1 Lug 2014

La migrazione delle donne albanesi in Puglia


di

Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi




Print Friendly, PDF & Email

Il tema della “femminilizzazione” dei flussi migratori è uno degli aspetti maggiormente caratterizzanti il dibattito accademico sul tema degli spostamenti umani nella age of migration (Castles and Miller, 1998)[1] di questi ultimi anni. Questo accresciuto interesse da parte degli studiosi e degli addetti ai lavori è supportato dai numeri sulla composizione dei flussi verso il nostro Paese, rispetto al genere, da cui si evince che più del 52% della popolazione straniera residente in Italia è donna. Analizzando i dati rispetto alla presenza femminile per ciascun gruppo etnico, emerge che le migranti sono il 79% degli ucraini, il 73,3% dei polacchi, il 66,1% dei moldavi, il 57% dei cittadini romeni. In taluni casi, poi, esse risultano essere predominanti rispetto agli uomini raggiungendo il 90% tra i provenienti dalla Thailandia, l’85,2% dall’Estonia, l’83,4% dalla Repubblica Ceca, l’81,7% dalla Federazione Russa (dati ISTAT 2013). Tali evidenze numeriche spingono gli studiosi ad occuparsi sempre più del tema della presenza femminile nelle migrazioni e a sviluppare ipotesi che spieghino il fenomeno. In tal senso, gran parte delle letture sino ad oggi sviluppate, si concentrano sull’esplorazione dei meccanismi e delle dinamiche che vedono sempre più significativa tale presenza nel proseguire delle ondate migratorie. Molto rilievo è dato all’esplorazione delle scelte dei percorsi prediletti dalle donne, così come all’analisi dei vari tipi di migrazione al femminile, alle implicazioni sociali, economiche e psicologiche del migrare essendo donna e, al contempo, si cerca di approfondire le relazioni (anche di classe), che si instaurano tra donne italiane e donne immigrate, e quelle che esse mantengono con il proprio Paese d’origine[2]. In tale scenario, aspetto particolarmente indagato è quello delle discriminazioni di cui sono vittime le donne migranti più che gli uomini e in molte di queste analisi emerge che esse sono oggetto di un doppio svantaggio: sia in quanto straniere sia in quanto donne, per lo più relegate a svolgere lavori considerati tipicamente femminili ed in settori professionali, come quello domestico, che le porta a vivere in forte isolamento, confinate all’interno delle abitazioni dei loro datori di lavoro e scarsamente informate sui loro diritti[3].  Successivamente è stato aggiunto un terzo “svantaggio” per le donne immigrate e si è cominciato a ragionare in termini di “triade razza/classe/genere” da cui prende forma la categoria sociologico-analitica dell’intersezionalità (P.H.Collins 1991). E’ questo un concetto che offre una lente attraverso cui osservare la razza, la classe, il genere nella costituzione di processi mutuali  – vale a dire che queste categorie non esistono indipendentemente le une dalle altre, ma si rinforzano mutualmente – e di relazioni sociali, che si concretizzano in modi complessi nella vita quotidiana. Di conseguenza, l’intersezionalità  risulta particolarmente utile a descrivere la natura complessa del fenomeno di cui le migranti sono vittima e a dar conto delle diverse forme di discriminazione di cui esse sono oggetto: discriminazioni multiple – una persona viene discriminata su vari piani come il genere, la razza, la disabilità la preferenza sessuale etc.; discriminazioni composite – la discriminazione avviene su due o più piani nello stesso tempo, in modo tale che la discriminazione subita su un piano moltiplica e intensifica quella subita sull’altro; discriminazioni interiezionali – descrive una situazione in cui i singoli assi o piani della discriminazione operano simultaneamente e interagiscono, producendo una forma specifica e peculiare di discriminazione.

Detta crescente attrazione da parte della letteratura al tema in oggetto, seppur significativa nel gettar luce su un volto dell’immigrazione per molto tempo non considerato, vista la tendenza nelle interpretazioni tradizionali e nell’immaginario collettivo a leggere il migrante come uomo, giovane e breadwinner per il proprio nucleo familiare e la comunità di riferimento, presenta anch’essa delle criticità. In particolare, essa appare lacunosa rispetto all’analisi di esperienze di specifiche comunità etniche com’è per le migranti di origine albanese. Questa “disattenzione” diviene incomprensibile guardando ai dati quantitativi trattandosi della prima comunità per numero di presenze in Italia tra i cittadini non comunitari, pari a 502.546 unità e di questi 240.000 (il 48%) sono donne (Fonte: elaborazione Italia Lavoro su dati Istat e Ministero dell’Interno, al 1° gennaio 2014).

La prima ed immediata spiegazione di questa evidente incongruenza tra i numeri e le analisi ad oggi condotte su questo gruppo etnico, potrebbe essere riportata alle informazioni relative ai “motivi della presenza” albanese dedotti dalle richieste di permesso di soggiorno: mentre per gli uomini prevarrebbe il lavoro, per le donne è il ricongiungimento familiare. Analizzando poi i numeri relativi all’inserimento lavorativo, emerge per le donne albanesi un tasso di inattività che sopravanza quello maschile del 33,5%. Dalla comparazione col tasso di attività di donne migranti con diversa cittadinanza, si evince che la quota di occupate sulla popolazione femminile di età compresa tra i 15 ed i 64 anni di cittadinanza albanese è nettamente inferiore a quella rilevata tra le donne appartenenti a tutti i gruppi di confronto e soprattutto rispetto a quelle provenienti dal resto dell’Europa centro orientale, che segnano un tasso di occupazione superiore di oltre 23 punti percentuali. Allo stesso tempo, spicca la quota di inattive che rappresentano più della metà delle donne albanesi in età compresa tra i 15 ed i 64 anni – a fronte del 34% delle donne provenienti dal resto dell’Europa centro orientale, del 41% delle donne europee e del 44% della popolazione femminile non comunitaria (Annuario delle Statistiche dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno, 2014).

Volendoci attenere esclusivamente alla lettura dei numeri la risposta alla suddetta disattenzione da parte della letteratura potrebbe essere la seguente: le migranti albanesi sono studiate ancor meno degli uomini visto che non sono particolarmente attive nel mercato del lavoro e che svolgono principalmente il ruolo di donna-moglie e madre, ovvero di migrante al seguito di un congiunto maschio. Data questa come condizione di partenza, è evidente che facilmente alle immigrate albanesi si potrebbe dare un’interpretazione di svantaggio: la vita domestica a cui sono destinate le chiuderebbe all’interno di una scatola, per così dire, che non le porterebbe a stabilire una comunicazione con il territorio ed il contesto sociale in cui vivono nel paese di approdo.

L’uso del condizionale, però, è d’obbligo in questo caso particolare in quanto l’esplorazione della realtà potrebbe svelare aspetti non immediatamente visibili dalla lettura dei numeri e gettar luce, invece, su coni d’ombra altrettanto interessanti per lo sviluppo di nuove e diverse conoscenze sul tema in esame. In quest’ottica, nell’ambito della ricerca di dottorato, ho posto l’attenzione sull’esperienza migratoria delle albanesi che vivono in Puglia, terra di approdo del grande esodo del ’91 e che, diversamente rispetto a quanto sinora raccontato dai numeri, svolgono un ruolo attivo nel mercato del lavoro. Per il raggiungimento di questo obiettivo, ho scelto di utilizzare una metodologia di tipo qualitativo com’è il racconto autobiografico rifacendomi a quanto sperimentato da Thomas e Znaniecki nello studio sull’immigrazione polacca negli Stati Uniti d’America tra il 1918 ed il 1920. In particolare, ho fatto riferimento alla teoria da loro sviluppata secondo la quale per capire i processi di inserimento degli immigrati, non è sufficiente limitarsi a considerare la situazione oggettiva in cui gli individui vengono a trovarsi e presupporre quindi un’uniformità di relazione tra gli stessi fattori[4]. Mentre diventa necessario considerare il ruolo di mediazione svolto dal sistema di atteggiamenti e prodotto dalla socializzazione ad una specifica cultura, che ogni immigrato e, più in generale, ogni individuo porta con sé. La realtà sociale, come essi sostengono, è oggettiva ma in certa misura modificabile dal soggetto che l’interpreta e la definisce secondo i propri schemi.  Sulla base di tale esperienza, il materiale di ricerca da me raccolto tra il 2006 ed il 2007 è costituito principalmente da storie direttamente raccontate da donne albanesi che vivono e lavorano in Puglia. La scelta del metodo autobiografico come tecnica di rilevazione empirica ha anche reso possibile la convergenza tra l’individuale ed il sociale portando a far emergere un aspetto comune tra le diverse storie raccolte: è il desiderio di vivere nuove esperienze che consente una rottura concreta con la tradizione ed un allontanamento dell’individuo dagli obblighi e convenzioni sociali di riferimento. E ciò avviene diversamente dal desiderio di sicurezza e di apprezzamento che hanno in sé l’accettazione delle norme sociali e familiari nell’aspirazione ad un riconoscimento (Bourdieu, 1979) da parte di uno o più membri del gruppo di riferimento. In altre parole, l’esperienza migratoria è raccontata come l’opportunità di essere attrici-protagoniste del proprio percorso di vita: esse fanno scelte indipendenti, prendono iniziative per le proprie famiglie, sono autonome nella scelta di partire e di restare, così come di andare e tornare, di studiare e/o lavorare, rompendo gli schemi che la cultura patriarcale di riferimento imporrebbe loro altrimenti. Seguendo tale via, esse realizzano anche altri obiettivi: svolgono la funzione di principale fonte di sostentamento per la famiglia e, con loro risparmi e rimesse di denaro, mantengono intere famiglie nel paese di origine; al contempo, si fannoveicolo di integrazione per la comunità di riferimento, assimilando con più facilità le abitudini del Paese ospite e trasmettendole alle generazioni future. Alla base di tali comportamenti e scelte, tutte le donne incontrate hanno evidenziato lo sviluppo e/o il potenziamento di una capacità individuale, senza la quale la stessa esperienza migratoria non si sarebbe realizzata, ovvero l’autodeterminazione. È questa una capacità che, secondo le nostre protagoniste, si fonda su una libertà individuale e su una capacità decisionale che non conoscevano o di cui non erano consapevoli prima di determinare la scelta di partire. Questa stessa capacità, poi, costituisce una spinta a compiere un ulteriore “passo in avanti”, come riportano alcune delle donne incontrate che, dopo anni di lavoro e di sacrifici come lavoratrici dipendenti, nelle case degli italiani o nei ristoranti, nei laboratori di confezioni di abbigliamento, hanno scelto di divenire imprenditrici, professioniste autonome e, a loro dire, di emanciparsi non più soltanto come “donna” ma anche come “lavoratrice” nell’immigrazione. A tal riguardo, occorre dire che si tratta di una scelta lavorativa, oltre che di vita, molto comune tra le donne albanesi e non soltanto tra quelle da me incontrate. I dati raccolti dall’Osservatorio Unioncamere nel 2013 riportano infatti che ben il 48% degli imprenditori/liberi professionisti immigrati albanesi sono donne. Alla luce di tale realtà, nel mio studio ho approfondito questo aspetto ed è emerso un elemento di tipizzazione per molte delle imprenditrici albanesi conosciute che è quello delle “imprenditrici circolanti” o “transnazionali”. Agevolate dalla prossimità geografica tra il Paese d’approdo e quello di partenza, molte delle imprenditrici albanesi partono dal paese d’origine con l’idea precisa di realizzare scambi commerciali di piccola portata tra Italia e Albania, attraverso la vendita di prodotti locali in Italia, particolarmente richiesti dalla popolazione immigrata. Seguendo tale via, oltre all’autorealizzazione personale, questi scambi producono una serie di risultati virtuosi non previsti per la comunità di partenza poiché incentivano l’impiego di donne che, vivendo in Albania, hanno la possibilità di conciliare l’attività lavorativa con la famiglia, avendo la possibilità di scegliere quando spostarsi; acquisiscono maggiore legittimazione nella migrazione avendo un motivo significativoper lavorare e per viaggiare. Al contempo, la compravendita dei manufatti permette anche lo scambio di elementi culturali da paese a paese, dando vita a connessioni tra due differenti mondi e contribuendo a trasformare le famiglie e le società nei diversi contesti in cui si trovano ad operare.

Dall’esplorazione delle esperienze vissute e dalle pratiche realizzate dalle migranti albanesi emerge dunque un volto nuovo e differente rispetto a quanto messo in luce dalla letteratura sul tema, che consente di intravvedere sfumature di una realtà molto più articolata e complessa di quanto possa apparire da letture ferme ai numeri e alla superficie. Il migrare rappresenta infatti per queste donne la sublimazione dell’affermazione della propria identità e del proprio protagonismo, ovvero la via all’emancipazione.

Tutto ciò porta a dire che l’immigrazione femminile tutta e quella albanese in maniera specifica, si rivela caratterizzata da una complessità, versatilità e molteplicità di situazioni e strategie individuali, sociali e culturali che richiederebbero una maggiore sensibilizzazione, oltre che un maggior sostegno nei confronti delle sue protagoniste ed offre nuovi ed interessanti spunti di riflessioni tutti da scoprire e da sviluppare.

 

 

NOTE

[1]Castles S., Miller M., 1998, The age of migration: International population movements in the modern world, Palgrave-Macmillan, Basingstoke.

[2]Andall J., 2003, Gender and Ethnicity in Contemporary Europe, BERG, Oxford-New York, Anthias F., Yuval Davis N., 1983, Contextualizing feminism: ethnic gender class division, in “FeministReview”, n.15, pp. 62-75; Corigliano E., Greco L., (a cura di, 2006), Tra donne:vecchi legami e nuovi spazi, FrancoAngeli – Milano; Decimo F., 2005, Quando emigrano le donne, Il Mulino – BO; Favaro G., Tognetti Bordogna M., 1991, Donne dal Mondo. Strategie migratorie al femminile, Guerini A. – Milano; Phizacklea A., 1983, One way Ticket. Migration and Female Labour, London, Routledge; Phizacklea A., 2003, Gendered actors in migration, in J. Andall, Gender and Ethnicity in Contemporary Europe, BERG, Oxford-New York.

[3] Ambrosini M., Erminino D., Lagomarsino F., 2006, L’immigrazione al femminile:tra discriminazione e   protagonismo, in Donne immigrate e mercato del lavoro in provincia di Genova, Frilli Editore, Genova; Campani G., 2002, Genere, etnia e classe, Edizioni ETS, Pisa; Ehrenreich B. e Hochschild A.R., 2004, Donne Globali, Feltrinelli,  Milano.

[4]Thomas W., Znaniecki F., (1968), Il contadino polacco in Europa e in America, Edizioni di Comunità, Milano.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 Ambrosini M., Erminino D., Lagomarsino F., 2006, L’immigrazione al femminile: tra discriminazione e   protagonismo, in Donne immigrate e mercato del lavoro in provincia di Genova, Frilli Editore – Genova

Andall J., 2003, Gender and Ethnicity in Contemporary Europe, BERG, Oxford-New York

Annuario delle Statistiche dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno – 2014

Anthias F., Yuval Davis N., 1983, Contextualizing feminism: ethnic gender class division, in “Feminist Review”, n.15, pp. 62-75

Bourdieu, P. (1979), Les trois états du capital culturel, “Actes de la Recherche en Sciences Sociales”, 30, pp. 3-6

Campani G., 2002, Genere, etnia e classe, Edizioni ETS – Pisa

Ehrenreich B. e Hochschild A.R., 2004, Donne Globali, Feltrinelli –    MI

Castles S., Miller M., 1998, The age of migration: International population movements in the modern world, Palgrave-Macmillan, Basingstoke

Collins P. H., 1991, Black Feminist Thought: Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment, New York, Routledge

Corigliano E., Greco L., 2006, Tra donne:vecchi legami e nuovi spazi, FrancoAngeli – Milano

Decimo F., 2005, Quando emigrano le donne, Il Mulino – BO

Favaro G., Tognetti Bordogna M., 1991, Donne dal Mondo. Strategie migratorie al femminile, Guerini A. – Milano

ISTAT, Rapporto Annuale – 2013

Phizacklea A., 1983, One way Ticket. Migration and Female Labour, Routledge-London

Phizacklea A., 2003, Gendered actors in migration, in Andall J., Gender and Ethnicity in Contemporary Europe, BERG, Oxford-New York

Thomas W. , Znaniecki F., 1968,   Il contadino polacco in Europa e in America, Edizioni di Comunità, Milano.

Category: Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi | RSS 2.0 Responses are currently closed, but you can trackback from your own site.

No Comments

Comments are closed.