1 luglio 2014

La colonizzazione dell’immagine: l’Albania “latina” nell’Italia del primo Novecento




Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi




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  “Da queste acque fuggì Cleopatra nella trireme bianca a vele di porpora, appena la fortuna fu incerta; questa battaglia Virgilio vide nello scudo che Venere donò ad Enea. ‘Guarda il golfo d’Ambracia dove una volta fu perduto un mondo per amor d’una donna, amabile, tenera cosa!’ esclama il giovane Aroldo per bocca di Byron (1)”.

 

In questi toni estatici, l’inviato del Corriere della Sera Ugo Ojetti salutava il profilarsi delle coste albanesi al suo arrivo a Prevesa il 1° luglio del 1901. Imbarcatosi a Brindisi per raccogliere notizie su un paese che stava occupando sempre più spazio nella politica italiana in Adriatico, Ojetti scrisse dei bellissimi reportage, con cui apriamo questa panoramica dell’immagine italiana dell’Albania nei primi decenni del XX secolo.

Nelle righe che abbiamo appena letto compaiono le due coordinate maggiori della sua rappresentazione, vale a dire il versante “virgiliano”, in cui la vista del golfo di Ambracia evoca scene della battaglia di Azio tra Ottaviano e Marco Antonio, e quello “byroniano”, ricalcato sui versi del poeta inglese che proprio in Albania aveva dato inizio al poema che lo rese famoso a poco più di vent’anni.

La visione dell’Albania di Ugo Ojetti è intessuta di citazioni riguardanti i luoghi visitati; è un gioco d’intersezioni testuali che, sul piano della rappresentazione, creano l’effetto di un “paese in antologia”, dove le immagini letterarie hanno il sopravvento sul mondo reale, o per meglio dire creano uno spazio intermedio dove si gioca il divario tra la realtà — necessariamente limitata, e quindi insoddisfacente — e un passato mitico, se non mitizzato.

Prima ancora di sbarcare, lo scrittore ritrova nella sua memoria le pagine che descrivevano quelle terre: il piccolo villaggio di Parga gli suggerisce i versi di Berchet (2), mentre lo spettacolo dell’isola di Leucade alle luci dell’alba gli richiama alla mente la fine tragica della poetessa greca: “[a] destra, cinto da una sciarpa di nubi candide, il monte di Leuca color di cielo e di rosa evoca Saffo e la passione disperata e il funebre salto” (3).

Se è vero che, come dice Myriam Boucharenc nel suo saggio sui reportage narrativi, la visione è la “virtù cardinale” (4) di tale genere letterario, è una virtù che Ojetti domina con particolare efficacia in questi scritti in cui dispiega una ricca gamma di dispositivi retorici legati all’area della visualizzazione, che a nostro avviso possono essere utilmente identificati come strumenti d’indagine della rappresentazione imagologica.

Tuttavia, poiché i suoi reportage non avevano soltanto scopo descrittivo  ma dovevano anche essere funzionali ai progetti politici in corso, ecco che nel visitare  Valona (l’antica Aulona) scrive che i suoi resti avrebbero dovuto attirare l’attenzione degli archeologi italiani, come in effetti avvenne una ventina d’anni più tardi con le ricerche condotte da Luigi Maria Ugolini.

In quanto giornalista, Ugo Ojetti individua problemi sociali che erano sfuggiti ad altri scrittori; in quanto narratore, ce li presenta con effetti scenografici, come nella scena seguente, un vero bozzetto dantesco con uomini in carne e ossa al posto delle anime infernali. Ci preme rilevare che, stando alle nostre conoscenze attuali, nel campo della letteratura di viaggio in Albania questo è finora l’unico riferimento ai detenuti del carcere di Janina, lo scenario mitico delle gesta del pascià Ali di Tepelena, vissuto un secolo prima.

“Esco adesso dal carcere infernale che è nei sotterranei della fortezza alzata da Alì pascià sulla roccia viva, in cima alla collinetta che domina il lago e la città di Jànina. […] Quattro o cinquecento uomini, d’ogni costume, d’ogni regione e d’ogni religione dell’Epiro sono ammucchiati là dentro in profondi cameroni a vôlta, rischiarati solo da piccole feritoie altissime a doppie inferriate, velate da ragnateli e da ciuffi di parietarie. L’umidità goccia dalle pareti lucide sulla rupe che fa da pavimento. Il lezzo dei rifiuti e del sudore di quella folla di dannati mi soffoca appena entro nelle tenebre sdrucciole del primo corridoio, fra due soldati, preceduto dai miei cavàs. Avanzando a tentoni in quell’antro, sento talvolta sotto i piedi il corpo di qualcuno che dorme per terra ravvolto nei cenci del talagàn e s’alza bestemmiando, respinto dai soldati” (5).

Nella descrizione che segue, si ha l’impressione di vedere i dannati delle incisioni di Gustave Doré, che in quegli anni aveva conosciuto una popolarità internazionale e che faceva certamente parte dell’immaginario di Ojetti. “Di qua e di là fra le sbarre unte dei cancelli di legno d’ogni stanzone, nella penombra sepolcrale si pigiano grappoli di teste umane pallide, sudate, gialle e gonfie per l’umidità, tese a guardare. Entro nel sotterraneo più vasto. Sopra poche tavole, sdraiati sulle loro coperte rosse, sono tre o quattro arrestati politici, perché questa bolgia è anche un carcere giudiziario, dove si può rimanere innocenti per dieci o vent’anni in attesa del giudizio. S’alzano sopra un gomito, mi fissano corrugando le ciglia per tutto il tempo che resto là dentro. Ma gli altri, scalzi e seminudi, mi si affollano attorno. Ne distinguo le faccie a seconda che si voltano verso la luce dello spiraglio. Chi è calvo e senza ciglia, chi è cieco, chi ha sulla faccia gonfia escoriazioni sanguinose. Taluno più audace tende tra le guardie che mi circondano una mano per domandare un parà d’elemosina” (6).

Ojetti incarna la figura del giornalista che, secondo Daniel Pageaux (7), è un’evoluzione nella metamorfosi dello scrittore-viaggiatore dei secoli precedenti; composti nello stile elegante e costellato di dettagli preziosi che era il suo tratto distintivo, i suoi articoli rispecchiano in bella veste narrativa la prospettiva in cui l’Italia di quegli anni inquadrava il paese di fronte.

La sua antologia albanese si può collocare nella scia di quella “letteratura coloniale” che aveva cominciato a fiorire alla fine del XIX secolo, di pari passo con la conquista di territori dell’Africa orientale ancora sconosciuti alla maggior parte degli italiani. Oltre a romanzi e racconti, questa produzione comprendeva saggi storico-geografici e profili antropologici, composti da ufficiali militari in missione ricognitiva e tecnici incaricati di raccogliere le informazioni necessarie a identificare nuove possibilità di investimenti economici e commerciali.

Quando nel 1939 Vittorio Emanuele III aggiunse il titolo di re d’Albania a quello d’imperatore d’Etiopia, ne nacque un organismo geopolitico inusitato, che riuniva nello stesso regno un paese africano e uno balcanico. Nel suo consueto spirito mordace, Ismail Kadaré lo definì un “apparentamento grottesco” (8), in cui per la prima volta nella loro storia gli albanesi  si ritrovarono a condividere uno Stato con dei neri.

Il cammino che portò l’Albania nell’orbita italiana presenta elementi di particolare interesse ai fini dell’analisi del processo di costruzione, o meglio “ri-costruzione” della sua immagine a partire da elementi già esistenti, e tuttavia assemblati in maniera diversa per creare l’effetto desiderato, vale a dire la rappresentazione di un paese saldamente inserito nel quadro della tradizione culturale mediterranea, più in particolare latina, e quindi “italiana”.  Infatti, per plasmarne l’immagine in modo che diventasse più familiare agli occhi dei nostri connazionali, era necessario “addomesticarne” quegli aspetti percepiti come tipicamente orientali (in altre parole, musulmani) che sarebbero stati sentiti come estranei dall’opinione pubblica italiana: in definitiva, prima ancora di occupare militarmente il paese, “le autorità fasciste pensarono a trasformare l’aspetto del paese, ‘normalizzandone’ l’immagine” (9).

Prova ne sia che, quando nel 1939 Indro Montanelli visitò Tirana, fu compiaciuto nel notare che il riassetto urbanistico (eseguito da architetti italiani) stava trasformando il centro cittadino, razionalizzandone il profilo.  “E tutti questi uomini sono al lavoro, circolano, trafficano, parlano, sbaraccano la città — il cui orientalismo è in completa liquidazione — per farla più bella. Messasi sulla via di diventare una capitale occidentale, deve ancora impegnarsi a fondo per riuscirci” (10).

Ma per Montanelli, inviato speciale negli anni in cui suo padre Sestilio era a Tirana come collaboratore di quella che fu la prima guida turistica dell’Albania di età contemporanea (11), il prototipo dell’albanese ideale si trovava nella Malësia (si legga: “Malsìa”), le “Grandi Montagne” fra Scutari e il Montenegro, il cuore dell’Alta Albania resa famosa dall’omonimo libro (12) della londinese Edith Durham.

“ Il montanaro del nord è un uomo fisicamente bello, bello senza leziosaggini: alto, asciutto, inciso nei tratti vivaci, mascolino in tutte le sue espressioni, immediato; istinto e azione scattano quasi contemporaneamente senza il diaframma della riflessione. È un uomo duro, di roccia, scarsamente differenziato dalla flora e dalla fauna che lo circonda. Poverissimo e gran signore, ha una sua linea elegante, una sua dignità anche fisica, per nulla compromessa dalla povertà dei suoi abiti e dalla frugalità della sua vita. È, per tradizione, un pastore, è per istinto e per natura, un taciturno” (13).

 

fig. 1 MONTANELLI Albania 1 e 1000

FIG. 1. L’immagine di copertina di “Albania una e mille”, Torino, Paravia, 1939

 

Questa descrizione trova eco grafica nella copertina del libro: il montanaro che campeggia sullo sfondo delle Alpi Albanesi indossa il qeleshe, il tipico copricapo di panno bianco, i pantaloni di lana bianca filettati di nero, e uno xhurdì (giubbetto) rosso sopra un panciotto nero trapuntato in oro. Probabilmente i colori erano invertiti rispetto alla realtà (secondo quanto narra la tradizione, lo xhurdì era nero, in segno di lutto per la morte di Scanderbeg), ma poco importava: nell’insieme, con l’immancabile pistola dall’impugnatura intarsiata  nella cintola, il fucile a canna lunga in spalla e il fyell (flauto) nell’altra mano, il malissoro di questa copertina dispiegava la panoplia dei simboli necessari a identificare un albanese da figurina Liebig, di quelle che facevano la gioia dei collezionisti per le loro rappresentazioni vivaci e fantasiose di mondi da fiaba.

Se queste erano in grandi linee le raffigurazioni letterarie, sul piano artistico si attinse a piene mani nel patrimonio archeologico che cominciava a emergere in quegli anni. Gli scavi condotti tra il 1928 e il 1935 da Luigi Maria Ugolini riportarono alla luce le rovine di Butrinto, che divenne uno dei “luoghi della memoria” dell’Albania fascista. Proprio come Heinrich Schliemann, che era riuscito a localizzare i resti di Troia e di Micene sulla base dei versi omerici, Ugolini riuscì a identificare Butrinto partendo da indizi tratti dall’Eneide di Virgilio.

Per una di quelle curiose coincidenze di cui è disseminata la storia, anche il calendario diede una bella mano agli intenti del regime: nel 1930, proprio mentre le relazioni fra l’Italia e l’Albania diventavano sempre più intense, cadeva il bimillenario della nascita di Virgilio, il poeta che nell’ottica fascista era salutato come il corifeo della Roma imperiale, sulle cui memorie il regime mussoliniano aveva costruito il proprio mito fondatore.

L’evento fu celebrato con mostre, conferenze e pubblicazioni speciali. Le Poste Italiane gli consacrarono una serie di francobolli, uno dei quali rappresentava l’arrivo di Enea a Butrinto: in didascalia, l’illustrazione recava i versi dell’Eneide in cui Eleno, re dell’Epiro, predice all’eroe troiano l’arrivo in Ausonia, vale a dire in Italia.

Fig. 2 Francobollo virgiliano

FIG. 2 Francobollo commemorativo del bimillenario virgiliano, raffigurante il re Eleno ed Enea sulle rive di Butrinto (14)

Il paragrafo che nella Gazzetta Ufficiale annunciava l’emissione del francobollo lo descriveva con queste parole: “nel valore da centesimi 15 la vignetta rappresenta l’episodio di Eleno, fondatore di Butroto, che saluta Enea il quale, dopo essersi fermato per qualche tempo presso di lui, riparte, avendo saldato indissolubili legami tra le due sponde dell’Adriatico” (15). Queste ultime parole hanno colpito la nostra attenzione perché, invece di limitarsi a descrivere le caratteristiche tecniche della nuova emissione filatelica, esprimono un’opinione, cosa piuttosto insolita nello stile generalmente freddo e conciso di un bollettino ufficiale.

In effetti, questa curiosa descrizione in prolessi, dove si anticipano di duemila anni quelli che nelle intenzioni del regime avrebbero dovuto essere gli “indissolubili legami” tra le due rive dell’Adriatico, nel francobollo fa il paio con la postura leggermente forzata di Eleno che, ritto di fronte a Enea, tende il braccio destro nel tipico saluto romano.

Ma il vero colpo di genio si ebbe alla fine di quello stesso anno, quando, dopo i successi ottenuti dalla Missione Archeologica Italiana, la propaganda fascista organizzò uno straordinario evento turistico – culturale (che a dire il vero non dispiacerebbe vedere realizzato anche ai giorni nostri), vale a dire una “Crociera virgiliana”: il 15 settembre 1930, il piroscafo Aquileja partì da Brindisi in direzione delle coste albanesi. Al loro arrivo a Butrinto, i passeggeri ebbero come guida lo stesso Ugolini, che li condusse sui luoghi toccati dal viaggio di Enea; in tal modo, il racconto virgiliano fu reinterpretato alla luce dell’“italianità e delle ambizioni geopolitiche fasciste” (16).

La costruzione dell’immagine seppe servirsi anche dei nuovi mezzi di comunicazione, come i manifesti pubblicitari. Nella figura seguente, la locandina di una compagnia di navigazione getta un ponte virtuale fra l’Italia e l’Albania, una specie di via Egnatia transadriatica che, mescolando allegramente duemila anni di storia, mette insieme l’antica Illyria e relativa nave liburna, la moderna Albania, e quelli che avrebbero dovuto essere i vantaggi della tecnologia italiana, evidenziata da tracciati stradali e corridoi aerei.

Fig. 3 Le vie di Roma

FIG. 3 “Le vie di Roma”, 1928. Manifesto pubblicitario della società “Navigazione Adriatica” (17)

Il 9 maggio 1940, il re d’Italia inaugurava a Napoli la “Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare”, destinata a esibire arte, cultura e artigianato delle nuove colonie italiane. All’Albania furono dedicati uno specifico padiglione, e belle pubblicazioni che celebravano i recenti ritrovamenti archeologici. Dopo appena un mese dall’apertura, le attività furono sospese a causa della guerra; l’esposizione riaprì le porte soltanto nel 1948, col nome di “Mostra d’Oltremare e del Lavoro Italiano nel Mondo”. Ma questa, ormai, era tutta un’altra storia.

 

[1]) Ugo Ojetti, L’Albania, Torino, Roux e Viarengo, 1902, p. 14.

2) Giovanni Berchet, I profughi di Parga,1821.

3) Ugo Ojetti, L’Albania, op. cit., p. 13.

4) Myriam Boucharenc, L’écrivain-reporter au cœur des années trente, Lille, Presses Universitaires du Septentrion, 2004, p. 65.

5) Ugo Ojetti, L’Albania, op. cit., p. 50.

6) Ugo Ojetti, L’Albania, op. cit., p. 50-51.

7) Daniel-Henry Pageaux, La littérature générale et comparée, Paris, 1994, A. Colin, p. 34.

8) Ismail Kadaré, Il successore, Milano, Longanesi, 2003, p. 10.

9) Bertrand Westphal, “Et l’Albanie se réveilla au petit matin du reportage”, in Myriam Boucharenc, Joëlle Deluche, (a cura di), Littérature et Reportage, Limoges, PULIM, 2001, p. 239, nota 7.

10) Indro Montanelli, Albania una e mille, Torino, Paravia, 1939, p. 31.

11) Consociazione Turistica Italiana 1940, Albania, Milano. Prima di allora, l’Albania aveva avuto uno spazio specifico in uno dei primissimi “manuali” del viaggio moderno, scritto e pubblicato dallo stesso editore di Byron: John Murray, A Handbook for Travellers in the Ionian Islands, Greece, Turkey, Asia Minor, and Constantinople; Being a Guide to the Principal Routes in Those Countries, Including a Description of Malta, with Maxims and Hints for Travellers in the East  London, London, John Murray, 1840.

12) Mary Edith Durham High Albania, London, Edward Arnold, 1909.

13) Indro Montanelli, Albania una e mille, op. cit., p. 22 – 23.

14) Emesso il 21 ottobre 1930, il francobollo recava il verso seguente : “Ecce tibi Ausoniae tellus ; hanc arripe velis” (Eneide, III, v. 477). On line: http://wiki.ibolli.it/wiki/images/c/c3/Filo_virg_15.jpg (ultima consultazione il 27.8.2014). Immagine pubblicata su licenza Creative Commons.

15)  Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 1-IV-1931 (IX) – N. 75, p. 1479 – 1480.

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