31 Gen 2016

Movimientos indígena, terrorismo e guerrilla. Laboratori del conflitto nell’America Latina


di

Iconocrazia 09/2016 - "Ritorno al conflitto" (Vol. 2), Saggi




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“Ma c’era una zona, la più grande, la più inesplorata (se così si può dire)

che mi attraeva in modo particolare. In realtà da allora non è più uno

spazio vuoto: si è riempito di fiumi, di laghi e di nomi. Ha smesso di

essere uno spazio vuoto carico di affascinanti misteri, una macchia

bianca per i sogni di gloria di un ragazzino. È diventato un luogo di

tenebre”.

Joseph Konrad, Cuore di tenebra.

 

La porta delle tenebre.

La porta delle tenebre è ben sorvegliata.

Due donne silenziose custodiscono la soglia che separa il mondo civile e urbano, quello della burocrazia e dei passacarte svogliati, da quello inesplorato, crudele e selvaggio, che ben pochi avranno la possibilità di raccontare. La loro presenza sembra garantire l’inesorabile procedura di un passaggio pericoloso e oscuro: una volta firmati i documenti, non si può più tornare indietro.

Così Charlie Marlow ricorda il suo ingresso in quel cuore di tenebra, l’accesso a luoghi temuti ed evitati, che nascondono inquietanti segreti. L’oscurità densa e pesante è difficile da sopportare e da esplorare. Gradualmente, la giovane e curiosa euforia di un animo avventuroso lascia il posto ad un profondo, torbido e nauseante senso di squallore e abbandono, nebulosa e gelida consapevolezza di aver oltrepassato quella soglia, la soglia delle tenebre e di trovarsi già sull’orlo dell’abisso. Ma, ci avverte Marlow, non tutti gli uomini sono tagliati per confrontarsi con ciò che non ha nome, non tutti sono in grado di affrontare la follia, l’offesa e l’orrore. La discesa è lenta e avvolta in un silenzio irreale. Il viaggio si snoda tra crudeltà indicibili e violenze inconfessabili, un conflitto continuamente alimentato, che dilania e abbrutisce.

 La stessa Arendt, nel suo On Violence, ripercorrendo alcuni degli avvenimenti salienti del XX secolo, testimonia la difficoltà, anche metodologica, di analizzare le radici, le manifestazioni e gli strumenti della violenza, di fronte ai forse più nobili tentativi delle scienze biologiche e naturali. La riflessione della pensatrice tedesca si orienta quindi su una declinazione storico-politica, che sottolinea le connessioni con la guerra, le nuove tecnologie, le rivoluzioni e i movimenti sociali, ma soprattutto con i sistemi di potere, mettendo in luce i perniciosi e spesso sottesi effetti di questo perverso legame.

Chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulla storia e sulla politica non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre svolto negli affari umani, ed è a prima vista piuttosto sorprendente come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. (L’ultima edizione dell’Enciclopedia delle Scienze Sociali non dedica alla violenza neppure una voce.) Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti.[1]

Arendt mette l’accento su arbitrarietà e ovvietà della violenza, che sembrano aver ingenerato una sorta di colpevole assuefazione o di disperata rassegnazione. La violenza è stata a lungo considerata “un fenomeno marginale” (Arendt, 1969), una sorta di effetto collaterale, nonostante sia il “comune denominatore” (Arendt, 1969) di guerre e rivoluzioni, che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare conflitti e scontri su scala globale.

La stessa antropologia se ne è tenuta per molto tempo a distanza, abdicando in parte alla sua missione, dal momento che assai spesso la violenza condiziona i rapporti umani e le dinamiche sociali dei gruppi osservati sul campo. Il terreno è tuttavia particolarmente scivoloso, non solo per le implicazioni emotive, che potrebbero compromettere il necessario rigore metodologico dell’indagine, ma anche per il rischio di alimentare la logica della violenza, dandole visibilità e spazio, in un certo senso quasi normalizzandola (Dei, 2005; Taussig, 1992; Nordstrom, 1995; 1997).[2]

Fabio Dei chiarisce efficacemente questo aspetto controverso nell’analisi della violenza, che ne rende la trattazione particolarmente problematica:

Il problema che si pone (…) riguarda la messa in scena dello spettacolo del dolore e della sofferenza. Proprio per la sua pretesa di mantenersi vicina all’esperienza vissuta, di mostrare la violenza non nella genericità delle sue ‘ragioni politiche’ ma negli effetti sui corpi e sulle soggettività degli attori sociali, l’etnografia lascia emergere in primo piano i dettagli delle atrocità e i tormenti della memoria di chi è sopravvissuto. Questo sguardo ravvicinato (…) produce per il lettore un effetto irriducibilmente ambiguo. […] Da un lato lo shock emotivo che tutto ciò provoca può diventare strumento di testimonianza e di denuncia (…). Dall’altro lato, tuttavia, lo spettacolo ravvicinato della violenza può suscitare effetti pornografici e voyeuristici, e la scrittura etnografica degenerare in una messa in scena in cui corpi e anime afflitti sono arbitrariamente e talvolta oscenamente esposti nella loro più profonda intimità. Ci si chiede allora se la trasparenza etnografica sia un atteggiamento moralmente legittimo di fronte alla sofferenza, e se l’indignazione militante non possa troppo facilmente trapassare in morbosità […]. Non sarebbe forse più corretto e rispettoso tacere, ritrarre lo sguardo in nome di una pietà che non è forse del tutto compatibile con la ragione etnografica? (Dei, 2005).

Proprio da queste criticità nasce l’esigenza dell’etnografia di confrontarsi con nuove strategie comunicative.[3] Appare evidente come, in questo contesto, non sia a rischio solo l’imparzialità e l’oggettività della ricerca scientifica, ma anche l’adeguatezza delle metodologie di comunicazione, dal momento che la ‘spettacolarizzazione’ della violenza rischia di anestetizzare e assuefare il lettore, che sempre più esposto e abituato ad immagini di brutalità ed efferatezza, spesso gratuite, riflette sempre meno sulle loro conseguenze.

Emerge quindi, con tutta evidenza, la difficoltà di un approccio scientifico e di ricerca, che, al di là delle aporie e delle discussioni sui fondamenti della disciplina antropologica, lascia aperto il problema di “come scrivere la violenza” (Dei, 2005).

Le piste sono dunque molteplici. Le tracce, le cicatrici e i solchi non possono più essere ignorati.

Se tentare un’analisi scientifica significa incontrare resistenze, ambiguità e zone d’ombra, tacere significherebbe schierarsi dalla parte dei carnefici.

Di fronte al dilagare di terrore e brutalità, che ancora sconvolgono la contemporaneità e la scena mondiale, l’invito a scendere nell’abisso si fa sempre più pressante ed è una sfida alla quale non è possibile abdicare.

 

Fenomenologia del terrore: terrorismo.

 

Bisogna affermare apertamente che il terrore è giusto nel principio

e in politica, che ciò che lo fonda e lo legittima è la sua necessità

Lenin

 

Nella mappa mondiale dei conflitti, l’America Latina si presenta come laboratorio e fabbrica di tensioni, scontri armati e stragi, ma anche come teatro di resistenza pacifica e movimenti sociali e politici votati al cambiamento. Sebbene il quadro geopolitico di questa macroarea risulti particolarmente complesso, sia per le diversità interne ai singoli stati, sia per la disomogeneità economica e sociale, la violenza rimane un fattore che accomuna e consuma, tutti i paesi, che la compongono. Terrorismo, terrorismo di stato, narcoterrorismo, guerrilla, stragi, etnocidi, genocidi e despariciones di massa rispettano infatti una stessa e unica legge, quella della violenza.

Terrorismo e guerrilla costituiscono probabilmente la forma più evidente e deformante di un conflitto sociale, che si è alimentato e trascinato spesso per decenni, snodandosi tra città e campagne, con enormi perdite di vite umane.

Fornire una versione univoca di terrorismo è impresa ardua, non solo per i diversi punti di vista con i quali viene affrontato il tema, ma anche per le sue molteplici manifestazioni e per le devastanti implicazioni sociali. Infatti, sottolinea Borrero Mansilla “il terrorismo è, fondamentalmente, un problema morale” (Borrero Mansilla, 2004), che intacca il tessuto connettivo delle comunità e mina le basi di uno stato democratico[4], distruggendo sia la sfera privata degli individui, sia la sfera pubblica. Inoltre, a causa della sua “spesso ambigua relazione con altre forme di violenza civile, militare e politica, e con il comportamento criminale” (Wardlaw, 1982) è difficile stabilire una definizione, ritenuta valida a livello internazionale.

Tuttavia, nonostante non esista un’unica definizione di terrorismo, la connessione linguistica tra terrorismo e terrore permette di ricostruire le prime radici di questo fenomeno.

Terrorismo deriva dal latino terror, sostantivo che proviene da terrēre «atterrire», vicina alla radice indoeuropea * ter- «tremare», che dà origine alla famiglia dei sostantivi dell’aria di tremo– (tremor; tremulus; tremulo; tremesco; tremebundus; tremidus; tremefacio ecc.[5]). Secondo il vocabolario Treccani, la prima accezione di terrore è «sentimento e stato psichico di forte paura o di vivo sgomento in genere più intenso e di maggiore durata che lo spavento». Uno stato di paura durevole, dunque, causato da una violenza eccessiva e brutale.[6]

Il terrore appare dunque come una delle componenti fondamentali del terrorismo, anche se, come ricorda Borrero Mansilla, non bisogna confondere i due piani o annullare interamente l’uno nell’altro, dal momento che “l’uso del terrore non costituisce, di per sé, terrorismo, poiché si può utilizzare il terrore per fini delittuosi e personali, che rientrano sotto la definizione di altri crimini, o come sottoprodotto delle guerre (crimini di guerra)” (Borrero Mansilla, 2004).

Nella definizione di John Horgan, il terrorismo si lega alla violenza, come strumento ausiliario atto a ingenerare quel clima di paura e di insicurezza sociale, favorevole al raggiungimento degli obiettivi. Secondo lo psicologo irlandese, infatti, “in termini generali, ciò che noi intendiamo per terrorismo implica l’uso o la minaccia della violenza, come mezzo per ottenere un certo effetto, in un contesto politico” (Horgan, 2005).

Questa definizione, sebbene possa sembrare piuttosto vaga, evidenzia il nucleo fondamentale del terrorismo, sul quale peraltro concordano tutti gli interpreti, e cioè la violenza, inserita in un determinato scenario politico. Nel volume, curato da Mickolus, Sandler e Murdock (1989), è proprio la violenza, una violenza extra-ordinaria, volta a destabilizzare o conservare un ordine precostituito, il cardine intorno al quale ruota la fenomenologia del terrore. Il terrorismo si caratterizza dunque per “l’uso o la minaccia di utilizzare una violenza fuori dal normale, che induce inquietudine, per fini politici, da parte di qualsiasi individuo o gruppo, qualora agisca per o contro un’autorità governativa stabilita”.

Il quadro comincia a chiarirsi: l’uso della violenza veicola la strategia del terrore e aumenta la percezione dell’insicurezza sociale, che non rimane confinata alle singole vittime, ma si estende ad un’ intera comunità. Lo stesso Paul Wilkinson collega terrore e violenza, all’interno di azioni pianificate, volte a colpire la collettività e lo Stato:

È generalmente accettato che il terrorismo sia una particolare forma di violenza politica. Non è una filosofia o un movimento politico. Il terrorismo è un’arma o un metodo, che è stato usato nella storia sia da parte degli stati sia da organizzazioni sub statali, per una grande varietà di cause politiche o scopi. Questa particolare forma di violenza politica possiede cinque caratteristiche fondamentali: è premeditato e mira a creare un clima di estrema paura o terrore; è diretto ad un più ampio pubblico o obiettivo rispetto alle immediate vittime della violenza; comporta attacchi casuali e obiettivi simbolici, inclusi civili; gli atti di violenza commessi sono visti, dalla società in cui accadono, come fuori dalla normalità, in senso letterale, cioè come qualcosa che rompe le norme sociali, causando quindi un sentimento di oltraggio; il terrorismo è solito influenzare le direttive politiche in qualche modo: per esempio, forzare gli oppositori a concedere alcune o tutte le richieste dei terroristi, provocare una reazione eccessiva, servire da catalizzatore per un conflitto più generale o per pubblicizzare una causa politica (Wilkinson, 1992). [7]

Le violenze perpetrate dal terrorismo sono giudicate non solo lesive dei legami sociali, ma anche superiori alla soglia di tollerabilità, nonostante questa soglia sia spesso soggetta alla valutazione di singoli casi. Non sempre infatti episodi di violenza estrema come omicidi o stragi, anche con fini politici, possono essere definiti come attività terroristiche.

Come fa notare Borrero Mansilla, infatti ciò che permette di classificare una violenza come violenza terroristica è il clima di terrore, durevole nel tempo, che essa è capace di produrre.

 

 

La ‘piccola guerra’ o “la guerra della pulce”[8]: guerrilla.

 

“È importante notare che la lotta di guerrilla è una lotta delle masse,

è una lotta di popolo: la guerrilla come nucleo armato è l’avanguardia

combattente dello stesso; la sua grande forza si radica nella massa della

popolazione”.

Ernesto “Che” Guevara, La guerra di guerrilla.

 

Piccoli attacchi compiuti da piccoli gruppi, le cui forze non sono in grado di fronteggiare il nemico ad armi pari, possono essere ricondotti invece ad atti di guerrilla, più che ad atti di terrorismo vero e proprio, anche se, soprattutto per quanto riguarda il territorio latinoamericano, spesso si assiste ad una sovrapposizione tra guerrilla e terrorismo, almeno nelle modalità di lotta e di enfrentamiento

In origine, guerrilla, ‘piccola guerra’ in spagnolo, indicava la resistenza di alcuni gruppi di ribelli, in seguito alla sconfitta dell’esercito regolare spagnolo da parte delle truppe napoleoniche. In seguito, l’eccessiva estensione del termine, che “è stato applicato a tutti i tipi di guerre rivoluzionarie e guerre di liberazione nazionale, insurrezioni, guerre contadine e atti terroristici” (Laqueur, 2002), ha contribuito a complicare ulteriormente il quadro.

Questa eccessiva elasticità semantica è probabilmente dovuta alla composizione dei gruppi di guerriglieri, che, soprattutto in America Latina, sono appartenenti alle fasce più marginalizzate e oppresse della popolazione, le masse contadine.[9]

Secondo Ian Beckett, infatti, la guerrilla è “un insieme di tattiche militari, utilizzate da un gruppo minoritario all’interno di uno stato o da una popolazione indigena, con l’obiettivo di opporsi al governo o a forze d’occupazione straniere” (Beckett, 1999).

La guerrilla si configura, dunque, almeno inizialmente, come una forma di resistenza e di ribellione contro alcune iniquità statali, da parte di gruppi sfruttati e inascoltati, concentrati spesso in aree povere o rurali. Attacchi brevi, spesso seguiti da una ritirata (hit-and-run attacks), sabotaggio e danneggiamento di strutture e attrezzature, interruzione di vie di comunicazione, principalmente a danno di polizia, militari o gruppi paramilitari rappresentano le principali modalità con cui operano i gruppi di ribelli. Lo scopo primario non è quello di seminare il panico e paralizzare la popolazione, compiendo attacchi eclatanti, ma raggiungere gradatamente gli obiettivi, attraverso scontri diretti ed incursioni brevi e mirate.

Ciò non significa che la guerra di guerrilla abbia necessariamente una durata limitata nel tempo: basti pensare al Nicaragua, dove il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN) ha combattuto diciotto anni contro il regime dei Somoza. Numerosi episodi di guerre intestine vedono la partecipazione attiva di gruppi guerriglieri, come nel caso di El Salvador, funestato da tredici anni di guerra civile (1979-1992) o della Colombia, dove il conflitto armato dura ormai da più di cinquant’anni.

Tuttavia, secondo Feldmann e Perälä le differenze tra terrorismo e della guerrilla, non si giocano tanto sul terreno della scelta delle vittime, quanto su quello della strategia di combattimento adottata:

C’è una comune percezione, secondo la quale la differenza tra terrorismo e sistema di guerrilla sia determinata dalla natura delle loro vittime: mentre il terrorismo è diretto contro civili innocenti, gli attacchi della guerrilla sono perpetrati solo a danno di obiettivi militari. Tuttavia, questo ragionamento si rivela errato, dal momento che le organizzazioni terroristiche attaccano comunemente obiettivi militari, mentre, viceversa, i guerriglieri spesso si trovano coinvolti in attività terroristiche dirette a obiettivi non militari. Quindi, piuttosto che i loro obiettivi, la differenza principale tra organizzazioni terroriste e di guerrilla consiste nella strategia, che questi gruppi utilizzano per sfidare i governi esistenti. I terroristi generalmente cercano di destabilizzare lo stato, attraverso attacchi sporadici e di grande visibilità, volti a creare agitazione tra la popolazione. Essi operano solo nelle città e hanno la tendenza ad operare in piccoli gruppi. Al contrario, i guerriglieri tentano di stabilire zone franche nella campagna e costituire piccole unità militari, che gradualmente cercano di aumentare in forza, per raggiungere il punto in cui sono apertamente in grado di sfidare lo stato (Feldmann e Perälä, 2001).

I gruppi ribelli, che prediligono zone rurali, montagne e foreste, in cui possono meglio nascondersi e rifugiarsi, sono spesso in grado di controllare vaste aree, contando sull’appoggio e sulla copertura delle popolazioni locali, che forniscono loro protezione e cooperazione.[10]

Tale supporto, insieme ad una profonda conoscenza del territorio, appare infatti fondamentale per “compensare l’inferiorità in materia di uomini e armi” (Wickham-Crowley, 1922) negli scontri con le autorità governative. Lo stesso Ernesto “Che” Guevara, nel suo manuale sulla guerrilla, considera l’appoggio delle popolazioni del luogo come la “conditio sine qua non” (Guevara, 1961) della buona riuscita delle operazioni. Il guerrigliero non è solo un combattente tenace e ben addestrato, “un riformatore sociale” (Guevara, 1961), che lotta contro l’istituzionalizzazione dell’oppressione e della miseria, ma è soprattutto “un riformatore agrario” (Guevara, 1961) attento alle dure condizioni di poveri e campesinos. L’obiettivo della lotta è la liberazione del suo popolo e la destituzione di un ordine iniquo, attraverso delle azioni armate, che si rendono indispensabili una volta riconosciuta l’impossibilità di ottenere giustizia con mezzi pacifici.

Come spiega Borrero Mansilla, a differenza dei guerriglieri, i terroristi non sono solitamente interessati a conquistare ampie porzioni di paese e neppure a costituire un esercito regolare addestrato e numeroso, dal momento che il principale obiettivo rimane quello di seminare il panico in maniera episodica, pur con l’intento di ottenere concessioni o perseguire interessi particolari.

Frequentemente la guerra di guerrilla e il terrorismo si combinano, ma in società, nelle quali la guerrilla è impossibile, per esempio le società avanzate, appare il terrorismo nella sua forma pura, il terrorismo costituitosi come strategia permanente, unica forma di espressione di un gruppo, che aspira a produrre un cambiamento politico di una certa importanza. Il guerrigliero aspira a consumare il nemico lentamente, per vincerlo infine in maniera convenzionale. Egli cerca di costruire una forza militare crescente, che diventi regolare, e cerca di conquistare, controllare e governare, i territori, in maniera graduale. Il terrorista puro, no. Quest’ultimo cerca di generare un clima sociale di angoscia e paura estreme, di un’opinione pubblica oscurata e così strappare concessioni o, in casi estremi, provocare rivolte popolari, favorevoli ai suoi scopi. Il terrorismo opera con un margine di forze molto ristretto, che non gli consente di affrontare militarmente lo Stato, che, d’altra parte neppure può sconfiggerlo, da un punto di vista esclusivamente militare (Borrero Mansilla 2006).

Numerosi fattori rendono la realtà latinoamericana un terreno particolarmente fertile per lo sviluppo di conflitti interni, in cui attacchi terroristici si mescolano alla guerra di guerrilla.[11] Economie deboli, scontri etnici e sociali, stati autoritari e violenti che interdicono libertà civili e politiche rappresentano lo sfondo su cui si muovono e si organizzano le forze popolari in contrapposizione a quelle governative e paramilitari.[12] La vicinanza a luoghi in cui si siano già verificati attentati o insurrezioni, spesso con esito positivo, costituisce un altro elemento, che può giocare un ruolo decisivo all’interno dello scacchiere geopolitico.

Feldmann e Perälä ricordano infatti come, agli inizi degli anni Sessanta, in seguito al successo della rivoluzione cubana, focolai di ribellioni e prime manifestazioni terroristiche si siano sviluppate anche in altri stati dell’America centro-meridionale. A cominciare dal Venezuela, che inaugura nel 1962 una serie di rivolte armate e di scontri tra le forze del MIR e il rigido governo di Betancourt, chiedendo riforme economiche e sociali, Argentina, Brasile, Cile, Uruguay saranno coinvolti in lotte e tumulti, in una spirale di violenze diffuse e logoranti. Una sorta di “contagio” (Feldmann e Perälä, 2001) partito proprio dalle azioni di Venezuela, Brasile e Cono Sud si sarebbe esteso anche alla Colombia, dove i gruppi di guerriglieri adottano metodi più violenti, di stampo terroristico, come “bombe, rapimenti e sabotaggi” (Feldmann e Perälä, 2001).[13]

La presenza di numerose attività illegali nella regione, quali traffico di droga, armi e riciclaggio di denaro, costituisce un altro fattore, che alimenta la catena del terrore, favorendo complicità e connessioni tra criminalità, terrorismo e guerrilla.[14] Infatti, mantenere operativi ed efficienti gruppi di guerriglieri o terroristi richiede un notevole sforzo economico, “per coprire i costi di reclutamento, addestramento, pianificazione e spese precedenti gli attacchi” (Salvo, 2014). Il fenomeno del narcoterrorismo appare piuttosto evidente nel caso colombiano, dove la connessione tra terrorismo, traffico di droga e violenze ha generato un’alleanza solida e duratura, volta a tutelare interessi privati, garantire finanziamenti, rifornimenti di armi e controllo del territorio.[15]

 

 

Colombia: homo homini lupus

 

“La strada della violenza si è convertita, nel presente colombiano, in uno strumento

a disposizione di tutti, utilizzabile per raggiungere qualsiasi tipo di obiettivo. La si

pratica in pubblico o in privato, a livello individuale o in gruppo, spontaneamente

o in maniera premeditata, per raggiungere fini politici, economici o personali. Di

conseguenza, gli attori violenti sono sempre più numerosi, mentre le frontiere che

esistono tra di essi perdono i confini. (…) Lo stato di violenza si è convertito in

una modalità di funzionamento della società”

Elsa María Fernández Andrade, El narcotráfico y la descomposición política y

social: el caso de Colombia.

 

Come sottolinea Guisández Gómez (2013), la Colombia “a partire dalla sua indipendenza (7-8-1819) non sa che cosa sia vivere in una condizione di pace”. Dopo la morte di Bolívar, nel 1830, le tensioni interne tra regioni porteranno alla divisione del paese in tre stati autonomi, Venezuela, Ecuador e Colombia. In seguito le lotte per il potere tra liberali e conservatori caratterizzano la scena politica, segnata prima da una guerra civile, durata tre anni (1899-1902), poi dall’omicidio del leader liberale J. Eliecer Gaitán, che scatena il noto bogotazo, rivolta esplosa nella capitale Bogotà e i cui effetti si ripercuotono sull’intero paese, inaugurando il decennio denominato emblematicamente La Violencia (1947-1957).[16] Le brutalità divengono una pratica comune, funzionale alla creazione e al mantenimento di uno stato di terrore: “rituali macabri, come lo squartamento di uomini vivi, le esibizioni di teste mozzate, la dispersione di parti di corpi per le strade di campagna, che ancora sopravvivono nella memoria della popolazione colombiana” costituiscono un segno indelebile, una ferita profonda, che stenta a rimarginarsi e “che sembrerebbe esprimere la naturalizzazione di questo tipo di fenomeni nella storia politica nazionale” (GMH, 2013). Interessi economici e politici si saldano strettamente, mentre i numerosi tentativi di espropriazione delle terre, a danno di piccoli contadini e lavoratori di piantagioni di caffè e banane, costringono migliaia di persone a fuggire, lasciando le proprie case e i pochi beni.[17]

 

Fig. 1 - El Cristo campesino, (1946-1953) Collezione Guzmán

Fig. 1 – El Cristo campesino, (1946-1953) Collezione Guzmán

Nonostante l’accordo siglato nel 1957 tra liberali e conservatori, che avrebbe garantito l’alternanza al governo dei due partiti fino al 1974, dopo le esperienze dittatoriali di Gómez Castro e Rojas Pinilla, continua a serpeggiare il malcontento popolare, soprattutto nelle campagne. Sottolineando la necessità di difendersi dagli attacchi di un potere sempre più reazionario e oppressivo, alcuni gruppi di orientamento comunista si organizzano già nel 1949 in movimenti di autodifesa, che daranno origine prima al Frente Sur e poi al FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) a metà degli anni Sessanta. Secondo le fonti del governo conservatore, molte aree del paese ospiterebbero covi di sovversivi rivoluzionari, fuori dal controllo statale, pericolosi per la stabilità politica.[18] La decisione del presidente Guillermo León Valencia di “mettere a ferro e fuoco questi enclave comunisti” (Pizarro Leongómez, 2004) consolida le formazioni di combattenti in guerriglieri, soprattutto nelle regioni di Sumpaz e Tolima. Lo storico attacco a Marquetalia del 1964, da parte delle truppe governative e la resistenza dei gruppi di autodifesa contadini costituiscono il mito fondativo del FARC e l’inizio di una lotta armata, che si trascinerà per almeno mezzo secolo.[19]

Sebbene, tra gli anni Sessanta e Settanta, la lotta armata si concentri particolarmente in aree periferiche, il consenso del gruppo di guerriglieri è in ascesa, tanto da permettergli di coprire nove fronti nel 1979. La popolarità del FARC continua ad aumentare, insieme alla repressione violenta delle rivendicazioni dei campesinos e delle proteste organizzate da sindacati, studenti e insegnanti, viste come pericolosi tentativi di rivolta, legati ai piani della guerrilla. Nel 1984 il governo di Belisario Betancur decide di aprire una via al dialogo con le milizie del FARC, attraverso gli Accordi de la Uribe, che sanciscono l’impegno dei guerriglieri a porre fine a sequestri ed estorsioni, e l’impegno dello Stato a garantire la pubblica sicurezza, reclamando per sé l’uso esclusivo della forza. Inoltre, gli accordi prevedono la nascita di un nuovo partito, che comprende alcuni membri del FARC, del partito comunista e di altri indipendenti, la Unión Patriótica (UP), che possa costituire un’alternativa all’alternanza liberali-conservatori. L’apparente clima di distensione sarà presto bruscamente interrotto dall’ assassinio politico sistematico di militanti, dirigenti, sindaci e candidati presidenziali della UP, in seguito al loro successo elettorale, ad opera di gruppi paramilitari, esercito, polizia e forze speciali. Già dal 1984 si assiste alle prime aggressioni, per poi passare a omicidi e sparizioni, nonché “a continue violazioni degli accordi firmati” (Cepeda Castro, 2006), che porteranno all’interruzione dei trattati tra Stato e guerrilla. Il bilancio della violenza supera le 3.000 vittime, eliminate “con metodi di tortura e trattamenti crudeli praticati pubblicamente, nel contesto di massacri pianificati” (Cepeda Castro, 2006) volti a terrorizzare la popolazione, allontanare i simpatizzanti e isolare i sopravvissuti, costringendoli ad esili forzati o a desplazamientos. [20]

Negli anni Ottanta, all’interno in un quadro di barbarie, repressione e pulizia sociale (Vargas, 2008), operano anche gli Escuadrones de la muerte, bande armate con l’obiettivo di ripulire le strade da individui “considerati desechables” (Vargas, p. 223) gruppi di persone disprezzabili, sacrificabili, ritenuti inutili o utilizzabili solo per un periodo di tempo limitato: omosessuali, spacciatori, piccoli delinquenti, prostitute. Da qui i termini eutanasia social e guerra sucia, che ben descrivono il piano di sterminio arbitrario e organizzato, in cui omicidi e sparizioni giocano un ruolo fondamentale, perché permettono di coprire o negare i crimini commessi. [21]

Sarà proprio l’ascesa dei paramilitari a caratterizzare una delle fasi più acute del conflitto, che si registra dal 1996 al 2005, periodo in cui le atrocità aumentano in maniera esponenziale. Secondo le stime del CINEP, infatti, il picco della violenza nel conflitto armato si osserva proprio in questo arco temporale (1997; 2001; 2003), ad opera dei gruppi paramilitari, che detengono il primato indiscusso delle violazioni dei diritti umani nel paese.[22]

Fig. 2 - Dinamica del conflitto armato in Colombia (1990-2011) CINEP, Informe especial, Junio 2012.

Fig. 2 – Dinamica del conflitto armato in Colombia (1990-2011) CINEP, Informe especial, Junio 2012.

 

Massacri, torture e rapimenti sono le modalità di azione più comuni dei gruppi paramilitari, riconosciuti colpevoli degli episodi più tragici della storia colombiana.[23] Donne e bambini sono tra le principali vittime, insieme alle popolazioni indigene, di violenze e brutalità, sfruttati, terrorizzati e abusati e spesso ridotti al silenzio.

 

Fig. 3 - Caicedo, Colombia (1997) Bambini di Caicedo, provincia di Antioquia, tra le rovine della chiesa locale, dopo un attacco del FARC. © Teun Voeten 2013.   

Fig. 3 – Caicedo, Colombia (1997) Bambini di Caicedo, provincia di Antioquia, tra le rovine della chiesa locale, dopo un attacco del FARC. © Teun Voeten 2013.

Come ricorda il Watchlist on Children and Armed Conflict, la popolazione afro-colombiana e quella indigena sono non solo le più marginalizzate, ma anche le più esposte alle conseguenze del conflitto armato. In particolare, le bambine e le giovani donne dei gruppi nativi sono troppo spesso vittime di abusi e violenza sessuale. Emblematico è il caso di una ragazza di etnia betoyé, che nel 2004, nonostante sia incinta, viene violentata e uccisa da alcuni soldati dell’esercito (che indossano bracciali di gruppi paramilitari), che la sventrano, le strappano via il feto e poi gettano il suo corpo nel fiume, avvolto in un sacco di plastica (WCAC, 2004). Il suo nome era Omaira Fernández e aveva sedici anni.[24]

 

 

Il massacro di Bahía Portete. Memoria del male.[25]

 

“Quel che accadde fu come un film dell’orrore, perché profanarono le

tombe dei nostri antenati, distrussero e bruciarono le abitazioni,

violentarono, uccisero e torturarono le nostre donne ed per di più

saccheggiarono tutto”

Débora Barros Fince.

 

Gintüi, Diva, Reina, Margoth, Rosa, Diana e Margarita. Nomi di donne, volti di sorelle, figlie, madri, amiche. Nomi di vittime della violenza senza nome dei paracos, che si abbatte inesorabile sulla comunità di etnia wayúu a Bahía Portete. Ana, sopravvissuta al massacro, racconta l’orrenda morte della nipote Margoth, uccisa e decapitata il 18 aprile 2004. La testa, recisa e ancora sanguinante, viene esposta pubblicamente sulla punta di un cactus di fronte alla sua casa. Ana ricorda tutto perfettamente, la paura, le brutalità, i morti, la fuga. La mattina del 18 aprile, una cinquantina di uomini, vestiti da militari dell’esercito, assaltano le capanne, cercando casa per casa, lista alla mano, per scovare i membri più noti, i Fince e gli Epinayúu, “probabili antagonisti dei paramilitari” (Vargas, 2008). L’obiettivo è sterminare gli indigeni, per prendere possesso del loro territorio e soprattutto del porto, snodo fondamentale per contrabbando e traffico di cocaina.[26] L’orrore prende rapidamente forma, un orrore, che mortifica e umilia i corpi, straziandoli e dilaniandone le membra:

Me li hanno uccisi, fratello. Li hanno bruciati vivi nel camioncino. Inoltre hanno tagliato la testa a mia madre e le mie nipoti, le hanno smembrate. Non hanno sparato, ma le hanno torturate perché udissimo le loro grida, mentre, fratello, ancora vive, con una motosega, le facevano a pezzi.[27]

Così un altro sopravvissuto testimonia la morte dei suoi figli, consumati dalle fiamme di fronte ai suoi occhi, e quella delle donne della sua famiglia, decollate e mutilate. Lo scempio dei corpi, risponde ad una logica di annichilimento, di disprezzo e di ostentazione di un potere assoluto, che si estrinseca nella scelta consapevole di risparmiate la vita o dare la morte:

Con tutta evidenza, la questione non è qui uccidere bensì disumanizzare, infierire sul corpo in quanto corpo, distruggerlo nella sua unità figurale, sconciarlo. (…) Come se la ripugnanza che esso suscita fosse più produttiva dell’uso strategico del terrore. O come se la violenza estrema, volta a nientificare gli esseri umani, prima ancora che a ucciderli, dovesse contare sull’orrore piuttosto che sul terrore.[28]

L’aggressione arbitraria, gratuita, feroce e belluina atterrisce e sconvolge. I corpi, o ciò che ne resta, giacciono ammucchiati in una massa informe, offesi nella loro individualità, abbandonati nella polvere, nuovamente vulnerabili, doppiamente violati. La popolazione fugge, cercando rifugio in Venezuela, senza poter piangere i propri morti, senza riconoscerli un’ultima volta.[29]

Dopo undici anni, nell’ottobre del 2014, alcuni gruppi decidono di rientrare in Colombia, a Portete, tra le macerie di una vita precedente e i fantasmi di violenze e ferite impossibili da rimarginare. Al posto della fiorente comunità rurale di un tempo, rimangono “solo gli scheletri di alcune strutture” (Siqueira-Barras, 2015) nonostante le famiglie wayúu abbiano iniziato una difficile ricostruzione. Nonostante il territorio sia stato dichiarato parco nazionale e sia presidiato da una pattuglia dell’esercito, molti abitanti temono che la zona non sia ancora sicura. Una donna della comunità sostiene di aver sentito il rumore di un elicottero, non lontano dalla sua casa, e di aver visto nei pressi anche due camionette. Subito la mente corre alla strage e alla minaccia del ritorno dei paramilitari.

Il caso di Portete sconvolge non solo per la particolare crudeltà delle violenze, ma anche perché aggredisce ciò che la società wayúu ha di più sacro, le donne, che sono sempre state tenute lontano da scontri e conflitti tra le famiglie. Ma, di fronte ad un simile orrore, ai corpi dei bambini bruciati vivi, alle donne decapitate e torturate, alla profanazione dei luoghi sacri, “si può preferire l’oblio alla memoria del male” (Todorov, 2001)? Davvero, come si chiede Todorov, anche in seguito alla falsificazione e agli “abusi” della memoria, che perpetuano il male, è più giusto dimenticare? Ripercorrendo le atrocità del XX secolo, lo scrittore bulgaro ricorda che, per la vittima, esiste anche il diritto all’oblio e non solo il diritto, o forse per meglio dire, il dovere del ricordo. Ricordare significa rinnovare il dolore e l’umiliazione, reiterare l’offesa, continuare a colpire, ancora e ancora. Tuttavia, al di là dell’inalienabile diritto del singolo individuo di scegliere, il silenzio collettivo non contribuisce alla ricerca della verità.[30] Se è vero che la memoria del male genera e alimenta assai spesso un feroce desiderio di vendetta, l’esperienza degli indigeni wayúu dimostra che, anche davanti all’abisso, è possibile fare un passo indietro. È possibile scegliere di lottare pacificamente, portando avanti la propria testimonianza con determinazione, fierezza e coraggio, per giungere al riconoscimento del male e all’ammissione della colpa. La rinascita collettiva passa attraverso la denuncia, l’apertura al mondo, il rispetto per la pluralità, il recupero del “diritto ad avere diritti” (Arendt, 1999).

 

Da 10 anni la Organización Wayúu MunsuratMujeres Tejiendo Paz è impegnata nel coraggioso tentativo di ricostruire gli eventi e far emergere le responsabilità, denunciando gli abusi dei paramilitari, le violenze, le torture e le ripetute violazioni dei diritti umani.[31] Neppure le continue minacce, gli attentati e gli omicidi di alcuni testimoni, neppure i bestiali graffiti, apparsi sui muri delle case abbandonate e raffiguranti scene di violenza a danno delle donne, altro evidente “palinsesto dell’impunità” (Salamanca, 2015), sono riusciti a fermare la leader Carmen Barros Fince, e le figlie Débora e Telemina, che chiedono rispetto, giustizia e verità, lottando per i diritti del popolo wayúu.[32]

Ogni anno, il 18 di aprile, la comunità si riunisce per celebrare “el yanama”, la commemorazione del massacro, in un quadro di condivisione collettiva del dolore e del ricordo, che rinsalda i legami e il senso di appartenenza etnica. Yanama non è solo esercizio della memoria, ma è anche “dispositivo rituale di riparazione” (Salamanca, 2015), strumento di mediazione tra società wayúu e mondo esterno, nonché tra membri della comunità stessa, nel tentativo di decifrare “la continuità degli effetti del massacro nello spazio e nel tempo” (Salamanca, 2015).[33] Yanama diviene dunque simbolo del trauma e del ricordo ma anche luogo di speranza, terreno su cui progettare una riparazione, una mediazione, un riconoscimento pubblico dell’offesa, “necessario a restaurare una coerenza morale di base” (Hoffman, 2005).

Come sottolinea Eva Hoffman, anche la trasmissione degli eventi assume un ruolo fondamentale, nel passaggio di testimonianze sull’orrore, poiché “la generazione che eredita l’esperienza della violenza come memoria ancora vivente e che modella e converte questo ricordo in una forma di memoria collettiva o di conoscenza storica” (Hoffman, 2005) può innescare o disinnescare il meccanismo della vendetta. Si avverte dunque la necessità di isolare il male del passato, di bloccare quella sua particolare tendenza ad autorigenerarsi e ad autoriprodursi, che trova asilo nel desiderio di compensazione rispetto a quanto subito. Ciò non significa diluire il trauma né tantomeno rimuoverlo, ma impedire, per quanto possibile, che contamini il presente, attraverso “una specie di riconoscimento interno condiviso” (Hoffman, 2005) che fa emergere testimonianze e ricordi, in un processo che vede la comunità indigena impegnata in prima linea per garantire “ricostruzione, restituzione della dignità e riparazione” (Jimeno, 2011).

I movimientos indígena e le organizzazioni come quella di Carmen Fince sono la testimonianza del fatto che è possibile cercare giustizia in maniera pacifica. Il diritto di ricordare, il diritto di non dimenticare e di condividere la propria storia, anche e soprattutto nei suoi aspetti più tragici e oscuri, deve essere rispettato e incoraggiato. Ed è in questa direzione, che si muove il film El regreso (2013), della regista venezuelana Patricia Ortega, vincitore di 6 premi al decimo Festival del cinema venezuelano, denunciando apertamente fatti e conseguenze del massacro di Portete, attraverso la storia di una bambina, scampata alla strage, che arriva fino a Maracaibo per cercare la madre.

 

Fig. 4 - Scena tratta dal film di Patricia Ortega El regreso (2013)

Fig. 4 – Scena tratta dal film di Patricia Ortega El regreso (2013)

Ritrovare le proprie famiglie e ricongiungersi ai parenti fuggiti è stato uno degli obiettivi principali dei sopravvissuti, insieme alla instancabile ricerca dei propri desaparecidos. Il desiderio di tornare nelle terre ancestrali e ricostruire, la sete di verità e di giustizia animano le rivendicazioni del popolo wayúu.

Nonostante il rischio sempre crescente di oppressione e marginalizzazione, le comunità indigene propongono un’alternativa positiva al conflitto, difendendo i loro territori e le risorse naturali, la loro identità, la cultura, la medicina e i sistemi giuridici tradizionali.[34] I movimientos sono stati capaci di negoziare e mediare con il sistema statale, forti delle specifiche identità collettive, arrivando ad ottenere una rappresentanza nelle istituzioni e portando avanti azioni in grado di “trasformare i valori e le istituzioni della società” (Castells, 1997). Le stesse attività di denuncia delle donne wayúu rispecchiano questo spirito di resistenza, nei confronti del silenzio e delle connivenze delle autorità con i massacri dei paramilitari. Pace, libertà e vita sono tre valori fondamentali per l’etnia indigena colombiana, che promuove la risoluzione del conflitto, attraverso il potere della parola e dei suoi palabreros, che “alimentano il dialogo e favoriscono la comprensione” (Telemina Barros, 2014). Ristabilire l’armonia, per poter rinascere come comunità, implica ricordare e coinvolgere quanti più attori possibili, perché testimoniare il male significa anche mantenere viva la “possibilità del bene” (Todorov, 2001).

 

 

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[1] Arendt (1996).

[2] Sul tema del coinvolgimento personale ed emotivo dell’antropologo, è interessante notare le osservazioni di Antonius Robben, relative ad un suo lavoro in Argentina con i familiari di alcuni desaparecidos. Il passo riporta il racconto di un padre, che cerca di ottenere, da un colonnello dell’esercito, notizie sulla scomparsa del figlio, un giovane di diciassette anni, membro della Juventud Peronista. “E lui dice ‘Dimmi che cosa è successo’. Così gli dissi ciò che era accaduto. E con una tale intensità .. tu guardavi…ehm, io guardavo quest’uomo, ma ti dico, come ti ho già detto prima, che ho provato a guardare da ogni parte, se potevo trovare il filo di.. di.. per arrivare al filo o all’ago nel pagliaio [punta del ovillo], cercando di..di scoprire qualcosa. Dopo avergli detto tutto, lui dice: ‘Bene. Guarda, tu devi fare questo: devi immaginare che tuo figlio abbia il cancro’. Stavo ascoltando e mi dicevo: Cosa sta dicendo? [Il colonnello continua] ‘Immagina che abbia il cancro e che abbiano…che sia in sala operatoria e che ci sia un macellaio e un medico: prega che sia il medico, quello che lo opererà’. (…) Quest’uomo aveva conficcato un pugnale nella mia ferita e lo aveva rigirato dentro di me. Gli dico, ‘Mi scusi’ – dico- ‘Signore, ma lei sa qualcosa?’ (…) ‘No, no, sto vagliando le diverse possibilità [hago una composición de lugar] e sto facendo una supposizione. Non so niente di ciò che potrebbe essere acc – ’ E io dico ‘Ma come ha avuto il fegato di…’ e, a causa dei miei nervi, le parole non mi uscivano […] Volevo afferrarlo per la gola e strangolarlo, ma poi chiunque di quelli che erano lì avrebbe preso la pistola e mi avrebbe ucciso. Lì, per la prima volta nella mia vita, mi è venuto il desiderio di uccidere qualcuno. Ero distrutto…[…] E lì, sì, mi è passato per la mente che, sì, quel giorno avrei potuto finire con l’uccidere quell’uomo. Non so che cosa mi ha fermato. Perché ero disperato. E tu non puoi immaginare come, con quale soddisfazione, disse quello che mi stava dicendo. E tu dovresti considerare il fatto che quest’uomo era in servizio attivo’. Ma io non ero in grado analizzare. Come lui aveva cercato di identificare ogni segnale sul volto e nelle parole del colonnello, che palesava il minimo delle informazioni su suo figlio, ma era rimasto paralizzato dalla crudele supposizione, così divenni incapace di stare al di fuori e osservare. Mi aveva incorporato nel suo tormento, a volte, in modo discorsivo (…) e altre volte sottolineando i momenti della sua più grande angoscia. Avrei potuto chiedergli del luogo dell’incontro, la disposizione degli uffici, quale reggimento dell’esercito era stato coinvolto, se aveva più avuto notizie del colonnello, come sapeva che l’uomo era un colonnello e non un estorsore, che avrebbe cercato di spillargli del denaro, se aveva più visto il primo tenente e così via. Ma la mia mente divenne uno spazio vuoto e potevo solo condividere il dolore di quest’uomo in silenzio” (Robben, 1995). Robben segnala qui l’incapacità dell’antropologo di continuare la sua indagine, di fronte al dolore di un padre, che non solo ha perso un figlio, senza aver saputo che cosa gli sia accaduto, ma che viene anche vilmente beffato da un sadico colonnello dell’esercito argentino. La ricerca è sospesa, la mente si svuota e tutte le domande, che avrebbero potuto essere formulate, lasciano il posto ad un timido e rispettoso silenzio. L’antropologo si trasforma in testimone e, quasi fosse un confessore, raccoglie e custodisce brandelli di passato, in cui si confondono paure, angosce, orrori e memorie, che deve poi sapientemente ricomporre. Ciò comporta un notevole investimento emotivo, che spesso paralizza la sua capacità investigativa e sembra mettere in discussione le fondamenta stesse della disciplina antropologica. Molto vicina a quella di Robben risulta l’esperienza di Ludmila da Silva Catela, che ha lavorato in Argentina, con le famiglie dei desaparecidos. L’antropologa brasiliana racconta infatti le difficoltà del primo contatto, la diffidenza iniziale di molti soggetti intervistati, l’incontro con i parenti delle vittime e la necessità di stabilire un legame di fiducia e reciprocità, ma si sofferma soprattutto sulla complessità di decifrare i silenzi, i non detti e le reticenze, nel tentativo di sondare criticamente anche quella zona d’ombra, che appare impenetrabile. Nella gestione dei ricordi dei familiari, da Silva Catela si trova a dover riconoscere e interpretare lo scarto tra memoria lecita e illecita, tra ciò che è autorizzato e ciò che non lo è, tra “lo que podía decirse y lo que no” (Da Silva Catela, 2000). Nel complesso processo di ricostruzione di memorie individuali e collettive, in contesti di particolare violenza, tortura o brutalità, il ricercatore viene investito da sentimenti ed emozioni, spesso forti e contrastanti, che provengono dai soggetti del suo studio e non riesce a rimanere sempre neutrale. Secondo Scheper-Hughes e Bourgois (2004), infatti, l’antropologo non può trincerarsi dietro la presunta oggettività della sua disciplina, limitandosi ad essere semplice spettatore in una zona d’ombra, ma deve esporsi, deve prendere posizione, “il che significa porre la propria competenza e il proprio sapere al servizio di una causa” (Dei, 2005). Inoltre, a seconda delle circostanze, troppa obiettività, può risultare sospetta, rischiando di avvicinarsi pericolosamente all’indifferenza e alla complicità di un tacito assenso, così come troppa rigidità metodologica può incrinare o compromettere del tutto il delicato rapporto di fiducia, faticosamente instaurato con le vittime. Cercare un errore, una falla nella memoria o un’imprecisione, seppure nel nome della ‘verità’ scientifica, può trasformare il tragico racconto del terrore e della vergogna in una sorta di interrogatorio, in cui i protagonisti sentono di non essere pienamente creduti e il ricercatore appare come un altro freddo carnefice.

[3] Nonostante le incertezze e le difficoltà metodologiche, già da almeno vent’anni il dibattito scientifico ha cominciato a dedicare una particolare attenzione al fenomeno della violenza e ad affrontarla non più solo come una variabile occasionale e comunque esterna alle dinamiche interne dei gruppi umani, ma come una caratteristica specifica e determinante dei rapporti sociali (Dei, 2005).

[4] Sulla questione del terrorismo come problema morale si vedano Grant Wardlaw, (1982); James M. Poland, (2004).

[5]Cfr. Alfred Ernout–Antoine Meillet, (1932).

[6] È interessante notare come sia l’Oxford Dictionary sia il Dictionnaire Larousse indichino, tra i sinonimi di terrore, quello di orrore, (rispettivamente horror e horreur). Nonostante l’associazione sembri quasi scontata, considerando le brutalità e le crudeltà a cui questo termine si accompagna, Adriana Cavarero mostra come ad una più attenta analisi, l’analogia possa ingenerare ambiguità o rivelarsi addirittura fuorviante. Infatti mentre nell’orrore è insita l’idea di brivido, di pelle d’oca, quasi di congelamento, nel terrore è la dinamica, l’impulso primitivo a determinare il corso degli eventi. L’orrore corrisponde ad uno stato di paralisi e di inerzia, ma contiene anche in sé una particolare caratteristica, la ripugnanza, che risulta assente nel terrore. Se, da un lato il terrore, risveglia l’istinto di sopravvivenza e di autoconservazione, spingendo alla fuga, dall’altro l’orrore blocca e immobilizza, impedendo l’azione, come lo sguardo della Medusa. Infatti “nel caso dell’orrore non ci sono movimenti istintivi di fuga per sopravvivere, né tanto meno, il travolgimento contagioso del panico. Anzi, il movimento qui si blocca nella totale paralisi e riguarda ciascuno ad uno ad uno. (…) Come testimoniano i suoi sintomi corporei, la fisica dell’orrore non ha a che fare con la reazione istintiva di fronte alla minaccia di morte. Ha piuttosto a che fare con l’istintivo disgusto per una violenza che, non accontentandosi di uccidere perché uccidere sarebbe troppo poco, mira a distruggere l’unicità del corpo e si accanisce sulla sua costitutiva vulnerabilità” (Cavarero, 2007).

[7] Il politologo inglese tenta inoltre una classificazione più specifica delle diverse tipologie di terrorismo, che possono essere suddivise in quattro macroaree: criminale, che utilizza la violenza per fini materiali e interessi privati; psichico, a sfondo mistico-religioso, di guerra, volto all’annientamento di un nemico, e politico, quest’ultimo a sua volta suddiviso in rivoluzionario, sub rivoluzionario e repressivo, che si propone di sovvertire o tutelare un ordine precostituito e avanzare richieste politiche (Wilkinson, 1974).

[8] L’espressione “the war of the flea” (la guerra della pulce) è tratta dall’omonimo libro di Robert Taber, dedicato al tema della guerrilla. Il paragone adottato da Taber tra pulce (soldato) e cane (nemico) è emblematico della disproporzione tra i gruppi ribelli e le forze cui si contrappongono, ma anche alla particolare agilità e imprevedibilità degli attacchi portati avanti dai guerriglieri.

[9] Hobsbawm ricorda, infatti, a questo proposito, che sia il FARC sia l’ELN colombiani sono costituiti quasi interamente da campesinos, che rappresentano fino al 75 per cento del FALN in Venezuela (Hobsbawm, 1970).

[10] Per quanto riguarda la partecipazione femminile all’interno dei gruppi di guerrilla latinoamericani si vedano anche Linda M. Lobao, “Women in Revolutionary Movements: Changing Patterns of Latin American Guerrilla Struggle”, Dialectical Anthropology, 15, 2-3, 1990, 211-232; Margaret González-Pérez, “Guerrilleras in Latin America: Domestic and International Roles”, Journal of Peace Research, 43, n. 3, 2008, pp. 313-329.

[11] Cfr. a questo proposito G. Lopez (1988) e P. Waldmann (1992).

[12] Secondo quanto emerso dalla conferenza di Oslo del 2003, alcune precise condizioni socio- politiche facilitano l’emergere e il proliferare di fenomeni di stampo terroristico. Tra quelle che Tore Bjørgo e i suoi colleghi classificano come “eventi scatenanti”, le seguenti si attagliano perfettamente anche al sistema di guerrilla dei paesi dell’America centro-meridionale e: “assenza di democrazia, libertà civili e rispetto per la legge; stati deboli o falliti; precedenti storici di violenza politica, guerra civile, rivoluzioni, dittature o occupazioni; governi illegittimi o corrotti; potenti attori esterni, che sostengono governi illegittimi; l’esperienza di discriminazione su base etnica o religiosa; l’esperienza dell’ ingiustizia sociale” (Bjørgo, 2005). È interessante infatti osservare che, tendenzialmente, il terrorismo non si sviluppa in società che hanno un elevato standard democratico o che, al contrario, sono governate da regimi totalitari stabili e ben consolidati. Lo studio di Garzón, Garcés, Herrera, (1988) rileva che il tasso di attività terroristica in URSS e nei paesi del blocco orientale, così come in Oceania, è quasi nullo.

[13] Nel “decennio caldo” (1968-1978), bombe esplosive, sequestri e omicidi rappresentano le modalità caratteristiche delle operazioni terroristiche latinoamericane (Garzón, Garcés, Herrera, 1988), volte a colpire e destabilizzare obiettivi sensibili, legati a regimi corrotti, oppressivi e autoritari. La resistenza armata sarà protagonista anche in Messico, con l’ EZLN, in Cile con il FPMR in opposizione al regime di Pinochet, in Uruguay con il Tupac Amaru e in Perù, con il Sendero Luminoso, uno dei più efferati e più longevi gruppi di guerrilleri della storia dell’intera regione sudamericana.

[14] Secondo gli osservatori politici americani, una delle aree più pericolose e delle più fertili per traffici illeciti e radicamento di gruppi di stampo terroristico è la Tri Border Area (TBA), un triangolo di terra, quasi del tutto privo di controlli nazionali, compreso tra Brasile, Paraguay e Argentina. “La Tri-Border Area latinoamericana (TBA), delimitata da Puerto Iguazu, Argentina; Ciudad del Este, Paraguay; e Foz do Iguaçu, Brasile è un terreno ideale per la proliferazione di gruppi terroristici. La TBA è un’area senza legge di attività illegali, che produce miliardi di dollari all’anno, in riciclaggio di denaro, traffico di armi e di droga, contraffazione, falsificazione di documenti e pirateria. La TBA offre ai terroristi potenziali finanziamenti, accesso ad armi illegali e tecnologie avanzate, facili movimenti e nascondigli, e una popolazione simpatizzante, dalla quale reclutare nuovi membri e inviare messaggi globali” (Abbott, 2004). Nonostante, dopo gli eventi dell’ 11 Settembre 2001, gli stati membri dell’OAS abbiano firmato nel 2002 la Convenzione Inter-Americana contro il terrorismo, la situazione del TBA risulta ancora piuttosto complessa. Le autorità locali, infatti, non solo tendono a sottovalutare o addirittura negare la presenza di attività e nuclei terroristici nel triangolo tra Puerto Iguazu, Ciudad del Este e Foz do Iguaçu, ma sono anche accusate di non partecipare abbastanza alle operazioni di contrasto (Sullivan; Beittel, 2014). Nonostante le difficoltà incontrate, nel dimostrare l’effettiva operatività di cellule attive (Trevisi, 2013), la presenza sul territorio della TBA di gruppi terroristici legati ad Al-Qaeda, Hamas e altri, costituisce motivo di forte preoccupazione, soprattutto in seguito agli attacchi terroristici di Buenos Aires contro l’Ambasciata Israeliana nel 1992 e contro il centro culturale ebraico-argentino AMIA nel 1994, che vedrebbero coinvolti gli ambienti legati ad Hizbollah (Hudson, 2003). Purtroppo alcune zone di confine sono ormai fuori controllo da molti anni e i governi centrali, non investono le già scarse risorse in progetti e politiche diretti alla lotta al terrorismo o ad altre attività illegali, in aree periferiche, isolate o poco urbanizzate, lasciando così scoperte “le loro frontiere porose” (Abbott, 2004). Inoltre, alcune iniziative, che facilitano lo scambio di merci e la libera circolazione delle persone tra stati confinanti, come gli accordi firmati dai paesi aderenti al Mercosur, possono incrementare il movimento di beni e attirare nella regione contrabbandieri ed eventuali membri di gruppi terroristici (Abbott, 2004).

[15] Così spiega Borrero Mansilla: “Con la stessa logica, il terrorismo della guerrilla si unisce agli affari del narcotraffico. Una volta che una guerrilla, con obiettivi politici, si avvicina al mondo delle attività illegali, per aumentare il suo potere con il denaro, si trova nella doppia condizione di favorire una guerra e di difendere l’attività, che la rende possibile su vasta scala. La combinazione è esplosiva. Si usa il terrore per paralizzare le autorità, per intimorire la popolazione, per competere con i mafiosi per il controllo delle diverse fasi del traffico, per allontanare le forze dello Stato dalle zone di coltivazione o di transito del prodotto e gli investimenti” (Borrero Mansilla, 2006, 137-138).

[16] Il bilancio delle vittime tra il 1949 e il 1962 è di circa 200.000, per la maggior parte civili (Guzmán, Umaña Luna, Fals Borda, 1962-1964). Sulla periodizzazione de La Violencia si veda Gilhodès (1976).

[17] Secondo i dati della Secretaría de Agricoltura di Tolima, il 42,6% degli abitanti della regione è vittima dei desplazamientos forzados, che includono anche la distruzione di case e costruzioni. Le stime del GMH (2013) parlano di più di 34.000 abitazioni bruciate, segno evidente della volontà di impedire il ricollocamento degli abitanti della zona, col fine ultimo di cedere i terreni ad altri proprietari.

[18] Negli anni Sessanta, oltre al FARC, si sviluppano altri gruppi di guerrilla, classificati, da parte della Segreteria di stato americana, come Organizzazioni Terroristiche Straniere (FTO): Ejército de Liberación Nacional (ELN) ed Ejército Popular de Liberación (EPL), in cui confluiscono movimenti urbani rivoluzionari di ispirazione maoista e cubana e gruppi gaitanisti delle aree rurali. Insieme al FARC, sono entrambe “considerate come la guerrilla di prima generazione” (Cadavid, 2010), rispetto al Movimiento 19 de Abril (M19), che comincerà la sua attività tra il 1973 e il 1974.

[19] Nonostante il successo della ‘Operación Cabeza’ e quindi della presa di Marquetalia da parte dell’esercito, il capo e fondatore del FARC, Manuel Marulanda Vélez, riesce a sfuggire alla cattura e a rifugiarsi con alcuni uomini a Riochiquito, dove più tardi avrà luogo la Prima Conferenza del Blocco Sud, con l’obiettivo di definire e pianificare le strategie della lotta di guerrilla.

[20] Omicidi, torture e intimidazioni saranno protagoniste anche negli anni Novanta, quando, con il Plan Returno, l’esercito nazionale elimina, nel dipartimento di Antioquia, un centinaio di membri e simpatizzanti della UP e, con una operazione congiunta con i paramilitari, si libera anche dell’ultimo esponente della UP al Congresso, Manuel Cepeda Vargas. Come ricorda Guido Piccoli (2003), il massacro prosegue “ discretamente, con il contagocce, al ritmo di un morto ogni 19 ore per sette anni, fino all’estinzione totale”. In seguito, minacce ai sopravvissuti e ai loro parenti, processi truccati con falsi testimoni, assassini, sparizioni ed esili forzati costituiscono uno scenario familiare, anche sotto il governo di Uribe Vélez. Nel 2002, il Consiglio Nazionale Elettorale revoca lo statuto legale alla UP, sostenendo che il gruppo non raggiungerebbe il requisito minimo di 50.000 voti, necessari per poter giustificare la propria presenza sulla scena politica. Nonostante la “persecuzione sistematica” (Colectivo de Abogados, 2006) pluridecennale, grazie al coraggio della presidente della direzione nazionale di UP, Aida Abella Esquivel, della Corporación Reiniciar e della Comisión Colombiana de Juristas, è stato aperto, nel 1993, un processo per genocidio politico presso la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH). Il fascicolo iniziale consta di “1.163 omicidi, 123 sparizioni forzate e 43 attentati” (Colectivo de Abogados, 2006).

[21] Tra il 1985 e i primi sei mesi del 1986, nei dipartimenti di Cali, Palmira e Buga, si registrano circa 800 vittime civili, riconducibili alle azioni degli Escuadrones, “tra i 20 e i 26 anni, con il volto o il corpo crivellato di colpi da 9 millimetri, con le mani legate e, generalmente, una bandiera nera a coprire il cadavere” (Alcántara Sáez; Ibeas Miguel, 2001).

[22] Il paramilitarismo occupa un posto centrale all’interno del conflitto colombiano, all’interno di un progetto anti insurrezionale, che avrebbe dovuto contrastare i gruppi di guerriglieri e quindi garantire l’ordine sociale. Tuttavia, come nota Philip Alston, “dai loro inizi negli anni Sessanta alla loro unificazione più formale, sotto le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), i paramilitari hanno combinato gli interessi dei signori della droga, della politica locale, delle élite economiche e del crimine organizzato e hanno cercato di proteggere questi interessi, che consistevano principalmente nell’ottenere e conservare terra, affari e cariche politiche” (Alston, 2010). Sulle connivenze tra Stato, esercito e paramilitari risulta fondamentale la testimonianza di Gilberto Cárdenas González (2002), capitano della polizia nazionale e capo della SIJIN nella regione di Urabá dal 1996 al 1998: “I paramilitari li creò proprio il governo colombiano perché facessero il lavoro sporco, cioè, perché uccidessero tutte le persone che, secondo l’esercito e la polizia, erano guerriglieri. Ma, per fare ciò, avevano bisogno di creare un gruppo al margine della legalità, in modo che nessuno sospettasse del governo della Colombia e delle sue forze armate. È così che i paramilitari sono addestrati dall’esercito e dalla polizia colombiana e sono assistiti e aiutati da questi” .

[23] Tra le stragi più efferate è importante ricordare le seguenti: Masacre de la Rochela (1989), in cui sono stati uccisi 13 funzionari della polizia giudiziaria, a causa di alcune indagini sulle violazioni dei diritti umani; Masacre de Pueblo Buello (1990), dove 36 uomini su 43 rapiti risultano desaparecidos ; Masacre de Mapiripán (15-20 luglio 1997), con un bilancio di 49 vittime torturate, i cui corpi smembrati sono stati ritrovati nel fiume Guaviare; Masacre de Bahía Portete (2003) contro gli indigeni di etnia wayuu.

[24] Il caso dell’incursione nel territorio dell’etnia betoyé, che ha provocato la fuga di circa 800 persone, oltre a sparizioni e due vittime accertate, tra cui Omaira, è stato seguito e documentato da Amnesty International (AMR 23/043/2003). Secondo i report del Human Rights Watch (2014), a causa delle azioni illegali di gruppi armati e paramilitari, nel 2013, “più di 5 milioni di colombiani sono sfollati all’interno del paese, e fino a 150.000 continuano a fuggire dalle loro case ogni anno”.

[25] L’espressione è ripresa dal titolo del libro di Tzvetan Todorov Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico.

[26] I paramilitari, presenti nella zona già dagli anni Novanta e in affari con alcune famiglie wayúu, dedite al traffico di droga, circolano liberamente nella regione e sfruttano il porto con regolarità a partire dal 2001, sorvegliando i membri della comunità e prendendo informazioni sulle loro occupazioni. Due mesi prima del massacro, due giovani della comunità, Nicolas Ballestreros Epinayúu e Segundo Epinayúu, sono stati uccisi da “un gruppo di uomini armati in uniforme” (Vargas, 2008), paramilitari, secondo la popolazione locale. I ragazzi avevano appena denunciato un delitto cui avevano assistito e, al loro rientro a casa, sono stati intercettati e giustiziati.

[27] Anonimo wayúu (2004). Testimonianza di un sopravvissuto, rifugiato in Venezuela. Traduzione dallo spagnolo mia.

[28] Cavarero, 2007. Corsivo mio.

[29] Dopo la strage, i paramilitari si attivano per far sparire le tracce del loro passaggio, sottraendo ai sopravvissuti l’ultimo diritto rimasto, quello di dare una degna sepoltura ai propri familiari. Così ricorda Carmen Barros Fince: “I corpi furono portati in luoghi lontani, dove noi non potevamo trovarli. Alcuni sono scomparsi, ma noi sappiamo perfettamente che sono morti. Loro sono morti. Quello che non sappiamo è che cosa hanno fatto con i loro corpi, dove sono, se li hanno seppelliti. Quando i resti sono stati raccolti e identificati, per via della denuncia e del processo, i cadaveri ritrovati sono stati seppelliti in cimiteri diversi da quelli dei loro parenti. Non abbiamo potuto fare nessuna veglia, non abbiamo potuto fare nulla: avevamo paura per via delle minacce. Abbiamo dovuto seppellirli come meglio potevamo, dove capitava” (Carmen Barros Fince, intervista sul campo, cit. in Vargas, 2008). Nell’intervista raccolta da Jaime de la Hoz Simanca (2011), la palabrera wayúu Aida Cuaq Iguarán, portavoce della comunità, dichiara che in una fossa comune sono stati trovati i corpi di sedici persone, anche se il bilancio delle vittime non è certo, a causa dei molti desaparecidos. Secondo il portale Verdad Abierta, i morti sarebbero almeno 12 e 33 i desaparecidos (cfr. Débora Barros doliente de sus hermanos wayúu, http://www.verdadabierta.com/victimas-seccion/perfiles/460-d/1761-debora-barros-doliente-de-sus-hermanos-wayuu). Le stime dell’Informe del Grupo de Memoria Histórica de la comisión nacional de reparación y reconciliación riportano invece 6 morti certi, di cui 4 donne (Gonzalo Sánchez, 2010).

[30] Di fronte ad un male così estremo e a delle atrocità, che, per riprendere le parole di Eva Hoffman, si inseriscono a stento “nelle strutture comuni della comprensione” (Hoffman, 2005) resta aperta la questione di come testimoniare il male e dei limiti della sua rappresentazione. Come fa ben notare White (1992) sembra che il relativismo sia intrinseco “in ogni rappresentazione dei fenomeni storici” (White, 1992). Ma, la pluralità delle voci, che contribuisce alla ricerca di senso, nasconde anche una zona d’ombra: ad una eccessiva relativizzazione corrisponde troppo spesso una falsificazione del dato storico, all’interno di un lungo processo di ricostruzione di eventi e responsabilità. Negazione, colpevolizzazione delle vittime e dei sopravvissuti, silenzio istituzionale, e impunità creano una contro- immagine, una versione più o meno ben costruita da affiancare efficacemente a quella dei fatti, mentre una narrazione troppo edulcorata ed empatica, in qualche modo, quasi romanzata, può snaturare la gravità di ciò che è accaduto e portare ad una ulteriore distorsione della realtà. Si ipotizza allora, secondo Berel Lang (1990), la possibilità di un “racconto storico denarrativizzato” (White, 1992), che cerca di arginare pericolose derive relativiste, spesso volte a confondere e alterare la descrizione delle violenze o ad aggiungere eccessive personalizzazioni o stilizzazioni. Questa proposta, se da un lato pare indirizzarsi verso una descrizione del fenomeno storico quanto più neutrale e precisa possibile, dall’altro non risponde pienamente alle questioni etiche, che attraversano il racconto delle violenze. La dialettica tra le diverse possibilità di narrazione spinge a mettere in questione il ruolo dell’empatia: davvero ciò, che aiuta a stabilire un legame con le vittime, è così dannoso per la comprensione di stragi e atrocità? Può davvero falsare, in maniera irrimediabile, la ricerca della verità e della giustizia? E, soprattutto, è possibile difendersi dalle insidie della morale, di fronte a tanto orrore e sgomento? Forse il limite rappresentativo è da vedersi nell’effettiva difficoltà di produrre un racconto asettico e puramente cronachistico, piuttosto che una narrazione, che tenga conto delle inalienabili implicazioni morali del male. Per approfondire questo tema, si veda Friedlander (1992).

[31] Inizialmente si diffonde una versione, secondo la quale le origini della strage sarebbero da ricondurre alle ben note faide interne e ai traffici illegali, in cui sarebbero coinvolti molti membri della comunità.

[32] La stessa Carmen Fince, nel giugno del 2015, ha subito un attentato, fortunatamente sventato dalla prontezza della sua scorta. La donna era già stata minacciata mesi prima, ma le autorità hanno cercato di far passare il tentato omicidio per un tentativo di rapina (Guerrero Barriga, 2015).

[33] Soffermandosi a descrivere alcuni tratti distintivi delle esperienze di violenza estrema e degradante, Eva Hoffman sottolinea come “una caratteristica del trauma – che ritorna di continuo nelle testimonianze – è che esso ferma il tempo, fissa il momento della minaccia o del dolore; la forza duratura dei ricordi traumatici deriva dalla loro presenza persistente e fin troppo vivida” (Hoffman, 2005).

[34] In Colombia le prime manifestazioni per i diritti dei nativi risalgono al XVIII secolo, anche se sarà solo nel 1971 che farà la sua comparsa il CRIC (Consejo Regional Indígena del Cuenca), l’organizzazione che permette di ottenere una visibilità politica nazionale (Ulloa, 2001).

Virginia Ghelarducci

Università di Pisa

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