30 Giugno 2019

Il dibattito storiografico sull’esperienza sovietica a partire da “Il Secolo Breve” di Eric J. Hobsbawm


di Emmanuele Quarta

Iconocrazia 15/2019 - "Arrighi/Hobsbawn. Politica, storia, relazioni internazionali", Saggi




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Lo scopo di questo articolo è, come suggerisce il titolo, quello di affrontare il dibattito sulla storiografia dell’Unione Sovietica (URSS) a partire dalla lettura proposta da Eric J. Hobsbawm ne “Il Secolo Breve”. In prima battuta, appare quasi scontato rilevare la centralità della storia sovietica nell’economia dell’opera di Hobsbawm: i due “estremi” temporali del Secolo breve – la Prima guerra mondiale da un lato e il crollo dell’Unione Sovietica dall’altro – coincidono virtualmente con la data di nascita – la Grande Guerra come terreno di coltura del colpo di stato bolscevico – e con quella della definitiva scomparsa dell’URSS. “Il Secolo Breve” viene dato alle stampe nel 1995 per i tipi di Michael Joseph con il titolo “The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914–1991”. L’opera fa da corollario alla trilogia di libri che Hobsbawm aveva dedicato allo studio del “lungo XIX secolo”, il cui inizio lo storico britannico aveva situato nella Rivoluzione Francese del 1789 e la cui conclusione coincide con l’inizio della Prima guerra mondiale. “Il Secolo Breve”, insomma, viene pubblicato quando il cadavere del blocco socialista è ancora caldo e in un contesto in cui, come ha affermato Enzo Traverso:

“ […] the fall of the Soviet Union and the end of the Cold War did not usher in a more ‘objective’, less passionately and ideologically oriented approach to the history of the twentieth century, but rather a new wave of anti-communism: a ‘militant’, fighting anticommunism, all the more paradoxical inasmuch as its enemy had ceased to exist.”[1]

Secondo Traverso, la capitale intellettuale di questa nuova ondata di storiografia militante poteva individuarsi nella città di Parigi per via di due opere che riscossero un certo successo di pubblico: “La fine di un’illusione” di François Furet e “The Black Book of Communism” di Stéphane Courtois. In questa temperie culturale va inquadrato, dice Traverso, anche il ritorno in auge della figura di Ernst Nolte, storico conservatore tedesco riconducibile alla corrente del “revisionismo storico” (ci soffermeremo in seguito su questo aspetto). La nostra proposta è quella di tornare a leggere “Il Secolo Breve” facendo interagire le tesi dello storico britannico marxista con quelle di altri studiosi che, negli anni successivi alla scomparsa dell’URSS, hanno provato a tracciare un bilancio del periodo che ha preceduto la “fine della storia”. In particolar modo, ci concentreremo sul già citato “La fine di un’illusione” (1995) dello storico francese François Furet e su “Dopo il comunismo. Contributi all’interpretazione della storia del XX secolo” (1992) dello storico e filosofo tedesco Ernst Nolte.

Nonostante la prossimità temporale delle opere in esame, si tratta di un’operazione, questa, particolarmente delicata. Le ragioni di tale complessità sono da ricercarsi, in primo luogo, nel dovere trattare di studiosi con un background culturale (e, di conseguenza, con un approccio alla questione) decisamente variegato. Per queste ragioni è opportuno soffermarci, seppur brevemente, su alcuni aspetti delle biografie degli autori in oggetto. Si eviterà, per ragioni di sintesi, di approfondire in questa sede la biografia di Hobsbawm. Figlio della borghesia laica francese, François Furet aderì in gioventù al Partito comunista francese (PCF) per allontanarsene – come anche altri storici suoi connazionali (si pensi, ad esempio, ad Alain Besançon[2]) nel 1956, anno in cui il “rapporto segreto” presentato da Chruščëv al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica rese noti i crimini commessi dal suo predecessore, Iosif Stalin. Storico di formazione, prima di dedicarsi allo studio della storia dell’idea comunista Furet si è affermato come uno dei più importanti studiosi della Rivoluzione francese e ha diretto, dal 1977 al 1985, l’École des hautes études en Sciences sociales (EHESS) della Sorbonne di Parigi. Ernst Nolte è nato nel 1923 a Witten, in una famiglia cattolica. Filosofo di formazione – alcuni gli attribuiscono l’etichetta di “allievo di Heidegger”[3] – Nolte è stato uno dei protagonisti della cosiddetta Historikerstreit o “controversia degli storici” che, alla fine degli anni ’80, tentava di fornire una risposta sul come bisognasse rapportarsi all’interpretazione della storia del nazionalsocialismo tedesco.

Anche la natura eterogenea delle opere in questione impone una certa cautela al momento di provare a metterle in relazione: se “Il Secolo Breve” è (o vuole essere), nelle parole di Pomian, l’equivalente di un affresco di Diego Rivera della storia del ventesimo secolo[4], la portata delle altre opere è decisamente più circoscritta e si “limita” alla storia dell’idea comunista. Infine, un’altra premessa ci sembra doverosa: e cioè che il crollo dell’Unione Sovietica non può essere trattato come un evento slegato dal resto della sua storia: ad interessarci, dunque, non è (o non solo) il giudizio portato da questi autori sui modi e le ragioni del crollo dell’URSS, quanto l’interpretazione che essi offrono di un’esperienza storica che ha occupato, in tempi e modi differenti, quasi sette decadi della storia del XX secolo. In questo senso, come osserva Sabbatucci in un saggio intitolato enfaticamente “Nolte e Furet”, non mancano punti di contatto tra lo storico francese e il filosofo tedesco. I due, infatti, appartengono alla stessa generazione, quella nata negli anni Venti del Novecento; entrambi, inoltre, possono essere ricondotti in qualche maniera alla corrente del ‘revisionismo’ storiografico (purché, sottolinea Sabbatucci, “il concetto sia depurato dall’alone negativo e un po’ sulfureo che spesso lo circonda e sia restituito alla sua accezione originaria (positiva ο neutra) di atteggiamento critico nei confronti di tradizioni ο testi consolidati”[5]). Va altresì rilevato come tanto Nolte come Furet sono storici delle idee e delle culture politiche, in esplicita ο implicita polemica con l’approccio marxista. Entrambi, poi, hanno affrontato il tema del comunismo in termini fortemente critici. Infine, è opportuno sottolineare che, tra il 1996 e il 1997, i due hanno intrattenuto una corrispondenza interrottasi, con ogni probabilità, unicamente per via della scomparsa di Furet, occorsa – appunto – nel 1997. Ritorneremo a breve su questo aspetto.

Si è detto delle “affinità elettive” tra Nolte e Furet: quel che è certo, però, è che la diversità di approccio allo studio dello scorso secolo rende le due opere qui prese in esame parecchio distinte. Proviamo a riassumerne il contenuto. Ne “Il passato di un’illusione”, Furet si propone di offrire una prospettiva delle fortune dell’idea comunista attraverso il XX secolo. Scrive Furet:

“L’idea comunista può essere studiata in due situazioni politiche, a seconda che sia al potere per il tramite del partito unico, o sia diffusa nell’opinione pubblica delle democrazie liberali, incanalata soprattutto dai partiti comunisti locali, ma propagata anche oltre, in forme meno militanti. Tra i due mondi, chiuso e segreto il primo, pubblico e aperto il secondo, il rapporto, benché impari, è costante. La cosa interessante è che l’idea comunista vive meglio nel secondo, dove resiste anche allo spettacolo offerto dal primo.”[6]

A partire da queste considerazioni, Furet afferma che, una volta abbandonata la lotta di classe, il “fascismo è nato come reazione al comunismo. Il comunismo ha prolungato la sua durata grazie all’antifascismo”[7]. In altre parole, l’idea comunista si è rivestita – riciclandosi – di “antifascismo” come mera strategia di sopravvivenza. “Fascismo e comunismo”, dice Furet, “insomma sono nemici dichiarati, poiché cercano di liquidarsi reciprocamente, ma sono anche nemici complici, che per scontrarsi hanno anzitutto bisogno di liquidare quanto li separa. […] Il vero segreto della complicità tra bolscevismo e fascismo resta però l’esistenza d’un avversario comune, la democrazia”[8]. Anche alla base dell’interpretazione di Nolte troviamo l’idea di un’affinità tra l’ideologia comunista e quella nazifascista. Per Nolte, una “guerra civile europea” si apre nel 1917 e si conclude nel 1945. A unire comunismo e fascismo, secondo l’autore, non è tanto l’opposizione a un comune nemico (la democrazia, appunto, che Furet – va notato – fa coincidere con il liberalismo) quanto un rapporto di causa ed effetto. In altre parole, è possibile comprendere l’avvento del nazifascismo come reazione alla rivoluzione bolscevica, che ha giocato il duplice ruolo di “immagine spaventosa” e di “modello”. Come capire Auschwitz, insomma, senza menzionare le esecuzioni di massa e le deportazioni messe in atto dal regime bolscevico? Non sorprende, insomma, che le tesi di Nolte abbiano provocato una reazione decisa da chi vedeva in esse un tentativo di giustificare, razionalizzandola, l’ideologia nazifascista. Più sorprendente è la lunga nota che Furet dedica nella sua opera alle tesi di Nolte, riconoscendogli il merito (pur con la dovuta prudenza) di avere quantomeno sollevato la questione di un’affinità tra le due ideologie. L’attenzione di Furet alle tesi di Nolte condusse i due a quello scambio epistolare cui accennavamo poc’anzi e che ci porta a sottolineare un altro aspetto rilevante ai fini di questa relazione, e cioè che tre di loro – ovvero Hobsbawm e, appunto, Furet e Nolte – hanno effettivamente portato avanti un dibattito sulle rispettive letture del secolo scorso.

Nel 1996, infatti, Hobsbawm pubblicò una rassegna de “Il passato di un’illusione” su New Left Review, sottolineando gli aspetti a suo giudizio più critici dell’opera dello storico francese. Dice Hobsbawm:

“Un reseñador afín, aunque no acrítico, ha escrito: «Pese a limitarse a una dictadura y a unos pocos intelectuales… [este libro] es la primera tentativa de una historia de nuestra época escrita desde el siglo XXI». A mi modo de ver, esto es precisamente lo que no es.”


Hobsbawm, al contrario, vede nell’opera di Furet “un prodotto tardivo della Guerra Fredda”[9], criticando in particolar modo l’impostazione ideologica dell’opera e parafrasando (rivisitandola), nelle sue conclusioni, la nota affermazione di Marx: «Sino ad’ora gli storici si sono unicamente preoccupati di cambiare il mondo. Il problema è interpretarlo».[10] È da segnalare la partecipazione di Hobsbawm, Furet e Nolte (ma anche di Renzo De Felice, Giuliano Procacci, Ian Kershaw e Richard Pipes) al numero 89 della rivista francese Le Débat (1996) attorno al tema Communisme et fascisme au XXe siècle.[11] Infine, occorre ricordare come, un anno più tardi, Le Débat dedicherà ampio spazio a “Il Secolo Breve”.[12] Il fatto è di per sé curioso, giacché – come segnala lo stesso Hobsbawm nei suoi “Commentaires” annessi al numero de Le Débat – mancava ancora, all’epoca, una traduzione in francese della sua opera. Particolarmente tagliente risulta la critica di Krzysztof Pomian, che conviene qui sollecitare poiché ci consente di abbordare alcuni dei punti sovente ritenuti problematici della lettura hobsbawmiana del breve ventesimo secolo.

L’argomentazione di Pomian parte da una citazione dell’opera di Hobsbawm: “Solo la temporanea e insolita alleanza del capitalismo liberale e del comunismo, che si coalizzarono per autodifesa contro la sfida del fascismo, salvò la democrazia; infatti la vittoria sulla Germania hitleriana fu ottenuta, e poteva soltanto essere ottenuta, dall’Armata rossa”[13]. In queste righe, secondo Pomian, si può intravedere un tema ricorrente – che la “attraversa per intero” – dell’opera di Hobsbawm: “celui d’une justification de l’U.R.S.S., de son régime et de tous ceux qui, comme Hobsbawm lui-même (et comme l’auteur de ces lignes), furent dans leur passé des militants communistes. Justification dont l’argument maître, répété plusieurs fois dans le livre, est la Victoire remportée dans la Seconde Guerre mondiale sur les pays de l’Axe”.[14] In altre parole, e più in generale, Pomian rimprovera a Hobsbawm una certa leggerezza – se non una completa condiscendenza – nei confronti del regime sovietico, anche nella sua declinazione stalinista: lo stesso tipo di rimprovero, va notato, che Hobsbawm stesso aveva mosso a Furet nella sua rassegna de “Il passato di un’illusione”. Va sottolineato che Pomian non è il solo a vedere ne “Il Secolo breve” un “examen de conscience d’un homme de la gauche communiste, attaché à la composante modernisatrice des Lumières, qui réfléchit sur la justesse de ses choix pour s’accorder finalement une absolution au bénéfice du doute”.[15] Tra gli altri, Giampietro Berti, ad esempio, ha proposto un parallelo tra le opere di Nolte e Hobsbawm, entrambe volte, secondo lui, a giustificare i due totalitarismi. Scrive Berti:

“Da un lato abbiamo questa sequenza: capitalismo-guerra-bolscevismo; dall’altra un segmento di essa, e cioè: rivoluzione bolscevica-nazismo. Nel primo caso gli eventi traumatici della storia hanno stravolto il messaggio originario del marxismo, producendo una sua degenerazione; nel secondo caso alcuni di questi eventi sono stati determinanti per far sorgere in Germania una incontrollata reazione di difesa alla minaccia bolscevica.”[16]

Cosa fare, dunque, di una parte così ingombrante della storia mondiale recente? Formulare una risposta soddisfacente è estremamente difficile, e chissà che la risposta risieda proprio in tale difficoltà. Affermava Furet che “i russi, come prima di loro i tedeschi, sono l’altro grande popolo d’Europa incapace di dare un senso al XX secolo e, per questo, incerto sull’intero passato”.[17] Questo era senz’altro vero nel 1995. A quasi un quarto di secolo di distanza, non pare vi siano da registrare sostanziali passi in avanti. Possiamo però rifarci alle parole di Hobsbawm quando, nell’introduzione a “Il Secolo Breve”, nel delineare la struttura dell’opera, anticipa in qualche modo le conclusioni contenute nei capitoli finali:

“Il crollo dei regimi comunisti dall’Istria a Vladivostok non ha solo prodotto incertezza politica, instabilità, caos e guerra civile su un’area enorme del pianeta, ma ha anche distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni internazionali negli ultimi quarant’anni. Esso ha anche messo a nudo la precarietà degli assetti politici interni dei singoli stati, che si basavano essenzialmente su quella stabilità internazionale. Le tensioni economiche hanno minato i sistemi politici di democrazia liberale, di tipo parlamentare o presidenziale, che avevano funzionato egregiamente nei paesi di capitalismo avanzato dopo la seconda guerra mondiale. Le tensioni economiche hanno anche minato tutti i sistemi politici operanti nel Terzo mondo. Le stesse unità basilari della vita politica, gli stati nazionali indipendenti che esercitavano la loro sovranità su un certo territorio, sono state frantumate dalle forze di un’economia soprannazionale e transnazionale e dalle spinte secessionistiche di particolari regioni e gruppi etnici. […] Il futuro della politica è oscuro, ma la crisi della politica alla fine del Secolo breve è palese.”

Ecco: che ci si trovi d’accordo o meno con chi vede ne “Il Secolo Breve” un tentativo di giustificare il regime politico sorto dal colpo di stato bolscevico (e, in ultima istanza, l’adesione dell’autore al marxismo), il valore e l’attualità della lettura di Hobsbawm risiedono forse nelle parti finali dell’opera. La storia del blocco sovietico è una storia certo problematica e densa di contraddizioni, emerse con violenza una volta venuta meno l’entità statale che meglio ha incarnato, nell’immaginario collettivo, l’applicazione pratica della dottrina marxista-leninista. Non sorprende, dunque, l’emergere di una corrente storiografica che vede, nelle tensioni che oggi oppongono la Russia post-sovietica alle democrazie occidentali, una “nuova Guerra Fredda”. Per concludere, chissà non si debba raccogliere l’invito di Hobsbawm, quando afferma che “la maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Questo fenomeno fa sì che la presenza e l’attività degli storici, il cui compito è di ricordare ciò che gli altri dimenticano, siano ancor più essenziali alla fine del secondo millennio di quanto mai lo siano state nei secoli scorsi.”




Bibliografia

BERTI, Giampietro, Due giustificazionismi del totalitarismo comunista e nazista: Ernst Nolte e Eric Hobsbawm, in Studi in onore di Giovanni Miccoli”, 2004, 423–442.

FURET, François. Le Passé d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXème siècle, 1995. [FURET, François; VALENSISE, Marina. Il passato di un’illusione: l’idea comunista nel XX secolo. Mondadori, 1995.]

HOBSBAWM, Eric John. Commentaires. Le Debat, n° 93(1), 1997, 85–92.

HOBSBAWM, Eric John. Historia e ilusión. New left review, 2000, 4: 152–164.

HOBSBAWM, Eric John. Il secolo breve. Bur, 2004.

NOLTE, Ernst. Después del comunismo: aportaciones a la interpretación de la historia del siglo XX. Ariel, 1995.

POMIAN, Krzysztof. Quel XXe siècle ? Le Debat, n° 93 (1), 1997, 41–75.

SABBATUCCI, Giovanni. Nolte e Furet. Studi Classici e Orientali, 2012, 321–330.

TRAVERSO, Enzo. “The New Anti-Communism: Rereading the Twentieth Century”. in Mike Haynes, Jim Wolfreys (eds). History and Revolution. Refuting Revisionism, Verso, London, 2007, 138–155.


[1] TRAVERSO, Enzo. “The New Anti-Communism: Rereading the Twentieth Century”. in Mike Haynes, Jim Wolfreys (eds). History and Revolution. Refuting Revisionism, Verso, London, 2007, p. 138.

[2] Si veda, ad esempio, BESANÇON, A.  (1986). Présent soviétique et passé russe. Recuperato da https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k48114562

[3] Sulla questione, però, Sabbatucci sottolinea l’assenza di prove di questa filiazione intellettuale.

[4] POMIAN, Krzysztof. Quel XXe siècle ? Le Debat, n° 93(1), 1997, p. 41.

[5] SABBATUCCI, Giovanni. Nolte e Furet. Studi Classici e Orientali, 2012, p. 321.

[6] FURET, François. Le Passé d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXème siècle, 1995, p. 7.

[7] Ivi, p.33.

[8] Ibid.

[9] HOBSBAWM, Eric John. Historia e ilusión. New left review, 2000, 4, p. 164.

[10] Ibid.

[11] Si veda Le Débat 1996/2 (n° 89). Recuperato da https://www.cairn.info/revue-le-debat-1996-2.htm      

[12] Si veda Le Débat 1997/1 (n° 93). Recuperato da https://www.cairn.info/revue-le-debat-1997-1.htm      

[13] Il corsivo non appare nel testo originale, bensì unicamente nella citazione di Pomian.

[14] POMIAN, Krzysztof. Quel XXe siècle ? Le Debat, n° 93(1), 1997, p. 42.

[15] Ivi, p. 72.

[16] BERTI, Giampietro, et al. Due giustificazionismi del totalitarismo comunista e nazista: Ernst Nolte e Eric Hobsbawm, p. 441.

[17] FURET, François; Il passato di un’illusione: l’idea comunista nel XX secolo. Mondadori, 1995, p. 4.



Emmanuele Quarta

Dottorando di ricerca Università degli Studi di Bari "Aldo Moro"

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