31 Gen 2015

La cyber-pelle del porno


di

Iconocrazia 07/2015 - "Potenza dell'immaginario", Saggi




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Nonostante gli universi della pornocultura siano diventati accessibili a un grande numero di utenti, che non hanno oltretutto problemi a confessare di frequentarli, il porno non gode di tale familiarità quando si tratta di riflettere sulle sue funzioni sociali o sulle sue tipologie di utilizzo. Sembra paradossalmente più facile ammettere il piacere personale che ciascuno di noi trae dalla visione di scene porno che interrogarsi invece sul tipo di rapporto che intratteniamo socialmente con tali immagini di sesso, con l’impudicizia che il sesso evoca.

Appena lo si considera fuori dalla sfera dell’intimità, il sesso diviene necessariamente mostruoso, deforme, osceno nelle sue derive centrifughe. La nostra società, per via delle linee di condotta morale condivise, giudica il porno osceno per ciò che ci permette di vedere pubblicamente, avendolo relegato socialmente alla sfera privata; il porno è considerato non conforme perché sottraendosi alla sola finalità della riproduzione, la contamina con il desiderio e il piacere; è sinonimo di mostruosità nel momento in cui non è più ciò che si vorrebbe che sia per convenzione: uscendo dai sentieri battuti si distingue dal luogo comune, e diventa ciò che è, riprendendo qui un’aporia di Nietzsche, utilizzata anche dal mondo militare come motto per attrarre nuove reclute, sublimandolo: “Diventa ciò che sei”[1]. Una tale analogia militare non è casuale. Come accade con tutto ciò che alimenta la polemica, il sesso produce un dibattito perché esso è, soprattutto e ancora, un combattimento da fare, con gli altri e con se stessi, con la vita e con il sentimento di finitudine che la vita medesima ispira.

Non è semplice riuscire a giudicare, rifuggendo intenzioni inquisitorie, un’epoca, un ambiente sociale, nel quale il processo di liberazione dei costumi del secolo scorso, avvenuto nelle parole e nelle pratiche, ha innervato largamente la nostra percezione della sessualità finanche nelle sue ramificazioni più oscene. Nel suo L’erotismo, Georges Bataille ha mostrato bene che ogni processo di liberazione o di schiudimento, inducendo un mutamento valoriale da cui non è esente il disvelamento  sociale della sessualità, ha sempre un doppio effetto sul nostro ambiente sociale e naturale: “Ogni liberazione riguarda in egual misura il Bene ed il Male. Libera i costumi e gli spiriti, ma libera anche i crimini e le catastrofi. La liberazione del diritto e del piacere consente ineluttabilmente quella del crimine (ciò Sade l’aveva ben compreso e non glielo si è perdonato mai)”[2]. Ho indicato altrove che l’erotismo, cosi come l’amore, di fronte alle intrusioni di una moralità che ha ancora e forse avrà per sempre la supremazia su ogni cosa, consacra finalmente, con Georges Bataille, una sovranità che non si pone dei limiti nel suo intento di fare sbocciare una comunicazione vera, senza compromessi, tra  esseri il cui tormento delle carni eccitate annichilisce temporaneamente ogni buona condotta[3]. Questo modo di vivere l’erotismo, nelle diverse declinazioni che gli attribuiva l’eterologo (Bataille) verso la metà del XX° secolo, rivive e si incarna interamente nell’alterità elettronica che oggi è la parte di noi che crea e disfa le nostre relazioni su Internet.

Puntando il dito su una società che parla liberamente di sesso, rivendicando oramai lo scambio di opinioni sulla sessualità, si rischia di scovare e di identificare dei comportamenti, delle pratiche e degli immaginari sociali che lavorano incessantemente alla riesumazione di un erotismo proteiforme, alla deriva, che non ha smesso di mostrare un voyeurismo a focale molteplice. Tale cornice di un’intimità che sembra non avere conseguenze quando ci sono consenso e rispetto, rinvia a uno spirito del tempo che incardina la nostra alterità sessuale in racconti e immagini liminari che ci connettono gli uni agli altri. La cybercultura anticipa e alimenta l’estensione dei nostri desideri sessuali. Nel suo Gioia Tragica, Vincenzo Susca fa notare giustamente che “se i media elettronici sono la pelle della cultura, sono proprio questi che fremono, come fossero sostanze proliferanti, ammucchiamenti carnali, circolazioni di umori, contaminazioni tra corpi di cui Youporn è solamente un esempio parossistico,  cioè un’allegoria della confusione orgiastica tra carne e pixel, della danza estatica che anima la socialità contemporanea”[4].  Come altre piattaforme simili, ognuna con un registro di uso specifico, il sito di Youporn rende conto di una esperienza dell’erotismo che colma i vuoti di un godimento istantaneo, senza preliminari né artifici che intralcino l’urgenza di un piacere immediato.

 

Cosa dice il porno

Rievocavo in precedenza gli universi del porno contemporaneo, senza identificarli precisamente e senza distinguerli gli uni dagli altri. Per definizione, la pornografia rinvia alla visualizzazione del sesso, all’evocazione esplicita di una parte del corpo o di una situazione erotica che suscita il desiderio, e dunque alimenta una condivisione iconografica di situazioni, di ambienti, di pratiche nelle quali il coito sudante s’inscena tra preliminari e conclusioni solitamente rapide. Il pornografia è un’attività carnale poiché la carne medesima è la dimora delle scosse del piacere alle quali dà accesso, carne che però non è meno coinvolta su internet nel ruolo che assume di attivatore simbolico, causando il riemergere permanente della nostra alterità. È ben applicabile all’erotismo e all’oscenità di cui il porno si nutre necessariamente, l’avvertimento di Jean Baudrillard sul concetto di alterità: “Se l’individuo non si confronta più con l’altro, è sé stesso che affronta”[5]. Al di là dell’ironica allusione sessuale che potrebbe suscitare, questa asserzione indica bene la configurazione antropologica dei rapporti che intratteniamo con il porno, considerando il trasferirsi sullo schermo del sesso un mettersi  alla prova del corpo come puro desiderio espressivo.

Riguardo la percezione normativa o sovversiva del porno rispetto all’arte e alla letteratura, ma anche alla religione, all’economia e alla politica, l’iconografia sessuale è passata da diverse fasi di dilatazione e di ritrazione delle nostre fantasie, avide di nuove esperienze: talvolta rude e primitiva nelle sue evocazioni rupestri[6], spesso incisiva nelle sue iscrizioni greco-latine[7], sempre suggestiva nelle sue trascrizioni giudaico-cristiane, tecnica, artistica e filosofica nelle sue libagioni orientali. Più vicino a noi, la psicanalisi, gli studi etnologici e sociologici, le utopie sociali o i movimenti di opinione, uniti a tecniche di produzione e di diffusione sempre più elaborate, hanno contribuito molto all’espansione della iconografia porno, a colpi di liberazione e di contaminazione emancipatori: scardinare lo spirito per liberarlo, sprigionare la sessualità per offrirle nuove occasioni, mostrare e condividere ciò che è considerato aderente all’ordine del nascosto e dell’intimo, per scaricarci delle oppressioni passate o dei moniti presenti. In primis, esercitare la sessualità, quindi farvi allusione, poi rappresentarla, darle infine corpo in altri modi da quelli previsti dalle pratiche convenzionali che la reprimono: ecco l’azzardo che rilancia ciò che è stato confinato, fino alla sua sperimentazione, al solo lusso dell’intimità, negli interstizi di un piacere che abortiva da sé le proprie riprovevoli impudicizie.

La rivelazione del sesso, l’uscita dal limbo della sessualità, la trasfigurazione del corpo in carne operativa (operabile ed operante come desiderio e piacere): tutto ciò rinvia a delle pratiche socialmente condivise, assunte e addirittura rivendicate in maniera decisa, che non annullano però alcuni paradossi con i quali continuiamo a confrontarci nella falsa parvenza delle nostre certezze. L’intimità di una relazione duratura tra due esseri favorisce le effusioni, la scoperta, il coinvolgimento, o al contrario impedisce di divertirsi? Conoscere eccessivamente l’altro può portare a staccarsi e talvolta fa giungere al disamore. Al contrario, per quanto la situazione vi si presti poco, un incontro furtivo potrà sprigionare dei piaceri impensabili e ciascuno degli amanti li imprimerà nell’animo della propria memoria corporale con la speranza di poterli rivivere un giorno. Nel sesso, non si gioca mai di anticipo. Secondo lo stesso ordine d’idee, il fatto di parlare e di esibire gli attributi del sesso in una dissolutezza quasi indifferente e banale di segni espliciti, è sintomo di una reale spigliatezza nello scambio interpersonale della loro evocazione? Di fatto, per fare buona figura, o non rischiare di apparire inadeguati, o ancora meglio, per partecipare al gioco della seduzione condivisa, ci diamo l’aria di chi è disinvolto nell’affrontare l’argomento sesso, ma alziamo dei muri insormontabili appena si avvicina la possibilità di agire realmente, per paura probabilmente di scottarci le dita o di lasciarci una falange.

 

Il porno prostituente

Nonostante se ne parli e la si ostenti con immagini di vario tipo, seppur sempre più ordinaria e accettata, la sessualità e il discorso attorno ad asse provoca ancora, solo evocandola, delle situazioni imbarazzanti sul piano delle relazioni interpersonali. Siamo immersi in un movimento societale che usa immagini e parole sul  sesso come portabandiera della libertà di espressione e di cambiamento, ma che esercita tuttavia delle forti costrizioni morali quando tali argomentazioni riguardano l’universo delle relazioni intraindividuali. I rapporti, voluti o forzati, che instauriamo con il porno sono probabilmente un buon esempio della difficoltà che riscontriamo nel tentativo che facciamo di risolvere queste contraddizioni. Tale difficoltà, che a suo tempo l’utopia sociale di Fourier[8] aveva tentato di circoscrivere e minimizzare, si esplicita nello statuto sociale che accordiamo al porno contemporaneo.

La produzione del porno, gli oggetti utilizzati nel suo ambito, il suo merchandising e i suoi operatori, produttori(trici), realizzatori(trici), attori(trici), amatori(trici), consumatori(trici), società di servizio e di merchandising e così via l’hanno condotta ad essere assimilata sistematicamente, e indiscutibilmente, alla prostituzione. Tale legame, che era in gran parte servito per bollare negativamente entrambe le attività, considerate offensive per i costumi, era utilizzato anche per condannare le conseguenze provocate nei consumatori: frequentazioni pericolose e stravaganza sessuale per ciò che riguarda la prostituzione, esercizio della perversione, del piacere solitario e dell’onanismo nel caso della pornografia. Oltre all’immoralità e ai disordini vari che sono ad essi imputabili, la prostituzione e la pornografia presentano aspetti più preoccupanti a causa del denaro, dello sfruttamento umano e dello strutture su cui si reggono tali attività. Ma visto che niente è tanto semplice o manicheo nella vita, una tale evidenza non saprebbe occultare un punto di contatto esistente invece tra la  prostituzione e l’istituzione del matrimonio: l’esercizio del potere, il denaro, la conquista o il mantenimento di una posizione sociale che introducono dei rapporti di vassallaggio tra uomini e donne a discapito di queste ultime. Simone de Beauvoir notava, già alla metà del ventesimo secolo, alcuni cambiamenti in tale forma di asservimento matrimoniale, ritenendo la donna moderna meno soggetta allo svilimento della sua immagine – una donna, sempre più indipendente economicamente, che vede riconosciuta la sua funzione riproduttrice, accanto al ruolo di produttore, da sempre e fino ad allora conferito ai soli maschi.

Pertanto, per la prostituta e così per la donna sposata, “l’atto sessuale è un servizio; la donna sposata è al servizio per l’intera vita di un solo uomo; la prima ha parecchi clienti che la pagano per la singola prestazione. L’una è protetta da un maschio contro tutti gli altri, l’altra è difesa da tutti contro la  tirannide esclusiva di ognuno”[9]. Così come la similitudine fra matrimonio e prostituzione è accertata, argomentabile, ragionata nel cercare di giustificare la rispettabilità di queste donne che vendono il loro corpo,  allo stesso modo il confronto fra pornografia e prostituzione dovrebbe essere fatto con un simile discernimento, senza l’ombra di una facile denigrazione per ciò che riguarda queste due attività.

Sempre ne Il secondo sesso, Simone de Beauvoir stabilisce una distinzione tra la bassa prostituta e la nobile etera, illuminazione che può aiutarci a comprendere meglio il nodo del porno contemporaneo: “La differenza essenziale è che la prima vende la propria semplice generalità, cosicché la concorrenza la costringe ad un livello di vita miserabile, mentre la seconda si sforza di farsi riconoscere nella sua singolarità”[10]. L’etera è la cortigiana, la semi-mondana, la cantante, la ballerina, l’attrice, la cocotte, quella per cui “l’uomo avrà proclamato il suo prezzo agli occhi del mondo”[11] e che conduce alla rovina colui che ne desideri l’ammirazione. L’etera è la signora galante che al contrario delle donne facili[12], impone la scelta delle lenzuola, il giorno e l’ora della loro sgualcitura e soprattutto il reuccio che contribuirà a disfarle, posandovi regali di adorazione e parole musicali seduttive. Un tipo amabile di donna, profumata, capricciosa e scandalosa che imperversò fra il  XVIIIesimo e il XIXesimo secolo, fino alla Belle Époque, prima che il cinema la trasformasse in quelle star che consegnano “la Donna ai sogni degli uomini, a cui danno in cambio fortuna e gloria”[13]. Simone de Beauvoir è chiara nel chiamare in causa e interpellare la nostra coscienza sul commercio del corpo femminile, non nascondendo un velo di ammirazione per quante, tra di esse,  fanno di tale pratica la garanzia della propria libertà. Più particolare di quello di prostituta, il termine di etera designa per Simone de Beauvoir “tutte le donne che usano non solo il loro corpo, ma la loro intera persona come un capitale da sfruttare”[14]. Che sia starlette o velina, ragazza squillo o accompagnatrice, artista di se stessa o qualsiasi altra Madonna senza mutandine, Britney Spears la vergine, Paris Hilton l’ereditiera, Victoria Silvstedt ruota della fortuna o ancora Lady Gaga la paillette, l’etera, investendo i nostri schermi coperti dagli ori dello show-business rivendica il talento di piacere e, a discapito delle sue concorrenti che si perdono in tentennamenti, di essere la Musa che abita le fantasie e i desideri di uomini i quali la retribuiscono prima tramite un’ammirazione incondizionata e in seguito proporzionata al suo successo.

Se ci si conforma all’idea secondo cui il porno ha elementi in comune con la prostituzione, utilizzare utile avvalersi della riflessione sulla figura dell’etera appena accennata. Tale similitudine è ben delineabile poiché il porno contemporaneo ha i suoi campi privilegiati su Internet. Agli occhi di tutti è ormai risaputo, conformemente alla figura dell’etera di cui si è parlato, ciascuno dei siti effettua molti sforzi per distinguersi, captare i gusti eterocliti degli utenti, proporre sempre più un’offerta tematica audace, dalla più convenzionale a quella più particolare. Acquisti on line di video, scaricamenti gratuiti, gallerie di foto, chat erotiche, forum di scambisti, proposte di incontro, gadget, guardaroba, prodotti afrodisiaci e tutto ciò che il regno dell’x propone sono servizi che consentono agli utenti di comporre, in relazione all’umore del momento, un desiderio ed un piacere specifico, in un mosaico di proposte che valorizzano la scoperta delle proprie inclinazioni erotiche.

Ma ciò che permette soprattutto di assimilare il porno al simbolo dell’etera, allontanandola dalla prostituzione, è che le donne si fanno ritrarre in immagini, in posizioni e in situazioni giudicate oscene offrendosi al desiderio di ciascuno, limitando però le loro pratiche effettive ai soli partner con cui si esibiscono. Come ho indicato altrove a proposito del sacrificio[15], ciò che è qui in gioco riguarda i tre principi di alterazione basati sulla sostituzione, la delega e l’assimilazione che esprimono in parte l’utilizzo e la funzione sociale del porno. Se, come sostiene a buon diritto Simone di Beauvoir, “la prostituta è un capro espiatorio” perché “l’uomo sfoga su lei la propria turpitudine e poi la rinnega”[16], la pornografata è un’etera che si dedica alle turpitudini di tutti, un’intoccabile che interpreta il ruolo della rinnegata di fronte all’incredulità assunta  o mostrata di quelli che invece la desiderano all’istante.

 

Il porno come forma di libagione artistica

Prima che Internet si affermasse, alla fine del secolo scorso, l’accesso alla pornografia era rudimentale a causa dei supporti di diffusione che la rendevano poco accessibile come bene di consumo; il suo era un uso strettamente legato al riciclaggio, alla circolazione tra amatori, e si prestava a essere tramandata da una generazione all’altra. Lo scambio era ammesso, il prestito furtivo. La pornografia era limitata alle riviste specializzate e ai film di genere che erano distribuiti, diffusi, consultabili con discrezione, portati sotto il capotto, rintracciabili nei chioschi, nei video club, nelle case editrici e presso le edicole. Essere un artista e un amante dell’arte poteva servire come pretesto per la detenzione di schizzi, pitture o fotografie raffiguranti la voluttà dei corpi esibiti in pose lascive, liberati dalle costrizioni del vestiario e della moralità comportamentale. Per citare ancora Simone de Beauvoir a proposito di questi giochi vietati al confine talvolta fra prostituzione e arte, esiste una pornografia di buona lega, quella che si associa comunemente all’erotismo, che riempie gli occhi, alleggerisce i testicoli, senza per questo infrangere la buona morale di quelli che la erigono a genere artistico: “‘I nudi sono casti’, affermano questi vecchi signori, che sotto il nome di ‘nudi artistici’ collezionano foto oscene”[17]. Quei tempi sono passati.  Non che non ci siano più dei vecchi signori che placano i propri bollenti spiriti, apparentemente sconvenienti, ma perché ogni generazione si mescola, in proporzioni tra uomini e donne che tradiscono le aspettative e le idee preconcette, consumando e producendo delle situazioni porno, o giudicate tali, che contribuiscono a migliorare le loro vite quotidiane. Possiamo certamente provare a stabilire una distinzione di sicurezza tra il bello ed il brutto, l’estetica e l’osceno, la cultura e la natura, l’umano e l’animale, rinviando ciascuna di queste antinomie nei luoghi stereotipati delle nostre facoltà di giudizio, ma niente potrà impedire la loro contaminazione e circolazione oltre le nostre barriere morali che ce li fanno accettare l’uno per l’altro. Il corpo, estetizzato o non, costituisce sempre la suggestione di un erotismo che invita ad abbandonarsi ai fremiti di un’animalità in risveglio. Georges Bataille enunciava questa regola: “la bellezza della donna desiderabile si rivela nelle sue parti più intime: nelle sue parti pelose, animali”[18]. Anche per l’uomo vale una simile deduzione per ciò che riguarda l’assenza (culturale, per moda, occasionale) di peli nelle zone che li presentano per natura.

Ci sarebbe pertanto un’estetica del porno che rinvia non soltanto al suo apprezzamento come motivo e forma di arte, ma alla sua condivisione, la quale scatena, tramite ispirazioni e performance successive, altre situazioni e scene porno, fonti di altrettante opere. Se prima ho rievocato i rapporti che intravedeva Simone de Beauvoir tra prostituzione e matrimonio, è anche reale, concepibile ma difficilmente accettabile, mostrare il legame che unisce il porno alle sagge convenzioni della vita di coppia. L’inchiesta condotta dall’IFOP tra il 30 giugno ed il 2 luglio 2009, concernente i comportamenti e le pratiche dai francesi in relazione ai film pornografici, è a questo proposito interessante per più di un motivo[19]. Il sondaggio intitolato “Sesso, Media e Società”, condotto su 1016 individui maggiorenni,  scopre tra l’altro una preoccupante assenza di studi sociologici su questo tema. Esistono certamente dei dati riguardanti i francesi e la loro sessualità, ma in tali ricerche si mette poco in evidenza l’uso che si fa dei supporti porno nell’esplorazione delle pratiche sessuali. Evidentemente, una tale inchiesta potrebbe preoccupare, sapendo che è finanziata dal gruppo Marc Dorcel in occasione del 30simo anniversario della produzione video: non è solamente un’utile fotografia per capire il posizionamento che può dar maggior profitto per le aziende in un mercato plurale e fortemente concorrenziale come quello del porno contemporaneo, ma è anche un vettore pubblicitario non trascurabile per i prodotti che si definiscono  di “alta gamma ” ed innovativi, atti a rinnovare i generi in funzione delle attese dei diversi pubblici sondati[20].

Questo studio, a parte l’interesse focalizzato essenzialmente sui rapporti che intrattengono i francesi con i film pornografici, analizza l’accesso a essi e il loro essere utili a misurare le pratiche inerenti alla virtualità di un’alterità erotica, studiando il pubblico che oramai li integra nel rapportarsi alla propria intimità sessuale, solitaria o condivisa. È riscontrabile inoltre la consacrazione del Web come principale mezzo di accesso a questi film, davanti a Canal plus ed ai DVD acquistati o presi in prestito. Il sondaggio indica che il target del mercato porno resta il pubblico maschile. Più di otto donne su dieci riconoscono di averne visto almeno uno, intero o a spezzoni, mentre sono due su tre a vantare la visione di un film porno col loro partner, e una su cinque consentirebbe di filmare i propri rapporti ma acconsentendo la diffusione delle immagini alle sole persone coinvolte.

Un certo numero di luoghi comuni e di idee preconcette s’infrangono, per ciò che riguarda la pratica sociale della pornografia in generale, se si analizza il suo consumo privato o in coppia e la ripartizione in relazione ai due sessi: “la visione dei film porno non è più un’esperienza vergognosa e solitaria ma è un affare di coppia”, questa è una delle principali conclusioni sulla quale concordano gli ideatori dell’inchiesta. Le donne risultano implicate più di quanto si pensasse nella visione dei film porno, integrandola volentieri nell’intimità delle loro vite di coppia. Le donne sono però favorevoli a produzioni pornografiche più attente a un’estetica e a delle sceneggiature più elaborate di quelle attuali. Tutto ciò rinforza la scelta del commissionante di tale sondaggio di posizionarsi sugli interstizi di un pornochic di cui fra l’altro è il massimo rappresentante. Una maggiore attenzione all’estetica del porno sarebbe garante di una più larga accettazione sociale. Si potrà arguire certamente che nel dire questo s’immagina che a tale accettazione corrisponda il risveglio disalienante delle donne in relazione  a tali pratiche. Un altro ragionamento altrettanto fallace che si evince dalla ricerca potrebbe essere il parallelo tra l’apprezzamento di un porno grezzo da parte degli uomini e la loro bestialità, così come quello tra l’attrazione delle donne nei confronti del pornochic e la loro raffinatezza estetica. Questo studio mette in discussione alcuni consolidati luoghi comuni, sferza le pretese di Bourdieu[21] e di un certo strutturalismo costruttivista che ci costringono solitamente a degli automatismi dicotomici del pensiero.

Ciò che, invece, essa non affronta, o solamente tocca quando rievoca la smaterializzazione dei film porno, sono i legami che intrattengono i francesi con gli universi digitali del porno. Questi legami non si tessono più esclusivamente nei registri spaziali e temporali dell’intimità individuale, secondo tempi e circostanze che rendono un luogo propizio all’esplorazione di sé e spingono a mettersi a nudo immergendosi nelle emozioni create dai corpi mediali in offerta. La tranquillità del focolare, della camera o dei luoghi in cui si è a proprio agio non è più il luogo eletto del consumo porno, come pareva essere un tempo, non ne è più l’unica contestualizzazione conformata.  Si può dire con certezza (ricordando, con Jean Baudrillard,  che “è  giusto solo avvicinarsi alla verità senza pretenderla”[22]), che la visione di scene porno, estetiche e/o oscene tanto che si possa desiderarlo, avvenga solo in luoghi e momenti di intimità stabiliti come convenzionali del vivere-insieme? A casa? Soli? Quando si va a letto? Chi potrebbe affermare che il porno non è mai sollecitato in pieno giorno, e in maniera risaputa agli occhi di chi condivide con noi le nostre mansioni quotidiane e/o le nostre occupazioni, le nostre confidenze, fuori casa, agli orari e nel posto di lavoro, nel nostro tempo libero? Ieri i giornali servivano da rivestimento e dunque da nascondiglio alle riviste porno nell’acquisto, nel trasporto e nella consultazione. Oggi sono invece le tavolette elettroniche a essere custodi del desiderio di carne virtuale. Se l’informatica ha cambiato la forma, è utile comprendere il nomadismo elettronico che ha rivoluzionato la nostra idea dell’alterità, del contatto con l’altro, dell’idea di se stessi, tutto ciò di cui l’accesso al porno rende conto in modo parossistico.

 

Tattilità virtuale e pornosmaterializzazione

Tramite il pornonet, la pornocultura, il cybersex, il sesso in stato di turgore mediatico e comunicazionale, viviamo in modo frontale i margini centrali di un’esistenza sottile con un’alterità che non smette di lamentare una colpevole marginalizzazione. Si rimprovera talvolta alla cyberculture il loro abominio, la loro perdita di senso per eccesso. Si immagina l’esistenza dei loro utenti fatta da astinenza e tristezza. L’opera di Jean Baudrillard non mancò del resto di sottolineare, lungimirante, che “al di là del senso, c’è il fascino che nasce dalla neutralizzazione e dell’implosione del senso. Al di là dell’orizzonte del sociale, ci sono le masse che risultano dalla neutralizzazione e dell’implosione del sociale”[23]. Ipercomunicazione, trasparenza del senso, deformità dell’alterità, trasmutazione del sociale in masse dilatate sulla ragnatela del web delle reti elettroniche.

Essere sul web, tuttavia, non significa non essere nella vita. La virtualità non rovina gli affetti, può sublimarli anche là dove la materialità dei rapporti umani potrebbe paradossalmente slegarli. Allo stesso modo, essere porno-connesso non apre in nessun modo a una desertificazione delle relazioni sessuali ed affettive alle quali ciascuno aspira e tiene. Al limite, si può vedere tale esistenza come fosse a maggese, la cui la sessualità si prova e si esperisce come semina, fioritura e mietitura comunicazionala. Il porno apre altrove, sull’altro da sé, provocando la domiciliazione sessuale degli altri. È una fuga, un tipo di defenestrazione sessuale a basso costo che invita, per un lasso di tempo, alla purificazione dei nostri umori e al vitalismo sociale che ne scaturisce. Si ritrova qui ciò che Michel Maffesoli intende una fuga erotica, un fuggire metaforicamente che ha origine dallo trasbordare del rimosso, una forma di nomadismo sessuale che contribuisce a rinforzare la socialità poiché “per un tipo di astuzia antropologica, il processo centrifugo tende a fortificare il corpo sociale”[24]. Seppur smaterializzato, il porno elettronico non è meno intenso di un’immersione usuale, fatta di molteplici interconnessioni, con l’humus umano, con la parte di animalità che ci calamita gli uni agli altri.

Con il porno, in ogni senso del termine, da evadere, si fa anche il marciapiede con se stessi, vediamo le sue proprie turpitudini nelle vie della Rete. Da un clic all’altro, non c’è bisogno di cambiare marciapiede per soppesare le carni, sperimentare le performance, valutare le prestazioni, sondare le invidie. Ciò che consumiamo dice molto su ciò che siamo pronti a spendere in energia oscura per misurare i nostri infimi desideri di piacere. Non siamo solo consumatori, nella misura in cui un’altra parte di noi stessi alimenta siti e blog in ogni genere delle loro produzioni visuali, sotto il certo discutibile registro amatoriale, con produzioni o scene di del sesso “casalingo” che sullo schermo mostrano bene una piena adesione alla voglia di esibizionismo presente in noi, trasgressione che non annulla la regolarità del nostro quotidiano agire. In chi ama i giochi di ruoli c’è alla base un desiderio sessuale rivelato di mostrarsi.

Il porno risolve ed edulcora le nostre fantasie: le alleggerisce, le sgrassa, le spolvera, toglie i miasmi di una pulsione sessuale che è in loro, per diluirli poi nelle pratiche a noi estranee, che esperiamo in modo vicario. Ma è probabilmente molto altro. È un serbatoio di esperienze, di atti, di infatuazioni immaginarie e finzioni di ordine erotico da cui attingiamo animosamente per alimentare i nostri difetti, grazie al quale possiamo sperimentare, da soli, in coppia o in molti, diverse simulazioni o fantasie guidati dalle nostre inclinazioni più nascoste. Col porno tutto diventa possibile, o quasi, dal momento che l’immaginazione si agita là dove non arriva ancora una tecnologia che serve al corpo come prolungamento per conquistare nuovi territori del desiderio. Tutto diventa possibile difatti, anche l’inimmaginabile, nei sottoboschi di una sessualità che vogliamo racchiusa, nonostante tutto in un istante, mirata perciò ancora in un’ottica di riproduzione, finalizzata ad assicurare la continuità della specie.

Attraverso il porno, ancora più nella sua versione elettronica, il sesso si offre in ogni aspetto, in situazioni o posizioni che sorprendono, in un dirottamento delle funzioni che traviano il desiderio, con gli esseri, oggetti, materiali che spingono all’inconcepibile. In Simulacri e simulazioni, altro modo di nominare l’iperrealtà  della nostra esistenza a causa della comunicazione tecnologica, Jean Baudrillard interpretava la sessualità in maniera molto differente da come si fa per abitudine, convenienza o facilità: “Il sesso, così come lo concepiamo, è solamente una definizione infima e specializzata di tutte le pratiche simboliche e sacrificali al quale un corpo può aprirsi, neanche per natura, ma per artificio, per simulacro, per incidente. Il sesso è solamente questa rarefazione di una pulsione chiamata desiderio su delle zone preparate in anticipo”[25]. Questa analisi, adattata qui alle infatuazioni degli immaginari porno, porta una demoltiplicazione del rapporto di un corpo sessuato le cui funzioni classiche sono messe al bando, sanzionate o tenute nascoste secondo i casi, per dare corso ad altre sperimentazioni, altri svaghi, altre abrasioni, anche a costo di affondare nella perdita totale.

Il porno è al tempo stesso tutto ciò: un oggetto di acquietamento del sé, del corpo e dello spirito, poiché in esso troviamo delle corrispondenze, delle similitudini con ciò che generiamo segretamente in noi. Immagini e scene che possono oltrepassare anche le nostre intenzioni e, facendo questo, possono inaugurare un’immersione nei propri abissi interiori, sollevare il velo su desideri latenti e aiutarci ad abbandonare alcuni sensi di colpa, perché altri praticano ciò che non sapremmo concepire e attuare senza scalfire la nostra morale o attingere alle miserie dell’anima. Georges Bataille può essere utile per chi voglia comprendere la nostra attrazione per un altro sé che risulta affascinante seppur lo si condanna: “Il desiderio dell’erotismo è il desiderio che supera il vietato. Suppone l’opposizione dell’uomo a sé”[26]. La nostra intimità incontra allora questa dei nostri terzi anonimi, una moltitudine di intimità esibite, messe a nudo, offerte allo straripamento, avatar sublimati della nostra propensione all’espropriazione sessuale di noi stessi.

Il clic ed il pad sostituiscono oramai il rituale del dito e del telecomando nel girare la pagina o fermarsi su un’immagine di un porno in costante libagione. Con la televisione prima, il Web e gli schermi tattili poi, quindi la smaterializzazione di questi stessi schermi, il consumo della materia pornogra non esige più la stessa diteggiatura di quando codesta pratica era relegata al solo supporto della carta, in una destrezza che necessita altre azioni, più sfumate, più volubili, diversamente palpabili. Più impegnativa perciò, tanto l’abbondanza delle immagini e la loro sovrapposizione coinvolgono i sensi.

Elaborazione grafica di Benjamin Brard, 2012.

Elaborazione grafica di Benjamin Brard, 2012.

Con le riviste pornografiche, la qualità della carta e quella della stampa partecipavano alla creazione di un’atmosfera, allo sguardo che cadeva sui protagonisti, al sentimento che si poteva avere di sé, secondo la lucidità o la rugosità delle immagini visualizzate. Con Internet, queste diverse azioni si svolgono attraverso inedite forme di palpeggiamento, mentre il supporto informatico moltiplica all’infinito l’accesso ai contenuti. Mentre si cambiano le mani in uso, a volte restiamo ammanettati a una libido che profuma di licenza, fino all’inevitabile perdita di controllo. In un istante, a seconda della casualità con cui dei link si dipanano di fronte a noi, un denudamento nello schermo può costringerci a spogliarci in emergenza o a sfiorare il clitoride per estorsione, malgrado noi, in modo sorprendente, a nostra insaputa, mentre il voyeurismo si credeva ancora durata. Anche qui,, per quanto possa essere attesa, l’uscita rimane inintelligibile, anche se si gioca in casa.

La smaterializzazione delle relazioni e delle reti sociali sul Web consente al porno di  acquisire agilità e facilità di uso supplementari, così come di aumentare la malleabilità dell’alterità che mette in opera. Per quanto paradossale possa sembrare, questa smaterializzazione rende il tocco più preciso nell’uso delle immagini, tanto nello sfruttamento del loro focale che nelle manovre utilizzate per lo scorrimento.  Come se la granulosità della pelle virtuale si liberasse dal pixel che serve all’esistenza dello schermo.

L’etera elettronica, donna o uomo di carne, affascinata dalla rigidità del professionale o confinata al mondo amatoriale e all’artigianato casalingo, espone il suo corpo, lo offre ad ogni specie di manipolazione visuale e tattile, nelle fantasie virtuali che la spossessano della sua forma erotica iniziale. Probabilmente può vedersi in questa offerta digitale del porno una firma della sua singolarità mostruosa: essere unico per il sovraccarico di fantasmi collettivi nel quale si compiace, senza la costrizione che impone la concretezza della realtà. È in ciò che risiede tutta la forza di questa cyber-pelle del porno, offerta a tutte le palpazioni e a tutti gli sfregamenti possibili: provocare l’aderenza dei desideri solitari all’unisono con una traspirazione comune.

 

Traduzione a cura di Guerino Nuccio Bovalino

[1] http://www.recrutement.terre.defense.gouv.fr/devenez-vous-meme

[2] Jean Baudrillard, La Transparence du Mal. Essai sur les phénomènes extrêmes, Paris, Ed. Galilée, 1990, pp. 113-14.

[3] Philippe Joron, « L’amour est sur le pré. Georges Bataille et l’érotisme armé », in Les Cahiers européens de l’imaginaire, Paris, CNRS Editions, 2012.

[4]  Vincenzo Susca, Joie Tragique. Les formes élémentaires de la vie électronique., prefazione di Christian Salmon, traduzione di Arianna Bruzziches, Paris, CNRS Editions, p. 205. [trad. it. Vincenzo Susca, Gioia tragica. Le forme elementari della vita elettronica, Lupetti, Roma, 2010]

[5]  Jean Baudrillard, La Transparence du Mal. Essai sur les phénomènes extrêmes, Paris, Ed. Galilée, 1990, p. 127.

[6]  Cf. Georges Bataille, Les larmes d’éros, in œuvres complètes, Tome X, Paris, Ed. Gallimard, 1987.

[7]   Basti pensare ai mosaici e ai graffiti ritrovati sulle mura delle case private o degli edifici pubblici della città di Pompei.

[8] Cf. Patrick Tacussel, Charles Fourier. Le jeu des passion, Paris, Ed. Desclée de Brouwer, Coll. « Sociologie du quotidien », 2000 ; L’imaginaire radical. Les mondes possibles et l’esprit utopique selon Charles Fourier, Paris, Les presses du réel, Coll. « L’écart absolu », 2007

[9] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe, Tome 2 : L’expérience vécue, Paris, Ed. Gallimard, 1949, p. 377.

[10] ibidem, p. 389

[11] Ibidem, p. 389

[12] L’autore si avvale di un sintagma proveniente dal passato, oggi desueto nella lingua comune, intraducibile in italiano: “Marie-couche-toi-là”, NDT.

[13] Ibidem, p. 390

[14] Ibidem, p. 391

[15] Philippe Joron (Org.), Violences et communication, Cahiers de l’IRSA, Montpellier, PULM, 2006 : « La communication sacrificielle », pp. 245-264.

[16] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe, Tome 2 : L’expérience vécue, Paris, Ed. Gallimard, 1949, p. 376.

[17] Simone de Beauvoir, Le deuxième sexe, Tome 2 : L’expérience vécue, Paris, Ed. Gallimard, 1949, p. 376.

[18] Georges Bataille, L’Erotisme, in Oeuvres Complètes, Tome X, Paris, Ed. Gallimard, 1987, pp. 142-3.

[19] http://www.ifop.com/?option=com_publication&type=poll&id=932

[20] Questo dimostra anche che il sociologo, ideologicamente disinteressato grazie alla sua presunta neutralità assiologica (e materialmente nei suoi steccati accademici), è quasi sempre in ritardo su argomenti che richiedono l’urgenza di essere affrontati o che sono soggetti a pochi vantaggi economici o politici. Tempo e denaro fanno la differenza e quando è il caso, a volte vince la frustrazione. Ma se spesso si accontenta di una interpretazione fondata su dati di seconda mano (raccolti dai giornalisti e sondaggisti), gli resta tuttavia il lusso di dire di tendenze a partire da fatti che gli appaiono pertinenti e secondo modalità e procedimenti che timbrano la su esistenza.

[21] Cf. Pierre Bourdieu, Choses dites, Paris, Les Editions de Minuit, Coll. « Le sens commun », 1987.

[22] Jean Baudrillard, Simulacres et simulation, Paris, Ed. Galilée, 1981, p. 161.

[23] Jean Baudrillard, Simulacres et simulation, Paris, Ed. Galilée, 1981, p. 128.

[24] Michel Maffesoli, Du nomadisme. Vagabondages initiatiques, Paris, Le Livre de Poche, Coll. « Biblio/essais », 1997. p. 121.

[25] Jean Baudrillard, Simulacres et simulation, Paris, Ed. Galilée, 1981, p. 170.

[26] Georges Bataille, L’Erotisme, in Oeuvres Complètes, Tome X, Paris, Ed. Gallimard, 1987, p. 250.

Philippe Joron

Professore ordinario di sociologia dell’Università Paul-Valéry di Montpellier, di cui è il preside della facoltà di Scienze del soggetto e della società

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