28 giugno 2017

Europa di quarzo. L’immagine di Europa fra decoro e security state




Iconocrazia 11/2017 - "L'immagine di Europa", Saggi




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All’indomani della peste nera, in risposta all’aumento del costo del lavoro e del crollo del canone feudale, ogni paese europeo cominciò a condannare la pigrizia e a perseguitare i vagabondi, l’accattonaggio e il rifiuto del lavoro.

 S. Federici, Calibano e la strega

 

La criminalizzazione della povertà

Le rigide leggi finanziarie dell’Unione Europea hanno contribuito alla realizzazione di un’idea di Europa concepita perlopiù come sistema-azienda, la cui rispettabilità dei membri dipende dalla capacità di far quadrare i conti, piuttosto che dal benessere dei suoi abitanti. Il dibattito intorno alle scelte politico-economiche viene delegato a chi ha le competenze tecniche per mettere in pratica «i meccanismi del sociale razionalizzato, meccanizzato e finalizzato» come li ha definiti Michel Maffesoli (2005, p.87). La gioventù europea, che sembrava dover sorgere all’alba del nuovo millennio, ha visto minate alle radici le proprie basi economiche e culturali, mentre la flessibilità del lavoro ne ha sancito la precarietà esistenziale e la vita nomade, seppur scampata ai controlli interni di frontiera. La non-corrispondenza fra governance e cittadini europei ha posto in essere una crisi strutturale della rappresentanza che si amplifica nel tempo, di cui la Brexit è solo uno dei sintomi più recenti.

La necessità dei governi di creare consenso sul loro operato, nonostante l’incomunicabilità fra le burocrazie politico-amministrative e il corpo sociale, ha fatto sì che ciò accada sempre più frequentemente through crime cioè attraverso la (paura della) criminalità di strada e nella divisione fra cittadini “perbene” e “permale”. Questa dinamica discorsiva è stata individuata dal sociologo francese Loïc Wacquant come una delle tre funzioni caratterizzanti le politiche securitarie degli stati occidentali neoliberali (Wacquant 2006, p.XVI) insieme all’incarcerazione di massa, a cui è destinata buona parte del proletariato urbano e coloro che appartengono alle classi marginalizzate (tossicodipendenti, alcolisti, piccoli spacciatori, senza fissa dimora, migranti clandestini, e così via), e alla creazione di reti di “sicurezza integrata” costituite da forze di polizia, agenti municipali e governatori locali.

In uno studio comparato sulla situazione repressiva statunitense e francese, Wacquant ha analizzato i motivi per cui l’incremento vertiginoso dei detenuti statunitensi non rispondesse a una effettiva crescita del tasso della criminalità, ma all’inasprimento delle misure securitarie dovuto alle nuove zero tolerance policy. Tolleranza Zero (Zero Tolerance) è lo slogan con il quale il repubblicano Rudolph Giuliani vinse le elezioni municipali di New York nel 1994, nonché il nome dato all’inedito programma sulla pubblica sicurezza promosso dalla municipalità di New York in seguito all’elezione di Giuliani. Questo piano prevedeva un cospicuo incremento di organici nel NYPD (New York Police Department), una presenza capillare delle forze dell’ordine su strada, l’istituzione di una banca dati informatizzata sul crimine, la repressione di lavavetri, mendicanti, writers, senza fissa dimora, al fine di contrastare non solo la microcriminalità, ma anche le soggettività considerate responsabili di comportamenti immorali e devianti di lieve entità, o addirittura irrilevanti dal punto di vista penale (De Giorgi, 2000).

Stando alle analisi di Wacquant sono queste soggettività, a fronte di un mantenimento stabile della popolazione criminale nel corso degli ultimi vent’anni, a essere incrementate (Wacquant 2006). Una massa di disoccupati e sottoccupati che, dall’avvio di queste politiche, non sono stati più considerati come “poveri”, destinatari cioè di una qualche forma di assistenza pubblica, ma come potenziali fuorilegge da porre sotto controllo preventivo o da punire sistematicamente fin dalle forme più elementari di trasgressione. L’insicurezza economica e le sue naturali ricadute sul piano della vita sociale, vengono “curate” con dosi di repressione e marginalizzazione, facendo assurgere la “sicurezza”, intesa in senso strettamente fisico e non nei termini di rischio esistenziale (salariale, sociale, medico, educativo eccetera), al rango di priorità dell’azione pubblica. Secondo Wacquant è evidente come l’inasprimento delle misure penali non risponda a una crescita della criminalità, ma sia una «tecnica per rendere invisibili i problemi sociali» (Ivi, p. XXII) legati al nuovo corso delle politiche neoliberiste in tema di produzione, salario e speculazione finanziaria.

 

Il “security-think” europeo

L’esperienza di Rudolph Giuliani verrà immediatamente emulata dall’altra parte dell’Atlantico. Già nel 1998 in Germania la C.D.U. condurrà nella regione di Francoforte una campagna sul tema della null toleranz[1], in Italia nel 1999 il sindaco di Milano Gabriele Albertini dopo aver visitato il NYPD insieme al suo city manager Stefano Parisi, annuncia pubblicamente che il suo piano sicurezza per il capoluogo lombardo consiste nel “fare come a New York”. In Francia il governo Jospin avvia una svolta repressiva che si concretizzerà nella Loi sur la sécurité quotidienne (2001) un pacchetto sicurezza che legiferava non solo in materia di antiterrorismo, ma anche per la prima volta in materia di devianza sociale e inciviltà (Wacquant 2000).

Le ragioni delle zero policy si sono diffuse in Europa «come una metastasi» (Ivi, p.23) e continuano a esserlo ancora oggi nonostante i risultati raggiunti dalla loro applicazione negli Stati Uniti lascino non poche perplessità a causa dell’incremento degli abusi di polizia e di provvedimenti di tipo discriminatorio. Evidenze denunciate pubblicamente già nel 2000 durante un summit del The civil rights project[2] a cui hanno preso parte tutte le maggiori università statunitensi. Sul lungo periodo questo tipo di politiche hanno aperto un abisso di diffidenza fra la comunità afroamericana e le forze di polizia, una difficile situazione, testimoniata anche dalla nascita nel 2013 del movimento Black Lives Matter, impegnato nella denuncia della violenza istituzionale e del razzismo sistematico presente in tutti gli Stati Uniti.

Fin dagli anni 2000 in diversi paesi europei vengono proposti nuovi decreti che criminalizzano quelle soggettività considerate “al margine della legalità” quali questuanti, writer, lavavetri, venditori ambulanti, prostitute, vagabondi, senza fissa dimora, piccoli consumatori di droga, alcolisti, gruppi giovanili, migranti e chiunque possa essere considerato responsabile di utilizzare lo spazio pubblico in maniera impropria. Ci vorrebbero molte pagine per poter elencare le nuove misure che, inserite generalmente in “pacchetti sicurezza” riguardanti gli argomenti più disparati, hanno dato nuove disposizioni in merito alle soggettività marginali e al problema della “devianza sociale”.

In Inghilterra nel 1998 il Primo Ministro Tony Blair aveva introdotto l’Anti-Social Behaviour Order (ASBO) una legge civile che puniva chi dimostrasse di assumere comportamenti anti-sociali (un numeroso elenco che va dallo sputare per terra, al fumo nei luoghi pubblici, all’inquinamento acustico, fino a reati più gravi come il furto e la pedofilia) con l’intento di prevenire quei comportamenti che pur non perseguibili penalmente venivano considerati dannosi per la pace sociale e la quiete pubblica. Queste ingiunzioni potevano vietare alcuni comportamenti individuali o limitarli ad alcune zone, ad esempio attraverso il divieto di accesso ad aree o edifici specifici, violarle poteva comportare una condanna penale fino a cinque anni. Nel 2014 l’ASBO è stato rimpiazzato dall’ Anti-Social Behaviour, Crime and Policing Act[3], (CRASBO) una legge promossa dall’allora ministro Theresa May che amplia notevolmente i poteri delle forze dell’ordine nel poter agire su quei comportamenti ormai assurti a “crimini anti-sociali” e che è stata definita dal quotidiano The Guardian «un mosaico di divieti assurdi», nonché accusata di limitare fortemente le libertà personali e di «targeting of specific groups» ovvero di essere una legge fortemente discriminatoria (Cocozza 2015, Garrett 2015).

Passando sull’altro lato della Manica, troviamo la legge d’orientation et de programmation pour la performance de la sécurité intérieure conosciuta come LOPPSI 2 e promulgata in Francia nel 2011. Secondo il sociologo belga Jean Claude Paye queste misure «che vanno dalla creazione di files su tutti i cittadini alla legalizzazione dei cookies, alla possibilità di imporre il coprifuoco per i ragazzi di 13 anni» hanno lo scopo di «essere un mezzo dello sguardo del governo, un supporto all’immagine mediatica di insicurezza e del suo alter-ego, la sicurezza». Secondo Paye «la criminalizzazione degli squatters, dei viaggiatori, degli stranieri irregolari o semplicemente dei giovani, sottintende che ogni forma di esistenza che non sia strettamente controllata è pericolosa» (Paye 2011). Così come l’insicurezza sociale (Castel 2015) ha portato alla canonizzazione del suo alter ego: il “diritto alla sicurezza”, allo stesso modo il moral panic che per anni si è propagato in Europa ha portato alla nascita di nuove categorie di percezione pubblica e di azione statale. I quartier sensible in Francia, i sink estate in Gran Bretagna, i Problemquartier tedeschi e lo stesso concetto di “violenza urbana” sono eufemismi burocratici coniati al fine di creare un vero e proprio immaginario simbolico in grado di alimentare un «teatro permanente della moralità» e quella «pornografia dell’ordine pubblico» (Waquant 2006 p.243) che ha assicurato agli stati europei una certa credibilità a dispetto delle gravi insufficienze nella tutela del welfare state e del diritto al lavoro.

 

L’Italia e la potenza simbolica del decoro

L’Italia non è stata da meno nel creare una propria doxa sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Mi riferisco specificamente alla narrazione sul degrado, parola contenitore in cui sono stati riversati tutti i problemi di natura sociale ed economica dei quartieri popolari e delle periferie, depoliticizzandoli e responsabilizzando le soggettività marginali del sentimento di insicurezza e del malessere emergente. Al degrado si appaia la narrazione civista, opposta e complementare, sulla “tutela del decoro”, la cui potenza simbolica sfrutta il potere delle immagini idealizzate.

In Italia le “politiche integrate di sicurezza” sono state introdotte solo a partire dal 2008[4] al fine di contrastare «le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l’insorgere di fenomeni criminosi» (Cittalia 2009, p.9) e le situazioni di danneggiamento al patrimonio pubblico o di alterazione del decoro urbano, quali l’abusivismo commerciale o l’illecita occupazione di suolo pubblico. Da quel momento la comunicazione istituzionale e i media mainstream hanno cominciato a dibattere sul tema del “degrado”, in particolare nelle edizioni locali dei quotidiani si è arrivato a parlare di “battaglie” se non anche di “crociate” anti-degrado[5]. Negli ultimi dieci anni grazie al rafforzamento dei loro poteri come ufficiali del governo i sindaci italiani hanno prodotto una vasta gamma di ordinanze, di ogni colore politico, intervenendo in materia di prostituzione, consumo di alcool, vandalismo e accattonaggio, ma anche con interventi volti a contrastare fenomeni di bivacco, i lavavetri, il consumo e il piccolo spaccio di stupefacenti (Cittalia, op.cit.).

 

Un post dell’assessore all’urbanistica del Municipio VII di Roma. Il problema della presenza di senzatetto in strada si risolve murando un sottoscala

 

Alcune di esse risultano particolarmente verbose o insolite, citiamo ad esempio l’ordinanza del 2013 a firma del sindaco di Bari Michele Emiliano che emette una lunga lista di divieti da osservare nelle principali piazze della città fra cui quello «di sostare prolungatamente in gruppo superiore a cinque persone, con atteggiamento di sfida, presidio o di vedetta[6]». Nel Novembre 2009 il neo-eletto sindaco di Firenze Matteo Renzi, emana un’ordinanza titolata “mendicità e decoro” in cui si vietava la mendicità all’interno dei centri storici con il fine di evitare la «progressiva perdita della percezione del senso di sicurezza individuale[7]». Spesso infatti, questi regolamenti vengono delimitati esclusivamente alle zone turistiche e ai centri storici, a riprova del fatto che più che di lotta alla criminalità (la quale presuppone un impianto di indagini e di analisi del sistema organizzativo criminale), si tratti piuttosto dell’allontanamento di quei soggetti ritenuti “indesiderabili” poiché rei di occupare lo spazio pubblico in modo improprio e di fatto relegando le soggettività che vivono in situazioni di svantaggio economico e sociale nelle periferie e nei quartieri ghetto. La legge Minniti-Orlando dell’Aprile 2017 sistematizza questa tendenza. Con il decreto “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città[8]” la violazione del decoro urbano diventa di fatto un reato perseguibile dal punto di vista amministrativo e pecuniario e in caso di violazione delle prescrizioni, penale. Questo tipo di sanzioni prevedono anche misure quali “l’ordine di allontanamento” e il “divieto di accesso” fino a due anni dalle aree della città «su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici», così come diventerà possibile disporre dell’orario di apertura di esercizi privati divenuti “attenzionati”. Misure di tipo amministrativo che di fatto incidono come se fossero provvedimenti penali, poiché limitano la libertà di movimento e di circolazione e lo fanno in maniera immediata. Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale scrive in un suo appello le seguenti considerazioni:

Le nuove disposizioni invece di risolvere i problemi della esclusione sociale ne aggravano l’intensità, suggerendo ai sindaci come unico strumento di intervento, per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” (come ad esempio le stazioni o i parchi pubblici o ogni altro luogo interessato da flussi turistici), quello dell’allontanamento ed il divieto di frequentazione da parte delle persone più in difficoltà, identificando esplicitamente fra le altre anche coloro che hanno problemi di abuso di alcol o sostanze stupefacenti. Riteniamo questa impostazione grave e contraria a qualsiasi principio di solidarietà sociale e di riconoscimento di pari dignità dei cittadini, quasi che le persone in difficoltà non fossero anch’esse parte della comunità locale, ma soggetti da contenere anche fisicamente[9].

Un decreto che non individua crimini penalmente accettabili, ma piuttosto incrimina le soggettività marginalizzate che già si trovano in una condizione di povertà e vengono per questo motivo ulteriormente represse. Le security policy più che generare politiche sociali inclusive hanno prodotto con il passare degli anni azioni di controllo del territorio sempre più escludenti, fondate sulla paura e legittimate sempre da essa.

 

Decoro e gentrificazione

Lo spettro della devianza o della paura del diverso è stato agitato come strumento per imporre una normazione disciplinare, fittiziamente neutrale, molto spesso integrata in processi di trasformazione più larghi. Quella che è stata spesso definita come «ideologia del decoro» (De Giorgi 2015) è avanzata di pari passo al fenomeno della gentrificazione dei quartieri popolari. La “tutela del decoro” non di rado sottende a una tutela degli investitori immobiliari e dei flussi economici e turistici. In Spagna ad esempio a partire dal 2006 sono state applicate in moltissime città le cosiddette leggi “anti-botellon”, ordinanze municipali promosse ufficialmente per impedire il chiasso delle feste spontanee organizzate negli spazi pubblici e dunque a tutela della quiete degli abitanti. Eppure queste leggi non si sono limitate a proibire il consumo di alcool, ma hanno promosso una vera e propria regolamentazione disciplinare dello spazio pubblico. Ad esempio il comune di Granada nel 2012 ha emesso un ordinanza che include 184 articoli atti a prescrivere non solo i diritti e doveri necessari alla convivenza, ma anche le sanzioni previste per comportamenti e condotte non appropriate, consumo di bevande e qualsiasi uso non autorizzato o improprio degli spazi pubblici (GEA La Corrala, 2013). La denuncia del gruppo di studi antropologici di Granada La Corrala è che la destinazione d’uso degli spazi pubblici sia stata piegata alle esigenze del consenso, mentre la socialità, la differenza e il conflitto siano stati relegati all’interno dello spazio privato: «spetta a questo tipo di ordinanze la decisione di quali siano i discorsi e le pratiche autorizzate affinché l’ordine e la convivenza possano essere garantiti» (Ivi, p.16).

Ciò che viene normato allo scopo di garantire una convivenza pacifica si mostra privo di una prospettiva di creazione e coesione comunitaria, ma al contrario utile alla tutela degli interessi particolari sullo spazio pubblico. Una trasformazione dei centri cittadini che, “depurati” da situazioni di conflitto o disagio sociale, diventano funzionali alle leggi del mercato neoliberista. Un cambiamento che va di pari passo alla transizione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario, durante la quale lo spazio urbano ha acquisito una nuova importanza nel processo di accumulazione finanziaria. Le politiche di gestione e pianificazione urbana, divenute vitali per gli investimenti finanziari, agiscono in una costante operazione di sottrazione dello spazio pubblico, funzionale alla gentrificazione delle città e parte di quel processo che David Harvey ha definito “capitalismo dello spossessamento” o “accumulazione per espropriazione” (Harvey 2007).

Il fenomeno della gentrificazione riguarda tutte le città europee, così come quello conseguente della delocalizzazione dei vecchi abitanti. La trasformazione dei centri storici in quartieri-vetrina privi di abitanti, ma ideali per il turismo e lo shopping è agevolata dai “decreti sicurezza” e dalla narrazione sul decoro riportata dai media. Questa separazione coatta dei centri delle città da una certa massa sociale indefinibile, irrappresentabile, povera e antiestetica, sostanzialmente inutilizzabile dalle classi dirigenti sembra essere l’invisibile guerra civile del nuovo millennio. Non a caso le leggi che tutelano il decoro cittadino impongono delle limitazioni molto simili a quelle imposte dalle leggi anti terrorismo, con le quali hanno in comune il carattere preventivo ed emergenziale. In Francia, a seguito degli attentati terroristici del 13 novembre a Parigi il governo francese ha dichiarato lo “stato di emergenza” su tutto il territorio francese, una misura che dà poteri speciali ai prefetti e permette di dichiarare il coprifuoco, interrompere la libera circolazione, impedire qualsiasi forma di manifestazione pubblica e disporre della chiusura di locali privati e pubblici esercizi.

 

Militari armati al Louvre di Parigi, una delle misure conseguenti alla dichiarazione dell’état d’urgence

 

Società di normalizzazione e Stato di eccezione

Scriveva Foucault che «lo Stato che garantisce la sicurezza è uno stato obbligato a intervenire in ogni occasione» (2009a, p.71). Oggi il discorso pubblico si sofferma nel trovare nuove motivazioni che invochino il suo intervento, stigmatizzando sempre più duramente le identità altre e grazie anche al supporto del sistema dei media, spesso legato a uno o più di questi attori e comunque interessato all’immediato riscontro che deriva dal cavalcare ondate di panico.

Michel Foucault aveva indicato come l’organizzazione del diritto si fosse articolata intorno al principio della sovranità del corpo sociale e della delega della propria sovranità allo Stato da una parte, mentre dall’altra un fitto reticolato di tecniche disciplinari assicurava la coesione del corpo sociale (Foucault 2009). Durante una sua lezione al College de France nel Gennaio 1976, Foucault individua come le normalizzazioni disciplinari vengano a scontrarsi sempre di più col sistema giuridico della sovranità.

Che ai giorni nostri il potere si eserciti contemporaneamente attraverso questo diritto e queste tecniche, che queste tecniche e questi discorsi nati dalle discipline invadano il diritto, che le procedure della normalizzazione colonizzino sempre di più quelle della legge, credo che tutto questo possa spiegare il funzionamento globale di quella che chiamerei una società di normalizzazione (Ivi, p. 41).

La medicalizzazione generale del comportamento, delle condotte, dei discorsi, dei desideri, si innesta progressivamente al sistema giuridico della sovranità, quasi in maniera inosservata. Tuttavia, le società securitarie che durante la loro instaurazione «tollerano una serie di comportamenti differenti, variegati, persino devianti» (Foucault 2009a, p.73) oggi sembrano gettare la maschera. Il vecchio paradigma liberal del controllo sociale, che tenta di bilanciare repressione e riforma, è stato ormai sostituito da una retorica da guerra sociale nella quale gli interessi delle classi medie e povere non vengono più presi in considerazione. Mike Davis ha descritto come nella Los Angeles degli anni Novanta la fusione senza precedenti della progettazione urbana, delle limitazioni sociali e dell’apparato di polizia si fosse manifestata come un unico, totale, sistema di sicurezza (Davis 2008), così l’Europa ha seguito gli Stati Uniti lungo il lato oscuro della postmodernità. L’immagine della città come prisma di spazialità diverse, totalizzazione in cemento e quarzo della postmodernità, è stata utilizzata da Mike Davis per descrivere i cambiamenti urbani e politici che hanno trasformato la città sull’oceano avanguardia dell’economia neo-liberale durante la fine degli anni Novanta. Oggi, le città di quarzo europee proseguono la guerra contro un nemico interno, la guerra della società «contro se stessa, contro i suoi propri elementi, contro i suoi propri prodotti, di un razzismo interno, quello della purificazione permanente, dimensione fondamentale della normalizzazione sociale» (Foucault 2009, p.58). Arroccandosi nella propria fortezza, l’Europa militarizza le strade e produce leggi securitarie, che non riconoscono libertà personali come la libertà di movimento e il diritto a manifestare. Il passaggio da uno Stato democratico a uno “stato di eccezione”, inteso come superamento della soglia oltre la quale vengono meno le tradizionali differenze fra democrazia, assolutismo e dittatura (Agamben 2003), sembra sul punto di realizzarsi. È accaduto in Francia con lo stato di emergenza e in Spagna con la ley mordaza, adottata nel 2015 e accolta da forti polemiche anche a livello internazionale. Il New York Times, riportando il punto di vista di Amnesty International, e dello Human Rights Watch, ha affermato che la legge organica sulla sicurezza pubblica rappresenta «una minaccia diretta alla libera espressione in Spagna»[10] e in un editoriale ha invitato la Commissione europea ad affrettarsi a condannare la nuova legge, affermando che «ci riporta indietro ai giorni peggiori del franchismo e non è degna di una nazione democratica»[11]. Questa legge rende punibile con multe fino a 30mila euro la diffusione di immagini che riprendono le forze dell’ordine, la resistenza a pubblico ufficiale, i picchetti antisgombero. Rende inoltre per la prima volta reato la riunione in spazi pubblici, le cosiddette acampadas e l’affissione di striscioni sulle facciate degli edifici [12]. Si tratta senza dubbio di una riforma che sferra un pesante attacco alla libertà di espressione in Spagna, nel cuore dell’Europa, da cui appunto la denominazione di ley mordaza, legge bavaglio.

 

La manifestazione di ologrammi di fronte al Congreso de los diputatos a Madrid, convocata prima dell’entrata in vigore della ley de seguridad ciudadaina

 

Per protestare contro il nuovo piano per la sicurezza è stata organizzata l’1 luglio 2015 una suggestiva manifestazione a Madrid, nella piazza del parlamento. Un corteo di migliaia di ologrammi, scansioni tridimensionali di persone reali, inviate da tutto il mondo attraverso il sito hologramasporlalibertad.org, ha sfilato fuori dal Congreso dove si stava per approvare la ley de seguridad ciudadaina, che  appunto codifica come reato grave l’organizzazione di proteste fuori dalle camere del Parlamento o del Senato. Le figure che marciano nella prima manifestazione olografica al mondo sono la rappresentazione fantasmatica del diritto al dissenso negato.
Un nuovo fantasma che si aggira per l’Europa.

 

 

Bibliografia

Agamben, G., 2003, Lo stato di eccezione, Torino, Bollati Boringhieri.

Castel R., 2015, L’insicurezza sociale, Torino, Giulio Einaudi Editore.

Cittalia (a cura di), 2009, Oltre le ordinanze. I sindaci e la sicurezza urbana, Roma.

Cocozza P., 2015, Public spaces are under attack. From a law that can ban anyone doing anything, “The Guardian” https://www.theguardian.com/commentisfree/2015/mar/30/public-spaces-protection-order-law

Davis M., 2008, Città di quarzo, Roma, Manifestolibri.

De Giorgi, A., 2000, Zero Tolleranza. Strategie e pratiche delle società di controllo, Roma, DeriveApprodi.

De Giorgi, A., 2015, Dalla Tolleranza Zero al Decoro, http://www.dinamopress.it/news/dalla-tolleranza-zero-al-decoro.

Foucault, M., 2009, Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli.

Foucault, M., 2009a, La strategia dell’accerchiamento, conversazioni e interventi 1975-1984, Palermo, Due punti edizioni.

Garrett B., 2015, PSPOs: the new control orders threatening our public spaces, “The Guardian” https://www.theguardian.com/cities/2015/sep/08/pspos-new-control-orders-public-spaces-asbos-freedoms

Grupo de Estudios Antropológicos La Corrala, 2013, ¿Por qué no nos dejan hacer en la calle? Prácticas de control social y privatización de los espacios en la ciudad capitalista, Granada.

Harvey, D., 2007, Breve storia del neoliberismo, Roma, il Saggiatore.

Maffesoli, M., 2005, Note sulla postmodernità, Milano, Lupetti.

Paye J.C., 2011, LOPPSI 2: il Patriot Act francese, http://www.voltairenet.org/article169012.html

Pitch T., 2013, Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza, Roma-Bari, Laterza.

Wacquant, L., 2000, Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello Stato penale nella società neoliberale, Milano, Feltrinelli.

Wacquant, L., 2006, Punire i poveri, Governare l’insicurezza sociale, Roma, Deriveapprodi.

 

[1] Slogan che il partito dell’Unione dei Cristiani Democratici continuerà ad utilizzare in numerose campagne elettorali come quelle a Berlino nel 2006, o più recentemente, durante le elezioni regionali del 26 Maggio 2017 in Nordrhein-Westfalen in cui il candidato Armin Laschet ha affermato che il suo programma prevede: “Null Toleranz überall”.

[2] https://www.civilrightsproject.ucla.edu/

[3] https://www.gov.uk/government/collections/anti-social-behaviour-crime-and-police-bill

[4] Decreto legge 23 Maggio 2008, convertito dalla legge 125 del 24 Luglio 2008.

[5] Ne citiamo alcuni solo a titolo dimostrativo: Genova, la crociata anti-degrado dei Papa boys da Il Secolo XIX del 12.10.15; Barriere anti-clochard a Treviso. La crociata dello sceriffo Gentilini da La Stampa del 14.02.13; Pigneto, la battaglia anti-degrado: i manifesti rimossi vengono riaffissi ogni giorno da La Repubblica Roma del 18.09.15

[6] Ordinanza straordinaria 2013/00654 del 13/10/2013 del Comune di Bari, liberamente consultabile dal sito del Comune di Bari, http://www.comune.bari.it/portal/page/portal/bari/comune/comunicati

[7] Si tratta dell’ordinanza: 2009/00814 del :26/11/2009 del comune di Firenze, liberamente consultabile dal sito del Comune di Firenze. http://www.comune.fi.it/export/sites/retecivica/comune_firenze/comune/atti_e_delibere/index.html

[8] Decreto legge del 27 Febbraio 2017, convertito dalla legge 78 del 18 Aprile 2017

[9] http://www.associazioneantigone.it/news/antigone-news/3029-appello-contro-il-decreto-minniti

[10]https://www.nytimes.com/2015/07/01/world/europe/spains-new-public-safety-law-has-its-challengers.html

[11] https://www.nytimes.com/2015/04/23/opinion/spains-ominous-gag-law.html?_r=0

[12] https://www.diagonalperiodico.net/libertades/25029-resumen-grafico-lo-viene-con-la-ley-mordaza.html

 

Carmen Pisanello

Carmen Pisanello, si è laureata in Scienze dell’Informazione editoriale Pubblica e Sociale, con una tesi in Cinema Foto- grafia e Televisione riguardante il concetto di decoro fra media e filosofia. Collabora con Osservatorio sulla Repressione e con il gruppo di ricerca S/murare il mediterraneo. Ha pubblicato un articolo dal titolo “linee di fuga” nella rivista internazionale di sociologia “les cahiers européens de l’imaginaire”. Nel dicembre 2016 ha vinto il premio Building Apulia per Scrittori emergenti Under 30.

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