31 Gen 2016

Partecipazione, conflitto e resistenza in Argentina: il caso del movimento per i diritti umani H.I.J.O.S (Figli per l’Identità e la Giustizia, contro l’Oblio e il Silenzio)


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Iconocrazia 09/2016 - "Ritorno al conflitto" (Vol. 2), Saggi




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Lo studio del percorso evolutivo delle pratiche e delle strategie politiche dei movimenti per i diritti umani nati in Argentina a partire dal 1976, in particolare le istanze di verità e giustizia espresse dalle organizzazioni delle Madres (Madri), delle Abuelas (Nonne) di Plaza de Mayo e da H.I.J.O.S. (Figli), consente di dimostrare come la memoria e il passato sono una ricostruzione sociale creativa e attiva che parte dal presente; così come l’identità, individuale e collettiva, su cui si fonda l’idea di memoria è anch’essa un processo di costruzione sociale che vede coinvolta una pluralità di attori impegnati nella sfera pubblica. La famiglia politica delle Madri, delle Nonne e dei Figli, con il loro immaginario e le loro rappresentazioni simboliche, non furono solo uno strumento di organizzazione del passato in grado di svelare il meccanismo di confisca della memoria operato dalla dittatura argentina dal 1976 al 1983 ma rappresentarono, e rappresentano tutt’ora, un modello paradigmatico di lotta al potere e alla violenza.

In Argentina il tentativo di una nuova rinascita, di una narrazione delle singole biografie e della biografia nazionale a partire dal recupero di una memoria collettiva in grado di ricomporre un tessuto sociale annichilito dalla dittatura, si ritrova già nei primi anni del regime militare, quando una parte della società decise di reagire alla repressione. Le prime a rompere il muro del silenzio furono le donne. Le nuove Antigoni che sfidarono il Potere e la Legge di uno Stato terrorista furono le Madri, e poi le Nonne, che avevano dato la vita a coloro cui era stata tolta così brutalmente, furono le prime a “militare per la memoria” senza strumenti organizzativi e teorici, ma solo con una pratica invisibile e tenace, stabilirono forme di lotta e di resistenza che non potevano essere neutralizzate con i metodi tradizionali.

La capacità delle donne argentine di resistere, attraverso pratiche del ricordo, all’oblio dei governi che si sono succeduti anche nei primi anni successivi alla dittatura, ha rappresentato e continua a rappresentare, un capitale di legittimazione enorme, derivante da una pluralità di fattori legati alle loro strategie comunicative, alla produzione di contro-discorsi e alla creazione di nuovi campi di veridizione. La resistenza delle Madri e delle Nonne della Plaza de Mayo si è rivelata un potente riferimento etico, non solo per il crollo di tutto il dispositivo del terrore statale di fronte alla mobilitazione di questi soggetti collettivi, ma anche e soprattutto per l’appropriazione e la trasmissione delle loro forme di lotta alle future generazioni (Negri, Cocco, 2006, pp.173-180).

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Dal 1995, infatti, accanto a queste donne, ormai ottuagenarie, si sono uniti gli H.I.J.O.S.: acronimo di “Hijos por la Identidad y la Justicia, contra el Olvido y el Silencio”, ovvero “Figli per l’Identità e la Giustizia, contro l’Oblio e il Silenzio”. Sono figli e figlie di desaparecidos, fucilati, ex prigionieri politici, esiliati, ma anche giovani che, senza aver subito violenza diretta nella propria famiglia, sentono di essere figli di una storia comune di repressione e allo stesso tempo di lotta.

H.I.J.O.S è un’organizzazione politica che lavora per la memoria, l’identità e la giustizia contro l’impunità. Costituisce il simbolo di una terza generazione di attivisti per i diritti umani che segna una tappa ulteriore di un percorso simbolico che i movimenti di prima e di seconda generazione, hanno intrapreso per mantenere viva la memoria delle violazioni commesse. I Figli sono l’ultimo testimone vivente, in ordine di tempo, di una memoria sociale condivisa che, attraverso generazioni in continua relazione dinamica tra passato e futuro, lottano per la tutela dei diritti fondamentali inscrivendo così un carattere essenziale dell’identità post-nazionale argentina.

Il costante tentativo di ricostruzione biologica dei vincoli di parentela operato dalle Madri e dalle Nonne di Plaza de Mayo, ha reso possibile con la nascita dell’Associazione dei Figli, il completamento maturo di una famiglia politica.

 

Figura strana, questa degli HIJOS: né solamente discendenti, né puramente sopravvissuti. Sopravvivono ai loro genitori, essendo stati al tempo stesso, oggetto diretto del terrore. Sono il residuo della carneficina, la macchia di sangue sul tappeto che la società non è riuscita a pulire. Caricano sulle proprie spalle il dovere del discendente e l’incubo del sopravvissuto. Protagonisti involontari di due racconti complementari che riuniscono nella loro essenza il valore della memoria e quello dell’oblio (devono dimenticare per vivere, devono ricordare per vivere) (Guelerman, 2001, pp. 58-59)

 

Attraverso la trasmissione delle esperienze e dei ricordi da una generazione alla successiva, la memoria delle Madri e delle Nonne ha partecipato alla coesione e alla formazione delle identità sociali dei Figli. Una memoria generazionale che ha preservato «quegli elementi del passato che garantiscono ai soggetti il senso della propria continuità e la conservazione della propria identità (Jedlowski, 2001, p.59)».

Un’identità generazionale che non è un a-priori rispetto all’esperienza sociale delle Madri e delle Nonne, ma è in un continuo processo dinamico di interazione con la loro memoria e il loro passato. HIJOS agisce così, non solo in relazione al legame emotivo e intimo con il gruppo di appartenenza e ai vincoli di solidarietà che scaturiscono da tale legame, ma in continuità con le politiche della memoria espresse dalle Associazioni delle Madri e delle Nonne. L’importanza di questo intreccio di memoria è enorme, considerando che ai Figli è stato offerto un bagaglio culturale che ha permesso loro di non vedersi negata o cancellata la propria identità e dunque di potersi riconoscere e agire, partecipare alla vita sociale, e sviluppare in modo autonomo la propria biografia e la propria storia collettiva. I rituali intrapresi da HIJOS rappresentano:

 forme di espressione simbolica tramite le quali comunicazioni relative ai rapporti sociali vengono trasmesse in forme stilizzate e drammatizzate. Consistono, in particolare, di procedure più o meno codificate, per il tramite delle quali viene trasmessa una visione del mondo, riprodotta un’esperienza storica fondamentale, ribaltato un codice simbolico. Essi contribuiscono al rafforzamento dell’identità e dei sentimenti di appartenenza collettiva; al tempo stesso, permettono agli attori di movimento di dare libero sfogo alla manifestazione delle emozioni (Della Porta, Diani, 1997, p.116).

A differenza della domanda collettiva delle Madri, HIJOS soggettivizza la propria istanza per recuperare un’identità cancellata (quella dei genitori) e un’altra che si pretese cancellare (la propria) per ripartire dal riconoscimento di un nuovo soggetto collettivo. La sfida intrapresa da HIJOS, dunque, si snoda attraverso pratiche sociali rivolte, da un lato, all’identificazione con la generazione dei genitori (nella rivendicazione dell’opzione rivoluzionaria abbracciata da molti di loro) dall’altro, ad una risignificazione delle nozioni di diritto, giustizia, politica.

Noi ci proponiamo una serie di obiettivi. Primo fra tutti recuperare i sogni dei nostri genitori, siamo un organizzazione politica e lottiamo con metodi e tempi diversi per molte delle cose per cui hanno lottato anche loro. Lottiamo perché non ci sia più povertà in un Paese come l’Argentina che ha molte ricchezze, perché tutti abbiano un lavoro, perché la sanità e l’educazione siano gratuite e pubbliche, perché lo Stato possa garantire a tutti i diritti umani. Continuiamo la lotta dei nostri genitori, e allo stesso tempo insieme agli altri organismi per i diritti umani, chiediamo il processo e la condanna di tutti i responsabili del terrorismo di stato, non solo di coloro che appartengono alle forze armate, ma di tutti coloro che sono stati loro complici imponendo un modello economico che ha portato a far sparire 30.000 persone. Crediamo che tutti questi personaggi debbano pagare per il genocidio argentino[1].

Gli obiettivi a cui lavorano i  Figli sono, dunque, molteplici, vanno dalla richiesta di giustizia per gli assassini, i complici, gli istigatori e gli ideologi del genocidio, alla ricostruzione di una memoria e di un’identità individuale e collettiva distrutta dalla dittatura. Identità, giustizia e memoria sono gli elementi costitutivi dell’azione collettiva di HIJOS.

Per noi l’identità è ciò che siamo, ciò che furono e sono i nostri genitori. L’identità è tutto ciò che di loro c’è in noi. L’identità è anche la società a cui apparteniamo. Identità è far parte di HIJOS. Quando ci incontrammo la prima volta, solo guardandoci negli occhi, capimmo subito di avere una storia comune. Iniziammo a vedere negli occhi degli altri il riflesso delle nostre vite, l’orrore vissuto ma anche l’allegria che oggi abbiamo ritrovato stando insieme. Capimmo di non essere più soli e scoprimmo di avere un’infinità di domande senza risposte. Così cominciammo a riunirci a partire da una storia comune per costruire uno spazio di lotta, denuncia, rivendicazione, memoria, giustizia e identità (www.hijos-capital.org.ar).

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Nei primi incontri di HIJOS si discusse a lungo rispetto alla possibilità di far entrare nell’organizzazione anche chi non era figlio di un desaparecido, chi non era, dunque, totalmente coinvolto nella storia del genocidio argentino. Emerse, però, quasi subito la necessità di non chiudersi nella rivendicazione di una memoria egemonica, ma di optare per una memoria plurale e condivisa rispetto ad un passato comune, indipendentemente dai vincoli di parentela, ma sulla base di un forte vincolo politico che legava chiunque abbracciasse gli obiettivi e le strategie di HIJOS.

A partire dalla narrazione delle singole biografie, all’interno di HIJOS si produsse l’elaborazione di un’identità collettiva che rifletteva una visione politica comune e rafforzava il senso di solidarietà in seno all’organizzazione. Grazie alla produzione di forme di espressione simbolica, l’identità e i sentimenti di appartenenza collettiva di HIJOS, si rafforzarono nel tempo, ma la costruzione della propria identità non era l’unico obiettivo.

L’identità della generazione dei nostri genitori fu oscurata. Oggi si parla molto dei desaparecidos, ma non del perché li fecero sparire. Non si parla mai di che cosa volevano i nostri genitori, quali erano i loro sogni, per cosa lottavano. La militanza negli anni settanta subì una doppia desapariciòn: la scomparsa fisica dei compagni e la scomparsa politica dei loro progetti. Riteniamo imprescindibile creare un controdiscorso che produca la ricostruzione di un identità sociale del nostro paese. Per questo abbiamo lavorato per elaborare un progetto vincolato alla ricostruzione storica. Vogliamo recuperare criticamente il passato senza idealizzarlo, e utilizzarlo come uno strumento di mutamento nel presente. La storia non è una lettera morta. Vogliamo avere l’opportunità di dimostrare che i nostri genitori non erano né demoni né martiri, né eroi con idee e progetti perfetti, ma uomini e donne che decisero di impegnarsi, organizzarsi e provare a cambiare le cose (www.hijos-capital.org.ar).

I Figli costruirono prospettive e strategie proprie anche rispetto all’istanza di giustizia espressa dalle Madri e dalle Nonne, anche perché vissero in un contesto storico-politico molto differente. La lotta per la giustizia in Argentina è stata una continua negoziazione tra lo Stato e i principali organismi a tutela dei diritti umani. Il primo capitolo di questa battaglia, fu la sentenza di condanna all’ergastolo, nel dicembre del 1985, dei comandanti delle giunte militari: Videla, Massera, Agosti, Viola e Lambruschini. Una sentenza che però, nel 1986 e poi nel 1987, fu parzialmente indebolita dalle due leggi del Punto Final e dell’Obediencia Debida varate dal governo di Raùl Alfonsìn, per poi essere sostanzialmente annullata a seguito degli indulti firmati tra il 1989 e il 1990 dal presidente Carlos Menem. A partire dal 1990 tutti i responsabili del terrorismo di Stato erano di fatto liberi e impuniti. Quando si formò HIJOS, dunque, nel 1995, la possibilità giuridica di perseguire i responsabili del genocidio argentino era praticamente nulla. Ciò nonostante, l’istanza di giustizia fu sentita immediatamente e continua ad essere la più urgente da parte dell’organizzazione.

Uno dei repertori di azione più originale, attraverso cui i Figli rivendicano la loro idea di giustizia, denunciando l’impunità di torturatori e assassini, è certamente l’Estrache. L’obiettivo di questa azione è far conoscere pubblicamente i nomi e gli indirizzi dei genocidi attraverso azioni chiamate appunto estraches (dal lunfardo[2]  estrachar: mettere in evidenza, mostrare, far uscire allo scoperto). Gli escraches rappresentano un’azione collettiva del tutto nuova nel repertorio delle mobilitazioni dei movimenti sociali, che coniuga arte, politica e memoria rivolto alla denuncia pubblica dei responsabili della scomparsa dei loro genitori. Si interviene in luoghi specifici della città, politicizzando lo spazio con azioni che delimitano e segnano dei confini attraverso un uso politico dei corpi, occupando la strada con un rumore assordante seguito dalla narrazione collettiva di storie individuali (Amado, 2003, pp.137-153).

Quando ci siamo formati come organizzazione non c’era nessun assassino in carcere, l’impunità era diffusa. Non potevamo parlare di quello che era successo negli anni della dittatura e allora abbiamo trovato negli estraches una nuova modalità di protesta. In assenza di una condanna legale, abbiamo provato a inventare una condanna sociale. Andavamo in un quartiere dove abitava un militare, responsabile di violazioni dei diritti umani durante la dittatura, e facevamo dei cartelloni con la sua fotografia e l’indirizzo e marchiavamo la casa con la pittura. Gridavamo “Qui abita un assassino, non lo salutate, non gli vendete il pane, non lo fate salire sul vostro taxi!”[3].

Que el país sea su cárcel – Che il Paese sia il suo carcere – questo significa per HIJOS estrachar un genocida, creare attorno a lui una cortina di sdegno e isolamento (Acuña, Smulovitz, 1995, p.35).

Gli estraches sono nati come uno strumento di grande potere simbolico, quando in Argentina la verità e la giustizia erano bloccate dall’impunità, l’unica condanna possibile era quella sociale. Oggi l’estrache è un modo di accompagnare la ricerca della verità, non solo attraverso la via giudiziaria, ma anche attraverso il consenso, la legittimità e la solidarietà della comunità, perché giustizia e condanna sociale sono processi che si retro-alimentano (Rosti, 2007). «L’identificazione pubblica dei colpevoli li marchia con uno stigma che non è solo di per se stesso una punizione, ma un modo di rivelare la verità (Cohen, 2002, p.311)». L’escrache ripristina la pratica del marchio, dello stigma; sottolinea ancora una volta il nome e il corpo del criminale operando simbolicamente una segregazione negata dalla giustizia istituzionale. Non si tratta di casi di “giustizia privata”, ma di pratiche di ri-attualizzazione della giustizia in sostituzione della verità e delle forme giuridiche attraverso cui lo Stato democratico avrebbe dovuto ricostruire la memoria collettiva nell’ambito della sfera pubblica. L’invisibilità e l’anonimato tipico della figura dell’infame prende corpo e nome. Si inverte il modello foucaultiano dove è lo sguardo e la pratica del potere a costruire la vita degli uomini infami; nel caso degli estrache sono le vittime e i  familiari a designare, fuori dal dispositivo del potere del sistema statale, le vite infami dei responsabili del genocidio argentino. Lo stigma rende visibile e pubblica l’identità di coloro che si nascosero nella moltitudine, marchiando metaforicamente con l’ignominia il loro corpo e dandogli una nuova consistenza nello spazio sociale. In questo senso, l’escrache assume una forza giuridica di maggiore intensità nella scala punitiva di quella che si ebbe con la giustizia istituzionale interrotta dall’impunità (Antonelli, 2000). Gli estrache, inoltre, non colpiscono solo torturatori e militari responsabili direttamente della violenza di Stato ma sono diretti anche ad altri attori sociali che presero parte anche se non direttamente alle azioni illegali della dittatura: docenti universitari, funzionari pubblici e imprenditori vicini al regime, ministri che ebbero ruoli determinanti nella giunta, avvocati difensori dei militari etc. In questo modo l’estrache esprime una condanna etica nei confronti di quella parte della società argentina che, pur non agendo volontariamente e con dolo, anche solo fingendo di non vedere, contribuì, attraverso una forma di violenza trasversale, alla diffusione del terrore e delle sue pratiche.

No olvidamos, no perdonamos, no nos reconciliamos- Non dimentichiamo, non perdoniamo, non ci riconciliamo– questa è la scritta che appare sugli striscioni dei Figli durante le loro incursioni nella sfera pubblica (Calandra, 2005). Oblio, perdono e riconciliazione non rientrano nell’universo politico e valoriale di HIJOS, incarnando lo status di vittime e di sopravvissuti, i Figli sostengono di non poter dimenticare, perdonare o riconciliarsi fino a quando non avranno conosciuto la verità, fino a quando non vedranno condannati gli assassini dei loro genitori, fino a quando non sapranno dove e perché li hanno ammazzati.

Nell’insistenza della riproduzione di scene del passato, seppure con l’uso di altre forme estetiche e altri linguaggi politici, si legge una profonda continuità con le modalità di protesta delle Nonne e delle Madri. Gli estraches esprimono esattamente questa continua oscillazione tra passato e presente, tra forme di lotta che appartengono ai movimenti di prima e seconda generazione, e le nuove rappresentazioni dei Figli;

da una parte, si rivelano strumenti per conferire visibilità al movimento attraverso i mezzi di comunicazione di massa in tempi piuttosto brevi, e sono stati talvolta visti come una manifestazione nuova, originale e creativa, che per molti aspetti li distingue da modalità di protesta già sperimentate dalle organizzazioni di familiari scomparsi. Dall’altra, i gesti con cui di frequente culminano le operazioni, come il disegnare le sagome, rappresentano evidentemente la ripresa fedele delle politiche simboliche di madri e nonne durante la dittatura (Calandra, 2005, p.149).

Un altro elemento costitutivo dell’azione di HIJOS è il riscatto della memoria che si manifesta attraverso la loro volontà di risignificare e presentificare il passato collocandolo nella sfera pubblica del presente, nella costruzione di un futuro passato libero e autonomo.

[…]crediamo che gli ex centri di detenzione, tortura e sterminio debbano essere “Spazi per la Memoria” in contrapposizione con l’idea statica e poco partecipativa dei musei. In questi spazi non vogliamo una memoria astratta e comoda, ma una memoria in azione che coinvolga tutta la società. Una memoria che parta dal presente, perché il ricordo e la sua ricostruzione non possono astrarsi dal presente; è a partire dal presente, infatti, che si ricorda o si dimentica. Al contrario corriamo il rischio di rendere mortifera la memoria, considerandola parte di un passato indiscutibile, incapace di creare una relazione con il presente, e in questo modo corriamo anche il rischio di negare che la storia sia un processo e una costruzione sociale (www.hijos-capital.org.ar).

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Ritorna, anche nelle strategie dei Figli, la dimensione sociale e collettiva della memoria, la sua necessità, per funzionare, di cornici di riferimento a carattere sociale che ne condizionano profondamente i contenuti. Una memoria, intesa come costruzione sociale, che non può dipendere, dunque, solo dalla capacità individuale di ricordare, ma si configura come il risultato delle interazioni tra i discorsi pubblici del passato e le esperienze di vita: il frutto di una re-interpretazione collettiva che si esercita a partire dal presente e non dal passato. In questo senso, il contesto assume un rilievo centrale nella costruzione dei propri ricordi e implica concepire la memoria come una forma di elaborazione attiva, volontaria e non una facoltà passiva e spontanea. Una memoria che non costituisce un territorio neutro ma uno spazio pubblico in cui una pluralità di memorie si incontrano e (non di rado) si scontrano nella ricostruzione del passato.

I Figli sono cresciuti in una società in cui la memoria contesa dei diversi gruppi sociali attribuiva ai desaparecidos proprie definizioni secondo il loro racconto della dittatura: da una parte, vi era la narrazione dei militari e dei loro complici che definivano i desaparecidos “sovversivi”, “estremisti”, “terroristi”; e dall’altra, quella delle principali organizzazioni per i diritti umani (incluso le associazioni delle Madri e delle Nonne), che li considerava “vittime” e “martiri” del terrorismo di Stato. Ovviamente la memoria e il racconto manipolato dal potere dei militari fu immediatamente svelato e negato da HIJOS, un’operazione più complessa fu, invece, quella di allontanarsi dalla narrazione umanitaria e dalla memoria collettiva delle altre associazioni dei familiari, considerando i propri genitori non solo come vittime ma come rivoluzionari (Cueto Rúa, 2010). Recuperare il progetto politico dei 30.000 desaparecidos significava politicizzare il loro ricordo e trasformarlo in uno strumento di lotta nel presente. Così come scrive Ricoeur:

a proposito della memoria collettiva, credo che lo storico non debba solamente riabilitare ciò che ha avuto luogo, ma anche i progetti delle persone del passato. Raymond Aron nella sua Introduzione alla filosofia della storia […]insiste che la storia deve rivivere le “promesse incompiute”, vale a dire, quello che la gente sognava di realizzare. Detto in altra maniera: nel loro futuro c’è stato qualcosa che non hanno potuto fare (Ricoeur, 1992, p.108).

Ciò che i desaparecidos non hanno potuto realizzare, ciò che desideravano e sognavano, è ciò che HIJOS tenta di recuperare e riscattare attraverso una memoria viva, attiva e creativa nella sfera pubblica. I Figli hanno ritagliato un «loro spazio fisico e concreto di proiezione di memoria collettiva, un quadro spaziale su cui […]disegnare sul terreno la propria forma, conferire significati, condensare il ricordo; all’interno di una contrapposizione tra spazio fisso legato alle generazioni precedenti, e lo spazio  mobile, creato e inventato dai ragazzi (Calandra, 2005, p.150)». Le pratiche punitive extragiuridiche e la legittimità delle strategie della memoria messe in atto dai Figli, hanno impugnato le politiche dell’oblio resistendo al potere politico e promuovendo il processo di democratizzazione nella società argentina in una temporalità che tiene insieme passato e futuro a partire dal presente.

La famiglia politica delle Madri, delle Nonne e dei Figli è come un albero che ha radici antiche e solide, e foglie verdi e vigorose, ma non ha un tronco. Il tronco è stato reciso dalla dittatura per evitare che quell’albero potesse produrre frutti; nonostante, quella ferita, quel taglio netto, continuò a germogliare. Le Madri, le Nonne e i Figli alterando simbolicamente i loro legami in ordine di successione, saltando la sequenza familiare, spiazzarono il potere e le sue rappresentazioni, i suoi dispositivi e la sua tecnologia. Le Madri dissero di essere state partorite dai loro figli ed enfatizzando questa seconda nascita, riuscirono ad affrontare un lutto perenne, iniziando il loro percorso di ricostruzione della memoria e di rivendicazione della verità e della giustizia. I Figli, al contrario, dicevano di “partorire i loro genitori”, nel senso che con le loro azioni, volte al recupero della propria identità, restituivano ai genitori la condizione di soggetto, un riconoscimento simbolico e politico che, con la scomparsa, lo stato pretese di cancellare. Le Madri, le Nonne e i Figli, con il loro immaginario e le loro rappresentazioni simboliche, furono uno strumento di organizzazione della memoria collettiva determinante nella narrazione del passato nazionale argentino.

I legami biologici e lo spazio familiare e sociale distrutti dal terrorismo, segnarono una rottura profonda tra questi attori sociali, portatori di assenze fisiche e simboliche, e lo Stato.  L’espulsione violenta e improvvisa dei desaparecidos dalla comunità familiare e politica, determinò prima soggettivamente, e poi collettivamente e politicamente, un processo di delegittimazione di quasi tutte le istituzioni politiche e giuridiche. Le loro voci furono le prime a svelare l’illegittimità e l’illegalità di uno Stato che attraverso il terrore mise in moto una macchina di morte. La loro lotta, a partire dalla scomparsa di un’intera generazione, ha trasformato i vincoli biologici in vincoli politici, costruendo un’identità dapprima familiare e poi nazionale.

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Le istanze di memoria, verità e giustizia delle Madri, delle Nonne e dei Figli, continuano ad assumere, in questo senso, una sfida profondamente politica nei confronti di tutte le istituzioni. Non solo perché parlano a nome di eventi passati e della loro memoria, ma perché esprimono una richiesta a nome di una genealogia familiare in cui la dimensione privata del dolore, si intreccia indissolubilmente con quella sociale, storica e politica. La loro esperienza dimostra come, abbandonando l’idea di una sfera pubblica organica, e accogliendo la mescolanza di arene più o meno sincroniche, possono costituirsi memorie e sfere pubbliche plurali

che lottano per includere o escludere questo o quell’orientamento, questo o quel problema, questa o quella tipificazione, o addirittura per ampliare, ridurre o difendere i confini propri e delle altre. Arene che non hanno sempre il medesimo potere di influenza o, meglio, la medesima portata in termini di approvazione sociale riconosciuta; ma la cui stessa esistenza rappresenta una virtuale permanente minaccia fosse anche solo d’intrusione imprevista o dissonante rispetto alla codificazione egemone (Lalli, 2001, pp.167-200).

La presenza di molteplici fonti e flussi di informazione fa emergere una pluralità di arene e materiali simbolici a disposizione e quindi un “continuo bisogno di ri-costituire il senso comune” (Lalli, p.179). E’questo ciò che HIJOS e gli altri organismi in difesa dei diritti umani in Argentina dal 1976 continuano a fare; affidandosi alle pratiche intersoggettive, hanno costruito arene simboliche plurali, ma soprattutto hanno costruito senso, contrastando e superando un’egemonia di potere e violenza attraverso moderni meccanismi e spazi di democrazia e partecipazione. «Se il mondo deve contenere uno spazio pubblico», dice la Arendt, «non può essere costruito per una generazione e pianificato per una sola vita; deve trascendere l’arco della vita degli uomini mortali. Senza questa trascendenza in una potenziale immortalità terrestre, nessuna politica strettamente parlando, nessun mondo comune e nessuna sfera pubblica è possibile (Arendt, 1966, pp.40-41)».

 

 

 

Bibliografia

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Cueto Rúa S. (2010), “Hijos de vìctimas del terrorismo de estado. Justicia, Identidad y Memoria en el movimento de derechos humanos en Argentina”, 1995-2008, in Historia Crítica, 40.

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www.hijos-capital.org.ar

 

 

[1]     Esame del teste Carlos Pisoni durante l’udienza del 10-11-2006 presso la Corte di Assise di Roma, procedimento a carico di Acosta Jorge Eduardo + 4

[2]     Gergo originariamente usato a Buenos Aires e nei sobborghi circostanti da immigrati, emarginati e malviventi. Parte dei suoi vocaboli e locuzioni si diffusero in seguito nel linguaggio colloquiale e nel resto del paese

[3]     Esame del teste Carlos Pisoni durante l’udienza del 10-11-2006 presso la Corte di Assise di Roma, procedimento a carico di Acosta Jorge Eduardo + 4

Marta Vignola

Università del Salento

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