31 gennaio 2016

Le conseguenze del ritorno del concetto di guerra per l’idea di Europa


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Iconocrazia 09/2016 - "Ritorno al conflitto" (Vol. 2), Saggi




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Il progetto europeo, è sotto gli occhi di tutti, sta subendo negli ultimi anni un processo di progressivo logoramento. Gli elementi sono altrettanto chiari. Innanzitutto lo sfondo critico su cui gli attori europei sono costretti a misurarsi è quello della crisi economica globale, che oramai va ben oltre la circostanza del proprio innesco – la famosa crisi dei prime rate negli US – per proiettarsi verso una compromissione della stabilità non solo finanziaria, ma, a questo punto, dell’intero sistema economico e produttivo europeo. Insieme, campanello d’allarme ed evoluzione di questa compromissione è stato il travaglio relativo alla questione Grexit. La crisi del debito greco e i tentativi ad oggi effettuati di attenuazione dei suoi riflessi sulla stabilità finanziaria ed economica dei paesi UE sono diventati una vera cartina di tornasole delle tensioni latenti, ma mai dichiarate tra i differenti sistemi economici coesistenti in Europa. Il gioco tra i protagonisti di quella vicenda, cioè la cosiddetta trojka (BCE, FMI, Commissione), il governo greco ed i governi dei paesi creditori di Atene (in testa a tutti la Germania) ha finalmente svelato una realtà che pochi analisti avevano finora evidenziato in tutta la sua crudezza, ovvero il fatto che i grandi paesi UE sono in competizione tra di loro per imporre a livello europeo gli interessi dei gruppi di pressione nazionali. La questione non è di poco conto, perché ha rivelato la inconsistenza del progetto europeo fin qui prodotto ed ha posto seccamente almeno i paesi fondatori difronte ad una alternativa: ridimensionare drasticamente le prospettive di sviluppo del progetto o passare alla fase politica dell’unificazione.

È in questa fase che viene messo in discussione il ruolo leader della Germania, fino ad ora sottaciuto, ma accettato da tutti i partner europei. La politica di rigore voluta negli ultimi anni dalla große koalition di Berlino e della Merkel inizia, nell’attuale fase di crisi economica globale, a mostrarsi inefficace per migliorare le condizioni di vita dei popoli europei e quindi rischia di provocare una conseguente disaffezione popolare nei confronti del progetto di unificazione.

Il colpo finale al progetto europeo ed all’idea di Europa ad esso soggiacente si è determinato con la cosiddetta Brexit. Come sappiamo, la Gran Bretagna si è recentemente recata alle urne, chiamata a pronunciarsi su un quesito referendario secco riguardante la permanenza nell’UE: leave o remain. Il 23 giugno 2016 i cittadini britannici si sono pronunciati per il leave, con una maggioranza piuttosto risicata (il 51,9%), ma sufficiente a far cadere il governo Cameron, che pure lo aveva indetto, ed a far incominciare i negoziati di uscita della Gran Bretagna dalla UE. Aldilà delle considerazioni, pur importanti, che gli analisti hanno fatto circa l’impatto effettivo che questo abbandono del progetto da parte dei britannici potrebbe comportare, resta il fatto che esso ha determinato innegabilmente un cambio di prospettiva nel modo in cui i cittadini europei guardano oggi all’Europa.

Quindi: che impatto tutti questi elementi hanno avuto sull’idea di Europa?

Se concordiamo con Antonio Gramsci, ma anche con coloro che nella contemporaneità ne riprendono le categorie – ad esempio Ernesto Laclau e Chantal Mouffe –, dovremo ammettere che, anche sul terreno della formazione dell’immaginario dei cittadini europei, ciò che conta è proprio la formazione di un’immagine egemonica che condizioni e nel contempo riceva feedback rafforzativi dal processo di unificazione europea. Fino ad ora l’idea di Europa che si è venuta stratificando in modo egemonico dal secondo dopo guerra ad oggi presentava alcune caratteristiche.

Innanzitutto il carattere di progressività. Qualunque riflessione sul tema, infatti, prevedeva una valutazione per così dire diacronica dei benefici che il processo di unificazione presentava. Infatti, si è sempre ragionato cercando di aumentare costantemente l’appeal del progetto, attraverso miglioramenti anche piccoli, ma costanti dello standard di vita degli europei. Il doppio vantaggio sembrava essere che, da una parte frammentare il progetto in tappe intermedie lo rendeva più gestibile, dall’altra dava ai cittadini europei l’idea di un costante movimento del progetto stesso, che lo rendeva protagonista di una serie infinita di piccole vittorie, facendola sembrare maggiormente sostenibile anche allo sguardo dei più pragmatici.

Poi il carattere di processualità. Questo è uno degli elementi più caratteristici della costruzione europea, cioè il proprio essere svincolata da un progetto chiaro, conseguente e tendente ad un esito previsto (o almeno prevedibile). Alle domande: dove stiamo andando?, qual è la meta finale di questo percorso?, qual è il disegno istituzionale che stiamo costruendo?, e quale quello politico?, si rispondeva sempre che la novità dell’intero progetto era caratterizzata dal quel suo essere un work in progress di cui, è vero che non si conosceva il finale, ma proprio questa indeterminatezza faceva sì che esso fosse adattabile a quella mutabilità del quadro politico economico che è la vera cifra della post-modernità.

Ancora, il carattere di ineluttabilità. L’Europa appare come una “comunità di destino”, ed il progetto europeo, pertanto, non è altro che il compimento già scritto di questo destino. Insomma, l’UE è il prodotto finale di almeno mezzo millennio di travaglio stato-nazionalista europeo, è insieme superamento dell’hobbesiano bellum omnium contra omnes e nuova fondazione dello spirito della civiltà europea. Pertanto il compimento di questo destino non è a nostra disposizione, noi cittadini d’Europa possiamo solo darvi attuazione.

Infine, ma in correlazione molto stretta con i primi tre, il carattere di irreversibilità. Fino ad ora il progetto europeo è stato interpretato, nell’immaginario collettivo europeo, come un viaggio in cui abbiamo superato il punto di non ritorno. In effetti, ogni volta che è stata messa in discussione la possibilità di interrompere questo cammino (Grexit, Brexit, Nexit) si è risposto che gli svantaggi sarebbero stati infinitamente superiori ai pochi vantaggi, proprio per sottolineare che il cammino a ritroso avrebbe esposto l’eventuale ex-partner ad una deriva esiziale, mentre il tener duro avrebbe sicuramente premiato, dal momento che la méta appariva più vicina del punto di partenza. Questa obiezione ha avuto, almeno in parte, l’effetto di sedare qualsiasi tentativo di invertire la rotta persino delle politiche europee di volta in volta messe in atto. L’accettazione dell’Europa così com’è sembrava sempre la soluzione migliore, perché qualsiasi variazione avrebbe potuto comportare un letale rischio di uscita (vedi memorandum della trojka nella vicenda greca). La Brexit ha dimostrato, al contrario, che un’uscita è possibile e praticabile, anzi praticata. Da questo punto di vista, l’impatto sull’immaginario popolare europeo sembra essere stato enorme, con tutti i rischi che ne derivano, principalmente quello del rinvigorimento ulteriore dei già forti populismi euroscettici nei vari paesi.

Ci resta da introdurre un ulteriore elemento relativo all’idea contemporanea di Europa. Come sosteneva Federico Chabod, l’idea di Europa ha un fondamento essenzialmente polemico. Questo significa che più che identificarsi in positivo l’Europa si immagina a partire da ciò che non è, cioè dalla differenziazione da ciò che non le appartiene culturalmente: la “barbarie”. Non per caso, l’idea di Europa nella Grecia dell’età classica acquisisce una propria importanza dalle guerre persiane in avanti, guerre che sovrappongono i concetti di nemico, barbaro, extra-europeo fino alla perfetta coincidenza.

La tesi di Chabod, dunque, è che la grande levatrice di Europa sia proprio la guerra. Nella guerra i popoli europei abbandonano le tensioni interne legate alle diversità storiche, culturali e politiche ed accedono ad un orizzonte comune in cui prevalgono le somiglianze. Non per caso, anche qui, nell’iconografia politica a partire dal XVI secolo l’Europa appare sempre rappresentata come una donna alla cui presenza gli stati nazionali abbandonano le armi e decidono la pace. Ma la pace interna è sempre legata alla difesa dei confini comuni.

Su queste premesse, dobbiamo fare un passo avanti e considerare tre recenti elementi che potrebbero portare ad un nuovo slancio dell’idea di Europa nel prossimo futuro, proprio sulla base di una riappropriazione del suo originario carattere polemico.

La accresciuta quantità di flussi migratori, per lo più provenienti dal sud-est del bacino mediterraneo ha prodotto una nuova frontiera europea. Di fatto il Mediterraneo, che nel tempo – come sostengono Franco Cassano e Predrag Matvejevic – ha sostenuto a fasi alterne il ruolo di confine liquido o di mediatore tra culture, si è trovato a dover sostenere (per il momento) il ruolo di “muro” nei confronti delle spinte migratorie determinate da povertà e guerre.

Nonostante l’ordine sparso e contraddittorio con cui si sono mossi i singoli stati nazionali europei, la tendenza a limitare e confinare i fenomeni migratori è sempre più diffuse ed attraversa come una sorta di elemento costante gli scenari politici europei da Stockholm ad Atene. È questo uno degli aspetti a cui alludevamo quando abbiamo parlato di identità polemica: il nuovo confine di sud-est ha sviluppato una pletora di norme e prassi condivise dalla maggior parte dei paesi UE tese a “contrastare” i flussi migratori, allo stesso modo in cui si sarebbe coeso il corpo politico di una qualsiasi federazione di stati dinanzi ad una invasione militare.

Oltre al fronte di sud-est si è intanto aperto un fronte est, che consiste nella contrapposizione a tratti decisamente bellica tra UE e Russia. Aldilà della crisi Ucraina culminata nel 2013-2014, la tensione tra Russia ed UE era già presente nello scenario continentale. D’altra parte nel corso del tempo è stata più volte in discussione la possibilità di estendere, almeno culturalmente, l’idea di Europa anche alla Russia, persino a quella al di qua degli Urali. Anche sul piano politico, vi sono fortissime perplessità nel definire la Russia di Putin come una vera e propria democrazia: anche se sul piano formale essa ne ha mutuato i principali istituti, nella sostanza appare più configurata come una oligarchia molto ristretta, in cui l’autocrazia sovietica ha trovato nuova linfa in una classe di magnati ultraricchi per perpetuare sé stessa e continuare a detenere ogni potere, politico, sociale ed economico.

In questo scenario già sufficientemente complicato, si inscrive un fatto nuovo, cioè l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America. Da subito il neo eletto ha ri-problematizzato il rapporto transatlantico tra UE ed US. Lungi dall’essere sulla stessa lunghezza d’onda con quella europea, la politica americana sembra al contrario cercare la contrapposizione. In un certo senso, da un lato il modo molto sbrigativo con cui i temi delle migrazioni, degli assetti economici, delle risorse petrolifere, dell’intervento militare internazionale e dei principi basilari della democrazia vengono trattati, dall’altro il crescente feeling con cui la diplomazia americana e quella russa stanno ridisegnando le zone di influenza globali, sembrerebbero alludere ad una sorta di premeditato accerchiamento che le due superpotenze stanno mettendo in atto nei confronti dell’Europa. Ma è probabilmente ancora troppo presto per fare anche solo delle ipotesi sui possibili sviluppi in questa direzione.

Cosa rileva di tutto questo rispetto all’idea di Europa?

Apparentemente, l’Europa è debole sia all’interno che all’esterno dei suoi confini. Essi sono porosi e permeabili verso l’esterno – il che produce indubbi problemi di sicurezza interna -, e stranamente rigidi invece quanto alle differenze politiche e culturali all’interno. Probabilmente, come abbiamo già rilevato, il progetto europeo non è mai stato così debole dal secondo dopoguerra e l’idea di Europa non è mai stata così frammentata ed instabile. C’è dunque qualche elemento, in relazione allo scenario internazionale sopra descritto, che ci può far intravvedere una via di uscita?

Torniamo al fondamento polemico dell’idea di Europa.

Si può vedere la situazione attuale in due modi. Il primo è quello usuale, cioè continuare in una china di auto-denigrazione da parte degli europei e lasciare che ciò che è stato costruito, nel bene e nel male, venga demolito pietra dopo pietra. Naturalmente, bisogna anche sapere che questo atteggiamento produrrebbe inevitabilmente alcune conseguenze, ad esempio il rafforzamento dei populismi nazionalisti e di destra estrema, oppure il perseverare delle strategie ordo-liberiste che renderebbero ancor più evanescente il rapporto tra élite di potere e popolazione europea, o ancora la regressione liberale della sinistra europea, che mette a rischio, ad esempio secondo Stefano Petrucciani, la stessa democrazia. L’alternativa è quella di approfittare della situazione attuale, cioè il ricompattamento interno che inevitabilmente seguirà all’ingerenza da parte delle potenze straniere nel percorso di unificazione dell’UE,  per ritrovare le vere radici che hanno prodotto il progetto europeo. Per prima l’edificazione dello stato sociale, il cui smantellamento progressivo ha eroso il concetto stesso di democrazia europea, come sostiene Geminello Preterossi; poi la rivendicazione di una civiltà del diritto che puntella ancora la visione europea del rapporto tra individuo e stato; infine la resistenza comune contro forze che oggi hanno tutto l’interesse a destabilizzare la politica, l’economia e la società europea, quelle forze – gli US di Trump o la Russia di Putin – che mirano ad indebolire l’UE per perseguire scopi regressivi dello scenario internazionale. La risposta a questo dilemma mi auguro che debba venire quasi spontanea.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Federico Chabod, Storia dell’idea di Europa, Bari, Laterza 1995

Franco Cassano, Il Pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza1996

Franco Cassano, Mal di Levante, Bari, Laterza 1997

Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Egenomia e strategia socialista. Verso una politica democratica radicale, Genova, Il nuovo Melangolo 2011

Chantal Mouffe, Sul politico. Democrazia e rappresentazione dei conflitti, Milano, Bruni Mondadori 2007

Predrag Matvejevic, Mondo «ex» e tempo del dopo. Identità, ideologie, nazioni dell’una e dell’altra Europa, Milano, Garzanti 2006

Predrag Matvejevic, Sulle identità dell’Europa, Milano, Magma 1995

Stefano Petrucciani, Democrazia, Torino, Einaudi 2014

Geminello Preterosssi, Ciò che resta della democrazia, Roma-Bari, Laterza 2015

Giuseppe Cascione

Professore Associato di Filosofia Politica Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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