28 giugno 2017

“Mappamundi Europae”. Geo-politica illustrata d’Europa




Iconocrazia 11/2017 - "L'immagine di Europa", Saggi




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Introduzione

L’ipotesi che intendiamo proporre in questo breve saggio è che l’immagine cartografica del continente europeo abbia subito profonde modificazioni nel corso del tempo. Queste modificazioni altro non sarebbero che il prodotto dell’interazione tra rappresentazione geo-grafica del continente e narrazioni religiosa, politica, bellica ed economica raccontate dai poteri costituiti ed egemonici.

Ogni periodo della storia europea ha conosciuto un’ideologia dominante che, in qualche modo ed in ogni suo aspetto, ha finito per condizionare la forma di vita, cioè si è resa egemonica sul piano culturale, prima ancora che su quello politico o economico. Questo lato del problema è anche quello più difficile da identificare e che più si è nascosto nelle pieghe dei meravigliosi modi in cui si è di volta in volta visibilizzato. In fondo, le mappe geografiche – soprattutto quelle medievali e rinascimentali – non sono null’altro che elementi visuali che consentono ai cittadini europei di identificarsi, confermando “scientificamente” i confini entro i quali questa identificazione si produce. Come dice J. R. Hale, “without maps, a man could not visualize the country to which he belonged”[1].

 

Geografia & Religione

Il punto di partenza di questa ‘esplorazione’ cartografica è senz’altro la cosiddetta carta a “T-O”. Queste mappe, in realtà, sono solo mappe concettuali, poiché raramente raffigurano con intenti meramente geografici il territorio. In effetti, a parte la tradizionale greco-romana classica, gli elementi concettuali delle mappe a T-O ruotano intorno alle Scritture ed ai luoghi che esse hanno tramandato, luoghi densi di rilevanza per i credenti. Come ci dice J. Brotton:

“A partire dal IX secolo, mappaemundi visive o testuali cominciarono a comparire non solo come illustrazioni dei testi di autori come Macrobio e Isidoro, ma anche nei manuali di scuola, nei trattati geografici utilizzati nelle università e nei monasteri, nelle composizioni letterarie dei poemi epici e cavallereschi, e in spazi pubblici come monasteri e chiese, per finalità più politiche e didattiche. Comparvero mappe del mondo in cui confluivano aspetti sia delle mappe zonali che di quelle T-O, e relazioni più dettagliate su specifici luoghi geografici. E tutto nel nome del cristianesimo. Nessuna di queste mappe presentava nuovi materiali geografici basati su viaggi o esplorazioni; fondevano invece luoghi classici e biblici per proiettare sulla superficie della rappresentazione una storia cristiana di creazione, salvezza e giudizio finale. Sulla maggior parte di queste mappaemundi l’occhio può seguire il passaggio del tempo biblico verticalmente, dagli inizi, in alto, nel giardino dell’Eden a est, fino alla sua conclusione a ovest, con la fine dei tempi che avviene al di fuori della sua cornice nell’eterno presente del Giudizio universale.”[2]

Già la struttura a T suggerisce la proto-rappresentazione della croce (il Tau), ma è la struttura in generale che rinvia a importanti punti cardinali biblici. Il primo elemento è la derivazione dei tre continenti in base al racconto biblico relativo al mondo post-diluviano. Come ben sappiamo, ai tre figli di Noè, la cui arca approdò al monte Ararat al termine del diluvio universale, fu assegnato ciascuno dei tre continenti emersi: a Sem andò l’Asia, a Japhet l’Europa e a Cam l’Africa. La struttura della T ruota invece intorno all’intersezione di tre elementi acquatici: il Mar Mediterraneo, che divide l’Europa dall’Africa, il fiume Nilo, che divide l’Africa dall’Asia ed infine il fiume Don (Τάναϊς) che divide l’Europa dall’Asia. Intorno alle terre emerse è il vasto oceano, che rappresenta la O. Inoltre, va segnalato che il Nord geografico non coincide con il caput della rappresentazione: nella parte superiore della mappa c’è l’Oriente, che è il luogo dell’origine, ciò da cui tutto nasce, da cui tutto ha origine. Questo schema è da intendersi come uno standard, da cui per tutto il Medioevo la cartografia non si discosterà e che sancirà la stretta connessione tra la primazia della religione come elemento di coesione e la forma di vita dell’umanità europea. Una delle più chiare evidenze di questa natura concettuale è la mappa a T-O presente nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia [FIG. 1].

Fig. 1 –  T and O map, dalla prima edizione delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia  (560 – 636 ca.) edizione Guntherus Ziner, Augusta, 1472

 

Questo schema è destinato a complessificarsi, arricchendosi di una esplicita componente visuale. Già la condanna dell’iconoclastia nel VII Concilio Ecumenico di Nicea (787 d.C.) testimoniava della presa d’atto del crescente interesse per la trasmissione del sapere a mezzo di immagini da parte della Chiesa e lo stile cartografico che ne consegue discende interamente da questa scoperta. Pur mantenendo intatta la struttura a T-O, è presente già dall’inizio del Terzo millennio un accrescimento esponenziale degli elementi descrittivi di tipo iconico. Le terre non sono più solo nominate, ma anche descritte; il rimando al Cristo comporta non solo un riferimento esplicito, ma anche una descrizione visiva della sua figura, integrata con la mappa. Fin qui le novità, ma permangono anche degli elementi di continuità: il centro della mappa è costituito da Gerusalemme, che è il punto di riferimento concettuale attorno al quale ruota l’intero universo europeo del tempo; le località menzionate sulla carta sono comunque tratte dal testo biblico e la carta mantiene comunque una sua sostanziale ‘inutilità’ geografica; vengono mantenuti i riferimenti antichi della T e della O, come le uniche vie d’acqua di un qualche rilievo. Citiamo qui il Mappamondo del Salterio [FIG. 2], ma soprattutto il Planisfero di Gervasio di Tilsbury [FIG. 3], che presenta una curiosa ‘organicizzazione’ del mondo come corpo di Cristo stesso, attraverso la testa (posta ad Est), le mani (rispettivamente a Nord e a Sud) e i piedi (posti a Ovest).

Fig. 2 – Mappamondo del Salterio di Londra – British Library, Londra (1265 ca.)

Fig. 3 –  Planisfero di Gervasio di Tilbury (1236) – Figura del Cristo nei punti cardinali

Una delle più straordinari e meglio conservate mappaemundi del Medioevo è la cosiddetta mappamundi di Heresford, esposta ancor oggi nella Cattedrale di Hereford, capoluogo dello Herefordshire [FIG. 4]. Essa è al tempo stesso il compimento delle tematiche cui le mappaemundi medievali sono legate, ma funge anche da spartiacque rispetto a quelle che stanno per arrivare. Per citare ancora una volta il Brotton: “la mappamundi di Hereford era stata dunque pensata per agire a vari livelli: visualizzare al fedele le meraviglie del mondo creato da Dio; spiegare la natura della creazione, della salvezza e, infine, del giudizio di Dio; proiettare la storia del mondo nei luoghi, passando gradualmente da est a ovest, dagli inizi del tempo alla sua fine; e descrivere il mondo fisico e spirituale del pellegrinaggio, e la fine ultima del mondo. Tutto questo è edificato sulla base della lunga tradizione storica, filosofica e spirituale che eredita, che si estende fino ai primi Padri della chiesa ai tempi di Roma.”[3] Ancora in questo caso, nonostante i 420 nomi di città citati, la fedeltà geografica è del tutto irrilevante. Prova ne sia che Richard De Bello (produttore della mappa) inverte persino i nomi dei due continenti, Europa ed Africa. Come già nel Mappamondo del salterio e nel Planisfero, anche nella mappamundi il centro del mondo è posto in Gerusalemme. L’assoluta arbitrarietà della posizione geografica di Gerusalemme è probabilmente in riferimento al tema dell’intera mappamundi, cioè il giorno del Giudizio, con il conseguente avvento della Città di Dio, la nuova Gerusalemme. Per questo, campeggia in alto sul mappamundi una rappresentazione esplicita del ritorno di Cristo e del Giudizio Universale. Nessuna fedeltà geografica, dunque, è richiesta, si tratta solo di una mappa spirituale, dello spazio e più ancora del tempo della cristianità, che ha come unico scopo il compimento del tempo circolare, la narrazione dell’imminenza del Regno di Dio.

Fig. 4 – Hereford Mappa Mundi, (1300 ca.) Hereford Cathedral, (UK)

Nel dettaglio [FIG. 5], si nota forse l’unico riferimento geografico che lo spettatore dell’Herefordshire è in grado di cogliere, le isole della Gran Bretagna, che sono le sole ad essere descritte con una approssimazione geografica accettabile.

Fig. 5 – Hereford Mappa Mundi, (1300 ca.) Hereford Cathedral, (UK) – Dettaglio

 

L’ultimo esempio che vorremmo mostrare di mappa a T-O è una tavola tratta dal volume di Jean Mansel, intitolato La Fleur des Histoires. Valenciennes (1459-1463). Qui le caratteristiche ci sono tutte, ma la poetizzazione della narrazione per immagini è evidente ed altrettanto evidente risulta essere l’intento edificante: di tutta la geografia universale, resta l’essenziale, cioè la narrazione della separazione delle terre emerse dopo il diluvio universale e della loro assegnazione ai tre figli di Noè. Persino l’Arca è posta lì dove, secondo il racconto biblico deve essere: il monte Ararat. Nessuna traccia di indicazioni geografiche.

Fig. 6 – T-O Mappa Mundi in Jean Mansel, La Fleur des Histoires. Valenciennes (1459-1463) Bruxelles, Bibliothèque Royale de Belgique, attribuita a Simom Marmion

Il carattere eurocentrico/cristianocentrico delle rappresentazioni geografiche medievali a T-O balza agli occhi anche se comparato con un etnocentrismo di segno opposto. È il caso di alcune tavole di Al Idrīsī, l’autore del Kitāb Rugiār (ovvero il Liber ad eorum delectationem qui terras peregrare studeant, detto il Libro di Ruggiero) del 1154, disegnate dallo studioso arabo intorno al 1154 [FIGG. 7 e 8]. Molto è stato scritto su Idrīsī[4], ma qui ci interessano solo tre elementi: i punti cardinali sono cambiati, perché nella parte alta della Tabula Rogeriana e della Mappamundi circolare non c’è più l’Est, ma il Sud; al centro della mappa in entrambi i casi non c’è più Gerusalemme, ma la penisola arabica, che era il vero centro del potere degli Abbasidi; da ultimo, i riferimenti sono esclusivamente geografici, con un dettaglio geografico ben approssimato alla realtà, quantomeno a quella dei racconti di viaggio dell’epoca. Dunque, non vi è alcun intento propagandistico o edificante nelle carte di Idrīsī, ma si intravvede, tuttavia, anche qui un elemento etnocentrico che giustifica l’operazione, seppur di natura culturale e non religiosa.

Fig. 7 – Tabula Rogeriana – Mappa mundi di Al-Idrisi (1154) – sviluppo orizzontale

 

Fig. 8 – Tabula Rogeriana – Mappa mundi di Al-Idrisi (1154) – sviluppo a T-O

 

Geografia & Politica

Con la nascita degli stati nazionali in Europa e la frammentazione del corpus ecclesiae europeo, soprattutto a causa dello scisma luterano, l’egemonia ideologica si sposta dalla religione cristiana alla nuova religione, quella della sovranità politica. Il termine Europa, che aveva fino ad allora sostenuto unitariamente persino lo ius publicum europaeum di schmittiana memoria, perde di significato politico a tutto vantaggio delle neo costituite compagini stato-nazionali. La priorità nella narrazione europea diventa così quella di definire il campo entro i quali la conflittualità tra i singoli contendenti acquista il proprio senso. Solo il teatro pubblico europeo da senso alla volontà delle singole nazionali di tentare l’impresa della riunificazione imperiale a partire da se stessa e dalla propria egemonia.

Diventa così molto importante definire i confini di questa arena, dell’Europa. È per questo che la narrazione cartografica si salda in modo indissolubile alle strategie di potenza che i singoli stati attuano nei confronti degli altri attori politici europei. Ad esempio, l’apparentemente neutra e geograficamente accurata mappa del Somerset di Saxton [FIG. 9], reca tuttavia lo scudo araldico della corona inglese, peraltro posto proprio sul mare, noto punto di forza militare del costituendo Impero di Sua maestà britannica.

 

Fig. 9 – Mappa del Somerset, da Christopher Saxton, Atlas of England and Wales (1579)

In questa prima fase, in cui gli stati nazionali, verosimilmente, non conoscono ancora con esattezza la portata epocale della propria differenziazione, le strategie egemoniche si pongono il problema della pace come obiettivo preferenziale: una vittoria ottenuta sul piano ideologico produce meno vittime che una battaglia campale. Peraltro, persistevano ancora due elementi che conducevano a preferire questa opzione, cioè il mito della restauratio imperii, cioè della ricreazione in chiave moderna di un organismo sovrano che ricalcasse l’egemonia della pax romana imperiale e un ancora onnipresente sentimento di appartenenza alla stessa religione, pur nella crescente criticità che condurrà, nel XVII secolo, l’Europa all’inaugurazione di un periodo di oltre tre secoli di guerre.

Uno dei principali alfieri di questa ‘ricerca della pace’ fu Guillaume Postel. Postel era partito dal campo linguistico tentando di trovare le radici etimologiche comuni alle tre grandi religioni monoteistiche europee, cristianesimo, ebraismo e islam. Il primo passaggio importante della sua opera fu la ricerca delle “somiglianze profonde che Postel coglieva tra i vangeli e il Corano, sulle quali si era soffermato nell’Alcorani seu legis Mahometi et Evangelistarum concordiae liber, come la presenza di espressioni simili all’ebraico in molte lingue testimoniava che le diverse civiltà avevano sviluppato comuni comportamenti e sentimenti religiosi, derivandoli dal primo popolo.”[5]

L’importante intento finale era la concordia mundi, cioè la possibilità di impedire il conflitto endemico tra le popolazioni che insistevano sull’Europa come bacino ambientale naturale. Tutta la sua opera, da allora, tentò di elaborare una strategia sincretista che raggiungesse l’obiettivo della pace in Europa. “La Concordia mundi era parte sostanziale del programma della Restitutio postelliana. Si trattava di far decollare una nuova era caratterizzata dalla comprensione che i fondamenti alla base della religione cristiana costituivano la vera fede, ma che tali principi erano rintracciabili anche al fondo delle altre religioni praticate nel mondo.”[6] La lingua comune e la religione comune a tutte le popolazioni europee, facevano in modo da definire con certezza scientifica i limiti geo-politici del continente europeo, in modo da poter invocare queste comuni radici in funzione pacificatoria.

Il braccio iconografico di Postel, come è stato recentemente dimostrato, fu Ortelius, che con le sue mappe dovette affrontare dal punto di vista tecnico geografico lo stesso problema, cioè quello di incominciare a definire l’ambito territoriale all’interno del quale collocare senza possibilità di equivoco i caratteri identitari dell’europeità. Questo problema fu già presente nel Dante del De vulgari Eloquentia, opera in cui il poeta fiorentino sostiene la struttura “tre volte cornuta” del continente europeo: “Italia, Grecia e Spagna sono i tre corni di Europa”.[7] Questa rappresentazione, che serviva a Dante a sancire, in realtà, la superiorità morale e spirituale dell’Italia, viene profondamente rimaneggiata nell’iconografia rinascimentale, in cui la prevalenza delle zone di maggiore rilevanza politica fu senza dubbio attribuita in base  alla nazionalità del geografo che le tracciava.

Ortelius, che non ha gli stessi fini particolari, tenta invece autenticamente di stabilire i limiti cartografici del continente europeo. Secondo Ortelius l’Europa si estende su un territorio molto simile a quello degli attuali limiti: “Huius latus Septentrionalior et Occidentalior, Oceano alluitur; Meridionale, mari Mediterraneo ab Africa seiungitur. Deinde Orientem versus mari Aegeo (nunc, Achipelago) Ponto Euxino, (hodie, Mmare Maggiore) Palude Meotide (hodie, mare delle Zabacche) et Isthmo, qui est à fontibus Tanais fluvij (vulgo Don) recta ad Septentrionem ab Asia dirimitur, Glareano teste. Habetque hoc modo Peninsulae effigiem, uti ipsa in tabula videre licet. Huius caput Roma, olim totius Orbis domitrix.”[8] La raffigurazione diretta di questa impostazione sta in numerose carte presenti nel Theatrum di cui qui ne mostriamo la più evidente [FIG. 10].

 

Fig. 10 – Mappa dell’Europa, da A. Ortelius, Theatrum Orbis Terrarum, Antwerp (1570)

È questa una mappa che ricalca le ragioni di Postel, che comprende in modo organico cioè sia i pezzi di Europa in mano turca, sia le regioni europee dell’Est, che già avevano conosciuto lo scisma religioso di Oriente. Naturalmente la base storico-geografica di questa ricostruzione sta tutta nel rinvio al periodo imperiale romano, che aveva unificato già nell’antichità classica il territorio europeo. Le ultime vestigia di queste solide fondamenta, rinverdite dalla cristianità, costringono Ortelius a collocare la capitale spirituale di Europa in Roma.

Anche Ortelius, però non può esimersi da un surrettizio intento moralistico. Infatti “come le monete o le immagini del mondo antico, le sue carte restituivano anche una funzione morale ed emblematica”[9] che consisteva nel ribadire la superiorità del ‘modello europeo’ sul resto del mondo. Infatti rileva che “Hanc Plinius altricem victoris omnium gentium populi, terrarumque pulcherimam nominat Asiae et Africae aliquando non magnitudine, sed virtutem comparatam.”[10] del resto anche il fine ultimo di Portel, se ben guardiamo, non era un fine ingenuo e neutro: la concordia mundi, doveva pur essere capeggiata e garantita da qualcuno. Il soggetto che si fa pacificatore, nel suo caso è lo stato francese, con tanto di spiegazione, “incentrata sulla colonizzazione della terra attraverso le stirpi dei figli di Noè: a Sem era infatti andata l’Asia e a Giapeto l’Europa e poiché Gomero, figlio di Giapeto, era stato il rpimo monarca della storia, spettava alla Gallia ed al suo rex christianissimus la guida di questo nuovo disegno imperiale, inscritto nella legge provvidenziale della storia.”[11]

Ma, al di là di Ortelius, si avvia una guerra di comunicazione tra le grandi nazioni europe e in particolare tra Francia ed Inghilterra il cui oggetto è l’auto-attribuzione di una dimensione imperiale ed universalistica, che coincide con la produzione di una cartografia, per così dire, embedded. La rappresentazione rinascimentale più evidente di questo atteggiamento è rintracciabile nelle mappe del periodo elisabettiano inglese. All’indomani della scoperta del nuovo mondo tutti gli stati europei più potenti avviarono un’intensa attività di conquista che necessitava da un lato di carte che sostenessero le imprese dei grandi esploratori e conquistatori, dall’altro, come abbiamo sopra accennato, propagandassero all’interno la sensazione di una dimensione internazionale, imperiale del proprio potere. [12] Nel periodo elisabettiano le carte inglese svolgono soprattutto la seconda funzione, quella apologetica, che trasforma la fisionomia stessa dei sistemi continentali in funzione dell’antropomorfizzazione basata sulla figura della “nuova Astrea” Tudor.[13]

Fig. 11 – Queen Elizabeth the Amazon, incisione anonima olandese (1598)

Fig. 12 – Queen Europa, da Sebastian Münster, Cosmographia Universalis (Basel, 1588)

 

In tutti e due i casi presentati [FIGG. 11 e 12], la Gran Bretagna rappresenta il braccio armato dell’Europa, la potenza secolare dello Stato imperiale inglese. Ma versioni diverse e tuttavia improntate allo stesso fine furono prodotte sulla base di altri presupposti, in cui non sono le mappe stesse ad antropomorfizzarsi, ma esse appaiono come simboli espliciti della volontà di potenza della sovrana definita la ‘vergine d’Inghilterra’[14].

Fig. 13 – Queen Elizabeth, the Ditchly portrait, attribuito a Marcus Gheeraerts the Younger (National Portrait Gallery, London, 1592)

Fig. 14 – Frontespizio da Drayton, Poly-Olbion (1612) – Huntington Library

 

Nella prima immagine [FIG. 13], si vede Elisabetta I che ha ai suoi piedi, anzi sotto i suoi piedi, l’intera Europa, rappresentata, non a caso, con una carta geografico-politica. Nel secondo [FIG. 14] appare una rappresentazione dell’Europa stessa, ma in forma di una vergine (vedi il giglio che sormonta lo scettro regale) sovrana, ovvero Elisabetta, che regna tra i popoli europei rappresentati in arme. La particolarità di questa incisione è rappresentata dal fatto che la veste di Europa/Elisabetta è costituita proprio da una carta geografica. Le raffinate strategie comunicative di una casata, quella dei Tudor, che prima di ogni altra ha compreso la necessità di ottenere il consenso nell’immaginario collettivo del proprio popolo, passano anche attraverso la rappresentazione geo-politica della narrazione del territorio[15].

 

 

 

NOTE

[1] cfr. John Hale, The Civilization of Europe in the Renaissance, Simon & Schuster Inc., New York 1993, p.53

[2] Cfr. Jerry Brotton, The History of the World in twelve Maps, Penguin books Ltd. 2012; trad.it. Virginio B. Sala, Jerry Brotton, La storia del mondo in dodici mappe, Feltrinelli, Milano 2013, p.125

[3] Cfr. Jerry Brotton, The History of the World in twelve Maps, op.cit., p.131

[4] Si veda ad esempio sull’argomento oggetto del saggio il contributo di Cristiana Balduzzi, Il Mediterraneo tra geografia e immaginario: rileggendo Idrīsī e i diari di Mu‘īn Bsīsū, in C. Ferrini, R. Gefter Wondrich, P. Quazzolo, A. Zoppellari (a cura di), Civiltà del mare e navigazioni interculturali: sponde d’Europa e l’“isola” Trieste, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2012, pp. 159-173

[5] Cfr. Giorgio Mangani, Il «mondo» di Abramo Ortelio. Misticismo, geografia e collezionismo nel Rinascimento dei Paesi Bassi, Modena 1998, p.232

[6] Ibid., p.231

[7] Jeanine Quillet, De Charles V à Christine de Pizan, Honoré Champion, Paris 2004,  p.56

[8] Cfr. Abraham Ortelius, Theatrum Orbis Terrarum, Antwerp 1570, N. Israel/Publisher – Meridian Publishing Co., Amsterdam 1964

[9] Cfr. Giorgio Mangani, Il «mondo» di Abramo Ortelio. op.cit, p.240

[10] Cfr. Abraham Ortelius, Theatrum… op.cit.

[11] Cfr. Giorgio Mangani, Il «mondo» di Abramo Ortelio. …, p.231-232

[12] Cfr. Adriano Prosperi, Europa ‘in forma virginis’: aspetti della propaganda asburgica del ‘500, in Annali dell’Istituto storico-germanico in Trento, vol. XIX, 1993, pp. 243-277

[13] Cfr. Frances A. Yates, Queen Elizabeth as Astraea, in Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, Vol. 10, 1947, pp.27-82

[14] Su questo ed altri aspetti dell’iconografia elisabettiana, si veda Tony Perrello, “This nurse, this teeming womb of royal kings” England’s Female Body Politic, in G. Cascione, D. Mansueto, G. Guarino, Images of the Body Politic, Edizioni ennerre, Milano 2007, p. 99-113

[15] Si vedano su questo J. B. Harley, Meaning and Ambiguity in Tudor Cartography, in Sarah Tyacke (ed. by), English Map-Making, 1500-1650, London, British Library, 1983, p.25-43; Donald Kimball Smith, The Cartographic Imagination in Early Modern England: Re-writing the World in Marlowe, Spenser, Raleigh and Marvell, Ashgate Publishing Limited, Aldershot (UK) 2008; Richard Helgerson, Forms of Nationhood: The Elizabethan Writing of England, The University Chicago Press, Chicago 1992, (in particolare: Maps and Signs of Authority, p.108-125) p.105-148; Richard Helgerson, The Land Speaks: Cartography, Chorography, and Subversion in Remaissance England, in Stephen Greenblatt (ed. by), Representing the English Renaissance, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1988, pp. 327-362 (in particolare p.336)

Giuseppe Cascione

Professore Associato di Filosofia Politica Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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