28 giugno 2017

Impero delle norme, debitocrazia, democrazia dei comuni. Immagini d’Europa nell’opera di Pierre Dardot e Christian Laval




Iconocrazia 11/2017 - "L'immagine di Europa", Saggi




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Nel primo paragrafo di questo testo viene analizzato il modo in cui Pierre Dardot e Christian Laval ricostruiscono la genealogia dell’Europa neoliberale e il ruolo dell’ordoliberalismo nell’affermazione di quella che i due autori hanno definito la “nuova ragione del mondo”[1]. Nella seconda parte si indaga il modo in cui, nella crisi e nella “rivoluzione dall’alto”[2] che ne è seguita, è emersa in primo piano un’immagine di Europa intesa come quell’“impero delle norme” in cui la “debitocrazia” ha alimentato il “potere sovrano dei creditori”[3]. Nel terzo paragrafo, infine, viene sinteticamente descritta l’immagine alternativa di Europa che Dardot e Laval propongono per fronteggiare la crisi della democrazia attualmente in corso. La loro ipotesi è che per riaprire la questione della “rivoluzione nel XXI secolo” sia necessario lavorare per una democrazia dei comuni[4]: una democrazia radicale capace cioè di rilanciare quella che Cornelius Castoriadis chiamava l’“auto-istituzione della società”.

 

Nascita  dell’Unione europea dallo spirito dell’ordoliberalismo

 Nell’undicesimo capitolo de La nuova ragione del mondo, Dardot e Laval propongono un’indagine archeologica dei principi del Trattato costituzionale europeo del 2004, bocciato dai due referendum celebrati in Francia e nei Paesi Bassi nel maggio e nel giugno del 2005, ma poi recepito in molte sue parti sostanziali dal Trattato di Lisbona del 2007. L’articolo 3 ne esplicita l’obiettivo principale, cioè il perseguimento di “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” articolata intorno ai due principi fondamentali, più volte ribaditi nel Trattato: la stabilità dei prezzi, garantita da una Banca centrale indipendente, e la concorrenza libera e non falsata[5]. Dardot e Laval ricordano che gli stessi principi erano già operativi nel Trattato di Maastricht (1992) e nel Trattato di Roma (1957), che “conteneva già in sé l’essenziale della dottrina della costruzione europea”: quella “logica di «costituzionalizzazione» dell’economia sociale di mercato” divenuta in seguito la linea di condotta dell’Ue[6]. Seguendo l’economista neoliberale francese Jacques Rueff, i due autori mostrano come il Trattato del ’57 già distinguesse accuratamente il “mercato manchesteriano” da un “mercato istituzionale”[7]. Se il primo era classicamente indicizzato alla logica del laisser-faire, il secondo prevedeva invece un ruolo di rilievo per la potenza pubblica, convocata a costruire un ordine giuridico-istituzionale che ponesse il regime della concorrenza di mercato e il principio della libera formazione dei prezzi al riparo da ogni interesse privato e dall’interventismo keynesiano.

Fig. 1 – Ordo, copertina

 

Per Dardot e Laval la radice genealogica di questo “concorrenzialismo”, incentrato sull’“idea di un mercato costruito e sorvegliato dall’autorità politica”, va rinvenuta nell’ordoliberalismo tedesco[8]. Se questi principi hanno potuto imporsi fin dal Trattato costitutivo della CECA del 1951, lo si deve infatti al prestigio che hanno conseguito nell’opera di rifondazione della legittimità dello Stato tedesco dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Appoggiandosi sugli ormai celebri studi di Michel Foucault[9], i due autori mostrano che l’idea di un liberalismo organizzato – imperniato su uno Stato forte in grado di prevalere sugli interessi privati coalizzati e garantire il rispetto delle regole della concorrenza da parte di tutti – emerge concretamente nella Germania occupata. Qui, sotto la regia di Ludwig Erhard, ministro dell’economia dal 1949 al 1963 (e cancelliere dal 1963 al 1966), si afferma l’idea che la prosperità per tutti possa derivare solo dall’economia concorrenziale, e che questa sia quindi “un dovere sociale”[10]. Nasce così la Sozial Marktwirtschaft (Economia sociale di mercato), che non va confusa con il cosiddetto “capitalismo renano”[11]. L’aggettivo “sociale” non richiama affatto la funzione positiva del Welfare o dei principi economici keynesiani, ma rinvia piuttosto “a una forma di società fondata sulla concorrenza come tipo di legame umano”[12]. Contro l’idea di uno Stato sociale inteso come fattore di deresponsabilizzazione morale degli individui, il discorso ordoliberale concepisce il singolo come una micro-impresa dedita all’incessante accumulazione di un “capitale umano” da impiegare poi nel gioco obbligato dell’ordine concorrenziale. È la Vitalpolitik teorizzata da Alexander Rüstow: una politica che fa “del mercato, della concorrenza, e dunque dell’impresa, quella che si potrebbe chiamare la potenza che dà forma alla società”[13]. A temperare il grande freddo prodotto dal sistema, generando una “società formata”[14] dall’“ordine sociale armonico”[15], penserà una Gesellschaftpolitik capace di “decentrare le istituzioni politiche, decongestionare le città, de-proletarizzare e de-segregare le strutture sociali, de-monopolizzare l’economia e la società”[16]. La carità cristiana, la famiglia, la collaborazione tra le classi e la “solidarietà di impresa”[17] faranno il resto, nel tentativo di depurare la società da ogni germe di conflitto.

L’Economia sociale di mercato si imporrà in Germania come un “credo nazionale”[18]. Inizialmente reticenti nei confronti della Comunità europea, gli ordoliberali tedeschi punteranno a “integrare l’economia del paese in un sistema di libero scambio mondiale”: secondo Erhard gli organismi sovranazionali avrebbero dovuto agire solo da “organi di sorveglianza” per il buon funzionamento del principio di concorrenza libera e non falsata[19]. Quest’ultimo, insieme all’assioma della stabilità dei prezzi imposto da una Banca Centrale indipendente, avrebbe dovuto guidare l’opera di costituzionalizzazione dell’ordine neoliberale in Europa e nel mondo. L’ordoliberalismo tedesco diventerà “la dottrina di riferimento delle élites governamentali dell’Unione”[20]. I suoi principi si diffonderanno fino a risultare egemoni sul Trattato costituzionale europeo e poi sul Trattato di Lisbona. In linea con l’assunto di Rüstow secondo cui non ci può essere libertà di mercato senza “polizia di mercato”, la Commissione verrà concepita come un organismo tecnico al di sopra dei governi nazionali preposto a fissare il quadro giuridico-amministrativo di una “costituzione economica”[21]. Una costituzione la cui assiomatica prevede che il mercato funzioni come regime di veridizione delle pratiche governamentali dei singoli Stati, intesi dalla Commissione stessa come quei grumi di forza che contribuiscono a rendere coercitive le norme dell’ordine concorrenziale[22].

Predisponendo una Ordnungspolitik, gli Stati favoriscono la formazione del potere economico diventando poi parzialmente dipendenti da questo. In questo modo gli Stati estendono la logica del mercato anche ai servizi economici di interesse generale, alla fiscalità, alla protezione sociale, all’insegnamento, ai sistemi istituzionali e ai loro vicendevoli rapporti. Per questo motivo Walter Eucken, tra i fondatori della rivista Ordo, scriverà che “non c’è una dipendenza unilaterale degli altri ordini nei confronti dell’ordine economico, ma una dipendenza reciproca, un’«interdipendenza degli ordini»”[23]. La Comunità europea segue fin dall’inizio il modello della ricostruzione postbellica tedesca. Per Dardot e Laval essa è stata costruita come “un edificio politico minimale sulla base dell’economia di mercato e della concorrenza, attraverso l’instaurazione della costituzione economica”[24]. “Ogni impresa e ogni modo di vita devono piegarsi” all’assiomatica della concorrenza[25]: è questo “il principale risultato del successo ordoliberale”[26].

 

Impero delle norme e debitocrazia europea

 

L’affermazione dell’ordoliberalismo ha diffuso un’immagine dell’Europa sempre più simile a quella di un algido “impero delle norme”, impermeabile alle domande popolari di giustizia sociale[27]. Del resto, commentando il successo di Syriza alle elezioni greche del gennaio 2015, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha esplicitamente affermato che “non ci può essere alcuna scelta democratica contro i Trattati europei”[28]. Nel loro recente Ce cauchemar qui n’en finit pas, Dardot e Laval lo ricordano sottolineando che la costituzione economica neoliberale regna sovrana. L’Unione europea si presenta ormai come un “impero del diritto” che deve la sua “formidabile potenza” a un’incessante produzione normativa, intimamente ordinata alla logica del mercato[29]. La governance europea ha costruito una “camicia di forza dal carattere punitivo” fatta di “decine di migliaia di norme ammassate le une sulle altre che si impongono ai diritti nazionali”[30]. Questa governance espertocratica, che si configura come “negazione del politico praticata dai politici”, nasce del resto con il contributo funzionale e decisivo degli Stati[31]. Sono gli Stati, infatti, ad averle conferito sovranità normativa in nome del conseguimento di un obiettivo irrinunciabile: la competitività del sistema economico nazionale sovraordinata alla fruizione dei diritti sociali. È così che, per Dardot e Laval, la “costituzione economica” si è radicata nelle politiche nazionali e nella società europea.

La risposta alla recente crisi economica, presentata come “stato di eccezione”, ha poi permesso di estendere l’impero europeo delle norme rendendolo “sempre più apertamente indicizzato alla legittimità assoluta e senza contrappesi dell’accumulazione del capitale e della concorrenza generalizzata”[32]. Con l’istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (2011) e del Fiscal Compact (2012), a detrimento degli obiettivi sociali l’Unione ha infatti costituzionalizzato “la sorveglianza a priori di tutte le politiche nazionali che possano incidere sul bilancio, il debito, l’impiego, la crescita”[33]. Gli orientamenti dei parlamenti nazionali sono stati così assoggettati a un controllo preventivo della Commissione, sotto minaccia di sanzioni. La “governance commissaria di mercato”[34] che ne è scaturita funziona come “un sistema politico contro lo Stato democratico”: un sistema che impone disciplina di bilancio, austerità e “aggiustamento strutturale”[35]. Questo nuovo assemblaggio di potere, al cui centro stanno il Consiglio dell’Unione, la Commissione, gli accordi interstatali e la Corte di Giustizia, vede la Banca Centrale Europea agire come un arbitro indipendente capace di sottrarre la questione monetaria alla decisione politica. Ne consegue un duplice effetto: l’impossibilità delle svalutazioni monetarie e la normalizzazione del ricorso alla “«svalutazione interna»” attraverso il taglio dei costi salariali e della protezione sociale”[36]. Anche il Quantitative Easing, del resto – pur contrario al dogmatismo monetario del governo tedesco, poiché prevede il ribasso dei tassi di interesse fino allo zero e l’acquisto ad oltranza dei titoli del debito pubblico (e privato) – non incrina né la logica austeritaria né le “ingiunzioni in materia di bilancio e di riforma del mercato del lavoro”[37].

Si è assistito così a una “rivoluzione dall’alto” da cui sono scaturiti nuovi dispositivi governamentali e rilevantissime modifiche alla costituzione materiale e formale dell’Unione[38]. Questa rivoluzione dall’alto mira a coronare i risultati del ciclo neoliberale aperto dalla crisi degli anni ‘70, rilanciando il principio di competitività al cuore delle società europee e tentando di chiudere definitivamente i conti con ogni discussione (che non sia puramente retorica) sulla giustizia sociale. Uno dei suoi principali obiettivi è la riattivazione dell’accumulazione capitalistica attraverso la “trappola del debito”[39]. Per Dardot e Laval, il debito è “un mezzo economico per estrarre e trasferire ricchezze ai creditori e, in caso di rischio di default, per imporre le soluzioni più favorevoli ai questi ultimi”[40]. È, però, anche “un formidabile strumento di governo[41]. Infatti, anche se parte ingente del debito degli Stati è da attribuirsi a salvataggi bancari, evasione fiscale, elevati tassi di interessi sui titoli del debito pubblico e misure fiscali oltremodo favorevoli al capitale, la nuova governance europea ha imposto il frame secondo cui i paesi debitori sono colpevoli di avere garantito a loro popoli irresponsabili uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità, e quindi devono risarcire i creditori fino all’ultimo centesimo.

Il laboratorio greco, nel quale la popolazione è stata piegata a memorandum che seguono supinamente la logica dell’aggiustamento strutturale (“prestiti contro riforme”), mostra che quando il “direttorio della Trojka” (coadiuvato dall’Eurogruppo) può innescare lo stato di eccezione, sospendere il normale corso della legalità democratica e – sulla base di un debito fuori controllo – decidere sovranamente sulle politiche di bilancio di uno Stato, la democrazia liberale viene di fatto svuotata[42]. Si produce, così, un “nuovo modo di governo autoritario attraverso il debito” che ha una ben precisa missione da compiere: “salvare il sistema degli interessi finanziari privati e pubblici e mantenere i governi nazionali nella linea austeritaria” [43]. Apparentemente irrazionale, perché destinata ad accrescere il debito che dice di voler estinguere, questa linea e il dispositivo governamentale che la impone obbediscono a una “razionalità molto più profonda, di natura politica”: chiunque osi testimoniare indipendenza rispetto all’austerità neoliberale deve essere bollato come eretico, sorvegliato e punito. Il debito è lo strumento di un simile assoggettamento, che implica un costante “prelievo sul flusso della nuova ricchezza e una perdita di autonomia collettiva”[44]. La “debitocrazia” instaura anche in Europa un rapporto di forza nel quale i creditori sono i veri padroni del gioco: sono loro, infatti, ad intrattenere “un ruolo essenziale nel finanziamento degli Stati”[45]. Appoggiati dalle agenzie di rating, essi hanno il potere di far variare i tassi di interesse dei titoli del debito pubblico, di speculare sul loro andamento, di “assicurare o no la continuità della vita economica e quindi della vita sociale”[46]. L’oligopolio finanziario può allo stesso modo imporre il rovesciamento del debito privato delle banche in debito pubblico, spingendo gli Stati alla loro ricapitalizzazione e quindi alla socializzazione delle perdite.

Fig. 2 – 192 one dollar bills, Andy Warhol (1962)

È questa “sovranità effettiva e riconosciuta dei creditori” a mettere fuori gioco le politiche keynesiane di controllo dei capitali e quelle di rilancio della spesa pubblica, pena la perdita della fiducia di quelle “entità capricciose, gregarie e perverse” che sono i mercati finanziari[47]. Ma per Dardot e Laval gli Stati non sono vittime innocenti: dietro l’eleganza dell’abusata espressione “restaurare la fiducia dei mercati”, essi scorgono infatti la loro smania di attrarre il capitale a colpi di deregulation, ovvero l’“auto-sottomissione degli Stati alla potenza della finanza”[48]. Sono gli Stati neoliberali ad aver costruito, via politiche fiscali, la propria subalternità a quei mercati che ora dettano linea di condotta e pratiche di governo[49]. In questo senso, la “debitocrazia” europea appare ai due autori come una “necropolitica” in virtù della quale “il creditore detiene un potere di vita e di morte su un sistema bancario, un apparato di produzione, un governo e infine una popolazione”[50]. Dentro la crisi – che si dà ormai come un vero e proprio “modo di governo”[51] – avanzano così riforme presentate come “misure di pubblica salvezza” che conquistano gli Stati, le istituzioni e i singoli viventi all’ordine della competizione. Il debito come rapporto sociale permette così di “mettere sapientemente «sotto stress» […] una popolazione al fine che essa finisca per accettare, forse con la morte nell’anima, la frantumazione delle sue conquiste politiche e dei suoi diritti sociali”[52].

Con un’avvertenza: il debitore non deve essere mai definitivamente schiacciato. Tenuto sotto il ricatto dell’asfissia economico-finanziaria, con la sua stessa esistenza egli deve garantire “il comando della finanza sulle vite e la capacità «estrattiva» del capitale”[53]. Il debito è “un’arma di guerra politica tra le più efficaci”: è anche per il suo tramite che la razionalità dell’ordoliberalismo si imprime oggi sulla condotta di tutti e di ciascuno, svuotando simultaneamente la democrazia rappresentativa[54].

 

Per una democrazia europea dei comuni

 

Nell’Europa a trazione ordoliberale si afferma così una “democrazia di governance” che forza i cardini della sovranità democratico-liberale[55]: una “democrazia senza popolo”[56] che sembra voler superare “da destra” la logica della rappresentanza, riattivando la propria natura oligarchica e squalificando anche “la democrazia elettorale in nome dell’expertise[57]. Per rappresentare questa situazione, sottolineando l’“essenza oligarchica della «governance neoliberale»”[58], Dardot e Laval ricorrono al concetto di “Europa fuori-democrazia”[59]. “Fuori-democrazia” è il nome di quel modo radicalmente oligarchico del governo che, pur continuando a legittimarsi con il riferimento a un’idea procedurale della democrazia – intesa come selezione della classe dirigente capace di onorare “ad ogni costo i propri impegni nei confronti delle istituzioni europee e internazionali”[60] -, consiste nell’imporre il comando di pochi ricchi esperti su interi popoli. Dardot e Laval parlano di un “blocco oligarchico neoliberale”: una coalizione di gruppi elitari, governamentali, finanziari, mediatici, universitari e editoriali, nazionali e internazionali, capaci di azione diretta sulla società globale, supportati da partiti, imprese e istituzioni pubbliche[61]. Il blocco oligarchico impone un’“espertocrazia” in “feroce opposizione” alla vera democrazia, la quale – con Aristotele – va intesa proprio come “il potere conquistato da una parte della città in una guerra contro il nemico oligarchico”: come il “potere esercitato dalla massa dei poveri” (il demos)[62].

In questo quadro, per Dardot e Laval, ogni tentativo di ritorno allo Stato-nazione non può che suonare nostalgico e consolatorio. Infatti, lungi dall’essere il correttore delle distorsioni del mercato, lo Stato si configura oggi in Europa come un “attore neoliberale a tutti gli effetti”[63]: un attore particolarmente attivo nella prassi governamentale che disciplina la società alla logica del capitale e che riproduce l’“immaginario neoliberale” della concorrenza[64]. D’altro canto, con buona pace di chi mira a democratizzare l’Unione e le sue burocrazie sulla base dei Trattati vigenti[65], Dardot e Laval ritengono che “nel contesto esistente l’Europa sociale, l’Europa democratica, non avrà luogo”[66]. Per loro, non si tratta di “democratizzare la democrazia” nell’ Europa realmente esistente, ma di rifondarla “a partire dal basso, da una cittadinanza democratica transnazionale che deve consistere nell’opera degli stessi cittadini europei”[67]. Per questo al dominio dell’“espertocrazia” europea che impone la “debitocrazia”, ma anche al ritorno dei populismi e dei neofascismi a cui la governamentalità austeritaria europea fornisce sempre nuovo alimento[68], Dardot e Laval oppongono “l’esperienza del comune”: quell’esperienza di parte capace di riattivare la “guerra contro il nemico oligarchico” che, come si è visto, sta alle radici dell’agire democratico.

Depositari ne sono tutti quei soggetti politici che, diversamente dai partiti e dagli apparati che si disputano il riconoscimento dello Stato, “inventano […] nuove forme di vita” sperimentando sul campo l’alternativa radicalmente democratica “di un comune politico”[69]. Dardot e Laval invitano la sinistra politica a non limitarsi alla logica rappresentativa della politica come “teatro”. Una logica che si è ripetuta nel caso greco, in cui i governanti di Syriza hanno occupato “la posizione di «attori» su una scena” e sollecitato “i suffragi dei cittadini ridotti al ruolo non meno classico di «spettatori»”[70]. Solo riconoscendo l’egemonia dei movimenti contro le logiche della democrazia spettacolare, i partiti e i governi possono mantenere il contatto necessario con la “«pelle» della società”[71] e con le “nuove forme di esistenza sociale” (o di contro-potere) che da questa sorgono: imprese autogestite, asili nido, scuole materne ed elementari di quartiere, centri sociali, cliniche sociali, cooperative, orti urbani, banche del tempo, librerie comunitarie[72]. Tutte sperimentazioni politiche che sorgono dal basso e meriterebbero di essere incoraggiate dall’alto.

Dardot e Laval sanno bene che questa “sperimentazione del comune” potrà incidere nella sfera politica solo se riuscirà a costruire un “blocco democratico internazionale”, composto da organizzazioni sindacali, associative, ecologiste, scientifiche, culturali, in lotta contro il “blocco oligarchico”[73]. Per loro la “lezione greca” è chiara: nessun “governo di sinistra in un solo paese può rompere la camicia di forza monetaria e normativa” dell’Europa ordoliberale[74]. È necessario quindi “costruire un rapporto di forza a livello europeo” e una “solidarietà” tra movimenti e forze di sinistra (anche di governo) per imporre una rottura con i Trattati vigenti: “una rifondazione dell’Europa, a partire dalla cittadinanza europea”, capace di “rompere il quadro dell’Unione per salvare il progetto dell’Europa politica” e contemporaneamente costruire uno “spazio di opposizione mondiale”[75]. Dardot e Laval non esitano ad assumere come modello (necessariamente aggiornato) la Prima Internazionale, sostenendo che serve un’organizzazione politica concepita come “una federazione europea e mondiale non di diversi partiti nazionali, ma di coalizioni democratiche capaci di combinare l’azione politica su diverse scale con l’istituzione dei comuni, basi concrete dell’alternativa”[76]. Del resto, i due autori francesi sono consapevoli del fatto che “la logica del comune non ha ancora trovato la sua espressione di massa, i suoi quadri istituzionali, la sua grammatica politica”[77]. Scommettono però sul fatto che quella logica sia in gestazione e abbia mosso i primi passi in sperimentazioni socio-politiche come quelle di Notre Dame des Landes, dell’Asilo Filangieri o di Barcelona en comú e, prima ancora, nel “movimento delle piazze” del 2011, che “da Puerta del Sol a Madrid […] passando per Istanbul, Il Cairo, Tel Aviv, New York, Hong Kong” è giunto “fino a Nuit Debout a Parigi nel 2016”[78]. O, bisognerebbe aggiungere, nel movimento No Tav, negli scioperi sociali dei migranti e in quelli delle donne.

Fig. 3 – Immagine dalla “Nuit debout” di Parigi, 31 marzo-4 aprile 2016

Nella praxis collettiva di tutti questi movimenti emerge, per loro, “la logica dell’uso comune contro quella della proprietà”[79]. Insorge cioè quel “principio del comune” – che è al contempo un “nuovo significato sociale immaginario”[80] – secondo cui “non c’è nessuna obbligazione politica legittima se non quella che procede dalla partecipazione a una medesima attività”[81]. Secondo Dardot e Laval, solo una federazione democratica dei comuni che si collochi in questa dimensione politica può sperimentare la democrazia radicale, intesa con Cornelius Castoriadis come l’“auto-istituzione della società”[82]: quell’agire comune senza fine con cui i membri di una collettività affidano a se stessi “il compito di determinare ciò che è un «bene comune» e ciò che non lo è, in funzione della sua valutazione collettiva sui bisogni della persona umana”[83]. D’altra parte per i due autori non esistono comuni già dati. Questi si costituiscono tramite la “praxis istituente” collettiva che li rende tali nell’ambito di un quadro istituzionale dato. Nella logica dell’auto-istituzione della società – che riemerge come “sperimentazione del comune” nel contesto dell’Europa ordoliberale[84] – il principio di rappresentanza cede il passo a quello dell’uguaglianza nella partecipazione, il dogma della concorrenza alla pratica della cooperazione e l’assiomatica della proprietà alla “co-determinazione delle regole dell’uso comune”[85]. È su queste basi che per Dardot e Laval, pena la perdita di tempo in inutili scorciatoie neo-sovraniste, va ripensata la società europea. A tal fine, però, sarà necessario dotarsi di solide istituzioni del comune che sappiano dar corpo all’alternativa fin dentro le istituzioni del potere rappresentativo.

Fig. 4 – Non una di meno, manifesto 8 marzo

In conclusione, si può senz’altro legittimamente obiettare a Dardot e Laval che la loro proposta difetti di una critica dell’economia politica pienamente attrezzata a decifrare le complesse contraddizioni dell’ultimo capitalismo e a produrre un’adeguata nozione di lotta di classe[86]. Si può anche sostenere, con buone ragioni, che il loro concetto di “cittadinanza democratica transnazionale” sembra ancora un po’ astratto e rischia di non assegnare il peso dovuto ai movimenti dei migranti nella possibile rifondazione dell’Europa democratica[87]. Tuttavia il contributo dei due autori francesi resta fondamentale. Non solo per l’imprescindibile apporto genealogico o per l’attrezzata analitica dei dispositivi governamentali del neoliberalismo, ma anche per la proposta dell’immagine di un’Europa dei comuni alternativa a quella egemone di un debitocratico impero europeo delle norme. Dardot e Laval mostrano nitidamente, del resto, che l’Europa dei comuni non potrà vedere la luce senza la capacità di reinventare il rapporto tra l’orizzontalità di movimenti pensati come pratiche radicalmente democratiche, non più votate alla mera dispersione, e la verticalità di strutture politiche non più intese come organizzazioni partitiche rappresentative, ma come “vettori organizzativi, di forza, di dinamiche costituenti”[88]. Vettori il cui compito principale è quello di supportare la “forma specifica che prende oggi il desiderio di emancipazione”[89]: la forma di quella prassi istituente collettiva la cui “debole forza” contrasta una ragione neoliberale del mondo ormai in piena crisi di legittimità. Per aprire dall’Europa la strada, ora barrata, che conduce alla “democrazia dei comuni”[90].

 

 

NOTE

[1] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde. Essai sur la société néolibérale, Paris, La Découverte, 2009.

[2]  E. Balibar, Crisi e fine del’Europa, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, pp. 191-197.

[3] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, La Découverte, 2016.

[4] Id., Del Comune o della Rivoluzione nel XXI secolo, Roma, Derive approdi, 2015, p. 459.

[5] Id., La nouvelle raison du monde, cit., p. 333.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. J. Rueff, Le marché institutionel des Communautés européennes, in “Revue d’économie politique”, janvier-février 1958.

[8] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 337, che mutuano il termine “concorrenzialismo” da L. Franck, La Libre Concurrence, Paris, PUF, 1967, p. 7.

[9] M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 73-93.

[10] L. Erhardt, La prosperità pour tous, Paris, Plon, 1959, p. 113, cit. in P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 339.

[11] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 341.

[12] Id., La nouvelle raison du monde, cit., p. 205.

[13] M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit., p. 131.

[14] L. Erhard,  Programm für Deutschland, Rede Düsseldorf 31. März 1965, herausgegeben vom BPA. Su ciò e su quanto segue cfr. anche A. Somma, La dittatura dello spread. Germania, Europa e crisi del debito, Roma, Derive approdi, 2014, pp. 19-48.

[15] A. Müller-Armack, Wirtschaftslenkung und Marktwirtschaft. Verlag für Wirtschaft und Sozialpolitik [1946], München, Kastell, 1990, p. 71.

[16] W. Röpke, Civitas Humana. Grundfragen der Gesellschafts- und Wirtschaftsreform, Eugen Rentsch Verlag, Erlenbach, Zürich, 1944.

[17] Cfr. A. Rüstow,  Vitalpolitik gegen Vermassung, in A. Hunold [a cura di], Masse und Demokratie, Erlenbach e Stuttgart, Rentsch, 1957.

[18] Cfr. F. Bilger, La pensée néoliberale française et l’ordolibéralisme allemand, in P. Commun (a cura di), L’ordolibéralisme allemand, aux sources de l’économie sociale de marché, Cergy-Pontoise, CIRAC/CICC, 2003, p. 17.

[19] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., pp. 344 e 346.

[20] Ivi, p. 343.

[21] A. Rüstow, General Social Laws of the Economic Disintegration and Possibilities of Reconstruction. Afterword to W. Röpke, International Economic Disintegration, London, Hodge, 1942, p. 289, su cui cfr. W. Bonefeld, Crisis, free economy and strong State: on Ordoliberalism, in “Eris”, 3, 2015, p. 3. Cfr. anche  G. Commisso, La genealogia della governance. Dal liberalismo all’economia sociale di mercato, Trieste, Asterios, 2016, pp. 240, 181-192 e 200-205. Sulla costituzione economica nel neoliberalismo, e sul suo rapporto con la costituzione giuridico-politica, cfr. anche M. Ricciardi, Costituzionalismo e crisi. Sulle trasformazioni di un paradigma politico dell’ordine, in “Giornale di storia costituzionale”, 2, 2016, pp. 101-118.

[22] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 348.

[23] W. Eucken, Das Ordnungspolitische Problem, Ordo-Jahrbruch für die Ordnung der Würtschaft und Gesellschaft, Fribourg, G. B. C. Mohr, 1948, vol. I. 65, cit. in P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 189. Sul tema cfr. anche F. Denord, R. Knaebel & P. Rimbert, L’ordolibéralisme allemand, cage de fer pour le Vieux Continent, in “Le monde diplomatique”, Aout 2015, pp. 20-21 e G. Comisso, La genealogia della governance, cit., pp. 181-192 e pp. 200-205.

[24] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 351 e Id., Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., pp. 59-71.

[25] A sottolinearlo è É. Balibar, Europa, perché non dobbiamo dirci sconfitti, in “Il manifesto”, 26 marzo 2017. Per uno sviluppo del tema cfr. Id., Europa crisi e fine?, cit., pp. 285 e ss.

[26] P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., p. 351.

[27] Id., Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 109.

[28] J-C. Juncker, in “Le Figaro”, 29 gennaio 2015, cit. in ibidem.

[29] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 126.

[30] Ivi, pp. 126-127. Sul concetto di governance, cfr. anche A. Arienzo, Della governance come rappresentazione politica e della sua “storia”, in S. Cingari e A. Simoncini (a cura di), Lessico postdemocratico, Perugia, Stranieri University Press, 2016.

[31] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 130.

[32] Ivi, p. 132.

[33] Ivi, p. 135.

[34] A. Arienzo, La governance, Roma, Ediesse, 2003, pp. 131-145.

[35] C. Gobin, L’Union européenne et la nouvelle gouvernance economique: un système politique contre l’État démocratique, cit. in P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 135. Sulle politiche di aggiustamento strutturale in Africa e in America Latina negli anni ’80 e ’90, cfr. tra i tanti M. Davis, Planet of Slums, New York, Verso, 2007 e N. Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli, 2007.

[36] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 136.

[37] Ivi, p. 138.

[38] Cfr. E. Balibar, Crisi e fine del’Europa, cit., pp. 191-197. Per una ripresa del tema mi permetto di rinviare ai miei Rivoluzione dall’alto, in A. Simoncini (a cura di), Una rivoluzione dall’alto. A partire dalla crisi globale, Milano, Mimesis, 2011, pp. 11-65 e Sull’interregno postdemocratico, in S. Cingari e A. Simoncini (a cura di), Lessico postdcemocratico, Perugia, Stranieri University Press, pp. 13-42.

[39] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 143.

[40] Ivi, p. 146.

[41] Ibidem.

[42] Ivi, pp. 152 e 47.

[43] Id., Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., pp. 154-155. Sul tema cfr. anche M. Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, Roma, Derive approdi, 2012; Id., Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, Roma, Derive approdi, 2013; M. Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa, Roma, Derive approdi, 2017.

[44] Ivi, p. 162.

[45] Ibidem.

[46] Ibidem.

[47] Ivi, p. 163.

[48] Ivi, p. 164.

[49] Ivi, p. 165.

[50] Ivi, p. 168.

[51] Ivi, pp. 29 e M. Legrand, Christian Laval: “La crisi è diventata un modo di governo”, in “Tysm”, on line, 24 agosto 2016.

[52] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 170.

[53] B. Quattrocchi, Debito: tra squilibri di potere e opposti usi politici, in “Dinamopress”, on line, 9 maggio 2017

[54] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 170.

[55] Cfr. G. Borrelli, La democrazia di governance tra crisi di legittimazione e dispositivi d’emergenza, in G. Fiaschi (a cura di), Governance: oltre lo Stato?, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008, pp. 61-82; A. Arienzo, Governance, costituzione e nuove forme di legittimità democratica, in A. Arienzo e F. Scamardella, Governance, governabilità e legittimazione democratica, Napoli, Editoriale scientifica, 2017, pp. 160.

[56] C. Galli, Democrazia senza popolo, Roma-Bari, Laterza, 2017

[57] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 225-226.

[58] Ivi, p. 24.

[59] Id., L’Europe “hors democratie”, cit. In precedenza Dardot e Laval avevano parlato della razionalità neoliberale come di una “razionalità a-democratica”. Id., La nouvelle raison du monde, cit., pp. 459 e ss..

[60] Id., Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 46.

[61] Ivi, pp. 179-180.

[62] Ivi, p. 22. “Si ha democrazia quando stanno al potere uomini liberi e poveri, che sono in maggioranza”. Aristotele, Politica, IV 1290b 1-3 e 1290b 18-20.

[63] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 224

[64] Ibidem.

[65] Ivi, p. 141. Il riferimento è a Diem, il movimento fondato da Yannis Varoufakis, su cui cfr. L. Marsili e Y. Varoufakis, Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo, Roma-Bari, Laterza, 2017.

[66] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 141.

[67] Ivi, p. 142.

[68] Sul punto, che è qui impossibile approfondire per motivi di spazio, cfr. P. Dardot, C. Laval, L’urgence democratique, in “Matérialismes”, 87, 2017, on line.

[69] Id., Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., pp. 224-225.

[70] Ivi, p. 237

[71] Una locuzione che Dardot e Laval riprendono da A. F. Savater, La piel y el teatro. Salir de la politica, in “Eldiario.es”, on line, 16 ottobre 2015.

[72] P. Dardot, C. Laval, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 238.

[73] Ivi, p. 239.

[74] Ivi, p. 241.

[75] Ibidem.

[76] Ivi, p. 243.

[77] Id., Non c’è un “mondo comune”, cit.

[78] Ibidem.

[79] A. F. Sàvater, Dall’autonomia al comune: su Cornelius Castoriadis. Intervista con Pierre Dardot e Christian Laval, in “Tysm, on line, 24 gennaio 2017

[80] Ibidem.

[81] P. Dardot, C. Laval, Non c’è un “mondo comune”, cit.

[82] Cfr. C. Castoriadis, L’enigma del soggetto. L’immaginario e le istituzioni (1975, 1986, 1990), Bari, Dedalo, 1998, p. 29 e Id., L’istituzione immaginaria della società (1975), Torino, Bollati Boringhieri, 1995.

[83] P. Dardot, C. Laval, Non c’è un “mondo comune”, cit. Ma più diffusamente cfr. Id., Del Comune o della Rivoluzione nel XXI secolo, cit., pp. 452-459.

[84] Id, Ce cauchemar qui n’en finit pas, cit., p. 215.

[85] A. F. Sàvater, Dall’autonomia al comune, cit.

[86] S. Mezzadra, Oltre la pura politica. Discutendo “Guerra alla democrazia” di Dardot e Laval, in “Euronomade”, on line, 28 dicembre 2016.

[87] M. Ricciardi, La democrazia dopo la democrazia. Dardot e Laval e la possibilità di un «comune politico», in “Connessioni precarie”, on line, 2 gennaio 2017.

[88] S. Chignola, Che cos’è un governo, in “Euronomade”, 16 marzo 2015.

[89] A. F. Sàvater, Dall’autonomia al comune, cit.

[90] P. Dardot, C. Laval, Del Comune o della Rivoluzione nel XXI secolo, cit., p. 459. Sul punto cfr. G. Borrelli, Per una democrazia del comune. Processi di soggettivazione e trasformazioni governamentali all’epoca della mondializzazione, in P. Ametrano et alii, Dalla rivoluzione alla democrazia del comune. Lavoro, singolarità, desiderio, Napoli, Cronopio, 2016, pp. 185-229.

Alessandro Simoncini

Cultore della materia presso la cattedra di Storia delle dottrine politiche dell'Università per Stranieri di Perugia. Insegna Storia e Filosofia nei licei

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