18 dicembre 2017

La transizione democratica in Romania


di

Iconocrazia 12/2017 - "Democrazie in transizione", Saggi




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Scrivere del passaggio della società romena post-comunista significa soprattutto scrivere del passaggio verso la modernizzazione di un paese rimasto per troppo tempo indietro rispetto all’evoluzione delle grandi democrazie europee. Vuol dire ricordare le persecuzioni, le prigioni dei dissidenti, la polizia secreta (Securità) come “il problema irrisolto della rivoluzione romena”[1] di com’era punita qualsiasi forma di associazionismo e di uno stretto controllo della stampa, che ha lasciato nella memoria di una nazione un’eredità difficile da cambiare nel breve/medio termine, dalla fine della dittatura ad oggi.

La scelta del Presidente Ceausescu del 1968, di non partecipare all’invasione della Cecoslovacchia, ha attirato l’ammirazione di alcuni stati europei e degli Stati Uniti, che gli ha permesso di staccarsi dalla politica dettata da Mosca e di instaurare un regime autonomo, trasformandolo in un regime totalitario di tipo personalista, dove i poteri erano distribuiti tra i membri della sua famiglia. Nel momento in cui alcuni paesi del blocco comunista, come la Polonia e l’Ungheria   facevano i primi passi di apertura verso l’Occidente, iniziando alcuni cambiamenti interni, la Romania si chiudeva una volta di più nella sua distorta visione marxista.

Le proteste di piazza dell’inizio anni ‘90, da parte di simpatizzanti di vari orientamenti politici e religiosi, iniziate a Brasov, Timisoara e poi a Bucarest, vanno intese come una memoria, di una collettività che non dimentica e che si trasforma in una forma di giustizia e di solidarietà ai cambiamenti iniziati nel resto dell’Europa.

La caduta del muro di Berlino, (9 novembre 1989) considerata come il più importane momento della storia d’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, ha portato un vento di speranza per la maggior parte dei popoli dell’Europa dell’Est. Il 1989 ha significato per la Romania, che ha sperimentato un violento cambiamento di regime concluso con la morte del dittatore, la fine di un’era e l’inizio della conquista dei valori democratici.

La direzione e la volontà del cambiamento s’intuiscono anche dalle parole scandite dai manifestanti di piazza nell’ottantanove: “Democrazia a km zero” oppure “Zona libera dal comunismo.“

Il caso romeno è un caso atipico, per numero di morti (circa1200 nel 1989), per la fine  cruenta di un capo di stato, per la manipolazione delle masse rivoluzionarie e per la durata delle manifestazioni di piazza (53 giorni, 22 aprile – 15 giugno 1990, con quasi 50.000 manifestanti in piazza ogni giorno) che fanno di questa protesta la più importane della storia romena e la più grande manifestazione anti comunista dell’Europa dell’Est dopo la caduta della Cortina di Ferro.

Com’e cambiata la Romania negli ultimi ventisette anni? Possiamo parlare di una democrazia? Se sì, di quale tipo? Di un processo democratico nella sua fase di consolidamento?  Queste sono solo alcune domande che mi pongo in questa breve analisi.

Dividerei le fasi di cambiamento romeno in due fasi: una fase di transizione (1990-1996) e una fase di assestamento dei nuovi sistemi di valori (1996-2016).

 

 La transizione

Un nuovo cammino inizia, per una nazione in trasformazione, una transizione verso un sistema politico di tipo democratico, processo, questo, quasi sconosciuto per un popolo vissuto negli ultimi cinquant’anni sotto dittatura.

“Quello che ha perso la società romena con l’avvenire del comunismo non può essere compensato con la vita di due o tre generazioni”[2]. È questa la premessa di partenza.

Il processo di transizione è stato lungo e travagliato per molti aspetti. Sul piano interno è stato introdotto da una “rivoluzione”, termine questo da definire meglio, in quanto  nasce da una rivolta popolare  abilmente manipolata, conclusasi  infine con la caduta del regime.

In secondo luogo la riapparizione dei partiti politici storici, considerati principali nemici del sistema comunista e fuori dalla vita politica dal 1947 in quanto “reazionari”, Partito Liberale, Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico ed altri di nuova ispirazione (a un certo momento si contavano fino a 144 partiti nel 1992); il trapasso ad un sistema politico pluralistico inteso come un elemento fondamentale di rappresentanza in una democrazia.

Le prime elezioni dichiarate libere (1990), la nascita di una costituzione (1991-2003) e la creazione di un Parlamento composto di due camere, il Senato e la Camera dei Deputati, sono elementi di messa in pratica di un processo in corso verso una nuova società, che per i suoi parametri istituzionali possiamo chiamare democratica.

In terzo e non in ultimo luogo: l’ingresso nella Nato (2004) e, dopo il cosiddetto “accession criteria“ (2005/2006), l’adesione all’Unione Europea (2007), possono essere considerati come elementi di una fase di consolidamento.

Questi ultimi elementi hanno costituito degli obiettivi importanti per l’istaurato governo romeno nella prima parte della sua democratizzazione, insieme a un chiaro allontanamento dall’influenza che Mosca aveva avuto nella sua politica, riconquistando al livello europeo un ruolo strategico a ridosso dell’ex Unione Sovietica.

La transizione romena è strettamente legata al suo passato ideologico-politico e questo è un aspetto che ha impedito il passaggio “lineare” verso un processo di democratizzazione consolidato e forte. É chiaro che senza una tradizione democratica, il rischio di contaminazione era elevatissimo.

Con la nascita di un sistema politico nuovo, nei primi anni Novanta si sono succeduti nella politica romena una serie di leader politici appartenenti all’ex regime (tra questi Ion Iliescu presidente nel periodo 1990-1996 e 2000-2004) con il compito decisivo, almeno promesso in campagna elettorale, di attuare la svolta democratica e portare il paese verso un’economia di mercato. La loro influenza insieme alle lotte per il potere, le manifestazioni di piazza da parte della popolazione che si opponeva al ruolo degli ex funzionari del regime nella politica (articolo 8 Proclamazione di Timisoara), hanno portato ad un agire più lento rispetto agli altri paesi del ex blocco comunista.

Gli eventi di Piazza dell’Università, le “Golaniade”[3] , le “mineriade”[4], concluse con molti morti e feriti e i conflitti inter etnici nella Transilvania ungherese sono stati dei compiti difficili da superare per i neo leader insediati al potere.

Nonostante ciò, possiamo sostenere che con le elezioni presidenziali e parlamentari del 20 maggio 1990, ebbe inizio un periodo di riforme, un’apertura verso il mercato libero.

Il referendum per l’approvazione della Costituzione (1991), le elezioni del 1992 e la conferma di un presidente eletto (nella persona di Ion Iliescu), l’invito da parte dell’Unione Europea di diventare membro associato (19 maggio 1994), si pongono come elementi positivi e fondamentali di una democrazia in formazione.

 

La fase di consolidamento

La vittoria della Convenzione Democratica Romena (CDR) del 1996 contro il partito d’influenza comunista (PDSR) rappresenta la vittoria dei valori liberal democratici, il risultato della lotta anticomunista, la conferma della  rottura con il passato  e in qualche modo la fine della transizione. Il 1996 diventa un grande momento della storia romena moderna: per la prima volta dopo la rivoluzione, un presidente eletto fa tornare le masse in piazza, questa volta per esprimere la propria soddisfazione e per rinnovare la fiducia nel cambiamento, per il quale avevano manifestato nel dicembre 1989.

Con la sua piattaforma politica, “Il contratto con la Romania” che prometteva dei veri cambiamenti, il nuovo presidente eletto, Emil Constantinescu, un liberale di centro destra[5],  beneficiò di un ampio supporto della coalizione. Un fatto importante da segnalare è che della coalizione, per la prima volta al governo, entrò a far parte un partito di minoranza, il partito ungherese (UDMR), che possiamo considerare come un buon esercizio di democrazia.

Le elezioni del 1996 si possono leggere anche come una prova di maturità dell’elettorato romeno in grado di scegliere tra un passato comunista e una democrazia funzionale.  All’inizio del 1997 il governo propose una “terapia d’urto” con lo scopo di cambiare e riformare l’intero sistema politico dall’alto verso il basso e di accelerare le riforme nel settore burocratico, economico, istituzionale e giuridico, misure richieste anche dall’Unione Europea.

Le discussioni tra i partiti di coalizione e la chiusura delle imprese in perdita, che portano a una nuova “mineriada”, mettono nell’impossibilità i primi ministri del periodo 1996-2000 di rispettare tutte le promesse fatte dal neo eletto presidente in campagna elettorale. Davanti a una situazione di scontentezza generale la popolazione preferisce la “pace” e la continuità di una figura nella quale le masse si riconoscono, portando alla fine della Coalizione democratica, che perde le elezioni davanti al socialdemocratico Ion Iliescu.

Il cammino iniziato con la vittoria, per la prima volta, da un personaggio sconosciuto al vecchio regime e sostenuto dai leader dei partiti storici, molto sentita dalla popolazione, s’interrompe con la scelta di una democrazia originale, di creazione autoctona, voluta dalla vecchia nomenclatura nuovamente al potere.

Ricordiamo che durante il governo tecnocratico del periodo di Constantinescu, si registra la prima crescita economica significativa dopo la rivoluzione. Nello stesso periodo si mettono le basi per l’adesione alla Nato e UE.

Per il secondo mandato di Iliescu, con una vittoria ottenuta al ballottaggio contro un candidato estremista, la partecipazione dei cittadini alla politica non ha avuto il ruolo di premiare lo sforzo del   candidato eletto bensì si è rivelata il male minore; opinione condivisa dalla maggior parte degli analisti politici e giornalisti di stampa nazionale ed internazionale.

Il periodo subito successivo coincide con una fase di forte corruzione e una di consolidamento democratico (riforme nel campo economico e giustizia, referendum per la revisione della Costituzione) voluto anche dalla maggior parte degli stati europei che sostenevano l’amissione della Romania nell’UE.

Le elezioni del 2000 costituiscono un punto di svolta a livello legislativo e delle riforme ma anche di grande allontanamento dal percorso iniziato nell’Ottantanove. Il sistema pluralistico, le libere elezioni, il voto, il pluralismo associativo, il pluralismo dei principali mezzi d’informazione, il rispetto dei diritti delle minoranze, le istituzioni tipiche delle democrazie moderne, tutto ciò che Dahl definisce come “poliarchia”[6] sono i valori delle istituzioni tipiche di una democrazia in atto.

Al miglioramento e consolidamento democratico ha contribuito l’aiuto di alcune associazioni non governative locali europee (come “Pro democrazia”), che hanno spinto per la creazione di un Ministero per l’integrazione Europea, ed americane (USAID), che hanno dato un contributo importante nell’ insegnamento alla democrazia, insieme a una società civile diventata molto attiva.

Se nella prima parte della transizione abbiamo a che fare con il crollo del sistema economico nei paesi dell’Est Europa, nella Romania degli anni 2000 ci troviamo davanti a un momento di peggioramento del settore industriale, ben inteso dalle democrazie avanzate, che hanno spinto verso la messa in atto delle politiche sociali in grado di produrre un’apertura, una liberalizzazione dei mercati. L’apertura dell’UE verso l’est vede i nuovi entrati sotto una nuova luce, di tipo capitalistico: non solo come dei partner di stabilità e dialogo ,che dà una dimensione europea alle nuove democrazie, ma anche come una modalità di allargare la propria economia ad Est.

La Libertà e la corruzione, reminiscenza del passato clientelare, sono apparse nello stesso tempo nella Romania post comunista. La corruzione, al livello politico/economico, è stata l’elemento più monitorato dall’UE nelle sue valutazioni preadesione e rappresenta a tutt’oggi l’indicatore principale che condiziona l’accettazione nello spazio Schengen. Anche se il fenomeno è diffuso su larga scala a livello europeo, come affermava il commissario europeo Cecilia Malmström in un rapporto del 2014[7], la corruzione costa all’economia europea 120 miliardi di euro all’anno e rimane  un obiettivo da correggere e combattere per tutti, soprattutto per le new entry.

I fallimenti bancari (Bancorex), i fondi d’investimento (Safi), i giochi piramidali (Caritas), gli acquisti fatti con i fondi pubblici (Ministero della Difesa), lo scandalo Motorola degli anni’90, che oggi vedono implicati più settori (sanità, polizia, agenzia delle dogane) facevano della Romania del 2013 uno dei paesi con il più alto livello di corruzione della zona.

La corruzione è il fenomeno che si perpetua in tutte le legislature che si sono succedute al potere in questi anni, si rivela difficile da combattere anche per il terzo presidente romeno, Traian Basescu (centro destra 2004-20014) che si presenta come un riformatore ma poi si aggiudica il ruolo di protagonista con l’impeachment del 2007 e 2012, accusato di reati contro la Costituzione e interessi personali.

Nel periodo 2004-2010, nonostante la crisi politica istituzionale, la giovane economia romena, paragonata spesso a quella italiana degli anni ’60, continua il suo percorso di crescita  grazie anche agli investimenti stranieri dovuti all’alta redditività del capitale investito per il basso costo del lavoro.

L’ultimo periodo cioè quello dell’ultimo presidente ancora in carica, Klaus Iohannis (2014-) si presenta come difficoltoso, pieno di tanti scandali giudiziari che hanno visto come protagonisti alti funzionari del governo accusati di frode elettorale, evasione fiscale e riciclaggio, che hanno portano nuovamente alle manifestazioni di piazza (2017) contro l’ordinanza di modifica del codice penale.

Nella transizione romena, troviamo un aspetto generale comune a tutti paesi del blocco comunista, cioè il regime ed uno di tipo particolare, cioè la totale mancanza di una qualsiasi forma di opposizione o forma associativa intermedia prima della fine del regime. Questa condizione corroborata all’abitudine  ad un pensiero collettivo orientato verso una “coscienza estetica e non etica”[8], ha portato nei primi anni Novanta alla totale confusione e ha permesso agli appartenenti alla Nomenklatura di poter pilotare gli eventi a loro favore. Il fatto che la Romania fosse l’ultimo paese della zona a iniziare un cambiamento prima dell’Ottantanove e che non avesse rotto con il passato, ha portato a un cambiamento di tipo lento e tumultuoso.

La durata del processo di democratizzazione stimata, agli inizi degli anni ’90, in una ventina d’anni e ancora in corso di consolidamento, supera di molto la previsione, prendendo/allungando i suoi lunghi tempi nel passaggio da una democrazia sulla carta a una democrazia effettiva. Un ruolo importante nella fase di democratizzazione l’ha avuto l’ingresso nell’UE il quale ha permesso di accelerare il processo di cambiamento istituzionale ed economico.

Accanto ad un’Europa in cambiamento, attraversata da una crisi finanziaria e da numerose proteste in Europa dei movimenti nazionalisti e dei partiti di estrema destra, un’Europa che aveva voluto l’allargamento (anche se in tempi più accelerati rispetto a quelli che ci sono voluti per la maggior parte degli stati membri), la democrazia romena diventa un fattore di stabilità soprattutto politica in una zona dove alcuni dei suoi compagni di transizione, come Polonia e Ungheria, fanno scelte di  altro tipo.

Dall’inizio delle valutazioni effettuate dalla Comunità Europea, la situazione romena è cambiata parecchio. A cominciare dai diritti civili, alla libertà di espressione, alla riforma del sistema penitenziario e giudiziario, al problema delle minoranze, tutto ciò dimostra un chiaro processo di democratizzazione nonostante la mancanza di benessere della popolazione; popolazione che usa e osa la protesta come strumento per esprimere la sua delusione verso una politica deludente e dove la corruzione agisce ancora a tutti livelli.

La domanda che si pone è: è questa una democrazia compiuta? consolidata? Debole?   Sicuramente è una democrazia in corso di perfezionamento.  Ci vorrà del tempo per essere e sentirsi alla pari con gli altri stati membri, ma si è sulla giusta strada verso quello che Varoufachis[9] chiama “il transnazionalismo democratico”, in un’Europa solidale in cui la sovranità degli stati membri sia un valore aggiunto. Una democrazia europea.

 

Riferimenti bibliografici

Cingari S. Cultura democratica e istituzioni rappresentative, due esempi a confronto: Italia e Romania, Firenze University press, 2007

Coposu C. Confessioni: Un dialogo con Vartan Arachelian, Academia Civica e Fondazione, 2014

Dahl R. Sulla Democrazia, Laterza, 2002

Jouannete E, Motoc I. Internationalist doctrines during real comunism in Europe, Society of  Comparative Legislation Publishing Hause, Sorbone, 2012

Jouannete E, Motoc I. Poliarchiy partecipation and opposition,1972

Kelsen H. I fondamenti della Democrazia, Il Mulino, 2010

Lorenzo Marsigli, Yanis Varoufachis  Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo, Laterza 2017

Motoc I. State and Individual Responsibility: controversial aspects of the right to democracy, in The State’s Responsibility, Academy of International Law, Thesaurus Acroasium, Sakkoulas, Thessaloniki, 2006;

Motoc I. Despre Democratie in Europa unita, Humanitas, 2012

Mungiu Pippidi  A. Doctrine politice ,concepte universale si realitati romanesti,Polirom 1989

Mungiu Pippidi  A. The Romanians after 1898,the History of misunderstanding,Humanitas,1995

Mungiu Pippidi  A. Tranzitia primi 25 de ani,Polirom,2014

Mungiu Pippidi  A. The Quest for a Good Governance. How societies Develop Control of Corruption,Cambridge University Press, 2015 

Paleologu A. Souvenirs merveilleux d’un ambassadeur des golans, Éditions Balland, Paris, 1992

Sandu D.  The social space of transition, Polirom, 1999

Sartori G. Democrazia. Cosa è, Rizzoli 1992

Schumpeter J.A.  Capitalism,Socialism e Democrazia, Rizzoli 2001

Tismaneanu V.  Debates on the Future of communism, Paperback, 1991

Tismaneanu V. Reinventing politics. Easter Europe from Stalin to Havel, Free press,1993

Tismaneanu V. Democratie si memorie,Curtea veche publishing,2000

Tismaneanu V. Fantasies of Salvation Democraty, Nationalism and Myth in post communist Europe, Paperback, 2009

 

-European Commission(1997) ”Agenda 2000:For Stronger and Wider Union”,EU Bruxelles

-http://ec.europa.eu enlargement/key documents/reports 2006

-Commission for the European Communities(2009)Regular report on Romania’s progress toward Accession ,Bruxelles

 

Note

[1]  S. Brucan analista politico ed ex membro del partito comunista, “Profezie sul passato”, intervista ProTv

[2]   C. Coposu, Confessioni: Un dialogo con Vartan Arachelian, Academia Civica e Fondazione, 2014. C. Coposu è il fondatore del PNTCD, quindi il padre spirituale dell’opposizione democratica in Romania.

[3] Golan = teppista. È il termine usato da Ion Iliescu per rivolgersi ai manifestanti scontenti della politica del governo all’inizio degli anni ’90.

[4] Movimento che ha richiesto l’invio e l’utilizzo dei lavoratori delle miniere nella capitale per mettere fine alle rivolte.

[5] ex Rettore dell’Università di Bucarest, membro fondatore dell’Alleanza Civica, presidente del forum romeno anti totalitario.

[6] R.A Dahl Poliarchy:Partecipation and Opposition,1972

[7] Relazione sulla lotta alla corruzione, Rapporto Commissione Europea,  Bruxelles,3 febbraio 2014

[8] Despre democratie in Europa unita, Iulia Motoc,Humanitas,2012

[9] Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo, Lorenzo Marsili,Yanis Varoufachis, Laterza 2017

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