica che ha inginocchiato il paese spagnolo, di irrompere e creare dinamicità, grazie anche alle indiscutibili capacità comunicative del suo leader, Pablo Iglesias Turriòn. Podemos si definisce così come un’operazione volta a rompere esplicitamente non solo con la sinistra spagnola (rappresentata dal Psoe e anche da Izquierda Unida), ma soprattutto con l’iconografia del movimento socialista novecentesco, nonostante lo stesso Iglesias non rinunci né a rivendicare il proprio passato nelle formazioni della sinistra radicale, né a indicare in Marx, Gramsci e in altri pensatori marxisti i propri riferimenti teorici. Le radici di tale partito affondano nel movimento e nella sua progressiva strutturazione istituzionale, tanto da essere ascrivibile alla nuova forma partito-movimento.

Eppure, con l’ascesa di Sanchez al governo, volto «ripulito» del Psoe che cerca di inglobare tutte le sensibilità, perfino gli indipendentisti baschi e catalani e in vista delle elezioni prossime in Spagna, sarà interessante guardare alle strategie che metterà in campo Podemos per restare forza di governo tanto credibile quanto radicale, senza neutralizzarsi con il Psoe. Altri due elementi di rottura con il passato e con gli altri partiti sono stati la scelta di gestione finanziaria e la strategia di comunicazione politica. In primo luogo si è scelto di finanziarsi per mezzo di nuove misure quali il microcredito, crowdfunding e donazioni. Tale strategia innovativa gli ha consentito di smarcarsi dalla dipendenza dai poteri economici e bancari. «Così, se da un lato Podemos come un partito classico si preoccupa di procurarsi le risorse necessarie per la sostenibilità delle sue attività, dall’altro se ne distanzia nel metodo di raccolta.»[19] In secondo luogo, la comunicazione politica assume nuove vesti ma anche nuova regia: il partito quindi, non è più solo attore ma anche ideatore. Infatti sia nella dimensione interna che in quella esterna si sarebbe investito molto sia nelle forme tradizionali di comunicazione che in quelle più innovative (tv, giornali, riviste, web tv, social network, piattaforme digitali), adottando un approccio più vicino a quello dei movimenti sociali che ai partiti politici. 

Un ultimo elemento innovativo e di derivazione populista è l’esigenza di edificare un nuovo tipo di discorso politico, al passo coi tempi, rispondente alla necessità di costruzione di un nuovo consenso al partito e di un nuovo senso comune. 

Podemos sta compiendo un’operazione di sintesi a più livelli. Dal punto di vista dell’organizzazione politica sta tenendo insieme le esigenze di efficienza, rappresentanza e partecipazione allargata in una struttura politica organizzata sì gerarchicamente (l’anima del partito) ma con forti tendenze orizzontali (l’anima del movement) e sta accettando di vivere le contraddizioni dell’arena istituzionale. Sul terreno ideologico e rivendicativo si può intravedere lo stesso disegno che mira a combinare riferimenti della sinistra classica (diritti sociali di base, attenzione ai soggetti deboli del mercato del lavoro) e elementi tipici di populismo (contrapposizione gente comune / casta, riappropriazione delle parole popolo e patria). A rendere accattivante la sintesi è il dispositivo di comunicazione politica pensato per sedurre l’opinione pubblica e farne soggetto decidente. Ci si rivolge ad essa nel modo più diretto, semplice e lineare possibile e con un’attenzione quasi morbosa, evidente soprattutto nella partecipazione alle tertulias televisive (talk-show). 

Il terzo caso oggetto di studio guarda alla nascita e all’ascesa al potere della Coalizione della Sinistra Radicale in Grecia, una terra ancora poco esplorata per gli studiosi delle scienze politiche, sia perché la ricerca sul tema della sinistra radicale in Europa è relativamente poco diffusa, sia perchè il populismo egualitario e inclusivo di sinistra riconducibile all’esperienza di SYRIZA sembrerebbe essere una sfida alle teorizzazioni classiche sul fenomeno populista, per unicità e per discontinuità con le esperienze pregresse in altri Paesi. 

Per comprendere la processualità lungo la quale il consenso attorno alla coalizione si è consolidato bisognerebbe partire dalla nascita in Grecia di «Squares Movement»[20] (the aganaktismenoi), emerso proprio nello stesso periodo in cui gli Indignados hanno occupato diverse piazze delle più grandi città spagnole nel 2011. Questo movimento, emerso spontaneamente e unito dalla protesta alle misure di austerità imposte dalle politiche europee, appariva di natura populista nelle sue argomentazioni principali: «il popolo» era stato tradito dall’elite politica, principale responsabile del collasso socio economico, un’élite sfiduciata e non più credibile come rappresentante politico. Questo movimento fu rappresentazione della profonda crisi sociale e di rappresentanza politica nel sistema politico greco e nell’autunno del 2011 costrinse il primo ministro George Papandreou a dimettersi. In questo scenario, Syriza fu l’unica forza parlamentare a sostenere «squares movement» e le sue richieste, pubblicamente e dall’inizio. Su questi binari possiamo tracciare la maggiore principale differenza tra Syriza e Podemos: in quel periodo storico, mentre Podemos emerse letteralmente dalle piazze, Syriza era già un attore politico della sinistra, attivo dal 2004. Risulterebbe interessante guardare al modo in cui Syriza si è relazionata con il movimento, scegliendo inizialmente un’interazione orizzontale motivandone i membri e diventandone progressivamente parte con la propria identità. In questo modo l’organizzazione politica si sarebbe innanzitutto identificata con la mobilitazione, diventando spontaneamente parte di essa e, in un secondo momento, ha voluto rappresentare attivamente il movimento nell’organo parlamentare, praticando uno step fondamentale dall’identificazione alla rappresentazione. Tsipras, infatti, nei giorni seguenti alle proteste, presentò un’istanza parlamentare dal nome «True democracy»[21][22]: in quest’ interrogazione, egli diede risonanza alle rivendicazioni dei manifestanti contro le politiche neoliberiste.

Syriza avrebbe sancito definitivamente la continuità ideologica, organizzativa e istituzionale con «movement squares» alla Quarta Conferenza di Syriza, nel quale documento finale emergerebbero con chiarezza le caratteristiche populistiche e per certi aspetti innovative di tale fenomeno. Secondo le teorie di Laclau, tale crisi avrebbe posto Syriza nelle condizioni di essere il partito interclassista che sfida la politica lontana dai bisogni, antidemocratica, un vero e proprio competitor elettorale, l’unico elemento politico in controtendenza con il sistema politico malato e rotto di quegli anni.

Come già detto in precedenza, il Populismo di Syriza, soprattutto quello prima della crisi del 2011, risulterebbe essere peculiare rispetto agli altri tipi di populismi, non solo per il fatto che attraversa una vera e propria organizzazione politica – tratto in comune con Sinistra ecologia e libertà e con Podemos- ma anche e soprattutto per determinate caratteristiche di cui faremo menzione in questo scritto, riprendendo lo studio attento e lineare di Giorgos Katsambekis. In primo luogo, il populismo di Syriza non risponderebbe all’approccio e alla definizione mainstream poiché non costruisce un orizzonte omogeneo e unificato di »popolo», ma valorizza una tipologia di «popolo plurale», «precario», composto da diversi gruppi sociali, con lo sforzo e con l’obiettivo di valorizzare i gruppi più marginalizzati ed esclusi della società (particolare) che identifica con l’intera comunità (universale). Tsipras stesso, dichiarò che la coalizione ambiva principalmente a «dare la voce a coloro che sono senza voce»[23]. In secondo luogo, il fenomeno Syriza sbugiarderebbe la differenziazione topografica teorizzata da Cas Mudde and Cristòbal Rovira Kaltwasser, che collocarono il «populismo inclusivo»[24] (di sinistra) in America latina e il «populismo escludente» (di destra) in Europa. Di fatti, Syriza sia ideologicamente che metodologicamente ha teso alla proposta di politiche di inclusione di vari gruppi ai margini della società (migranti, Lgbt people, giovani, lavoratori precari o disoccupati).

In ultima istanza, la novità di Syriza starebbe nel discorso politico, caratterizzato da contrapposizioni semantiche e categoriche non articolate in termini moralistici, individuando un popolo «puro» e una élite corrotta, bensì dividendo la società in due campi: «i senza voce» e «l’establishment neoliberale». In questo modo, la contrapposizione tra il «noi» e il «voi» si sarebbe articolata perlopiù a livello politico e socio-economico, lasciando in secondo piano l’ambito morale della questione democratica, articolando un discorso populistico, popolare e sociale, senza sfociare nella retorica anti-politica che, invece, risulterebbe essere ricorrente nella scelta linguistica degli esponenti populisti. 

La straordinarietà del fenomeno Syriza risiederebbe nell’aver messo in discussione la crisi di democrazia reale in Grecia, portando alla luce le radici di questo deficit, praticando forme di «democrazia diretta» ma ricostruendo anche consenso e senso comune attorno alle prassi di «democrazia indiretta». Credo che Tsipras in prima persona sia consapevole che alle prossime elezioni in Grecia pagherà il prezzo delle politiche imposte dalla Troika, con il rischio reale di non confermare minimamente i dati passati. Tuttavia, dal Referendum del 2015 all’ascesa della coalizione al governo, per fare pochi esempi, resta la straordinarietà di un fenomeno politico che andrebbe studiato e interpretato nei suoi limiti e nelle cesure storiche e rivoluzionarie che ha determinato, unendo la capillarità e la presenza sui territori con la capacità di governo. 

In conclusione, a partire dai casi concreti della contemporaneità, ripercorrendo caratteristiche peculiari, punti di forza e limiti dell’esperienza delle fabbriche di Nichi e di Sinistra Ecologia e libertà in Italia, di Podemos in Spagna e di Syriza in Grecia, a mio parere si può affermare che il populismo possa essere uno strumento di comunicazione e di pratica politica efficace se lo si utilizza al fine di mettere in rilievo i bisogni di una categoria, di una classe, creando attorno a questa non solo consenso, ma anche identificazione e mobilitazione in relazione ad un piano rivendicativo e a un progetto rinnovato e alternativo di società. I populismi, quindi, nascono anche per via della crisi sistemica dei corpi intermedi e del presunto superamento delle categorie di destra e sinistra, ma non penso ne siano il punto di arrivo.

Il populismo potrebbe essere una chiave per riacquisire fiducia e credibilità, se utilizzato da soggetti organizzati, di sinistra, per ricostruire un «noi» credibile e lungimirante, che racchiuda gli sfruttati, i più deboli, in grado di agire nelle fratture della società come già a destra, partiti più vicini alla destra sociale, stanno facendo rispolverando e rinnovando i tratti più significativi dell’eredità di partito novecentesco. 

I fenomeni populisti che hanno segnato la scena degli ultimi anni, veri e propri termometri del (mal)funzionamento della politica, dovrebbero far interrogare i nuovi soggetti politici, costituendi a sinistra di come si intenda ricostruire massa critica a fronte della frammentazione sociale del nuovo millennio, dotandosi di strumenti e linguaggi populistici, ma con pratiche fortementi popolari e partecipative per realizzare unione, egemonia e corpo sociale.

Preso atto della crisi tra sociale e politico e della frattura che si è determinata, la «sinistra» partitica e del sociale ha la responsabilità storica e politica di inserirsi in tale frattura e reinterpretare il proprio ruolo sia in funzione di una democrazia rappresentativa che torni ad essere rispondente alla base, sia di una democrazia partecipativa e deliberativa che non rallenti e appesantisca le procedure democratiche e decisionali, che non guardi esclusivamente al consenso ma costruisca senso ed efficacia nella pratica politica e reale emancipazione e partecipazione dei cittadini. In ultima istanza, penso possa essere interessante proseguire lo studio sui cosiddetti «partiti-movimento», unici per la propria forma organizzativa ibrida. A proposito dei partiti-movimento, non penso che siano partiti a metà ma penso che siano figli di questa fase storica e che, a partire dai casi concreti esaminati in questo testo, questa forma politica sia non solo in continua evoluzione, ma sia altresì, un buon punto di partenza per riedificare prassi democratiche virtuose nella società, senza scadere nell’eccessivo assemblearismo che di per sè, a mio parere, non è assolutamente una pratica democratica assoluta. I partiti-movimenti confermano la tesi che la forma partito non sia affatto superata e sarà interessante verificare come si ristruttureranno gli esempi presenti attualmente, in maniera non disfunzionale. Credo che solo con un ritorno ad una democrazia mediata da corpi sociali e politici si possa realizzare una reale redistribuzione di ricchezza e di potere dall’alto verso il basso, e allo stato dell’arte degli scenari politici contemporanei, non penso che i soggetti più populisti in senso assoluto siano l’unico elemento politico possibile in questa fase e nei prossimi anni.

Bibliografia

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Rosaria Acquaviva

Dipartimento di Scienze Politiche Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"

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