1 Dic 2015

La rivincita di Ludendorff. Dalle guerre della politica alla politica della guerra


di

Iconocrazia 08/2015 - "Ritorno al conflitto" (vol. 1), Saggi




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Der Satz:

„Der Krieg ist die Fortsetzung der Politik mit anderen Mitteln”

muß lauten :

„Der Krieg ist die äußere Politik mit anderen Mitteln”,

und muß ergänzt werden durch den Satz , der noch bewiesen werden wird:

„Im übrigen hat die Gesamtpolitik dem Kriege zu dienen.”[1]

Erich Ludendorff

 

Se oggi un giovane richiamato in guerra dovesse chiedere:

“dov’è il campo di battaglia?”, la risposta sarebbe: “ovunque”.[2]

Qiao Liang, Wang Xiangsui

 

Il rapporto fra guerra e politica costituisce da sempre uno specchio in cui scorgere il volto della società del tempo. Sarebbe sbagliato credere di trovarvi solo il riflesso dei rapporti di forza internazionali e  dell’equilibrio fra gruppi di potere (militari e civili) all’interno dei singoli stati, in tal modo infatti non si terrebbe conto delle enormi implicazioni simboliche insite nelle idee di politica e guerra, né delle relazioni assai strette fra i due ambiti.

 

In principio fu la guerra

Teoricamente fino alla Rivoluzione Francese, in realtà fino ad epoche assai più tarde, la classe dirigente della società europea era fornita dall’aristocrazia, collocata per nascita in ambito militare; in fondo la celebre espressione noblesse oblige richiama l’obbligo cavalleresco di garantire protezione e sicurezza alle popolazioni sottoposte, queste dovevano sì obbedienza e tributi alla nobiltà, ma in quanto beneficianti di un prezioso servizio che, in tempi difficili e turbolenti come quelli in cui la cavalleria ebbe origine, poteva identificarsi direttamente con la garanzia della vita stessa. L’esaurimento della funzione militare, con l’affermazione degli stati moderni e dei relativi eserciti, portò alla sublimazione delle regole di condotta precedenti in un sofisticato sistema di valori, destinato a proiettarsi sull’insieme delle virtù civili. Va comunque notato che anche i moderni quadri militari venivano dalle fila dell’aristocrazia, riportandola, in un certo senso, alla funzione primordiale, e questo ben oltre la fine dell’ancien régime[3], basti vedere i cognomi degli alti ufficiali tedeschi o francesi durante la Seconda guerra mondiale.

Fig. 1 - Erich Luddendorf

Fig. 1 – Erich Luddendorff

 

Varcate le soglie della contemporaneità la questione si fa però decisamente più complessa.

Due sono le novità destinate a ricomporre radicalmente il quadro: la società di massa e la guerra totale.

 

 

La società di massa si sviluppa nel tardo XIX secolo nei paesi più industrializzati, ma le sue radici affondano più in profondità: fra la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche. La seconda rivoluzione industriale porta un imponente processo di urbanizzazione, con una conseguente mutazione dell’intero sistema delle relazioni sociali, ormai mediate da grandi istituzioni nazionali. Anche la politica sviluppa un nuovo “strumento” in linea coi tempi e destinato a dominare buona parte del Novecento: il partito di integrazione di massa; sarà proprio il suo utilizzo a consentire il transito delle società liberali verso l’epoca della democrazia di massa (cornice storica anche dei totalitarismi).

Parallelamente all’affermazione di un modello di relazioni umane assai più anonimo e atomizzante rispetto a quello tipico dei piccoli centri rurali, il nuovo urbanesimo si accompagna ad un progressivo allargamento dell’alfabetizzazione e ad un aumento della complessità sociale, a dispetto della percezione del tempo che vedeva una articolazione sociale semplificata dall’avvento di un bipolarismo proletariato/borghesia[4]: con la prevista diffusione del nuovo soggetto proletario, si assiste infatti anche all’imprevista stratificazione della borghesia dettata dal peso crescente degli apparati burocratici pubblici e privati, dalla crescita stessa delle industrie (che impone il crescente bisogno di quadri), da una crescente domanda di servizi implicita nella vita stessa delle grandi metropoli. Inutile sottolineare come tutti questi cambiamenti spingano verso l’allargamento dell’arena politica, cosa che si verificherà, non certo senza traumi, nel corso del nuovo secolo, con l’avvento delle democrazie e dei totalitarismi.

Vero e proprio valico fra il lungo Ottocento caro a Hobsbawm (o, se si preferisce, l’ancien règime descrittoci da Mayer) da un lato, e la contemporaneità dall’altro, è la Prima guerra mondiale.

Con la Grande guerra si assiste al primo scontro fra le maggiori potenze industriali del mondo, la sua vera novità non è nella sua estensione geografica (da questo punto di vista di guerre “mondiali” già se ne erano viste, penso, per esempio, a quella che oppose Francia e Inghilterra fra il 1756 e il 1763), ma, appunto, nel suo carattere totale. Totale perché prevede una mobilitazione senza precedenti della popolazione civile; perché (come apparirà chiaro a tutte le cancellerie durante lo svolgimento degli eventi) la posta in gioco non è la neutralizzazione dell’esercito nemico per piegare uno stato al volere di un altro, ma l’annientamento dello stato nemico[5]; perché implica l’annullamento della differenza fra civili e combattenti, con la popolazione civile che diviene per la prima volta legittimo obiettivo[6].

Il combinato fra il terribile trauma collettivo prodotto dalla guerra e l’evoluzione politica degli anni precedenti (sempre più indirizzata verso la comunicazione di massa e la costruzione di complessi quanto pesanti apparati di partito) ha evidentemente effetti devastanti sulla società postbellica. Li ha nelle masse combattenti, svezzate alla lotta capitale ed alla logica binaria della coppia amico/nemico[7]; li ha nel cosiddetto “fronte interno”, che ha visto livelli di mobilitazione prima impensabili e la creazione di soggetti sociali nuovi (soprattutto le donne, non più figlie o mogli, ma soggetto autonomo e inserito nel mercato del lavoro capitalistico); li ha nelle élite, che hanno sperimentato un’inedita quanto sconvolgente esperienza di governo pressoché illimitato sia della società che dell’economia e che, nello stesso tempo, hanno definitivamente maturato una prospettiva strategica realmente mondiale.

Emblematici sono i casi di Italia, Russia e Germania, tre paesi non a caso destinati ad avere un ruolo da protagonista nella genesi di quella peculiarità del mondo contemporaneo chiamata totalitarismo.

Il progetto totalitario nasce in Italia col fascismo (che tuttavia, pur potendone rivendicare il “copyright” resterà relegato al rango di totalitarismo incompiuto, visto il carattere poliarchico che caratterizzerà il cosiddetto Ventennio), ma per capire bene il successo dei fascisti, bisogna risalire a due eventi che hanno preceduto la loro stessa nascita: la natura extraparlamentare della crisi di maggio, che ha fatto coincidere l’entrata in guerra con una gravissima sconfitta liberale, e la disfatta di Caporetto, attribuita non all’insipienza dei comandi o alla bravura del nemico, bensì alla presunta viltà della truppa e al disfattismo dei socialisti. Al di là dell’assoluta infondatezza di quelle accuse (rivelatrici dell’intrinseca irresponsabilità delle nostre classi dirigenti), ciò che conta è l’identificazione del vero nemico in una parte stessa degli Italiani, considerati “anti-nazionali” e quindi non più avversari politici, ma, appunto, nemici. Mussolini saprà costruire su questo terreno un solido edificio politico, partendo dai reduci e vagheggiando l’affermazione di una “trincerocrazia”.

In Russia, dove il rapporto fra guerra e rivoluzione è indiscutibile, non solo la conseguente nascita dell’Urss caratterizzerà buona parte della storia novecentesca (o anche tutta, se la leghiamo all’accezione di “secolo breve”), ma lo farà la nascita del movimento comunista internazionale, con conseguenze che in Italia, unico paese occidentale in cui un partito comunista diventerà la seconda forza politica, sfiorando addirittura l’obiettivo della primazia, si protrarranno fino al XXI secolo. Ai fini del nostro discorso è particolarmente significativa l’affermazione di un nuovo modello di partito fortemente militarizzato sia sul piano organizzativo che su quello culturale, quello leniniano. Anche la sua versione italiana, da molti punti di vista decisamente più complessa, tanto che in politologia si è ritenuto opportuno coniare per esso una definizione più ampia, quella cioè di partito leniniano-gramsciano[8], mantiene le caratteristiche militari dell’archetipo, aggiungendovi in più anche un lessico tipicamente bellico, tratto dalle esperienze della Guerra mondiale. In effetti lo stesso celebre assunto della doppia verità, ci riporta al primato degli Stati Maggiori ed ai concetti di lealtà e rispetto della gerarchia assurti a virtù della truppa (e della base).

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Il caso tedesco è assolutamente centrale per comprendere l’egemonia culturale della guerra, perché lì nasce l’idea di Stato totale, non solo innocentemente assonante con quella totalitaria, ma ad essa assolutamente propedeutica. Fra i presupposti dello Stato totale c’è il rovesciamento del tradizionale rapporto fra politica e guerra, anche inteso nella versione più estrema sintetizzata da von Clausewitz  nelle celebri parole «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi», che per altro sono destinate ad avere nel XX secolo un considerevole successo proprio perché sottolineano gli elementi di continuità fra pace e guerra, e dunque l’appartenenza ad un’unica logica. L’esperienza della guerra totale, la percezione dell’inevitabilità del conflitto permanente nell’epoca dell’imperialismo, l’idea del coinvolgimento dell’intera società verso uno scontro che può conoscere tregue, ma non conclusione, spingono il generale Ludendorff, brillante esponente dello Stato maggiore imperiale, a teorizzare che non sia la guerra ad essere la prosecuzione della politica, ma sia vero il contrario: se la guerra perde il suo carattere eccezionale per diventare la regola, se la pace si verifica solo durante brevi tregue destinate meramente a recuperare le energie esauritesi nella lotta (e quindi non è pace, ma solo temporanea assenza di guerra guerreggiata), allora è corretto pensare che l’onore e l’onere di guidare le Nazioni spetti ai militari, che sono gli unici in grado di conoscere bene la guerra, inquadrandola correttamente nel suo reale orizzonte strategico. La politica diviene quindi un momentaneo governo che non deve per nessun motivo produrre pericolosi allontanamenti, o suicide distrazioni, dal fine ultimo verso cui la Nazione si muove, che è la lotta armata. Ecco perché la politica deve servire la guerra.

La deflagrazione del secondo conflitto mondiale, viene spesso indicato come l’apparente conferma dell’intuizione di Ludendorff, ma, a ben pensarci, anche il periodo successivo potrebbe essere letto così: se è vero che, in virtù di qualcosa assolutamente imprevedibile per un soldato che scrive nel 1922, cioè il MAD[9], quello stesso periodo è caratterizzato dal continuo fronteggiarsi di due immani apparati militari, al punto che gli stessi contemporanei preferiranno descriverlo ricorrendo alla parola guerra, sia pure accompagnata dall’aggettivo fredda.

La guerra fredda plasmò quasi tutta la seconda metà del XX secolo, tanto che persino stabilire se la vera e propria rivoluzione economica incarnata nei Gloriosi Trenta sia stata dettata dal ricordo della catastrofe del 1929, dal consolidamento della potenza economica statunitense o proprio dalla novità di una mobilitazione strategica permanente, risulta praticamente impossibile. Certo è che uno dei fattori che l’ha resa possibile (cioè il processo di integrazione europeo) nasce in strettissima relazione col dominio sovietico di circa metà continente: per uno dei levatori della nascita delle Comunità europea, Paul-Henry Spaak, ne è proprio Stalin il vero padre dato che:

 

fu la minaccia del comunismo a incoraggiare i paesi dell’Europa occidentale a una più stretta cooperazione che poi avrebbe condotto all’integrazione vera e propria[10].

 

XXI secolo

Con il processo di integrazione europea mettiamo già un piede nel XXI secolo, visto che le nuove regole del gioco dettate dall’appartenenza all’Unione rappresentano una delle più rilevanti cause del cambiamento della politica nel Vecchio Continente, e pongono notevoli problemi a chi, come l’Italia, si è presentato a questa scadenza con un sistema dei partiti fortemente anomalo. Basti pensare che il Partito comunista italiano si scioglie solo nel 1992 e che il PDS/DS ne eredita quadri e cultura organizzativa, sui quali costruirà praticamente la totalità del nuovo partito, portando così i figli della prima guerra mondiale in piena Era della globalizzazione.

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Un altro potente legame che unisce i primi lustri del Duemila alla Guerra fredda è dato dalla costruzione dell’habitat tecnologico in cui oggi ci muoviamo. La svolta che porta alla nascita di internet e delle tecnologie che caratterizzano il nostro quotidiano (comprendendovi anche quella contenuta negli smartphone) è voluta, organizzata e finanziata dal governo americano durante l’ultima fase della Guerra fredda, quella reaganiana. Il ruolo della Difesa è stato talmente importante da indurre alcuni economisti a coniare l’espressione keynesismo militare[11] per definire l’effettiva politica di un’Amministrazione che alla prova dei fatti pratica una sorta di elogio dell’ossimoro (esaltazione liberista e forte spesa pubblica, sia pure concentrata in un singolo settore).

L’avvento delle nuove tecnologie è maturato proprio nei decenni in cui l’opinione pubblica mondiale iniziava a misurarsi con un termine altrettanto nuovo, che indicava un radicale mutamento di scenario: globalizzazione.

Che il mondo fosse avviluppato in una fittissima rete di interdipendenze era già noto, rappresentando una realtà definitasi parallelamente ai processi di industrializzazione e alle connesse rivoluzioni nel campo dei trasporti e delle comunicazioni (basti pensare al nesso causale che legò l’affondamento della corazzata Maine nel porto dell’Avana con i moti di Milano, e siamo nel lontano 1898), ma fino agli anni Ottanta del secolo scorso si parlava sostanzialmente di internazionalizzazione, la novità ora risiede nel tramonto economico della nazione. La capacità dei vecchi Stati di intervenire sull’economia, e quindi sulla vita concreta degli individui, inizia ad apparire limitata, in modo forse addirittura superiore alla realtà storica, e questo ridefinisce il concetto stesso di politica, che, ricordiamolo, nella sua accezione moderna stava allo stato nazionale come in quella greca stava alla polis.

In Europa questo sentiero è battuto con una velocità ancora maggiore, se si pensa, solo per fare un esempio, a come una delle maggiori differenze fra gli accordi di Bretton Woods, che avevano normato l’economia mondiale dalla conclusione dell’ultima guerra fino al 1971, e quelli istitutivi dello SME sia insita nella liberalizzazione anche dei mercati finanziari, con la conseguente interdizione di uno degli ormai tradizionali strumenti di politica economica adottato dai singoli stati, e cioè la manovra sui tassi di interesse; mentre le ancora più evidenti conseguenze politiche del sistema monetario prima e della moneta unica poi, sono oggetto di un vasto dibattito pubblico.

Giova ricordare, anche in questo contesto, l’anomalia del caso italiano.

Le svolte del 1979 e del 1992 si presentarono su un piatto d’argento come possibili soluzioni alla grave crisi di legittimazione che stava colpendo il nostro sistema di partiti, facendo venire al pettine i nodi formatisi con la sua stessa nascita alla metà degli anni Quaranta. L’opportunità che ora si offriva alla classe dirigente, quella cioè di ricorrere al vincolo esterno per giustificare provvedimenti che altrimenti, stante la crescente delegittimazione dei partiti, avrebbe faticato a far passare, era praticamente imperdibile[12]. A questo si aggiunge un altro poderoso agente di cambiamento: nel periodo in questione termina infatti anche la guerra fredda, che aveva avuto un ruolo addirittura fondante rispetto alla stessa identità dei principali partiti dell’età repubblicana (e stavolta, contrariamente alle precedenti ondate di crisi legate all’esplodere della questione morale, i flutti travolgono anche il Pci).

La scorciatoia del vincolo esterno piace dunque a tutti, tanto che nel 1991 l’abbandono delle posizioni critiche espresse dal Pci nel ’79 ha caratteri di repentinità inusitati  persino per una cultura politica che, grazie alla sua matrice non liberale, ci aveva abituati al cosiddetto svoltismo. Il problema è che proprio quello che agli occhi della leadership politica ed economica appare come la possibile salvezza, nel logorato contesto italiano, può tramutarsi in un ulteriore problema quando il ragionamento si sposta dall’interesse di ciascuno a quello di tutti. Il rischio è quello di mostrare una politica sempre più incapace di rispondere ai grandi problemi (disoccupazione, relazioni estere ecc.) e a quel punto sempre più concentrata su se stessa[13]. Se la politica resta plasmata sull’ambito nazionale, mentre le decisioni, almeno quelle che contano, sono sempre di più esclusiva di quello internazionale, la delegittimazione della prima è solo questione di tempo. Di poco tempo.

Con l’avvento della globalizzazione non cambia però solo la politica, ma anche la guerra.

Da sempre la guerra era stata vista come scontro armato fra due o più soggetti singolarmente dotati di autorità politica, interessi omogenei e territorio. Unica eccezione è costituita dalle guerre civili, ma anche in questo caso si tratta, a ben vedere, di un’eccezione parziale, visto che le parti in causa hanno spesso un loro radicamento territoriale economico o, nell’epoca degli scontri ideologici, subculturale. L’incalzare della globalizzazione riformula completamente il problema. Se ormai il concetto di Potenza appare sempre più svincolato da quello di Stato, anche quello di nemico è destinato a svincolarsene. La tragedia delle Torri Gemelle rende visibile a tutti un fenomeno già maturo, e infatti già trattato da diversi studi antecedenti l’11 settembre, fra i quali spicca quello redatto da due senior colonels dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese. Significativamente nel 1999 Qiao Liang e Wang Xiangsui si posero questa domanda:

 

Per diverse migliaia di anni i tre elementi “hardware” indispensabili per qualsiasi guerra sono stati i soldati, le armi e un campo di battaglia. A congiungerli vi era l’elemento “software” della guerra: la sua intenzionalità. Sino ad ora, nessuno ha messo in discussione che questi siano gli elementi essenziali della guerra. Il problema sorgerà quando scopriremo che tutti questi elementi, in apparenza saldissimi, sono cambiati talmente tanto che è impossibile controllarli perfettamente. Giunto quel giorno il volto del dio della guerra sarà ancora altrettanto chiaramente distinguibile?[14]

 

Leggendola ora la prima cosa che pensiamo è che la coniugazione al futuro dei verbi non sia più necessaria.

Cambiano i protagonisti delle guerra e cambiano anche i mezzi. Il concetto di “arma” si è enormemente dilatato, visto che si affrontano tipologie di scontro che vanno dalla guerra informatica, a quella ecologica o a quella finanziaria, solo per fare degli esempi, che affiancano la guerra “tradizionale” presentando ormai lo stesso potenziale distruttivo e la stessa capacità di soddisfarne il fine ultimo. Per dirla ancora con le parole dei due ufficiali cinesi:

 

La differenza tra i concetti di “operazioni di guerra non militari” e “operazioni militari diverse dalla guerra” è molto più profonda di quanto lascerebbe intendere una lettura superficiale e non si è limitata ad un semplice cambiamento dell’ordine di alcuni termini come in un gioco di parole. Il secondo concetto, quello di “operazioni militari diverse dalla guerra”, può essere interpretato semplicemente come una definizione esplicita di missioni e operazioni condotte dalle forze armate in assenza di uno stato di guerra. Il primo concetto, invece, vale a dire “operazioni di guerra non militari”, amplia la nostra percezione di ciò che esattamente costituisce uno stato di guerra a tutti i campi dell’attività umana, ben oltre, dunque, i contenuti racchiusi nell’espressione “operazioni militari”.[15]

 

Tutte queste trasformazioni implicano che la figura del combattente coincida solo in parte, e in misura via via minore, con la figura del soldato. Il fenomeno non va inteso nella sua accezione rivoluzionaria, comune tanto alla Rivoluzione francese, quanto, nel Novecento, a quella maoista, nel senso che non implica che tutti siano soldati. Il compito di fare la guerra resta affidato a un gruppo relativamente ristretto, solo che una buona parte di esso è composto da white collars. Un altra clamorosa innovazione è data dal fatto che il nemico non abbia più una sua chiara collocazione geografica, e sia quindi potenzialmente ovunque.

 

Ricapitolando abbiamo: una politica in cerca di ridefinizione, perché i suoi ambiti di legittimità e azione sono ridotti quando non scomparsi; una nuova idea del conflitto, sempre più lontana dalle vecchie guerre simmetriche (nella quale le “armi” sono numerosissime, e non sempre il nemico si presenta come un’entità ben definita e dotata di un territorio proprio).

 

La moltiplicazione di conflitti configurabili ormai come vere e proprie guerre, trasforma atteggiamenti, linguaggi e culture, ma nello stesso tempo offre ad una politica non più in grado di definirsi in relazione alla sua tradizionale funzione, l’opportunità di riplasmarsi sulla mera identità di appartenenza come mai prima, andando in un certo senso al di là della stessa importazione della coppia amico/nemico tipica del totalitarismo. L’intreccio fra politica e nuove tecnologie funge, in tal senso da amplificatore. I nuovi social network sono sempre più determinanti nella comunicazione politica, ma anche nella vera e propria costruzione identitaria[16], ed hanno due caratteristiche fondamentali: in primo luogo favoriscono la creazione di culture e gruppi assolutamente transnazionali; in secondo luogo sono efficacissimi strumenti di mobilitazione, non certo di dibattito e costruzione della proposta. Basti pensare al numero massimo di caratteri previsto da Twitter, o a quello tacitamente imposto dalla “leggibilità reale” dei post su Facebook: la politica diviene, anche in relazione ad essi, sempre di più l’arte della mobilitazione di un gruppo contro un altro. Certo, i social possono interagire con alcuni elementi tradizionali della politica novecentesca (soprattutto con il controllo della piazze, grazie alle loro enormi capacità di coordinamento), ma evidentemente è impensabile che attraverso questi passi qualcosa anche di remotamente paragonabile al dibattito sulle riforme, vissuto dall’Italia dei primi anni Sessanta, o alla maturazione di un nuovo modello istituzionale, tanto per fare solo un paio di esempi. Da questo punto di vista sembra avverarsi, sia pure attraverso una via assai diversa da quella da lui immaginata, la previsione di Ludendorff: la politica serve la guerra, più che esserne il presupposto. Il vecchio generale di tradizione prussiana avrebbe, in tal caso, sbagliato solo nel concluderne che la regìa sarebbe dovuta toccare a un uomo in uniforme, perché i veri generali dell’epoca della globalizzazione indossano completi firmati e non austere divise con aquile e stellette.

 

 

 

[1]             «La frase: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” si dovrebbe leggere “La guerra è la politica estera con altri mezzi”, e deve essere completata dalla frase, che è ancora da dimostrare: “Inoltre,  la politica generale deve servire la guerra.”» Erich Ludendorff, Kriegführung und Politik, ‪Berlino, E. S. Mittler & sohn, 1922, p. 23

[2]          Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, p. 74.

[3]             O meglio, ben oltre la datazione convenzionale del suo epilogo. Arno Mayer, per esempio, nota come molti istituti dell’ancien règime siano sopravvissuti alle guerre napoleoniche arrivando fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, che costituirà così il vero termine a quo di una storia ultra millenaria. Cfr. Arno Mayer, Il potere dell’ancien régime fino alla prima guerra mondiale, Roma, Laterza 1983.

[4]             Il riferimento è evidentemente alla vulgata marxista, che proprio allora diventa egemone nel movimento socialista internazionale.

[5]             Quando non addirittura di un’intera Nazione, non a caso il primo genocidio della nostra era fu quello perpetrato dai Turchi ai danni del popolo armeno proprio durante la Grande guerra. Comunque il concetto stesso di lotta per la vita o la morte dello Stato è, per dirla con le parole di Hagen Schulze, alieno «ai fondamenti politici razionali dell’epoca assolutistica [ai quali] si rifaceva il concetto secondo il quale ogni stato aveva  diritto a esistere», Hagen Schulze, Aquile e Leoni. Stato e nazione in Europa, Roma-Bari, Laterza 1995, p. 321.

[6]             Anche se siamo abituati ad associare questo tragico lemma al secondo conflitto mondiale, è nel ’14-’18 che matura, proprio in forza del carattere industriale e totale della guerra. Limiti tecnologici rendono i primi bombardamenti aerei sulle città assai meno letali di quelli del ventennio successivo, ma la campagna degli U-Boot del 1917 è invece una dichiarazione assolutamente inequivocabile di quel che si intende per guerra totale.

[7]             Lo stesso Carl Schmitt, evidentemente richiamato dalla scelta di questi termini, postula un ribaltamento del rapporto fra politica e guerra, e non a caso lo stesso Carl Schmitt adotterà l’espressione “Stato totale”, anche se diversi anni dopo Ludendorff e in un’accezione differente fondata sull’assunto che in esso ormai la politica includa tutto, come si deduce esemplarmente da questi passaggi:
«Come concetto polemicamente contrapposto [alle] neutralizzazioni e spoliticizzazioni di settori importanti della realtà compare lo Stato totale proprio dall’identità tra Stato e società, mai disinteressato di fronte a nessun settore della realtà, e potenzialmente comprensivo di tutti. Di conseguenza, in esso tutto è politico, almeno virtualmente, e il riferimento allo Stato non basta più a fondare un carattere distintivo e specifico del “politico”», Carl Schmitt, Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica, Bologna, il Mulino 1972, p. 106
«Ogni contrasto religioso, economico, morale, etnico o di altro  tipo si trasforma in contrasto politico, se è abbastanza forte da raggruppare effettivamente gli uomini in amici e nemici». Ivi, p. 120

[8]             Cfr, per esempio, Paolo Farneti, Il Sistema dei partiti in Italia, Bologna, il Mulino 1993

[9]             L’acronico sta per Mutual Assured Destruction, componendo emblematicamente la parola che in lingua inglese traduce il termine pazzo.

[10]           Heikki Mikkeli, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, Bologna, il Mulino 2002, p. 103

[11]           Cfr. Marianna Mazzucato, Lo Stato innovatore, Bari, Laterza 2014.

[12]           In particolare, sulla politica economica di Beniamino Andreatta, cfr. Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Torino, Bollati-Boringhieri 2008.

[13]           Sul rapporto fra efficacia, effettività e legittimità istituzionale cfr. Juan Linz (a cura di), La caduta dei regimi democratici, Bologna, il Mulino 1981.

[14]          Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti.., p. 67.

[15]  Ivi, p. 80. Il corsivo è mio.

[16]           Vedi l’esempio del M5S in Italia

Fabrizio Fiume

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche - Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"

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