18 Dic 2017

Lara Carbonara (a cura di). Erranze senza ritorni. Su diaspore, mari e migrazioni


di

Iconocrazia 12/2017 - "Democrazie in transizione", Recensioni




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Water, Maps, Roads, Voyage, Forgetting. Queste le coordinate semantiche che guidano l’itinerario socio-letterario, filosofico, culturale tracciato nel volume “Erranze senza ritorni”, raccolta di saggi a cura di Lara Carbonara e nata dalla collaborazione di un gruppo di studiosi dell’Università degli studi di Bari, S/Murare il Mediterraneo. Non a caso, l’immagine che ricorre e accompagna le riflessioni degli autori dei saggi è quella dell’acqua – come sottolinea opportunamente nella premessa Patrizia Calefato, coordinatrice della collana Culture/Segni/Comunicazione – del mare e dei mari (Mediterraneo e Oceano Atlantico), confine fluido che separa ed unisce, “luogo di diaspora quale condizione che mette in crisi l’idea che si debba necessariamente appartenere ad un territorio, che l’identità debba coincidere con un luogo fisso” (p. VII). Diaspora e appartenenza, diaspora e identità, rapporto fra spazio geografico e luogo antropologico, fra confini e libertà di movimento, sono i temi intorno ai quali si snodano i cinque contributi del volume, che non si limitano a proporne un’analisi tecnico-teorica, ma li problematizzano in una cornice etica e politica, estremamente attuale.

Il filo conduttore è il romanzo della scrittrice caraibica Dionne Brand, A Map to the Door of No Return, narrazione coinvolgente ed immaginifica in cui l’autrice ripercorre la sua esperienza di dislocazione (nasce nell’isola di Trinidad e si trasferisce successivamente a Toronto) e sradicamento, alla luce della storia della diaspora africana, della schiavitù, di un viaggio senza ritorno che costringe a dimenticare le proprie origini. A partire da queste suggestioni e dalle testimonianze di altre autrici come Gloria Anzaldúa, Sujata Bhatt e Toni Morrison, il cui vissuto parla di migrazione, di un’identità lacerata da un’appartenenza negata e da una doppia appartenenza difficile da interiorizzare, gli autori affrontano il tema complesso dell’erranza, muovendosi fra universi disciplinari diversi ma contigui, fra passato e presente, fra vecchie e nuove schiavitù, prediligendo la prospettiva individuale in risposta alla tendenza diffusa di presentare il fenomeno migratorio in termini macroscopici e massificati.

La narrazione assume perciò un ruolo centrale in questa riflessione a più voci, poiché, come si legge nel contributo di Lara Carbonara Residenze. Out of place, “l’atto della scrittura diventa inseparabile dalle contingenze del posizionamento nel mondo, così che l’atto privato di scrittura del sé diventa un atto culturale di lettura del sé” (p. 6). La curatrice del volume presenta un’antologia di brani tradotti tratti dal romanzo della Brand, accuratamente scelti per la loro potenza semantica e per la coerenza con il percorso interno del volume, in modo da costituirne, di fatto, un’introduzione estremamente efficace. Dunque, una scrittura che diventa strumento di “artivismo” (p. 48), testimonianza attiva di un vissuto individuale ma dalla valenza antropologica collettiva, manifesto di una nuova idea di spazio, che reinterpreta il significato di confine in una “cartografia liquida” (p. 38), come Paola Zaccaria intitola uno dei paragrafi del suo contributo Strade d’acqua, scritture del drifting: po(li)etiche di liquefazione dell’appartenenza. La valenza politica ed etica delle riflessioni contenute nel volume si esplicita in questo ripensamento della mappatura del mondo, basata su una cartografia coloniale occidentale e tutt’ora inopportunamente persistente, che costringe nell’involucro dello stato nazione un’umanità in movimento, continuamente esposta a processi di uprooting (dislocamento) e re-routing (dirottamento). L’immagine proposta è, per contro, quella di “mappe d’acqua” (p. 39), percorsi fluidi che facilitino uno scambio continuo, movimenti di andata e ritorno liberi dal contenimento dei muri o delle moderne Doors of no Return, le impalcature burocratiche e giuridiche che governano la mobilità umana e, per alcune categorie di migranti, ne riducono notevolmente la componente decisionale.  

Sono continui, dunque, i rimandi alla diaspora contemporanea, alla vicenda umana di milioni di persone costrette a lasciare la propria casa e ad affidarsi ai traghettatori di esseri umani, passando dall’inferno del deserto all’incubo del mare, verso una terra che li accoglie, ma sempre dentro il paradigma della sicurezza, del riconoscimento, dell’etichettamento in categorie giuridiche, che finiscono per diventare identitarie. La proposta metodologica di Filippo Silvestri nel suo saggio Ipotesi epistemologiche per un nuovo ordine del discorso mediterraneo è proprio legata ad una rilettura del problema mediterraneo, in una chiave filosofica, storica e politica che superi l’impostazione teorica costituita, esemplificata dall’immagine della fortezza del pensiero occidentale europeo. “La nuova epistemologia che vogliamo cercare, dovrà fare i conti contestualmente con la bianchezza senza riferimento del deserto come punto di partenza e il bianco/nero del mare che si naviga come luogo ancora una volta che non dà riferimenti certi per poter tracciare confini che non siano solo artificiali” (p. 63). I confini da ri(n)tracciare, dunque, sono quelli dei diritti umani inalienabili, sulla base dei quali non dovrebbero esistere morti senza nome, “viaggiatori-fantasma del Mar Mediterraneo”, o vivi senza dignità, “chiusi-rinchiusi-affogati in uno smisurato lager liquido a cielo aperto che non li concentra ma li disperde” (p. 65).

L’immagine dell’acqua come “veicolo per raggiungere il cambiamento” (p. 81) viene riproposta in modo molto efficace nel saggio di Annarita Taronna e Lorena Carbonara, ‘Sea(e)scapes’: le metafore liquide di Dionne Brand e Gloria Anzaldúa. Le autrici propongono un confronto fra le esperienze e la produzione delle due scrittrici, concentrando l’attenzione su alcune immagini particolarmente evocative e significative: oltre quella già citata dell’acqua, che per la Brand coincide con il Black Atlantic e per l’Anzaldúa con il Rio Grande, compaiono rispettivamente la Porta ed il Ponte, “potenti raffigurazioni per comunicare la loro comprensione dell’attraversamento” (p. 89). Questo vissuto, che implica l’abbandono della propria casa e, talvolta, l’impossibilità di tornare indietro, di ricucire quella “ferita aperta” (p. 85), come l’Anzaldúa definisce il confine fra Stati Uniti e Messico, accomuna anche altre narrazioni al femminile, quelle cui dà voce l’ultimo contributo del volume, che si chiude, creando una perfetta circolarità, con la riflessione di Lara Carbonara Le voci dell’oblio. Il “dis-remembering” (p. 96), la scelta consapevole di non ricordare, che per Toni Morrison diventa l’unico rimedio al dolore della memoria, si traduce in una scrittura che coinvolge il lettore nella compartecipazione a quel dolore, come presa di consapevolezza inevitabile e necessaria per restituire dignità ad una storia lacerata dalla schiavitù.

Water, Maps, Roads, Voyage, Forgetting. Al termine della lettura, ciascuna di queste immagini si riempie di significati nuovi, po(li)etici per l’appunto, intrisi di verità spesso ignorate, ma che si ripresentano alla coscienza del lettore con la stessa tenacia di chi, consapevole di oltrepassare una porta probabilmente senza ritorno, continua a sperare, un giorno, di poter tornare a casa.

 

Lara Carbonara (a cura di). Erranze senza ritorni. Su diaspore, mari e migrazioni, Progedit, Bari, 2017

Elena Carletti

Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"

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