28 giugno 2017

L’Europa e il nazismo. La banalità (e l’invisibilità) del male




Iconocrazia 11/2017 - "L'immagine di Europa", Saggi




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“L’inferno dei viventi … è già qui. L’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Italo Calvino, Le città invisibili

L’identità dell’Europa e la storia del Novecento

Interrogarsi sull’identità dell’Europa comporta inevitabilmente la necessità di confrontarsi con alcune delle vicende più drammatiche del Novecento, che dal cuore del continente e della società europea sono scaturite, costringendo noi e probabilmente ancora molte altre generazioni di persone a porre nella maniera più seria ed urgente la domanda del loro significato. La Shoah, l’antisemitismo, i totalitarismi, la guerra: sono state realtà ed esperienze che da un lato hanno provocato il sentimento decisivo che fosse infine indispensabile porre mano al progetto di costruzione di un’Europa unita con una determinazione sconosciuta ai tentativi ante-guerra, dall’altro devono far riflettere su quelle che possono essere state le condizioni presenti nella società europea (ed eventualmente presenti anche oggi) che hanno agito per rendere possibile un esito così spaventoso.

In quest’ottica, si può considerare la produzione di Hannah Arendt1 un momento di straordinaria rilevanza non solo nel tentativo di comprensione delle dinamiche dell’antisemitismo, ma anche per l’analisi e la riflessione sui caratteri di una società, quella europea ed occidentale del Novecento, che ha sviluppato caratteri almeno in parte strutturalmente simili per quanto riguarda sia ciò che ha preceduto sia ciò che ha seguito la Seconda Guerra Mondiale.

Fig. 1 – Leighton Connor, “Beersheba” (progetto Seeing Calvino http://seeingcalvino.tumblr.com/)

Partendo da questa premessa, non si ha l’intenzione in generale di alludere in nessun modo ad una possibilità di assimilare i totalitarismi e le odierne democrazie (europee e non). Si vorrebbe però proporre una particolare argomentazione, che può fare rinvenire, ad un livello di maggiore astrazione, dei caratteri che sono comuni (pur nella loro grande generalità) alle due situazioni.

Parlando di “guerra civile europea”, Ernst Nolte2 ha inteso sostenere che il nazismo sarebbe nato come reazione ideologica ai massacri compiuti dal bolscevismo. Questa idea non viene qui considerata condivisibile, ma può servire – per simmetria – per introdurre la nostra lettura dei fatti. Se si legge, per esempio, Isnenghi3, si vede come la “guerra civile europea” (includendo anche la prima guerra mondiale) possa considerarsi in effetti come uno scontro scoppiato per l’opposizione delle classi dirigenti europee tese a contrastare l’avanzata del socialismo. In questo senso, il nazismo è sorto come “reazione” al comunismo, avendo margini enormi di azione per affermarsi ed estendere il proprio potere, proprio perché percepito come capace di bloccare l’espansione del bolscevismo.

Il timore che quindi si può esprimere, è il seguente: è stata una semplice congiuntura geo-politica quella che ha consentito la presa del potere da parte del nazismo? Se fosse così, si dovrebbe pensare che i fattori che hanno portato alla Shoah non siano legati a specificità di ordine storico-culturale4, ma appunto ad una combinazione contingente di fattori che hanno reso possibile l’emergere di forze – tese alla massimizzazione dei vantaggi per la propria comunità nazionale, e in quanto tali in realtà già esplicabili nei termini delle dinamiche politiche più tradizionali – altrimenti destinate a rimanere latenti e inespresse. Dire però che forze così oscure hanno trovato l’occasione per manifestarsi grazie a circostanze – quali il ruolo di “protezione” contro il comunismo che la Germania poteva aspirare ad esercitare – di ordine (per quanto riguardava la Germania) sostanzialmente geografico, equivale quasi a dire che le convinzioni e i comportamenti degli uomini e delle donne di un paese, la Germania, che era ed è tra i principali “autori” dell’identità culturale europea (che sicuramente non sarebbe stata la stessa senza Kant, Beethoven, Goethe…), sono diventati nei fatti variabile dipendente rispetto ad un altro genere di condizioni (la posizione geografica, gli interessi dei vicini etc.) che hanno giocato invece il ruolo di variabile indipendente, e che certamente non possono classificarsi come fattori di ordine “spirituale” (psicologico, culturale, morale che dir si voglia). Anche se si considera come un fenomeno di ordine “morale” la volontà di opporsi al comunismo, comunque le scelte del nazismo molto difficilmente possono essere fatte derivare da questo solo tipo di obbiettivo, che piuttosto appare come una sorta di strumento di ricatto spregiudicatamente utilizzato per ottenere il massimo potere contrattuale nei confronti delle potenze occidentali. Il dubbio legittimo che si vorrebbe formulare è che la catastrofe del nazismo sia sorta per lo scatenarsi – in una congiuntura di condizioni strategicamente favorevoli – di inclinazioni al perseguimento del proprio interesse (concepito nel caso specifico attraverso una semantica di segno “nazionale”, e in generale passando per una sostanziale indifferenza verso i diritti e i bisogni altrui) che – per quanto operanti in modo spesso invisibile – in linea di principio possono ritenersi come terribilmente vicine ad essere fisiologiche, pur potendosi manifestare di volta in volta in forme ovviamente del tutto diverse dal nazismo.

A partire da questa ipotesi, si può essere portati a pensare (in termini più o meno generali, cioè tali da potersi applicare anche al momento storico attuale) che quella che può apparire di volta in volta come l’acquisizione stabile di un alto livello di civiltà e di sensibilità morale socialmente diffusa, possa rivelarsi invece il frutto di un bilanciamento di fattori materiali fondamentalmente estrinseci rispetto alle “ragioni” e ai contenuti dei discorsi che sono addotti invece per la sua legittimazione. L’interesse di questa idea non sta tanto nelle possibili implicazioni per la storiografia, dato che comunque il problema viene affrontato – intenzionalmente – ad un livello di generalità che è quello piuttosto della scienze sociali. Di fatto, tendenzialmente il nostro discorso non potrà esibire una portata esplicativa significativa per quanto riguarda gli avvenimenti storici. Il timore che vorremmo esprimere è però che una logica per certi aspetti simile sia anche quella che nel dopoguerra ha governato il contesto entro cui si è svolto il processo di integrazione europea.

USA, URSS ed Europa

È per certi versi naturale supporre che l’esperienza degli orrori della guerra mondiale sia stato il principale motivo che ha portato tanti a sperare nelle possibilità aperte dal progetto di un’Europa unita. Al tempo stesso però, il contributo principale che l’Europa è stata in grado di dare in questo periodo alla definizione di un modello di società estremamente progredito nella volontà di difendere i diritti e la libertà delle persone, sembra essere anche il risultato di un equilibro di forze, rispetto al quale gli europei sono stati spettatori passivi molto più che autori. Dopo Yalta e per tutto il tempo in cui l’antagonismo USA-URSS ha consentito agli Stati europei di avere un elevato potere contrattuale, in particolare nei confronti degli USA, le circostanze hanno di fatto consentito agli europei di elaborare e difendere un ideale di cittadinanza che – rispetto agli orrori del passato recente ma anche rispetto a tutta la precedente esperienza storica – spicca come una stagione di straordinaria fioritura della cultura, della sensibilità per i diritti e i bisogni delle persone, oltre che di elaborazione di una visione cosmopolita, pacifista, inclusiva, rispettosa (almeno sul piano dell’enunciazione dei principi) di esigenze di giustizia, di pluralismo e di correttezza nei rapporti internazionali e nel modo di riferirsi al privato della vita delle persone. L’analogia con la Germania nazista sta però nel fatto che – così come lì la distruttività hitleriana – così nell’Europa odierna il fenomeno che si osserva sul piano dei contenuti degli universi simbolici (in questo caso contenuti che sono invece di alto valore morale), sarebbe comunque l’effetto di dinamiche impersonali e di sistema che sfuggono all’effettiva coscienza degli attori sociali, e in ogni caso sovrastano quella che in linea di principio potrebbe essere una loro capacità di reazione verso gli ostacoli che nel tempo vengono ad opporsi alla realizzazione di un modello di società improntato ai valori in cui si riconosce oggi l’Europa. Il punto sarebbe che un tipo di struttura sociale per molti aspetti affine – quella europea di prima e dopo la guerra – sarebbe stata in grado di evolvere verso esiti così diversi perché – nella sostanza – i fattori realmente operanti sarebbero stati non quelli dovuti alla coscienza delle persone (resa in entrambi i contesti priva delle necessarie risorse a causa in particolare della forma estrema di atomismo sociale cui la società moderna di fatto obbliga), ma altri, che risultano essere di ordine molto più materiale. Non si possono incolpare le singole persone di non saper tener testa all’evoluzione di processi storici che sono di immensa portata, ma il tipo di problemi che abbiamo in mente può essere chiarito attraverso l’esempio di episodi ben noti. Nel 1956, l’URSS attuò una dura repressione del movimento ungherese che chiedeva una maggiore autonomia da Mosca. In Italia un gruppo di iscritti al PCI, tra i quali personaggi come Italo Calvino e Renzo De Felice, reagì protestando attraverso la sottoscrizione del “manifesto dei 101”. Il comportamento di queste persone è stato moralmente esemplare, ma il problema che si vuole indicare (in maniera volutamente un po’ paradossale) è il seguente: essendo presente la forza della superpotenza sovietica (proprio la stessa che attuava la repressione in Ungheria), hanno potuto esserci (in Italia e in Europa occidentale) persone che hanno trovato uno spazio per esprimere una posizione così equilibrata e moralmente corretta. Era cioè proprio l’URSS l’attore capace di contrastare quelle spinte che, dall’interno del sistema politico USA, avrebbero agito invece comprensibilmente molto di più in vista esclusivamente dell’interesse statunitense. Ci si può chiedere se invece le sole forze, per così dire, “interne” alle persone che – in Europa – si trovavano a dover prendere posizione su questioni del genere (risorse quali la fisionomia della personalità, l’energia morale e la capacità di tessere reti sociali finalizzate all’azione politica), sarebbero state sufficienti per dare visibilità – su una qualunque questione di politica internazionale che fosse paragonabile a quella dell’Ungheria del ’56 – a punti di vista improntati ad una tale volontà di giustizia. La risposta verosimilmente è che (senza che questa possa essere considerata una critica alla coerenza delle persone) sarebbe stato impossibile. Il punto su cui richiamare l’attenzione riguarda quella che è in generale la relazione tra logiche di sistema e logiche dell’individuo (nel senso di contenuti simbolici ed esigenze riconosciute come pregnanti dal punto di vista dell’individuo): venendo a mancare un equilibrio nel sistema, anche la capacità di equilibrio nel giudizio dimostrata da molte persone avrebbe avuto molte più probabilità di venire radicalmente intaccata.

Fig. 2 – Joe Kuth “Andria” (progetto Seeing Calvino http://seeingcalvino.tumblr.com/)

Nel contesto del dibattito che oggi percorre il continente su quale fisionomia dare ad una identità “europea”, questa tensione si ripropone sotto forma di contrapposizione tra l’esito ultimo della prospettiva funzionalista (Jean Monnet) e della prospettiva “politica” (Altiero Spinelli). Ovviamente Monnet non intendeva difendere una “Europa delle banche” o solamente impegnata sul fronte dell’economia (se non altro perché proposte che furono avanzate in merito al controllo di risorse come il carbone e l’acciaio avevano ripercussioni immediate su eventuali future politiche di riarmo), ma il paradosso è stato che – sul lungo termine – pur essendo stata verificata in una certa misura la teoria dello spillover, si è comunque sviluppata la percezione di un deficit di democrazia nei processi decisionali di pertinenza dell’Unione Europea5, per i quali sarebbe predominante “un modello di esercizio post-democratico del potere”6, in un modo che porta “a ridurre le garanzie di controllo democratico sui governanti, a espropriare i Parlamenti dei loro poteri normativi, di indirizzo e di controllo, a mettere largamente nelle mani della burocrazia comunitaria la produzione normativa necessaria al funzionamento dell’Unione e del suo mercato comune”7.

Le considerazioni sin qui fatte ci portano a ritenere che le due dimensioni – quella del “sistema” (includendo in questa voce i fattori geopolitici, le questioni di macro-economia, la “burocratizzazione dei mondi vitali”) e quella dell’“individuo” – siano molto più complementari tra loro di quanto spesso si sia disposti ad accettare, e che in particolare gli individui – con la loro coscienza e con le loro ragioni, maturate in virtù di una esperienza di vita e di una conoscenza delle situazioni che siano a sufficienza adeguate al compito – possano avere dei margini per condizionare in senso positivo l’evoluzione degli avvenimenti, ma a condizione che sussistano nel loro contesto delle circostanze favorevoli, quali possono prodursi in primis solo a partire da assetti del “sistema” che risultino abbastanza fortunati.

Con un ragionamento simile, ci si può riferire anche a quelli che sono stati alcuni principi di teoria economica – quelli della scuola ordoliberista – che hanno orientato le scelte fatte nel corso della costruzione dell’attuale Unione Europea, e che hanno portato – in effetti – a risultati che globalmente possono essere considerati positivi, ma che – nella congiuntura storica odierna – sono di fatto destinati a confrontarsi con pressioni e fattori di tensione che – probabilmente – non sono più in grado di controllare: la fiducia nelle capacità del libero mercato di essere motore di una condizione di benessere ha dato buona prova di sé in una situazione di antagonismo tra le parti sociali che è stata – sul piano dei rapporti materiali di forza – sufficientemente equilibrata per molto tempo. Per il futuro però è probabile che una tale fiducia non possa più essere data plausibilmente per scontata.

Quello che si può dire con certezza è solo che la parabola finora ascendente del processo di integrazione dei popoli europei, è avvenuto all’interno di un contesto sociale le cui caratteristiche si sono definite in un quadro internazionale dominato dalla competizione tra USA e URSS (dopo la disfatta della Germania di Hitler, come si sarebbe mai potuta avere una ripresa dell’economia della RFT quale quella che c’è stata, senza l’aiuto degli USA, motivato, di fatto, dall’ovvio timore di un’espansione della sfera d’influenza dell’URSS?).

La difesa del welfare state e dello stato di diritto che è stato possibile attuare finora sulla base di presupposti determinati di fatto da forze esterne all’Europa (le volontà di USA ed URSS), sarà possibile anche quando saranno definitivamente spazzati via i residui che per inerzia ancora rimangono come effetti di quella congiuntura internazionale? La sfiducia verso l’Europa che oggi sembra essere così diffusa può essere vista come la conseguenza di un carattere solo epifenomenico delle convinzioni morali che pure sembravano essere il principale motore del processo di unificazione e integrazione? Se questa ipotesi è giusta, vorrebbe dire che la diffusa rivendicazione di una “Europa dei popoli” da opporre ad una “Europa delle banche”, nonostante la bellezza dei principi su cui dice di poggiare, rischierebbe di rivelarsi solo come un modo per nascondere la fragilità sia del desiderio di procedere ad una effettiva integrazione tra i popoli che vivono nel continente, sia della coscienza morale e civile che sarebbe necessario consolidare per sostenere un modello di cittadinanza così avanzato, portando ad una situazione che appare come l’“esito di un processo storico prodotto da scelte troppo impegnative, o troppo al di sopra degli strumenti e delle risorse da allocare”8.

Le conquiste fin qui conseguite dagli abitanti dell’Europa – il modello di società che, pur tra molteplici difficoltà, sono riusciti a consolidare – si misurano in buona parte in termini di prerogative che hanno le loro pre-condizioni in un effettivo stato di benessere materiale ed economico (perlomeno in confronto con la maggior parte delle altre regioni del globo). Per questo motivo, il realizzarsi di una compatta linea comune sul piano anche solo strettamente economico (purchè essa non venga perseguita attuando politiche che – per esempio in nome dell’“austerità” – sistematicamente attirino l’ostilità degli strati più ampi della popolazione) è probabilmente una premessa per mantenere vivo il modello europeo anche nei suoi contenuti culturali, politici e spirituali. Al tempo stesso – sicuramente – l’esigenza di una maggiore democrazia può trovare espressione in richieste di ordine politico-istituzionale9, ma la misura di fiducia che si può avere nell’efficacia di questi dispositivi deve tener conto delle caratteristiche diverse che sono proprie invece di un tipo di evoluzione che – nel nostro caso – deve ancora avvenire su di un piano culturale e psicologico.

Funzionalismo e modelli culturali

In questa sezione si vorrebbe suggerire l’opportunità di utilizzare alcuni strumenti teorici desunti dall’opera di Niklas Luhmann per l’analisi delle questioni poste10. Lo sfondo teorico entro cui Luhmann si inserisce è quello del funzionalismo. Robert Merton, con grande chiarezza, ha distinto la dimensione delle funzioni manifeste da quella delle funzioni latenti11: in una tribù di indiani Hopi, nella stagione della siccità viene praticata una “danza della pioggia” che ha – sul piano “manifesto” della coscienza – la funzione e lo scopo (naturalmente illusori) di ottenere che piova, ma al tempo stesso – sul piano sotterraneo delle funzioni “latenti” – è effettivamente utile a scaricare la tensione emotiva delle persone preservando l’integrazione sociale. Luhmann sviluppa questa impostazione formulando il modello dell’“illuminismo sociologico”12: nelle società moderne, l’analisi sociale può cercare di rendere esplicite le funzioni prima operanti sul piano latente, rendendo così possibile il tentativo di individuare degli equivalenti funzionali, in grado di svolgere lo stesso compito ma – auspicabilmente – con costi minori e con migliore aderenza a condizioni contestuali che sono sempre in evoluzione. (Luhmann è però ben attento a specificare che anche nella modernità le zone di latenza cambiano ma non scompaiono.)

Il modo in cui è stato avviato e sviluppato il progetto europeo – con l’insistenza sulla necessità di far leva su dinamiche di tipo “funzionale” (nel senso di Jean Monnet) – è effettivamente descrivibile entro una prospettiva di tipo luhmanniano (pur nella diversità di significato che lo stesso termine, “funzione”, assume nei due casi). Adottando questo approccio teorico, si può quindi provare a trarre alcune conseguenze anche su questo tema. Uno dei cardini della riflessione luhmanniana è il concetto di “sistema autoreferenziale”: l’autoreferenzialità del sistema è qualcosa di necessario e che rientra nella fisiologia del suo funzionamento. Per questo Luhmann è portato in genere a guardare con atteggiamento giustificativo alle esigenze caratteristiche dei sistemi di tipo “burocratico”, atteggiamento che nel nostro caso si adatta abbastanza bene ad interpretare quelle che pure possono essere giudicate come derive verso un’eccessiva burocratizzazione dei sistemi utilizzati per procedere nell’attività decisionale dell’UE.

Autoreferenziali secondo Luhmann sono anche le “semantiche”, cioè quei repertori di temi e codici che si sviluppano entro una società e che – per quanto siano composte da discorsi che, sul piano esplicito, affermano delle cose – andrebbero però analizzate tenendo conto anche e soprattutto delle “funzioni latenti” che svolgono (o cercano di svolgere), producendo sistematicamente effetti diversi da quelli che si dice di volere. Nel nostro caso, se si accettano le ipotesi che abbiamo esposto sulle ragioni che hanno portato al potere il nazismo, si può formulare la critica che qui facciamo al modello di moralità e di diritto che ha caratterizzato l’Europa del dopoguerra, riconoscendo che i fattori decisivi che hanno fatto realmente da motore per il suo sviluppo si collocavano entro la dimensione della latenza. L’equilibrio tra i due blocchi – americano e sovietico – ha consentito di collocarsi in una posizione di grande apertura verso fondamentali esigenze di giustizia politica e sociale, ma il discorso che rifiutava legittimità ad uno dei due contendenti (o nel caso, ad entrambi) era in generale da ascriversi alla sola dimensione manifesta del confronto politico: sul piano latente, quegli stessi discorsi potevano attuarsi (ad un tale livello di compiutezza da potersi considerare in molti casi emblematici di quella che è stata per circa mezzo secolo una coscienza specificamente europea) solo perché agivano al tempo stesso forze che erano di segno totalmente contrario a ciò che quei discorsi affermavano, ma che – bilanciandosi – ne rendevano possibile l’attuazione.

Non (o comunque non solo) la coscienza degli attori sociali, ma la struttura delle situazioni entro cui agivano poteva fornire probabilmente la base principale del relativo successo che essi hanno ottenuto. I prossimi sviluppi del progetto europeo dovrebbero quindi tenere conto della necessità di articolare assetti strutturali in grado di continuare a sostenere – sul piano materiale – gli obiettivi e le ambizioni che il programma morale dell’Europa ha indicato e nel quale ci riconosciamo, altrimenti sarebbe come affermare che i nostri rituali culturali, che fino ad ora hanno in effetti costituito uno strumento efficace anche sul piano dell’azione strettamente politica, fossero di fatto sospesi in una sorta di vuoto. Mutuando l’immagine di Merton, sarebbe come voler sostenere l’illusione dello sciamano Hopi, per la quale una danza può essere la causa reale della pioggia.

Partendo da questo tipo di premesse – che sicuramente, nel tentativo di fornirne un’applicazione a casi specifici e concreti, esigono il massimo di equilibrio e prudenza – possiamo essere portati a guardare con diffidenza a posizioni come quelle di Étienne Balibar13, che propone una nuova forma di “populismo”, inteso come sforzo volto a dare al popolo europeo un ruolo politico e decisionale attivo nel quadro dei processi che porteranno al delinerasi di ciò che effettivamente l’Europa sarà. La nostra cautela è dovuta al fatto che probabilmente sono le strutture mentali (in un senso necessariamente molto profondo) delle persone che vivono in Europa che sono legate per inerzia a situazioni in cui non si erano ancora mai trovate a sostenere la prova di un effettivo esercizio della sovranità politica in una dimensione continentale (nella misura in cui siamo stati di fatto a lungo sotto la tutela di potenze esterne). Con questo si deve ammettere la necessità di tempi di elaborazione ancora lunghi per poter procedere nella definizione di modelli che tengano conto dei vincoli e delle necessità che un’identità politica così impegnativa comporta (anche sul piano cognitivo e concettuale) e si deve perciò condividere forse soprattutto il pessimismo di Balibar. Al tempo stesso, si vorrebbe soprattutto cercare di contribuire ad indirizzare la riflessione su alcuni temi (che desumiamo soprattutto da Luhmann) di cui qui si ritiene che si debba tener conto proprio per procedere nella definizione di modelli di azione che siano in grado di rispondere a compiti così difficili come quelli che la nostra generazione si trova a dover affrontare.

Su di un aspetto più specifico, l’approccio di Luhmann, con l’importanza che dà alle caratteristiche proprie dei sistemi burocratici, rende senza dubbio opportuno tornare al confronto – estremamente delicato e problematico, ma anche per questo più urgente – con le posizioni della Arendt. L’idea che qui si propone può essere esposta nei seguenti passaggi:

1) La burocrazia è una condizione del funzionamento delle società moderne.

2) Gli effetti di essa diagnosticati dalla Arendt non vanno negati, ma inseriti probabilmente in un quadro teorico diverso. In condizioni di estrema complessità e fluidità dell’informazione socialmente disponibile, ogni attore sociale impegnato in un processo comunicativo si trova a dovere dare una configurazione del significato che cerca di trasmettere che risulti accettabile dalle sue controparti, ma appunto il divaricarsi dei percorsi di vita rende sempre più problematica questa operazione. La fisionomia del significato di fatto trasmesso viene resa di fatto estrinseca rispetto alla configurazione reale delle situazioni (quella nota al parlante e quella nota all’interlocutore). È questa una condizione sufficiente per spiegare l’estrema irrazionalità delle decisioni e delle valutazioni che ci si può trovare a dover considerare. In questo senso, la burocrazia è una forma di linguaggio, e ogni linguaggio – dovendo codificare l’informazione con margini più o meno ampi di arbitrarietà – condivide alcuni caratteri importanti della burocrazia. Il collasso morale che Hannah Arendt individua nei comportamenti di Eichmann andrebbe quindi addebitato non a dinamiche messe in moto dai processi di burocratizzazione tipici della modernità, ma al modo di configurarsi in essa in generale del linguaggio.

3) L’organizzazione burocratica di una parte delle attività sociali è un tentativo di reagire a queste tensioni, sottoponendole ad una forma di controllo. L’insuccesso cui essa può andare incontro – sotto forma di estrema irrazionalità delle decisioni che infine vengono prese – dipende dalla complessità dei flussi di informazione e dal non disporre di linguaggi capaci di tener testa ad essa. Eichmann si è sì orientato con un modo puramente burocratico di guardare alle cose, ma dinamiche simili dipendono da quelle che sono caratteristiche di ordine molto generale del linguaggio (caratteristiche la cui disfunzionalità può peraltro emergere pienamente alla coscienza solo nelle condizioni in cui si trova ad operare il linguaggio nella vita moderna), ed è questo che rende i pericoli diagnosticati dalla Arendt persino più insidiosi di quanto lei stessa abbia mostrato di credere.

4) Un concetto di particolare rilevanza nella teoria di Luhmann è quello di “doppia contingenza” (ripreso da Talcott Parsons). Secondo Luhmann, nella doppia contingenza “qualsiasi vincolo stabilito per noi stessi, sia esso sorto casualmente o calcolato, assumerà un valore informativo e connettivo per l’agire altrui”14, così “ogni evento casuale, ogni impulso, ogni errore diventa produttivo”15. “In una situazione non ancora chiarita, alter, tentando di definire per primo il proprio comportamento, può cominciare con uno sguardo gentile, un gesto, un regalo – per vedere se e come ego accetta la definizione della situazione da lui stesso proposta. Alla luce di tale inizio, ogni passo successivo costituisce un’azione che ha l’effetto di ridurre la contingenza [dal punto di vista di entrambi gli attori, perciò detta “doppia”] e di fornire una definizione – in senso positivo o negativo… Ricordiamo l’order from noise principle stabilito dalla teoria generale dei sistemi. Non è affatto necessario che il consenso sui valori sia prestabilito; è il problema della doppia contingenza (cioè l’autoriferimento vuoto, chiuso, indefinibile) che aspira letteralmente la causalità e rende il sistema sensibile al caso: se non esistesse il consenso sui valori, lo si inventerebbe”16.

L’ipotesi che si propone è che l’antisemitismo (così come in generale molte forme di razzismo) possono analizzarsi come dovute all’azione appunto del meccanismo della “doppia contingenza”. Nelle intenzioni dei parlanti, è essenziale risolvere prima di tutto il problema del costituirsi di un canale di comunicazione – che in particolare garantisca il più possibile, anche attraverso scelte del tutto arbitrarie e casuali, l’“affidabilità” del proprio interlocutore ai fini del legame sociale che si intende costituire. L’assoluta irrazionalità che c’è nella scelta di un capro espiatorio piuttosto che di un altro (il che equivale a scegliere come base per la comunicazione una forma condivisa di aggressività verso terzi piuttosto che l’espressione – più o meno simbolica – di benevolenza verso quella che è direttamente la propria controparte) mostra le conseguenze pericolosissime di meccanismi che agiscono però in maniera molto generale nei processi di comunicazione. Avendo in mente le note riflessioni di Girard17, possiamo vedere nel carattere mimetico del desiderio (che paradossalmente conferma – indirettamente – che, se si desiderano le stesse cose, si è simili) – e nella invidia – che questo autore mette al centro della sua spiegazione del meccanismo di formazione del “capro espiatorio” – un diverso modo per affermare la funzione ai fini della comunicazione di tutto questo fenomeno.

Non è possibile qui soffermarsi in un paragone che evidenzi affinità e differenze rispetto ad altri approcci (per esempio di Adorno o Marcuse, in particolare nel modo di considerare il “totalitarismo”), ma riflettere sulle possibili implicazioni di un confronto teorico Arendt-Luhmann può portare a ritenere legittimo il timore che 1) molte delle pre-condizioni che hanno dato luogo alla presa del potere da parte del nazismo non sono oggi di fatto obiettivamente neutralizzate, 2) molte delle pre-condizioni che hanno consentito di procedere finora con notevole successo nel disegno dell’integrazione dei popoli europei, nel momento storico attuale non sono affatto più garantite.

1 In particolare H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1964; Id., Le origini del totalitarismo, Milano, Edizioni di Comunità, 1967.

2 E. Nolte, La guerra civile europea, 1917-1945, Firenze, Sansoni, 1988.

3 M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, Bologna, Mulino, 1989.

4 Cfr. a titolo di esempio K. Fischer, Storia dell’Olocausto, Roma, Newton Compton, 2000.

5 Sul “deficit democratico” in Europa, secondo l’espressione di David Marquand, cfr. C. Di Lello, «Il principio democratico nell’ordinamento europeo», in S. Mangiameli (a cura di), L’ordinamento europeo. Vol. 1. I principi dell’Unione, Milano, Giuffrè, 2006, pp. 195-234.

6 J. Habermas, Questa Europa è in crisi, Roma-Bari, Laterza, 2012, p.9; Id., Nella spirale tecnocratica. Un’arringa per la solidarietà europea, Roma-Bari, Laterza, 2014.

7 G. Ercolessi, L’Europa verso il suicidio? Senza unione federale il destino degli europei è segnato, Bari, Dedalo, 2009, p. 45.

8 F. Sciacca, Lo spettro esigente del potere. Appartenere, la malattia identitaria europea, «Società, mutamento, politica», 2012, 3(6), 125-140, p. 136.

9 S. Hennétte, T. Piketty, G. Sacriste, A. Vauchez, Democratizzare l’Europa!, Milano, La nave di Teseo, 2017.

10 N. Luhmann, Sistemi sociali, Bologna, Mulino, 1990.

11 R. Merton,Teoria e struttura sociale, Bologna, Mulino, 1959.

12 N. Luhmann, Illuminismo sociologico, Milano, Il Saggiatore, 1983.

13 É. Balibar, Crisi e fine dell’Europa?, Torino, Boringhieri, 2016.

14 Luhmann, Sistemi sociali, cit., p. 220.

15 Ivi.

16 Ib., p. 207.

17 R. Girard, La violenza e il sacro,  Milano, Adelphi, 1980, Id., Il capro espiatorio, Milano, Adelphi, 1987.

Alfonso Di Prospero

Ricercatore indipendente

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