28 giugno 2017

É. Balibar. Crisi e fine dell’Europa?




Iconocrazia 11/2017 - "L'immagine di Europa", Recensioni




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In quest’ultimo lavoro di Balibar sull’Europa sono raccolti testi scritti tra il maggio 2010 e l’ottobre 2015, che tentano di definire un’altra Europa a partire da alcune questioni cruciali che mettono in crisi l’assetto attuale: lo stato del debito e l’effetto delle politiche di austerità, a partire dalla crisi della Grecia; la divisione dell’Europa in aree di prosperità diseguali e di sovranità più o meno limitata; la crisi della democrazia e il corrispettivo emergere dei nazionalismi populistici; la sovrapposizione tra nazionalismi intraeuropei e xenofobia diretta contro i rifugiati e i migranti.

In merito al ruolo geopolitico che potrebbe avere l’Europa nel contesto della globalizzazione, il filosofo francese individua alcuni aspetti critici che dovrebbero essere affrontati prioritariamente: l’ingovernabilità crescente dei sistemi politici europei; lo smantellamento in Europa della cittadinanza sociale e l’aumento delle diseguaglianze; lo scarto tra le procedure di decisione e quelle di discussione e di controllo.

Balibar azzarda la scommessa che esista una alternativa democratica europea alla crisi della costruzione europea e avanza alcune proposte politiche.

Bisogna rifondare l’Europa su nuove basi, con un federalismo di nuovo tipo, all’insegna del rinnovamento della democrazia nello spazio europeo e dell’eguaglianza tra le nazioni. C’è bisogno di un progresso della democrazia al di là delle forme oggi esistenti, ovvero è necessario estendere la categoria e i contenuti della cittadinanza a livello transnazionale, partendo da un dibattito pubblico sulle scelte e le contraddizioni dell’Europa. La sua posizione è per molti aspetti simile a quella di Habermas, scelto non a caso come interlocutore privilegiato delle sue analisi, che come lui aspira a un rafforzamento dell’integrazione europea, a condizione però di una riabilitazione della politica a scapito della finanza, di un controllo delle decisioni centrali da parte di una rappresentanza parlamentare rafforzata, e dell’ avvio di un processo verso un’integrazione politica dell’Europa che le permetterebbe di attuare le politiche sociali e di ridurre le diseguaglianze che giustificano la sua stessa esistenza.  In particolare Balibar condivide la proposta di Habermas (che è simile a quella che Thomas Piketty definisce una campagna transeuropea per l’armonizzazione fiscale) di una rivoluzione fiscale con una imposizione fiscale comune e il controllo del suo utilizzo soprattutto per una politica di ripristino dell’occupazione devastata dalla crisi e di riconversione delle attività produttive per la salvaguardia del territorio europeo. I trasferimenti finanziari dovrebbero essere impiegati in progetti di co-sviluppo tra nazioni europee, a partire dagli investimenti nelle energie rinnovabili. La crisi democratica si sviluppa in quanto deficit di rappresentanza, dovuto al fatto che non esiste nessuna possibilità istituzionale per i cittadini europei, individualmente o in quanto appartenenti a territori, a comunità locali, nazionali o transnazionali, di controllare effettivamente le decisioni prese in loro nome.

Le proposte di Habermas sono sfociate in un progetto di Costituzione europea, in quanto tendono a istituire una doppia rappresentanza, basata contemporaneamente sulle identità individuali dei cittadini europei e sulle identità collettive, cioè le appartenenze alle nazioni tradizionali, con gli interessi legittimi che queste ultime rappresentano. Secondo il filosofo tedesco per favorire reali processi di democratizzazione delle istituzioni europee sarebbe necessario estendere la rappresentanza parlamentare delle popolazioni, dotata di poteri di controllo politico, al di là della nazione. Si tratta di una sorta di doppia territorializzazione del politico, di una cittadinanza transnazionale (definita postdemokratischer Exekutiv-föderalismus).

Per Balibar il limite di queste proposte è che rispondono a una concezione eccessivamente formale della democrazia (che possiamo ormai definire, con Pierre Rosanvallon, incompiuta), in quanto non tengono conto della congiuntura della crisi, come se si potesse tornare indietro a prima degli effetti che ha prodotto. Con i processi di de-democratizzazione in atto non basta, infatti, una rappresentanza parlamentare, ma bisogna concepire altre forme di democrazia, come la democrazia partecipativa e la controdemocrazia, ovvero il raggiungimento di un consenso legittimo attraverso pratiche di contestazione e di resistenza alle attuali politiche dell’autorità europea non a livello nazionale, ma sul suo stesso terreno sovranazionale. Pertanto la priorità è di rifondare l’Europa come comunità politica (una visione che coincide con la proposta di un «momento costituente» di Sandro Mezzadra).

Resistere alla de-democratizzazione è una condizione necessaria per rifare l’Europa, un’Europa altermondista, un’Europa dei popoli; è necessario però favorire le condizioni politiche di democratizzazione rafforzando i movimenti sociali e di protesta che dia la spinta necessaria all’opinione pubblica europea per invertire le priorità economiche dell’Europa. Pertanto propone un New Deal o un Piano Marshall intraeuropeo, che favorisca nello stesso tempo delle strategie di protezione dei rapporti sociali nel locale e di regolazione dei processi mondiali di circolazione e di trasformazione a livello globale.L’«invenzione democratica» (per dirla con Claude Lefort) deve avvenire

nella forma di una creazione istituzionale, che istituisca la rappresentanza e la deliberazione a livello del potere reale, da cui oggi è completamente assente, e nella forma di una cittadinanza attiva, cioè di un coinvolgimento della massa dei cittadini (lo si potrebbe definire un «contropopulismo») su tutti gli argomenti che comportano una responsabilità transnazionale, dalla libertà dell’informazione all’ambiente, passando per i diritti dei lavoratori, la mobilitazione di migranti, precari e disoccupati, la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale (pp.273-274).

Il principale obiettivo è ricostruire l’Europa come federazione di nazioni differenti e irriducibili a un unico modello, purchè siano liberate dal mito della sovranità.

Infatti, dopo il crollo del sistema Schengen di controllo comune delle frontiere e degli ingressi e delle uscite nello spazio europeo, bisogna riconoscere che il fenomeno migratorio europeo, intrecciato con la guerra civile generalizzata in Medio Oriente (che si estende dall’Afghanistan all’Africa del Nord) ha dimostrato che l’Europa non ha frontiere, anzi è essa stessa una frontiera complessa, una Borderland:

Perché questi confini non coincidono né con quelli del Consiglio d’Europa (che include la Russia, l’Ucraina, la Turchia e tutti gli Stati balcanici e rientra nelle competenze della Corte europea dei diritti dell’uomo), né con quelli della NATO (che include gli Stati Uniti, la Norvegia, la Turchia ecc. ed è responsabile della protezione del territorio europeo, in particolare contro gli avversari dell’Est, e di una parte delle operazioni militari sulla sponda meridionale del Mediterraneo), né con lo spazio Schengen (che include la Svizzera ma non il Regno Unito), né con l’eurozona, dove regnano la moneta unica e l’unione bancaria sotto il controllo della Banca centrale europea (e che include ancora la Grecia ma non il Regno Unito, la Svezia, e la Polonia (pp.162-163).

È necessario il rilancio del progetto di Unione europea in una direzione contraria alle tendenze attuali, con un programma minimo che consista nella dichiarazione ufficiale, da parte della Commissione europea, di uno stato di emergenza umanitaria su tutto il territorio di sua competenza e l’impegno vincolante dei Paesi membri dell’Unione a trattare i rifugiati con dignità ed equità nella misura delle loro capacità, oggettivamente calcolabili. Questo è oggi il problema cruciale da affrontare, in quanto la crisi migratoria sta frantumando il consenso sui valori costitutivi dello Stato democratico.

Senza mezzi termini, dopo aver criticato la distinzione tra «rifugiati» e «migranti economici» che la Germania e la Commissione europea hanno introdotto per accattivarsi l’opinione pubblica (la definisce sociologicamente arbitraria), Balibar propone di estendere l’accesso alla cittadinanza e quindi la possibilità dell’integrazione, cioè del lavoro, dei diritti sociali e dei diritti culturali a tutti quelli che lo richiedono. Per fare ciò, è necessario ridefinire l’idea di popolo sovrano in chiave antinazionalistica, per cui accanto all’accesso alla cittadinanza nazionale occorre promuovere un accesso diretto basato su una nazionalità federale e la generalizzazione in Europa dello ius soli (già adottato da 19 Stati europei su 33).

Immaginare di poter costruire un’altra Europa significa invertire la tendenza neoliberista, mediante l’aumento del bilancio dell’Unione europea, la promozione della solidarietà tra gli Stati e la costruzione di una nuova società. A contrapporsi a ciò è la nascita di un fronte transnazionale del rifiuto dei rifugiati e dei migranti con l’affermazione di un partito unificato populista e xenofobo, antimmigrati e antirifugiati. La proposta politica e sociale di Balibar rischia di rimanere utopistica se non si comprende fino in fondo che il cambiamento delle politiche economiche e finanziarie europee deve andare di pari passo con la costruzione dal basso di un nuovo immaginario interculturale che concepisca la resistenza a favore dell’integrazione e non contro. L’intellettuale può cercare di favorire questo processo e il libro di Balibar, come il resto della sua produzione dedicata all’Europa, va certamente in questa direzione.

 

É.Balibar, Crisi e fine dell’Europa?, Bollati Boringhieri, Torino 2016

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