1 Lug 2014

Mediterraneo e Atlantico. L’imprevedibile nesso Gramsci, Sraffa, Wittgenstein


di

Iconocrazia 05/2014 - "Cartoline Inter-adriatiche", Saggi




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Cominciata con l’esperienza dell’Ordine Nuovo, l’amicizia tra Antonio Gramsci e Piero Sraffa durò, si può dire, per tutta la vita. I legami ideologici – seppur nelle rispettive differenze – spiegavano l’aspetto politico e filosofico che li accomunava e che rendeva possibile non solo l’amicizia personale, ma anche la solidarietà politica.

Dall’altra parte, Sraffa divenne amico, qualche anno più tardi rispetto all’amicizia con Gramsci, di un’altra importantissima personalità del Novecento, cioè Ludwig Wittgenstein. Tra i due, narrano le cronache – per lo più quelle del comune amico John Maynard Keynes –, si istituì immediatamente un legame di amicizia, sin da subito. E dire che Wittgenstein è spesso descritto come un sociopatico! Ma Sraffa riuscì subito ad intendersi con il filosofo non tanto sul piano personale, quanto su quello teorico, avviando con lui uno scambio di opinioni che, pur nelle differenze disciplinari risultarono estremamente proficue. A tal punto da costituire uno di quegli elementi che molto influirono sul filosofo viennese nella seconda parte della sua elaborazione filosofica.

Prese separatamente, queste due amicizie possono sembrare esperienze personali tra tre grandi protagonisti del secolo scorso, ma la domanda è: possiamo isolare un filo comune che, attraverso la figura di Sraffa, possa congiungere tra loro uno dei maggiori protagonisti del movimento comunista mondiale e il circolo di Cambridge di cui Wittgenstein è uno degli esponenti più importanti? Il tentativo di trasportare sul terreno filosofico politico un pezzo di vissuto di questi tre personaggi è troppo complesso per essere affrontato in un breve saggio. Tuttavia, la ricostruzione delle tappe principali di questo percorso a tre, potrebbe illuminare alcuni aspetti interessanti di questo sodalizio intellettuale.

 

Gramsci e Sraffa: 1920-1924

Piero Sraffa conosce Gramsci nel 1919 in una Torino divenuta il centro dell’industrialismo italiano ed anche, conseguentemente, del movimento operaio nazionale. Molto attivo nel movimento studentesco socialista promosso da Gramsci, Sraffa collabora anche con la redazione dell’”Ordine Nuovo”, di cui diventa, sin dal 1921, corrispondente dall’Inghilterra in concomitanza con il suo primo viaggio a Cambridge, dove conobbe John Maynard Keynes. I primi articoli da Londra di Sraffa si indirizzano non solo verso l’analisi economica, ma anche verso la militanza politica. Essi sono: Open shop drive, Industriali e governo inglese contro i lavoratori e I Labour Leaders. Questi tre articoli vengono molto apprezzati da Gramsci, il quale apprezza anche la partecipazione di Sraffa al Labour Research Department, un centro di ricerca inglese sui temi del lavoro e della condizione della classe operaia di ispirazione rivoluzionaria. Scriveva Gramsci a questo proposito, “crediamo utile la creazione di un ufficio di ricerche economiche che lavori per il partito e raccolga tutti gli elementi necessari per la sua lotta e per la sua preparazione intellettuale.”

A parte la parentesi inglese, i rapporti tra Gramsci e Sraffa riprendono, su un piano più politico, a partire dal 1924. Non che gli articoli di Sraffa fossero impolitici, ché anzi le posizioni prese dall’economista sia sull’inerzia della classe operaia inglese, sia sull’atteggiamento del governo, sia sulla inaffidabilità dei leader sindacali e politici della sinistra inglese testimoniavano di una spiccata tendenza alla lettura tutta politica delle relazioni industriali. Il punto è che dal 1924 in poi Sraffa comincia ad assumere una propria visione politica non sempre in linea né con il partito né con Gramsci stesso.

In particolare sulla questione dei rapporti con il fascismo e con la transizione ad una democrazia borghese. Il tema è uno di quelli che hanno contato nella storia del movimento operaio e social-comunista mondiale. E’ inutile dilungarsi sulla linea della Terza Internazionale sull’argomento, cioè sul netto rifiuto della linea socialdemocratica che i socialisti europei al contrario caldeggiavano o sulla nuova situazione che l’ascesa del movimento, poi partito, fascista crea in Italia.

Sta di fatto che, mentre Gramsci rimaneva ortodosso rispetto alla linea del comunismo internazionale, Sraffa inizia a pensare (e a scrivere) che probabilmente la situazione era tale da richiedere una complessificazione radicale dell’analisi e della strategia dei socialisti e dei comunisti italiani. In poche parole egli riteneva che bisognasse avviare una fase di intesa tra le forze democratiche in funzione antifascista e che l’idea di passare senza soluzione di continuità dalla resistenza al fascismo, all’edificazione del socialismo fosse inattuale. In una lettera a L’Ordine nuovo dell’aprile 1924, Sraffa sostiene la necessità in Italia di una “rivoluzione borghese” finalizzata alla sconfitta del fascismo e dichiara anche “che il Partito comunista, oggi, non può fare niente o quasi niente di positivo”.

A questa lettera Gramsci risponde con una propria lettera, nella quale ribadisce la fedeltà del partito comunista italiano alla linea dell’Internazionale comunista, ma con toni che ad alcuni sono sembrati più sfumati ed ambivalenti di quanto ci si sarebbe aspettato. In effetti, egli accettò di riflettere su quanto l’amico Sraffa gli suggeriva pubblicamente, se è vero, come risulta da una lettera al Partito del febbraio 1924, che Gramsci scrive:

“E’ un po’ opinione che una ripresa proletaria possa e debba avvenire solo a beneficio del nostro partito. Io credo invece che ad una ripresa il nostro partito sarà ancora in minoranza, che la maggioranza della classe operaia andrà coi riformisti e che i borghesi democratici liberali avranno ancora da dire molte parole. Che la situazione sia attivamente rivoluzionaria non dubito e che quindi entro un determinato spazio di tempo il nostro partito avrà con sé la maggioranza; ma se questo periodo forse non sarà lungo cronologicamente esso sarà indubbiamente denso di fasi suppletive.”

 

Sraffa e Wittgenstein: 1929-1930

Il sodalizio intellettuale tra Wittgenstein e Sraffa è, per certi versi, ampiamente documentato. Data la differenza di discipline e di interessi di studi, tuttavia, i due non dettero mai vita ad una qualche forma di interazione scientifica ufficiale, libri, articoli, lezioni in comune. Il loro rapporto fu basato su una lunga e duratura conversazione intellettuale interdisciplinare, che dette i suoi frutti in una forma obliqua e manifestò la loro capacità di influenzarsi a vicenda sempre in modo mediato.

La documentazione che abbiamo su questa influenza reciproca è per lo più depositata nelle lettere di amici o anche lettere dei due autori indirizzate a terze persone. E’ nota la circostanza in base alla quale la svolta metodologica di Wittgenstein avrebbe avuto un impulso importante dovuto alla necessità di spiegare la forma logica di un gesto tipico degli italiani (secondo alcune versioni il gesto dell’ombrello, secondo altre, più accreditate, il gesto del passarsi due dita sotto il mento per manifestare noncuranza) durante uno o più incontri e scambi di idee con l’amico Sraffa.

Così come sono noti alcuni passaggi delle lettere che John Maynard Keynes indirizzava alla moglie Lydia Lopokova Keynes per sottolineare la difficoltà che incontrava nell’ospitare a Cambridge il filosofo austriaco, a causa del suo carattere insopportabilmente egocentrico. La soluzione che Keynes trovò – e si dimostrò oltremodo efficace – fu di fare incontrare Wittgenstein con Sraffa, il quale, quest’ultimo, era anch’egli conosciuto come un personaggio eccentrico e difficile da sopportare. Fu come se i due si neutralizzassero vicendevolmente: Wittgenstein appariva insopportabile quando non aveva nessuno con cui dialogare ed a cui sottoporre interminabili sedute riflessione intorno ai principi primi della filosofia e trovò ad ascoltarlo ed a controbattere con acutezza proprio il genio multiforme dell’economista torinese.

Tuttavia, al di là delle questioni squisitamente personali, il rapporto tra i due si svolse intorno ad alcuni punti cardine del pensiero contemporaneo.

Il primo di questi punti è la discussione sviluppatasi probabilmente tra i due circa il gruppo di proposizione nel Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein contenute nell’insieme 6.37.

La prima è riferita alla necessità logica – secondo Wittgenstein – che attesterebbe l’indipendenza delle forme logiche rispetto alla nostra volontà.

“6.3751    Che, ad esempio, due colori siano ad un tempo in un luogo del campo visivo è impossibile: impossibile logicamente, perché ciò è escluso dalla struttura logica del colore.

Pensiamo a come questa contraddizione si presenti nella fisica. All’incirca così: una particella non può avere nel medesimo tempo due velocità; vale a dire, non può, nel medesimo tempo, esser in due luoghi; vale a dire, particelle in luoghi diversi in un unico tempo non possono essere identiche.

(È chiaro che il prodotto logico di due proposizioni elementari non può essere né una tautologia né una contraddizione. L’enunciato, che un punto del campo visivo ha nel medesimo tempo due diversi colori, è una contraddizione.)”

E’ su questo punto, che a suo dire metterebbe in crisi il fondamento stesso dell’unica opera monografica pubblicata da Wittgenstein in vita, che Sraffa contesta la visione dell’amico filosofo e che lo spingerà a rendere più complessa e più acuta la sua concezione del mondo e dei problemi filosofici ad esso connessi. Infatti a Sraffa la visione di Wittgenstein sembra troppo riduttiva, per così dire – come ho avuto modo di osservare altrove – è una visione monocromatica o bidimensionale. D’altra parte lo schema wittgensteiniano del Tractatus è ricalcato sulla cosiddetta Vero/falso notazione, una sorta di schema a due soli input (vero e falso appunto) che sarebbe ingrato di dare conto, dal punto di vista logico, cioè della forma logica, di qualsiasi stato di cose, passato, presente e futuro.

Questo estremo schematismo, quasi metafisico, di Wittgenstein viene contestato da Sraffa allo stesso modo in cui l’economista contesta il carattere astratto e “povero” della teoria della domanda e dell’offerta di Marshall e sull’idea di poter risolvere sul piano dell’analisi atomistica del mercato le possibilità di prevedere il prezzo delle merci. Così come, per lo Sraffa economista, il mercato è un fatto in cui tutto risulta inestricabilmente interconnesso ed interdipendente, per lo Sraffa filosofo nel mondo non vi sono fatti “indipendenti”, fossero pure quelli attinenti alla sua forma logica – kantianamente aprioristica.

Su questo terreno la richiesta dell’amico italiano di individuare una forma logica del gesto napoletano del “chissenefrega” appare indefinibile per Wittgenstein alla luce del Tractatus. C’è bisogno di un di più di riflessione, di un repertorio più complesso che renda ragione della complessità del mondo e della correlazione attiva che gli stati di cose presentano al proprio interno. La nozione di contesto, così come individuata da J. Schulte a proposito del secondo Wittgenstein, quello delle Philosophische Untersuchungen, è esemplificativa del cambio di passo che il filosofo compie probabilmente anche alla luce dei suoi incontri con Sraffa.

D’altra parte, l’idea che il mondo non soggiacesse a ‘leggi naturali’ che mostrano se stesse a Wittgenstein è ben presente. La sua ansia di stabilire però delle costanti logiche intese come strumenti a disposizione di chiunque voglia almeno descrivere (se non spiegare) il mondo, che contraddistingue la prima parte della sua speculazione, lo induce a ripiegare sull’idea della presenza di una necessità almeno logica.

“6.37   Una costrizione, secondo la quale una cosa debba avvenire poiché ne è avvenuta un’altra, non v’è. V’è solo una necessità logica.”

Dopo gli incontri con Sraffa anche questo residuo metafisico viene abbandonato. Già l’altro scritto di Wittgenstein pubblicato in vita, cioè Alcune osservazioni sulla forma logica – ultima propaggine (1929) dell’impianto del Tractatus – diventa obsoleto alla luce di queste riflessioni. Infatti Wittgenstein, chiamato a tenere una relazione sull’argomento, preferì parlare d’altro.

Dunque, il fondamento delle riflessioni comuni tra Sraffa e Wittgenstein non è altro che la necessità di rendere complesse le rispettive discipline di studio, alla luce del progressivo liquefarsi dell’orizzonte di senso che era appartenuto alla vecchia Europa e che via via – fino alla Seconda Guerra Mondiale – verrà letteralmente raso al suolo.

 

Ipotesi provvisorie

Cosa significa dunque ragionare su questo incrocio intellettuale tra questi tre autori? Il fatto che i due estremi di questa linea di amicizia non si siano mai incontrati – per quel che ne sappiamo non solo di persona, ma neanche attraverso i propri scritti – ci impedisce di formulare una ipotesi di lettura unitaria di questi rapporti?

Certamente, come in precedenza abbiamo segnalato, non esistono evidenze certe della chiusura di questo cerchio. Molto lavoro è stato fatto sul rapporto tra Sraffa e Wittgenstein ed ancor più su quello con Gramsci, ma il trait d’union è sempre rimasto Sraffa. Ma sforziamoci di formulare un’ipotesi, seppur  arbitraria, cioè che Sraffa si sia comportato con l’uno in modo piuttosto simile a come ha fatto con l’altro.

La funzione dell’economista torinese, pur nella differenza di contesto, nei confronti sia di Wittgestein che di Gramsci ha rispettato una costante: egli ha sempre mirato a rendere complessa una fomulazione teorica che appariva del tutto monolitica ed insindacabile. La linea della Terza Internazionale per quel che riguarda Gramsci e la ‘metafisica logica’ del Wittgenstein del Tractatus erano ambedue chiuse in un circolo vizioso. Da un lato non riuscivano a dar conto pienamente del problema che si erano poste e dall’altro non riuscivano ad lavorare in modo ‘rivoluzionario’ sui propri presupposti. Sraffa ebbe il merito, non indifferente, di far sì che entrambi i suoi amici considerassero le cose da un’angolazione imprevista. Probabilmente, la costante dei rapport tra i tre intellettuali era proprio costituita dalla capacità di Sraffa di rendere più complessa la situazione per sottoporre ad una sorta di procedura di verifica le loro tesi. Da questa complessificazione mi sembra che le teorie di entrambi ne abbiano tratto giovamento.

 

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Giuseppe Cascione

Professore Associato di Filosofia Politica Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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