1 Dic 2015

Crisi e scandalo della democrazia nell’epoca post-democratica


di

Iconocrazia 08/2015 - "Ritorno al conflitto" (vol. 1), Saggi




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Molteplici studi provenienti da diversi campi – le scienze politiche così come le scienze sociali, la filosofia politica e la storia del pensiero politico – ripetono incessantemente che viviamo un periodo in cui la politica sviluppatasi nel corso dell’emergenza degli ideali di uguaglianza e libertà tramonta. Al suo posto si imporrebbe un tipo di politica che, sebbene si richiami ad essi e si definisca preminentemente “democratica”, manifesta un’evidente disaffezione nei confronti delle forme moderne della politica.

È difficile qui rendere conto delle varie posizioni che vi sono in proposito. Possiamo giusto limitarci ad osservare che, fra i tanti, ci sono due modi di sottolineare la specificità di questo tipo di politica. L’uno è quello che la chiama con il nome di «post-democrazia» per evidenziare il progetto autoritario che essa nasconde. L’altro, invece, con quello di «postpolitica» per mettere in luce come essa cerchi di delineare una fase in cui la politica ha archiviato la conflittualità moderna[1]. Si tratta, in effetti, di modalità di lettura molto simili, ad un primo sguardo. Tuttavia, se si va a vedere come esse approcciano il tema della legittimazione “popolare” di questo tipo di politica, emergono chiaramente le differenze. Infatti, mentre la prima si limita a rimarcare come il tipo di politica in questione rigetti, in maniera autoritaria, la legittimazione “popolare” salvo poi fare i conti con la sua stessa insuperabilità. La seconda, invece, si spinge fino ad individuare in tale politica la fine di ogni legittimazione “popolare”. La differenza fra le due sarebbe, insomma, che, mentre la prima prospettiva ci conduce a rilevare il mantenimento delle forme moderne della conflittualità politica all’interno di una politica che cerca di superarle, la seconda indica, più esplicitamente, una politica ormai entrata nell’epoca postmoderna.

Nel presente saggio ci concentreremo solo sulla prima delle due letture, cercando di capire in che modo, negli ultimi decenni, si sia tentato di mantenere gli ideali della modernità politica intervenendo sulla loro stessa semantica: in particolare, come si sia concretizzata l’operazione di simultanea denuncia e difesa del nome “democrazia”. A questo fine, indagheremo in quanto segue un «rapporto sulla governabilità delle democrazie» pubblicato nel 1975 dalla Trilateral Commission. In esso, come si vedrà, è presente una descrizione della democrazia che imprime una sorta di slittamento al ragionamento sull’elastico concetto di democrazia aprendo alla sequenza politica odierna. Ciononostante, non si tratterà di dire che il «rapporto» abbia di per sé determinato il tipo di politica specifico della nostra epoca. Bensì di dimostrare come in esso siano già presenti, sotto la forma della proposta politica, quegli argomenti relativi alla élitizzazione delle dinamiche di partecipazione politica che i dibattiti odierni analizzano in maniera critica. Nella varietà di questo dibattito, il pensatore che ha preso in considerazione l’apporto del volume della Trilateral Commission nella risemantizzazione della democrazia e che vi ha rintracciato i primi segni della «post-democrazia», è Jacques Rancière. Le sue tesi ci condurranno a sostenere come quel che c’è in gioco in una descrizione della democrazia come quella fornita dal «rapporto» sia l’esclusione dall’ambito politico di alcune soggettività a favore di altre.

Ciò permetterà di vedere come la descrizione della democrazia non sia un esercizio neutro. Ma piuttosto un dispositivo che, in questo caso, è precisamente «post-democratico», perché, pur mettendola in discussione, non nega la democrazia, ma si rende conto come essa rimandi ad uno «scandalo»; cioè che la sua insita conflittualità possa delegittimare in qualsiasi momento l’ordine stabilito svelandone la sua intima contingenza. In questa prospettiva, affermare la «crisi» della democrazia significa dunque scongiurare tale «scandalo». Così, noteremo come il dispositivo della descrizione della democrazia si sia dispiegato in una congiuntura ben determinata, all’indomani della richiesta di partecipazione politica “popolare” sprigionatasi negli anni Sessanta e nei primi Settanta, trasformando il concetto di democrazia in uno strano essere, vale a dire al contempo in una minaccia sociale e in un emblema politico di pacificazione sociale.

 

  1. La minaccia dell’ingovernabilità

Nel 1973, la Trilateral Commission – un think tank che in quell’anno, sotto l’impulso dell’influente banchiere americano David Rockefeller, era appena nato e che riunisce ancora oggi uomini d’affari, dirigenti statali ed esperti del Nord America, dell’Europa occidentale e dell’Estremo Oriente – promosse l’istituzione di un gruppo di studio, diretto da tre professori, Michel Crozier, Samuel P. Hungtington e Joji Watanuki, al fine di redigere un «rapporto sulla governabilità delle democrazie»[2]. Il volume che ne risultò apparve nel 1975 con il titolo The Crisis of Democracy.

La prefazione all’edizione italiana, scritta dall’industriale Giovanni Agnelli, testimonia palesemente la preoccupazione dalla quale sorse la pubblicazione del «rapporto», ossia che in quegli anni il sistema politico occidentale «sembra[va] aver perso la capacità di gestire il più alto grado di dinamismo delle forze sociali»[3]. La preoccupazione cioè, secondo gli autori, relativa all’ingovernabilità manifestatasi lungo tutti gli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dalla quale erano colpiti gli Stati delle grandi potenze capitaliste.

La domanda cruciale che allora Crozier, Hungtington e Watanuki si pongono nell’introduzione scritta in comune è se la «democrazia politica, quale oggi esiste», sia o meno «una forma di governo attuabile per i paesi industrializzati dell’Europa, del Nord America e dell’Asia»[4]. Per rispondere alla quale essi si danno un’agenda di lavoro molto precisa, che è quella di evitare i pessimismi di alcuni osservatori, individuando le «minacce» che mettono in crisi la tenuta governativa degli Stati da essi rappresentati e formulando delle «innovazioni»[5] per far fronte a queste.

Studiare le «minacce» e proporre le «innovazioni»: i termini stessi indicano in maniera abbastanza evidente l’obiettivo strategico di The Crisis of Democracy.

Prima di passare alla diagnosi dettagliata di ogni area geopolitica affidata a ciascuno di loro, gli autori enunciano a livello generale i tre tipi di minacce che costituiscono il loro oggetto di studio. A loro parere, ci sarebbero in primo luogo delle «minacce contestuali», come gli errori diplomatici o le sconfitte militari, che essi considerano di minore importanza, dal momento in cui derivano dalle instabilità delle relazioni internazionali. Ma che essi invitano a non sottovalutare in una fase caratterizzata da altri due tipi di minacce che a loro avviso sono più preoccupanti. E cioè: le «tendenze sociali» che scompongono le identità «con la formazione di intellettuali che si schierano all’opposizione e di giovani estranei alla vita sociale»; e le «minacce intrinseche» alla democrazia stessa, la cui attività, dicono i tre ricordando le note considerazioni di Alexis de Tocqueville e di Joseph A. Schumpeter, mette a rischio sé medesima in quanto sistema.

Quel che risulta da questa prima osservazione sul volume della Trilateral Commission è che esso prescinda da quella che nel 1975 era ancora una realtà, cioè la Guerra fredda. Il volume è come se considerasse quest’ultima di secondaria importanza, concentrandosi piuttosto su quel che, nell’ultimo decennio che lo precedeva, si sarebbe potuto ritenere come il frutto migliore della democrazia moderna occidentale: cioè la richiesta di partecipazione politica “popolare”. Ripetendo però un gesto che, lungo il complesso sviluppo storico della democrazia moderna, era già stato compiuto da teorici quali Tocqueville e Schumpeter, gli autori cambiano la propria prospettiva di attenzione, la quale non riguarda più l’individuazione di un nemico esterno, bensì di uno interno.

Ciò conduce all’affermazione di una «crisi» della democrazia, la quale deriverebbe, secondo gli autori del «rapporto» alla Trilateral Commission, dalle minacce che costituiscono la stessa «vitalità» della democrazia. Ed è esattamente per scongiurare una simile vitalità caotica delle società democratiche – in cui gli intellettuali si mettono al servizio della costruzione di un mondo alternativo a quello capitalistico, i giovani borghesi sognano progetti emancipativi anziché difendere i propri interessi di classe, gli individui diventano restii alla disciplina e alle esigenze del “bene comune” e crescono irresistibilmente le richieste di partecipazione egualitaria nei confronti dei governi – che essi propongono, tirando le somme dei singoli casi regionali, delle «innovazioni».

Le «innovazioni» considerate dai tre autori sono le seguenti. Crozier, il cui studio è relativo all’Europa occidentale, propone una verticalizzazione delle decisioni, le quali debbono essere trattenute, a suo parere, da tutti quei partiti e forze politiche le cui differenze sono minime e i quali vanno quindi riconosciuti come iscritti tutti nell’arco del sistema capitalistico. Hungtington, occupandosi degli Stati Uniti d’America, aggiunge un tassello centrale al quadro delle «innovazioni» proposte, vale a dire la concentrazione dei poteri nelle mani delle élite. Infine, Watanuki, dovendosi confrontare col Giappone – cioè con una democrazia sviluppatasi nel periodo post-bellico la cui situazione, ai suoi occhi, è meno incandescente rispetto alle altre due aree indagate nel «rapporto» –, rivolge la sua attenzione alla salvaguardia dei valori tradizionali per controbilanciare le spinte anti-autoritarie. Queste «innovazioni», insomma, formano un insieme di idee che, per trovare una forma politica che sia la soluzione all’ingovernabilità, puntano manifestamente a depotenziare la partecipazione politica democratica che si era sprigionata negli anni Sessanta e nei primi Settanta.

 

  1. Descrizione della democrazia ed élitizzazione della partecipazione politica

Non si tratta qui di dire, in maniera semplicistica, che questo «rapporto» del 1975 sia di per sé anti-democratico: esso è un modo, condivisibile o meno, per affermare la governabilità contro l’ingovernabilità. Quel che colpisce è piuttosto che, a distanza di qualche decennio, gli sviluppi elitari in tema di partecipazione politica, così come furono auspicati dagli estensori di The Crisis of Democracy, si siano abbastanza concretizzati. Le analisi sulla cosiddetta fine della democrazia liberale lo dimostrano sufficientemente. La questione della governabilità ha generato il tramonto degli strumenti di controllo e garanzia emersi nel corso del laboratorio democratico ottocentesco e novecentesco. In tal modo i poteri decisionali si sono spostati nettamente verso gli esecutivi, marcati a loro volta da elementi leaderistici e sganciati dai Parlamenti. Gli stessi governi nazionali, d’altronde, diventano sempre più dipendenti da organi sovranazionali che non passano per il vaglio della legittimazione elettorale[6]. E complessivamente le possibilità di ammissione dei cittadini nell’ambito politico sono diventate sempre più ristrette al punto da trasformare la comunità politica in un gruppo chiuso nel quale qualsiasi istanza voglia accedervi criticamente è non solo rifiutata, ma stigmatizzata come “incompetente” o “impolitica”.

Se gli argomenti che oggi vengono usati in maniera critica per denunciare quanto non è, o è poco, democratico, sono gli stessi che, invece, il volume della Trilateral Commission sosteneva in forma propositiva, si potrebbe essere condotti a pensare che questa sia riuscita a dettare quel che spesso viene definito “nuovo ordine mondiale”. Tuttavia, sebbene la Trilateral Commission sia certamente un’organizzazione influente in quanto esprime nella sua stessa composizione il sentire della tecnocrazia mondiale, sarebbe ingenuo arrivare a questa conclusione. In questo modo, si finirebbe infatti per dimenticare il tratto caratteristico di The Crisis of Democracy, che non è quello di proporre semplicemente un programma anti-democratico, ma è quello di difendere la democrazia per accusare la democrazia. È per questa ragione che, a nostro avviso, anziché arrivare a conclusioni affrettate, risulta di estremo interesse la descrizione della democrazia proposta dal volume. Descrivere qualcosa, e in particolare un concetto tanto elastico quanto quello di democrazia, non è un processo neutro. Cosicché la descrizione proposta dal «rapporto» funziona come un dispositivo specifico, che ha la capacità di far emergere l’esigenza di rendere governabile la democrazia. Come abbiamo accennato, è infatti da una simile descrizione che seguirebbero, per gli autori del volume, delle «tendenze» democratiche che ostacolano il «governo democratico»; delle «tendenze» che, quindi, bisogna governare.

La descrizione di tali «tendenze» democratiche può essere riassunta in tre punti[7]. Innanzitutto, la democrazia, nella sua «vitalità», condurrebbe, secondo gli autori, al declino dell’«autorità in genere», la quale sarebbe a tal punto oberata di compiti da svolgere che la governabilità stessa di una simile società democratica verrebbe messa a rischio. In secondo luogo, aggiungono gli autori, una democrazia di questo tipo sfocia nella «disaggregazione degli interessi», cioè in un individualismo esasperato al quale soccombono perfino quei partiti politici che intendono rafforzare la competizione elettorale. Da ultimo, una tale democrazia farebbe perdere di vista agli Stati nazionali le «relazioni con l’estero»: ciò che giustificherebbe, a quanto pare dagli sviluppi recenti, l’esistenza di organi sovrastatali indipendenti dalla legittimazione “popolare”.

L’interesse di una simile descrizione della democrazia non risiede soltanto nel suo contenuto, ma anche nel fatto stesso di esser fatta. In effetti, in tutto il testo, gli autori usano ripetutamente il termine «vitalità» della democrazia, senza però mai indicare precisamente a cosa essi si riferiscano. Affermano di frequente che bisogna difendere, mantenere, salvaguardare, garantire la «vitalità» della democrazia, ma aggiungono anche che tale «vitalità» costituisce un rischio per la democrazia stessa. È così allora che quando i tre professori descrivono i pericoli che, a loro parere, mettono in crisi la democrazia, viene fuori una tale descrizione di «tendenze» che – precisano – seguono dall’«operare con successo del governo democratico»[8].

Pare evidente, dunque, come la «vitalità» della democrazia sia rischiosa per la «vitalità» della sua governabilità. Ma anche, e di conseguenza, come descrivere tale «vitalità» serva per rimarcare l’ineluttabilità di un intervento che la governi. Così, la descrizione opera qui come un mezzo per sottolineare la necessità di quel che si afferma.

Ciò dimostra come la «crisi» non riguardi tanto la democrazia, come dice il titolo. Ma piuttosto l’addomesticamento di una società descritta come essenzialmente disordinata. The Crisis of Democracy segna, perciò, con chiarezza quel che nel nome “democrazia” dev’essere fatto valere contro la sua medesima movenza, e cioè la necessità di domare un animale scatenato.

È allora dall’angolo prospettico della descrizione della democrazia che possiamo leggere questo volume come una sorta di manifesto della «post-democrazia». Imprimendo un deciso slittamento al ragionamento sulla democrazia, esso rivela infatti come, dopo la crescente richiesta di partecipazione politica emersa negli anni Sessanta e Settanta, le élite politiche ed imprenditoriali del mondo occidentale percepissero la necessità di rifondare un’autorità minata dal moltiplicarsi delle pratiche democratiche. Gli argomenti sviluppati dal «rapporto» alla Trilateral Commission si sono così diffusi in diverse maniere e forme nei vari discorsi tecnocratici e conservatori il cui obiettivo era di restringere la partecipazione politica. Si sono quindi concretizzati in pratiche opposte a quelle democratiche e tese piuttosto a controllare diversamente da prima la sfera sociale, quella economica e, non da ultimo, quella politica. Queste pratiche, che divennero sempre più evidenti negli anni successivi a quello di pubblicazione del volume, sono quelle oggi rubricate sotto il nome “neoliberismo”[9].

Quindi, il «rapporto» del 1975 mette in evidenza al contempo due aspetti nodali della «post-democrazia». Il primo è che il vero carattere di quest’ultima sia autoritario. Come infatti è evidente dalle «innovazioni» proposte dagli autori, l’obiettivo non è tanto di trovare una soluzione alla «crisi della democrazia» ma alla crisi della «governabilità» democratica mettendo insieme la tecnocrazia (progettata sia dalla proposta di Crozier, le larghe intese tra gruppi politici già esistenti, sia da quella di Hungtingon, la messa a margine di alcune parti della popolazione dalle dinamiche politiche) e il conservatorismo (l’idea di Watanuki di insistere sui valori tradizionali). Il secondo – connesso al primo e che a noi qui interessa particolarmente – è che la descrizione della democrazia operata dal volume funzioni come un dispositivo teso a creare un nemico sociale, cioè la minaccia della conflittualità democratica, il cui necessario addomesticamento lo trasforma al contempo, e paradossalmente, in emblema politico di pacificazione sociale.

 

Fig. 1 – “Démokratie” di Fabio Arrabito

 

  1. Oligarchia, «police», «scandalo» democratico

 Tra gli studiosi che recentemente hanno proposto delle analisi sulla regressione oligarchica delle dinamiche politiche contemporanee, Jacques Rancière ha indubbiamente avuto il merito di sottolineare questa operazione di squalificazione delle istanze partecipative condotta tramite la descrizione della democrazia. Nel 2005, in un noto saggio dal titolo La haine de la démocratie, egli ha sostenuto con estrema chiarezza quale sia la ragione – non solo da parte della Trilateral Commission, ma anche, più in generale, del discorso dominante odierno in cui gli argomenti del «rapporto» si sono diffusi – di accusare la democrazia per difendere la democrazia stessa: «che le democrazie siano “ingovernabili” prova abbondantemente che hanno bisogno di essere governate»[10]. Che significa provare come la democrazia consista in un insieme di individui e gruppi incapaci di autogovernarsi, il cui arbitrio richiede il necessario intervento di soggetti “competenti” i quali trattino i primi – per usare una ricorrente espressione rancièriana ripresa dall’ultra-royaliste Louis de Bonald – come esseri che si trovano «nella società senza essere della società». Questo argomento, secondo Rancière, non è però affatto nuovo, poiché proviene da Platone, la cui descrizione della democrazia testimonia un «odio» nei suoi confronti che non è dissimile da quello dei giorni nostri.

La diagnosi di Rancière attesta così che oggi, nonostante il discorso dominante ripeta incessantemente che viviamo in una democrazia, siamo di fronte ad una «post-democrazia», sorretta dalla police – vale a dire da una certa disposizione dell’ordine sociale, che determina un consenso su un assetto in cui i posti, i ruoli e le occupazioni degli individui sono ben definiti[11]. L’esemplificazione di tale police è il discorso del «rapporto» alla Trilateral Commission, la cui descrizione della democrazia come società irrefrenabile ostacola l’accesso all’ambito politico a qualsiasi richiesta di partecipazione politica “popolare”. La police, insomma, è ciò che determina l’intelligibilità delle parti politiche. E, di conseguenza, essa cerca di costruire il criterio legittimante della élitizzazione delle dinamiche politiche.

Ma la police, nella visione rancièriana, non esiste per una semplice ragione di necessario disciplinamento sociale. Essa risponde bensì ad una precisa preoccupazione. Ossia allo «scandalo» rappresentato dalla democrazia stessa. Cos’è questo «scandalo»? Secondo Rancière, esso consiste nel fatto che tutti possano entrare nella scena del politico e prendervi parte; e ancor più, che una “parte” della società, quella presunta incapace cioè la «parte dei senza-parte», possa farsi “tutto” o riconfigurare il “tutto”: possa trasformarsi da popolo-parte in popolo-tutto o rideterminare il significante “popolo”. È in questo senso che, per Rancière, la democrazia coincide con il movimento di soggettivazione della parte sociale scacciata dalla partecipazione politica. Ed è quindi per questo stesso motivo che essa non è in fondo che uno «scandalo»: se tutti possono rappresentarsi in quanto “popolo”, tutti possono potenzialmente entrare nell’ambito politico e non c’è nessun criterio che possa determinare chi più di un altro sia legittimato ad entrarvi. L’oligarchia, dunque, per il tramite della police, tenta di naturalizzare un certo ordine della società che escluda un simile «scandalo».

Come si vede, per Rancière, lo «scandalo» ha a che fare con il titolo per governare. Tale è il motivo per cui la sua elaborazione deriva da un’attenta lettura delle Leggi di Platone. Il pensatore francese osserva in particolare come, in quest’opera, tra i sette titoli indicati dal filosofo greco per governare, ce ne sia uno, quello della sorte, legato puramente al caso. Platone, sostiene infatti Rancière, pur odiando la democrazia, non può fare a meno di inserirlo nel suo elenco delle archai per governare, poiché, sebbene sia «il titolo di chi non ha titoli», è ciononostante considerato il più giusto, per la semplice ragione di svelare come l’unico principio del potere sia il caso. Platone cioè, secondo Rancière, riconosce che se un potere dev’essere politico, bisogna ammettere che esso sia «il potere di coloro che non hanno nessuna ragione naturale per governare su coloro che non hanno nessuna ragione naturale per essere governati»[12]. Perciò, in questa lettura, Platone, cioè colui che fonda una descrizione tesa a squalificare la conflittualità democratica, non farebbe che attestare come la politicità di un governo non stia nei titoli o nelle competenze, ma nel fatto che tutti possano governare, cioè legittimare e delegittimare chi governa in qualsiasi momento.

Ciò ci porta a due conclusioni. Innanzitutto, che lo «scandalo» democratico sarebbe, per riprendere una cruciale formula rancièriana, l’«uguaglianza di chiunque con chiunque altro». E in secondo luogo, che i tentativi di governare tale «scandalo» debbano sempre trovare un modo per riferirvisi, poiché esso è la presenza costante e insuperabile di un governo (che si voglia) politico.

 

  1. La specificità della «post-democrazia»

La riflessione di Rancière ci conduce così alla constatazione che gli argomenti del «rapporto» alla Trilateral Commission non solo non appartengono soltanto all’epoca «post-democratica», poiché in realtà erano stati sviluppati nel corso dell’evoluzione della democrazia moderna, ma venivano avanzati già dal vecchio Platone. Tale constatazione segue, nel pensiero rancièriano, da una decisa condanna della “filosofia politica” (intesa come una pratica epistemica che cerca di eliminare la conflittualità della politica), che, a parere dell’autore, nasce proprio con Platone[13]. Tuttavia, la «post-democrazia» è situata dallo stesso Rancière nel periodo di riflusso dello slancio politico degli anni Sessanta e dei primi Settanta. La domanda che sorge è quindi: qual è la specificità della «post-democrazia»? Nel pensiero di Rancière, la risposta a questa domanda sembra restare in sospeso[14]: limitandosi infatti a dire che la «post-democrazia» sia oligarchica, essa appare essere indistinguibile dai sistemi di dominio politico tipici delle altre epoche.

Per rispondere a questa domanda bisogna considerare che quel che la sua riflessione ci aiuta a chiarire è in che senso una descrizione della democrazia, come quella fornita dal «rapporto» alla Trilateral Commission, sia utile per capire lo slittamento semantico del nome “democrazia” nell’epoca della «post-democrazia». Da questa angolazione, è possibile fornire la risposta che emerge dal discorso rancièriano. Cioè che se, come si è visto, lo scopo del volume del 1975 è quello di mantenere il termine “democrazia” per superare lo «scandalo» dell’ingovernabilità al quale esso stesso rimanda, allora la «post-democrazia» è una dinamica che, rilevando la presenza costante della legittimazione “popolare”, cerca di superarla attraverso pratiche di élitizzazione della partecipazione politica sorrette dalla nominazione della minaccia sociale dell’ingovernabilità. In questo senso, la specificità della «post-democrazia» sarebbe di affermare una «crisi» della democrazia non tanto per eliminarne il nome, quanto per evitare lo «scandalo» della conflittualità di cui è inevitabilmente costituita la politica.

In guisa di conclusione, possiamo dire allora che la descrizione della “democrazia” come società irrefrenabile da governare è un elemento analitico determinante per capire l’odierno disagio della democrazia e la sua regressione oligarchica. Qualsiasi potere politico oggi deve dirsi democratico, ma qualsiasi potere politico oggi denuncia i mali di una società democratica. Non si tratta di ipocrisia, ma di una determinata retorica che sorregge un ordine «post-democratico» in cui non possa più comporsi un “popolo”[15] che controlli e gestisca i processi decisionali, bensì soltanto un “popolo” che in maniera identitaria costituisca una minaccia da giocare contro il “popolo” democratico stesso. La «post-democrazia», in definitiva, non può che far fronte alla conflittualità politica democratica, la quale costituisce uno «scandalo» per la legittimità di un governo poiché lo mette costantemente in «crisi». Così, essa devia la conflittualità politica in una conflittualità etnica. È questo quanto essa realizza tramite il dispositivo della descrizione, la quale, disgiungendo in se stesso il nome “democrazia”, cerca di inglobare la politica democratica trasformandola nella minaccia da governare e nel nome stesso di questo governo.

 

 

[1]    Il termine «post-democrazia» è stato proposto per la prima volta da Jacques Rancière ne La mésentente (trad. it. a cura di B. Magni, Il disaccordo: politica e filosofia (1995), Roma, Meltemi, 2007) e impiegato successivamente, benché in maniera diversa, da Colin Crouch in Postdemocrazia (Roma-Bari, Laterza, 2004). L’accezione che noi terremo in considerazione nel presente saggio è quella di Rancière.

Ad introdurre il termine «postpolitica» nel dibattito è stato invece Slavoj Žižek, il quale, nel suo testo del 1999, ha definito la «postpolitica» nella maniera seguente: «Oggi ci troviamo di fronte a un’altra forma di negazione del politico: la postpolitica postmoderna. Essa non solo “rimuove” il politico, cercando di contenerlo e di placare i “ritorni del rimosso”, ma, in modo molto più efficace, lo “forclude” […]. Nella postpolitica il conflitto tra le visioni ideologiche globali incarnate dai diversi partiti che competono per il potere viene rimpiazzato dalla collaborazione dei tecnocrati illuminati (economisti, specialisti dell’opinione pubblica…) e dei multiculturalisti liberali; attraverso il processo di negoziazione degli interessi si raggiunge un compromesso nella forma di un consenso più o meno universale» in Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica (1999), trad. it., a cura di D. Cantone e L. Chiesa, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003, p. 248. Una elaborazione più ampia del termine, applicata agli studi urbani ma che tiene conto dell’elaborazione teorica fattane dalla filosofia politica contemporanea, è quella di Erik Swyngedouw, The Antinomies of Postpolitical City: In Search of a Democratic Politics of Environmental Production, in «International Journal of Urban and Regional Research», vol. 33.3, 2009, pp. 601-620.

Il confine tra «post-democrazia» e «postpolitica» è piuttosto labile, poiché entrambe indicano il tentativo, intrapreso negli ultimi decenni, di restrizione della partecipazione politica. La loro differenza analitica, come detto, è tuttavia che l’una enfatizza il progetto di rigetto del “popolo”, il quale però riemerge in ogni caso; l’altra invece sottolinea la “forclusione” (cioè la cancellazione definitiva) della conflittualità.

[2]    M. Crozier, S. Huntington, J. Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale (1975), trad. it. di V. Messana, prefazione di G. Agnelli, Milano, Franco Angeli, 1977.

[3]    Ivi, p. 14.

[4]    Ivi, p. 19.

[5]    Ivi, p. 21.

[6]    Per un approfondimento sullo stato attuale della democrazia rimando al capitolo La democrazia tra crisi e trasformazione del libro di Stefano Petrucciani (Democrazia, Torino, Einaudi, 2014, pp. 214-232), il quale ha il merito di tracciare una sintetica, ma efficace, panoramica dei problemi e di valutare qualche terapia per risolverli. Per delle analisi più specifiche sul «disagio» e la «sfiducia» che colpisce l’odierna democrazia liberale cfr. rispettivamente C. Galli, Il disagio della democrazia, Torino, Einaudi, 2011, e P. Rosanvallon, Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia (2006), Roma, Castelvecchi, 2012.

[7]    Cfr. in particolare La crisi della democrazia, cit., p. 148.

[8]    Ibidem.

[9]    Come hanno dimostrato Christian Laval e Pierre Dardot seguendo le ricerche di Michel Foucault, la «razionalità neoliberista» non è costituita soltanto da pratiche economiche, ma anche e soprattutto da pratiche politiche. Cfr. C. Laval, P. Dardot, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista (2009), trad. it. di R. Antoniucci e M. Lapenna, Roma, DeriveApprodi, 2013.

[10]  J. Rancière, L’odio per la democrazia (2005), trad. it. di A. Moscati, Napoli, Cronopio, 2007, p. 15.

[11]  Rancière definisce il “consenso” nei termini di una configurazione politica della società, cioè di una descrizione. «Le consensus qui nous gouverne est une machine de pouvoir pour autant qu’il est une machine de vision», in J. Rancière, Chroniques des temps consensuels, Paris, Seuil, 2005, p. 8.

[12]  Ivi, p. 58.

[13]  Cfr. J. Rancière, Il disaccordo, cit.

[14]  A dimostrazione di questa indecidibilità della posizione rancièriana bisogna ricordare il fatto che Žižek, ne Il soggetto scabroso (cfr. nota 1), immette Rancière tra i teorici «postpolitici». Rancière, anni dopo, ha risposto al filosofo sloveno affermando come la propria analisi non sia affatto «postpolitica» (cfr. A few remarks on the method of Jacques Rancière, in «Parallax», n. 52, vol. 15, 2009, pp. 114-123; vedi in particolare p. 116). Žižek sbaglia senz’altro a pensare Rancière come un «postpolitico» postmoderno, perché, come si è visto, il pensatore francese non afferma che le forme moderne della conflittualità politica siano definitivamente tramontate, bensì che siano messe in discussione: il suffisso «post» funziona infatti, in Rancière, come qualcosa che cerca di superare ma non cancella il nome a cui si riferisce. L’elemento problematico che tuttavia determina tale indecidibilità nel pensiero rancièriano è esattamente il concetto di police, il quale, essendo derivato da un certo legame tra la filosofia politica e le scienze sociali, conferisce all’ambito sociale una smisurata forza di dominio. La conseguenza è che, in alcuni passaggi, la «post-democrazia» rancièriana sembra cadere in una prospettiva di fine della conflittualità politico-sociale.

[15]  Il tema del “popolo” è oggi al centro di un vivo dibattito nell’ambito del pensiero politico, conducendo con sé anche quello di “populismo”. Tra le varie pubblicazioni recenti: sul “popolo”, cfr. In nome del popolo sovrano, «Meridiana», n. 77, 2013, in particolare l’introduzione di Luca Scuccimarra, Il ritorno del popolo, pp. 9-21; T. Berns, L. Carré (a cura di), Noms du peuple, in «Tumultes», n. 44, 2013/1; sul “populismo”, cfr. il dossier Populisme/Contre-populisme, curato da Étienne Balibar ed Emmanuel Renault, di «Actuel Marx», n. 54, 2013/2. Un punto di riferimento in questo dibattito è senz’altro il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista (2005), trad. it., a cura di D. Tarizzo, Roma-Bari, Laterza, 2008.

Giovanni Campailla

Dottorando di ricerca in co-tutela di tesi presso il Dipartimento di Scienze politiche dell'Università degli studi di Roma Tre e il Laboratoire Sophiapol dell'Université Paris Ouest Nanterre La Défense

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