1 Luglio 2018

Cosimo de’ Medici, Paolo Toscanelli e il Cielo dei Magi: una nuova ipotesi per gli Emisferi Celesti Fiorentini


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Iconocrazia 13/2018 - "Iconocrazia: Art, Astronomy, Politics and Religion", Saggi




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  1. Introduzione

L’emisfero celeste di San Lorenzo a Firenze, straordinario esempio di firmamento affrescato del primo Rinascimento (risale all’inizio del quarto decennio del Quattrocento), si trova all’interno della scarsella della Sagrestia Vecchia, realizzata da Filippo Brunelleschi e decorata da Donatello per il loro committente Cosimo de’ Medici[1]. L’emisfero di Santa Croce, invece, un’opera derivativa databile a più di quindici anni dopo, risiede nella analoga scarsella della Capella Pazzi, anch’essa progettata da Brunelleschi e decorata da Luca della Robbia per Andrea de’ Pazzi (Figura 1).

Figura 1

Ambedue  riproducono a prima vista, in un contesto architettonico molto simile, la stessa situazione celeste su un suggestivo sfondo blu oltremare e con notevole dose di realismo, sebbene il cielo, diurno, stellato e arricchito di Sole, Luna e pianeti, sia adorno delle figure delle costellazioni tolemaiche.

I due emisferi rappresentano un vero e proprio affascinante mistero rinascimentale: il primo (anche in ordine cronologico) può essere considerato un vero antesignano dei planetari per l’inedito realismo e precisione delle posizioni stellari, mentre il secondo, copia artisticamente e scientificamente più scadente, conserva intatto l’enigma della duplicazione e rilancia urgenti domande sullo scopo e l’interpretazione di simili inediti artefatti collocati in ambiente sacro. Domande a cui sono state date molte possibili risposte, mai del tutto soddisfacenti, che si concentrano ormai su due sole date possibili per il cielo rappresentato: il 6 luglio del 1439[2] e il 4 o 5 luglio del 1442[3], ambedue ben sostenute dall’analisi della cartografia. All’incertezza sulla datazione si aggiunge per carenza di fonti quella sugli autori materiali dell’opera, pittore e astronomo incaricato del programma iconografico e delle misure, che sembra almeno parzialmente dissipata per quanto riguarda quest’ultima figura, da tempo indicata in Paolo dal Pozzo Toscanelli[4]. Un serrato confronto statistico dei due emisferi con le sue carte celesti superstiti, conservate nel Fondo Magliabechiano della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, permette infatti ormai di attribuirgliene la paternità con ragionevole certezza[5].

In questo lavoro ci proponiamo di offrire sinteticamente una nuova ipotesi di lettura complessiva, che tenta di inserire la rappresentazione nella contemporanea strategia politico-iconografica del committente mediceo. La proposta, che emerge dal quadro storico globale e da una serie di indizi e di confronti con altre testimonianze iconografiche, tende a escludere la configurazione celeste del 1442 e l’interpretazione di Lapi Ballerini[6] e ad avvalorare la datazione di Bing e Fortini-Brown, legata al Concilio di Firenze e al suo potente ascendente sull’immaginario dell’epoca.

  1. Il committente, l’artista, l’autore del programma

Come attestato da innumerevoli documenti e ben ricostruito da Dale Kent[7], Cosimo è certamente il committente dei lavori della Sagrestia Vecchia in San Lorenzo, subentrato a suo padre Giovanni, lì sepolto fin dal 1429, che la volle edificata da Brunelleschi. Quei lavori a partire dagli anni ’40 del XV secolo si estesero alla cappella maggiore e alla navata centrale[8], sancendo così ufficialmente il patrocinio mediceo e rendendo la chiesa il cuore religioso del territorio cittadino dominato dalla famiglia, insieme al convento di San Marco, le cui opere di restauro si stavano appena concludendo.

Richiamato trionfalmente dal breve esilio veneziano a cui lo avevano costretto gli avversari ai vertici della Signoria, Cosimo aveva subito iniziato a tessere la sua ambiziosa tela politica con l’essenziale sostegno di Eugenio IV, in fuga da una Roma agitata da tumulti e fermenti ribelli e tormentato dalla minaccia del Concilio di Basilea.

Il capolavoro strategico di questa alleanza fiorentina con il Papa fu naturalmente il Concilio con l’imperatore bizantino e i delegati della chiesa orientale, drammaticamente minacciati dalla potenza turca, Concilio che dopo un’iniziale fase ferrarese venne traslocato tra febbraio e marzo del 1439 proprio a Firenze, in Santa Maria Novella, certamente anche grazie alle manovre di Cosimo[9].

La realizzazione della cupolina nella scarsella della Sagrestia Vecchia dovette avvenire qualche anno dopo la conclusione del memorabile evento, forse nel momento in cui Cosimo otteneva il patrocinio della basilica di San Lorenzo nell’estate del 1442. Non esistono documenti che ne parlino direttamente tra quelli reperiti riguardo alla decorazione dell’ambiente e agli interventi di Donatello, e risulta estremamente problematico inquadrare questo contributo astronomico nel programma iconografico della Sagrestia, che riguarda i temi della morte e della resurrezione e il corteggio di santi prediletti dalla famiglia: Giovanni Evangelista, Lorenzo, Cosma e Damiano.

Come artista autore della rappresentazione si è insistentemente parlato di Giuliano d’Arrigo detto il Pesello[10] (1367-1446), di cui non esistono opere attribuite con certezza assoluta, e di suo nipote Francesco di Stefano detto il Pesellino[11] (1422-1457) nella copia di Cappella Pazzi.

Le costellazioni sono tracciate a mano libera, a secco, come confermato dalla riflettografia infrarossa utilizzata durante i lavori di restauro. Lapi Ballerini ha attribuito alcune figure a una seconda mano affrescante[12], mentre James Beck[13] ha successivamente ipotizzato l’intervento diretto nientedimeno che di Leon Battista Alberti, sia nell’ideazione che nella realizzazione pittorica[14]. La proposta si basa sull’insistenza nelle rappresentazioni leonine all’interno dell’affresco, ma anche sulla somiglianza con le pitture dell’altana di Palazzo Rucellai, attribuite allo stesso Alberti.

Quanto all’autore del programma iconografico, Beck esclude Toscanelli per assenza di competenze artistiche, dando per scontato che astronomo e pittore debbano coincidere, ma come abbiamo già accennato mastro Pagolo è quasi certamente l’autore della cartografia ed è ragionevole pensare che l’opera sia frutto di una sua collaborazione con Alberti, visto che sappiamo per certo che collaborarono in altre occasioni[15].

Le evidenze disponibili sono molteplici e stringenti. In sintesi:

1. Matematico e cosmografo eccellente, “Paolo fiorentino astrologo” fu il più originale dei praticanti toscani della scienza delle stelle nella cerchia di Brunelleschi e Cosimo de Medici, dunque rappresenta il maggior indiziato per la progettazione dell’emisfero celeste.

2. Il Cancro autografo di Toscanelli (rappresentato nella Tavola 252A del manoscritto Magliabechiano BNCF Banco Rari 30) è straordinariamente simile a quello dell’affresco.

3. L’obliquità dell’eclittica misurata nella cupola corrisponde al valore di 23°30’ calcolato da Toscanelli e Alberti usando lo gnomone di Santa Maria del Fiore come riferito da Regiomontano in una celebre lettera a Giovanni Bianchini[16].

4. Un campione di stelle selezionato sull’emisfero celeste di San Lorenzo corrisponde in posizione con quello coincidente sulle uniche mappe sopravvissute del grande astronomo, con una bassissima dispersione dei valori misurati[17].

5. Quattro stelle di questo medesimo campione sono presenti nelle carte di Toscanelli e mancanti in ogni altro catalogo di stelle dell’epoca che è stato possibile esaminare[18].

Se l’enigma dell’autore del programma sembra così risolto, resta tuttavia intatta la difficoltà interpretativa: a cosa di tanto importante si riferisce il firmamento delle due cupoline da essere riprodotto in due distinte occasioni e da due famiglie differenti, pur unite al tempo da una solida alleanza (Figura 2)?

Figura 2

Le due datazioni celesti sopra riportate hanno ambedue i loro evidenti punti deboli: la celebrazione della riunificazione delle due chiese sembra avulsa dal contesto religioso della Sagrestia e della Cappella Pazzi e dalla loro trasparente riproposizione del modello del Santo Sepolcro[19], mentre il ricordo dell’estate 1442 non sembra sostenuto a dovere dall’elaborata e vaga teoria di alleanze con i D’Angiò della Lapi Ballerini e pare troppo debole se riferito ad una Elezione astrologica del momento migliore per estendere l’influenza medicea all’intera basilica di San Lorenzo[20].  L’interpretazione del cielo dei due emisferi celesti deve essere almeno coerente con l’impianto teologico e filosofico della Sagrestia Vecchia, e per questo motivo occorre indagare sul messaggio globale trasmesso dalle committenze medicee del periodo che più appaiono imbevute di simbologia astrologica.

  1. Scienza e politica dall’Oriente: il Mito dei Magi nelle committenze medicee

In effetti, ad uno sguardo attento, spicca un fil rouge  essenziale in molte opere ordinate da Cosimo in quel decennio. Si tratta della narrativa dei Magi[21], con numerose scene dell’Adorazione da parte dei tre re d’Oriente commissionate più volte, anche in tarda età, ma già centrali a pochi anni dal Concilio. Non che i Magi venissero fin lì ignorati – basti menzionare la grande abbondanza di opere sul tema da parte di Beato Angelico nel decennio precedente e la celebre pala di Gentile da Fabriano commissionata da Palla Strozzi, il rivale del pater familias mediceo – ma certamente non è un caso che il modello tradizionale della rappresentazione venga aggiornato introducendo costumi e dettagli osservati dal vivo tra i bizantini e che il racconto dell’Epifania catturi così persistentemente l’attenzione dei Medici. La leggenda dei Magi, dispiegata ossessivamente in quegli anni anche nei festeggiamenti temporanei della omonima Compagnia[22], la confraternita patrocinata e controllata dalla famiglia, è chiaramente un dispositivo narrativo concepito per affermare la pietà e il prestigio medicei, legittimarne il potere e la ricchezza e introdurre velatamente un presagio monarchico di carattere profetico e sacrale nella percezione politica coeva.

Per l’aspetto astrologico è però particolarmente significativo l’affresco della cella 39 a San Marco[23], probabilmente già opera di un giovane Benozzo Gozzoli, dove troviamo rappresentato al centro del corteo lo stesso Cosimo come Mago con una sfera armillare tra le mani[24]: è il primo segno inequivocabile, oltre a quello ben noto della Stella, di un sapere astrologico che caratterizza i tre Re, e che non a caso è centrale nelle dottrine del magnetico Pletone[25], tra i greci più stimati e ammirati al Concilio. Per Giorgio Gemisto, con molta probabilità rappresentato alla sinistra di Cosimo, i Magusei sono i seguaci di Zoroastro, il primo propagatore della antica dottrina portata a perfezione da Platone, gli autori dei sacri Oracoli Caldaici[26], testi teurgici che nella sua visione dovrebbero essere alla base di una rinnovata religione e filosofia universale. Pur non essendo astrologia in senso stretto, quella degli Oracoli è una dottrina permeata di concetti e visioni celesti, che ben si addice alle conoscenze astronomiche leggendarie di sacerdoti plasmati dalla millenaria sapienza celeste caldea e alle competenze scientifiche di Gemisto, che è un vero esperto della materia[27].

L’astronomia e l’astrologia sono tra l’altro un trait d’union fondamentale con uno dei pochi intellettuali e umanisti italiani citati da Pletone nei suoi scritti, proprio quel Paolo dal Pozzo Toscanelli autore dell’Emisfero Celeste di San Lorenzo, secondo Vespasiano da Bisticci[28] anche grande amico e maestro di Cosimo nelle questioni astrali.

Lo stesso Pletone, che è citato con ammirazione da Ficino come ispiratore del progetto dell’accademia neoplatonica voluta da Cosimo[29], è rappresentato ancora una volta tra i Magi nella celebre cappella del palazzo di Via Larga, alla sinistra dell’autoritratto di Benozzo[30]. Una presenza costante come si vede, anche a vent’anni di distanza dal Concilio e a sette dalla sua morte nel Peloponneso (Figura 3).

Figura 3

Ma il legame tra Concilio e Magi è forte anche in un’Adorazione che paradossalmente non li contempla, la pala realizzata intorno al 1440 da Beato Angelico per l’altare della chiesa di San Marco. In questa opera cruciale Cosimo è ancora una volta al centro della scena inginocchiato con devozione nelle vesti di San Cosma e in un certo senso è come un ambasciatore dei re orientali, visto che secondo Cyril Gerbron è possibile che la tavola fosse la stazione finale della processione organizzata ogni 4 o 5 anni per l’Epifania dalla Compagnia dei Magi[31]. Studiando il dipinto con attenzione McKillop[32] ha individuato nel tappeto orientale un’interessante citazione astrologica: simbolo quasi centrale intessuto ai piedi della Vergine e dei santi è un doppio Cancro, l’unica figura con un evidente riscontro celeste insieme alla coppia di Pesci del riquadro all’estrema destra.

Non si può fare a meno di notare che la configurazione ha nello sviluppo longitudinale del tappeto la stessa distribuzione di quella degli emisferi (Figura 4), con il Cancro che culmina in decima casa a breve distanza dal meridiano e i Pesci che tramontano ad ovest.

Figura 4

McKillopp ne fornisce un’interpretazione ragionevole, che prescinde dal confronto con la cupolina: i Pesci alludono all’inizio dei lavori del Concilio (il 2 marzo) e il Cancro alla loro chiusura (il 6 luglio), naturalmente in una prospettiva strettamente fiorentina, che non tiene conto della fase ferrarese[33]. Il Cancro, peraltro, ha nel Medioevo una sua non trascurabile importanza nell’astronomia locale, spiccando sul pavimento del Battistero e su quello di San Miniato al Monte con l’intento di celebrare la ricorrenza solstiziale di San Giovanni Battista, patrono cittadino[34] (Figura 5).

Figura 5

  1. Il 6 luglio tra Concilio e Astrologia Magusea

Ma c’è una qualche connessione tra il 6 luglio e l’Epifania? E in tal caso, quale potrebbe essere dal momento che nessun calendario antico o moderno la segnala? Per rispondere a questa domanda occorre prima di tutto notare che si tratta di due giorni che dividono l’anno a metà, a sei mesi esatti di distanza l’uno dall’altro, qualcosa che probabilmente è  più di una coincidenza visto l’interesse mediceo per la sacra ricorrenza. Ma la chiave della loro possibile relazione la si trova proprio affrontando la ricca letteratura apocrifa sui Magi, dalla quale emerge una pista “filologica” che potrebbe essere stata seguita da Toscanelli, magari anche su ispirazione di Pletone, benché tra i loro argomenti di discussione conosciamo per certo solo un dibattito sulla Geografia di Strabone[35]. Secondo una diffusa tradizione orientale di origine probabilmente siriaca o persiana, esemplificata da testi come la Cronaca di Zuqnin[36], La Caverna dei Tesori[37] e tramandata dall’Opus Imperfectum in Matthaeum[38], i Magi avrebbero trasmesso le loro conoscenze astrologiche ed esoteriche attraverso i secoli su ispirazione di Adamo (o di Zoroastro), aspettando proprio il segno celeste che avrebbe indicato l’avvento del nuovo Re dei Re[39]. L’attesa avrebbe comportato una cerimonia rituale di frequenza annuale (o mensile) di osservazione del cielo sulla cima del Monte che i latini chiamavano Vittoriale, a poca distanza dalla caverna dei tesori dove si conservavano testi sacri fin dall’infanzia dell’umanità. Dall’Opus Imperfectum, un apocrifo allora considerato opera di Giovanni Crisostomo a commento del Vangelo di Matteo e ben presente agli umanisti dell’epoca, Toscanelli poteva ricavare informazioni essenziali sulla data e il luogo dell’avvistamento della celebre Stella, confermate del resto dalla Legenda Aurea di Jacopo da Voragine: i Magi risiedevano nell’Estremo Oriente presso l’Oceano (“iuxta Oceanum”), e praticavano la loro osservazione cerimoniale ogni estate, al termine della fase della trebbiatura (“post messem trituratoriam”) che notoriamente avveniva in luglio. Inoltre, sebbene la durata del viaggio a Betlemme venisse stimata secondo questi testi generalmente di due anni (“proficiscentibus autem eis per  biennium  praecedebat stella”), secondo Alexander Toepel alcune redazioni dell’Opus la riducono a metà anno[40], coerentemente con la distanza temporale dalla tradizionale data dell’Epifania, l’arrivo a Betlemme.

C’è di più. Gli Astronomica di Manilio (allora da poco riscoperti dall’amico umanista di Toscanelli Poggio Bracciolini) riportano, attribuendola a generici sacerdoti sulla cima del Monte Tauro nell’Anatolia Meridionale, una  cerimonia simile, dedicata all’osservazione della levata eliaca di Sirio all’inizio dell’anno sotiaco (quando il sole passa dalla costellazione del Cancro a quella del Leone) per divinare il clima e gli avvenimenti dei mesi successivi[41]. Questa consuetudine osservativa, di origine iranica ma ripresa in Egitto e dalle feste di Adone in ambiente ellenistico come ha dimostrato Cumont[42], è citata in un altro testo perfettamente alla portata di Mastro Pagolo, quello in greco del siriano Siro contenuto nel celebre Syntagma Laurenziano[43], disponibile all’epoca proprio a Firenze. Le feste di Adone avvenivano proprio dopo la trebbiatura, secondo il calendario giuliano tra il 19 e il 25 luglio, ma l’effetto della precessione degli Equinozi (che come ben noto a Toscanelli ammontava in 1400 anni ad un anticipo di una decina di giorni nel cammino del sole lungo l’eclittica) congiunto a una latitudine molto meridionale (come da requisito dell’Opus e secondo le mappe tolemaiche  intorno ai  30° se nei pressi del Golfo Persico, a latitudini ancora più basse se più a est, sull’Oceano Indiano) rendono compatibile la prima apparizione di Sirio all’alba con la configurazione del cielo del 6 luglio nel XV secolo[44] (Figura 6).

Figura 6

Il ragionamento, tecnico e complesso ma accessibile a Paolo Toscanelli e al suo impegno anche filologico (Pico riporta che l’astrologo si occupò ad esempio di ricostruire l’antico oroscopo della rifondazione di Firenze[45]), non è del tutto isolato nel panorama intellettuale rinascimentale.

La scena della cerimonia osservativa di fronte alla Caverna dei Tesori, con la Stella che ascende all’orizzonte orientale sarebbe secondo l’interpretazione di Salvatore Settis quella rappresentata nei celebri “Tre Filosofi” di Giorgione mezzo secolo dopo[46] (Figura 7), sia pure arricchita di dettagli estranei alla tradizione originale e ibridata con i temi della Grande Congiunzione del 1503-1504[47].

Figura 7

Se si accetta questa ipotetica catena di inferenze, il cielo del luglio 1439 celebrato negli Emisferi Celesti potrebbe dunque individuare un giorno essenziale e misconosciuto del calendario, sia dal punto di vista astronomico che teologico. La chiusura trionfale del Concilio rispecchierebbe il momento del primo avvistamento della Stella dei Magi, il cruciale punto della storia – in anticipo di sei mesi sulla Natività del Messia secondo questa ricostruzione – in cui l’antica sapienza astrale pagana confluisce nella nascente e superiore fede cristiana[48].

  1. Una data per molti cieli

 Il legame tra la proclamazione dell’unità delle due chiese lungamente separate  in quella fatidica mattina del 6 luglio 1439 – la celebre bolla Laetentur Coeli[49] – e il cielo di San Lorenzo e Santa Croce sarebbe dunque duplice: da un lato risponderebbe alle regole dell’astrologia elettiva, pervasive ormai da decenni anche in territorio fiorentino[50], ma soprattutto – vista la debolezza dell’oroscopo e la sua abbondanza di aspetti negativi che certo di per sé non ne giustificherebbe la scelta per una così importante celebrazione (Figura 8) – sarebbe dominato da una esigenza che si può a buon diritto definire mitica quanto teologica.

Figura 8

Quella di rinforzare la narrativa legata ai Magi come corrispettivo allegorico della dinastia medicea e come trasfigurazione nobile e sacra in grado di riscattare non solo l’origine popolare e priva di sangue blu, ma anche lo spirito mercantile della famiglia, particolarmente gravido di peccati in prospettiva cristiana.

Allo stesso tempo, in controluce, comincia a vedersi in azione in questa committenza una cruciale dinamica filosofica oltre che religiosa e politica. La sapienza orientale dei Magi, come noto, è fin da quegli anni caratterizzata da continue  e diffuse allusioni iconografiche alla delegazione bizantina[51] e i Medici riprendono e sviscerano come abbiamo visto il tema infinite volte, dagli affreschi del Beato Angelico a quelli di Gozzoli. Giorgio Gemisto Pletone, la figura rappresentata che più spicca, avvalora l’interesse da parte di Cosimo e della sua cerchia intellettuale nella sua carismatica visione neoplatonica, ben prima del decisivo intervento ficiniano. Queste prime tracce della sua influenza, che non a caso abbiamo visto tinte di astronomia e cosmografia, si devono far risalire con tutta probabilità a Paolo Toscanelli, figura che grazie alle sue competenze scientifiche e linguistiche era in grado di mediare tra il filosofo greco e il banchiere fiorentino[52].

Il cielo di Toscanelli è insomma un cielo astrologico secondo la teoria delle Elezioni, ma anche un cielo teologico che sancisce le sfortunate alleanze tra greci e latini in chiave antiturca e un cielo filosofico che esalta la scienza dei magusei – fonte primordiale della saggezza platonica –  ritraendola proprio nel momento rigoroso e tanto atteso dell’identificazione della Stella. Infine è un cielo profetico, che risuona di echi gioachimiti in continuità con la tradizione medievale, non solo perché celebra il sacro Astro e il suo potenziale divinatorio materializzato nei testi della Caverna dei Tesori di iranica ispirazione, ma anche perché sovrasta, a San Lorenzo e a Santa Croce, un’architettura che mima il Sepolcro di Cristo e lo colloca nel contesto di una nuova Gerusalemme fiorentina[53], un nuovo centro del mondo nelle mani oligarchiche e ambiziose dei lupi della dinastia medicea, ancora travestiti da agnelli repubblicani.

Fortini Brown aveva già segnalato nel suo essenziale lavoro del 1981 la presenza di strabordanti rampicanti e gigli nella ringhiera marmorea del coro della Sagrestia come possibile allusione alla celebre profezia di Fra Antonino da Rieti del 1422[54], con la sua promessa per Firenze di divenire nuova sede papale e di dominare la scena italiana ed europea: la cupolina che allude al cielo dei Magi sigilla certamente questa aspirazione politica proiettandola in una storia millenaria perfettamente in bilico tra temi sacri ed echi profani, ed esaltando al tempo stesso con squisita discrezione il contributo mediceo, proprio come tipico dello stile ambizioso e indiretto di Cosimo.

  1. Una possibile conferma indiretta offerta da Lorenzo il Magnifico

Fin qui abbiamo delineato un’ipotesi ragionevole che integra gli indizi, le conoscenze e i testi disponibili a committente e astronomi con le attitudini e le politiche delle personalità in gioco, ma bisogna ammettere che di ipotesi si tratta, priva di solidi riscontri documentali. L’analisi scientifica si ferma all’attribuzione della cartografia a Toscanelli e alla scelta tra due date egualmente possibili per la configurazione rappresentata. La preferenza per il 6 luglio anziché per il 4/5 luglio è in particolare basata su considerazioni molto generali e di certo non decisive, vista anzi l’abbondanza di aspetti negativi dell’oroscopo scelto[55]. Tuttavia esiste un indizio indiretto ma molto suggestivo, che nessuno ha finora messo minimamente in correlazione con i due emisferi celesti e che fa pendere ancora una volta la bilancia in favore del 1439.

Si tratta di un indizio che ci porta lontano nel tempo, fino al 1484, anno di notevole importanza astrologica e di grandi preoccupazioni astrali. Firenze è in quegli anni sotto il controllo di Lorenzo il Magnifico all’indomani della Congiura dei Pazzi e l’astrologia medicea sta ormai cambiando radicalmente volto: dalle velate allusioni di Cosimo, che come abbiamo visto toccano temi profetici, teologici e strategici, si passa gradualmente a un sempre maggiore personalismo, con la scienza dei giudizi che grazie all’impostazione di Ficino continua a trasparire dall’iconografia e dall’architettura ma si orienta sempre più verso la genetlialogia[56]. La tendenza esoterica persiste, ma con Leone X e soprattutto Cosimo I si virerà con decisione verso una smaccata propaganda ad personam che si materializzerà nel simbolo del Capricorno, col suo immodesto sottotesto augusteo.

Marsilio Ficino dunque cambia tutto, e la sua visione della Stella, come emerge dall’affascinante sermone del 1482[57], diverge nettamente dall’approccio di Toscanelli per come lo abbiamo ipotizzato finora. La cometa (Ficino usa esplicitamente questo termine, ma intendendo un’apparizione angelica) appare una prima volta due anni prima della Natività nel Sagittario a Dicembre (in conformità con la redazione più diffusa dell’Opus), e poi in corrispondenza della nascita a Betlemme si ripresenta nella prima facies della Vergine per guidare i Magi, che arrivano a destinazione appena ventuno giorni dopo[58].

Ma se il clima astrologico e l’interpretazione della Stella sono mutati, deve tuttavia rimanere ben presente una memoria del messaggio politico e teologico della cupolina di San Lorenzo nella coscienza del Magnifico. Questo è infatti l’unico modo di spiegare il suo intervento assolutamente irrituale della fine del maggio 1485 nella costruzione di Santa Maria delle Carceri nella città di Prato (Figura 9), il cui proposto cittadino, lo zio Carlo, era incaricato di innalzare e dedicare alla Madonna per una apparizione mariana dell’anno precedente, particolarmente a cuore alla popolazione e al papa.

Figura 9

Morselli e Corti (1982) ricostruiscono nel dettaglio l’iter del progetto e il brusco passaggio dopo la posa della prima pietra dalle mani di Giuliano da Maiano a quelle di Giuliano da Sangallo, architetto di Lorenzo che realizzerà quello che è con tutta probabilità un disegno di mano dello stesso Medici. Qual è il motivo del precipitoso e radicale cambiamento al limite dello sgarbo nei confronti delle autorità locali e del primo progettista? Come si spiega l’improvvisa devozione mariana e l’inedito slancio architettonico del Magnifico[59]? Si può ipotizzare che in effetti tutto dipenda dalla data dell’apparizione della Vergine: il 6 luglio, così cruciale nell’ascesa della famiglia e così importante per il nonno da averla immortalata nella Sagrestia Vecchia. Il fatto che il miracolo fosse avvenuto durante l’anno della Grande Congiunzione poche settimane prima del decesso dell’odiato Sisto IV deve aver influito sul suo patrocinio, spingendolo – e non sarà certamente un caso – a rispolverare i precetti architettonici dell’Alberti e l’innovativa pianta a croce greca, in perfetta assonanza con la Sagrestia e la Cappella Pazzi. A sancire l’ispirazione celeste e la componente astrologica c’è anche l’accurato orientamento astronomico dimostrato da Lapi Ballerini (2007), che genera ogni 15 luglio (6 nel calendario giuliano) una ierofania sull’altare di fronte all’immagine sacra della Vergine, esattamente nell’ora del miracolo. Il cielo cristiano e il cielo dell’astrologia ancora una volta si intrecciano.

  1. Conclusioni: l’eredità degli Emisferi Celesti

Le straordinarie innovazioni del firmamento della Sagrestia Vecchia – estremo realismo e precisione al di sotto del grado d’arco, cartografia dettagliata su superficie emisferica, cielo astrologico per la prima volta armonizzato al contesto sacro – sembrerebbero a prima vista incredibilmente sfuggite all’attenzione di contemporanei e posteri dell’opera medicea. Nessuna testimonianza permane riguardo all’artefatto e neanche il solitamente ciarliero Vasari ne fa alcuna menzione: per la riscoperta bisogna attendere il Ventesimo secolo[60]. Ma l’assenza di fonti scritte non deve indurci in errore, l’emisfero celeste era ben presente ad artisti, architetti e soprattutto astrologi dell’epoca. Ne abbiamo tracce indirette ma eclatanti. La prima sta nella duplicazione dell’opera in Santa Croce, a una quindicina d’anni di distanza, ma ce ne sono altre, generalmente trascurate. Come ha fatto notare Dieter Blume[61], la cupolina della Cappella del Rosario nel Duomo di Montagnana è indubbia figlia del capolavoro toscanelliano, sia pure di qualità artistica e scientifica infinitamente minore. Il suo progettista Galeotto Marzio[62], umanista e astrologo umbro, aveva certamente mutuato l’idea dalla Sagrestia Vecchia, che deve aver conosciuto durante un viaggio a Firenze, quando cercava in Lorenzo de Medici un ricco mecenate che sostituisse il sovrano ungherese Mattia Corvino[63]. L’eclissi solare nel Leone che vi è rappresentata, d’altronde, aveva l’ambizione ancora una volta di tracciare parallelismi profetici tra il cielo e la storia, esorcizzando la stessa minaccia turca che incombeva sul firmamento conciliare, predicendo secondo la complessa teoria araba dell’Orbe Magno la futura sconfitta degli infedeli e ponendola sotto il patrocinio della Vergine (al tempo stesso figura sacra e costellazione) [64].

Ma soprattutto gli emisferi fiorentini sono i predecessori del grande cielo blu lapislazzulo adorno di stelle dorate nella Cappella Sistina pre-michelangiolesca[65], una rappresentazione moderna e per certi versi ancora più realistica di quella di San Lorenzo, dipinta come la cupolina di Montagnana intorno al 1480 da Pier Matteo d’Amelia su commissione di Sisto IV, proprio nel centro spirituale della Cristianità. Che di una volta celeste astronomica (per la resa) e astrologica (per il significato) si trattasse non può esservi dubbio: sopravvive infatti il disegno preparatorio dell’artista[66], che mostra la fascia dello zodiaco intorno all’eclittica da un orizzonte all’altro, e una moltitudine di astri (tra cui quasi certamente pianeti) non più tenuti insieme dalle forme delle costellazioni e dal linguaggio del mito. Non è ancora chiaro il significato e il tempo del cielo rappresentato[67], forse un otto dicembre a ricordare l’Immacolata Concezione cui era dedicata la Cappella, ma ci si può aspettare anche in questo caso un firmamento pregno di significati teologici e auspici profetici dettati dalla scienza delle stelle (Figura 10).

Figura 10

L’eredità degli emisferi celesti travalica tuttavia il XV secolo, e in uno scenario completamente mutato, con un’astrologia sempre più asciutta e tolemaica, tagliata a misura di individuo più che di famiglie o collettività, si ripresenta sotto splendide forme rinnovate nella romana cupola raffaellesca della Cappella Chigi a Santa Maria del Popolo e a Napoli, nella Cappella Carafa di San Domenico Maggiore[68], la cui perduta volta con Dio Padre e Santi era sostenuta da archi finemente istoriati di costellazioni, tuttora visibili. Testimonianze, quasi alle soglie della Rivoluzione Scientifica, di un tempo ormai al tramonto, che credeva ancora di poter trovare tra gli astri le tracce e le prove matematiche dell’intervento divino nella storia.

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Note

[1] La bibliografia sulle due architetture di Brunelleschi è molto ampia: per un’introduzione alla Sagrestia Vecchia e alla Cappella Pazzi si può partire rispettivamente da Battisti (1976) e da Saalman (1993).

[2] Proposta da Bing (1932) a correzione di una precedente ipotesi di Warburg (1911) e ripresa da Fortini Brown (1981).

[3] E’ la datazione proposta in collaborazione con Lapi Ballerini da un’equipe di astronomi dell’Osservatorio di Arcetri in Forti et al. (1987).

[4] L’ipotesi è presente per la prima volta in Parronchi (1978). Sulla figura di Toscanelli vedi Uzielli (1984) e per un profilo più sintetico e stimolante l’ancora valido Garin (1967).

[5] Gandolfi (2016)

[6] Lapi Ballerini (1988)

[7] Kent (2005), pp. 235-251

[8] All’indomani della morte del fratello (1440), omonimo del santo dedicatario della chiesa. Ma l’impegno economico e il riconoscimento ufficiale da parte del consiglio del Gonfalone del quartiere, del priore e dei canonici venne ratificato il 13 agosto 1442. Vedi Kent (2005), p. 240.

[9] Per approfondire le vicende del Concilio di Ferrara-Firenze ci si può riferire al sempre utile Gill (1959)

[10] L’attribuzione si deve a Parronchi (1978, 1984a e1984b) ed è sostanzialmente confermata a seguito dei restauri da Lapi Ballerini (1986 e 1989).

[11] Parronchi (1984a), p. 142.

[12] Lapi Ballerini (1986), p. 82.

[13] Beck (1989)

[14] L’ipotesi è in qualche modo suffragata dall’attenzione che Alberti dedicava all’Astrologia, un’attenzione troppo a lungo trascurata come nota Cardini (2005). Un altro importante studio dedicati all’Alberti e ai suoi lavori astronomici è quello di Dezzi Bardeschi (1974). L’attribuzione dell’emisfero nella Sagrestia Vecchia è stata ripresa e approfondita da Vuilleumier (2000).

[15] Vedi n.16. D’ora in poi, anche se non menzionato esplicitamente, Alberti viene considerato in questo lavoro come probabile coautore dell’emisfero e dunque anche coinvolto nella ricostruzione filologica del cielo dei Magi.

[16] La lettera è riportata in Vuilleumier (2000), pp. 608-611.

[17] Il campione consiste di 31 stelle selezionate lungo l’eclittica nelle costellazioni dell’Ariete, Gemelli, Cancro e Leone. Vedi Gandolfi (2016).

[18] Nelle regioni da cui sono estratte le stelle di cui alla n.17  ci sono 4 stelle (presenti nei moderni cataloghi) che appaiono solo sulle mappe di Toscanelli e sono assenti nel catalogo di Tolomeo. Questo appare indicativo di un lavoro cartografico sperimentale d’altronde del tutto coerente con la personalità del cosmografo fiorentino. Per la raccolta di tavole stellari medievali consultate per confronto, ricavate da Tolomeo, si veda Chabàs e Goldstein (2012).

[19] Sulle somiglianze della struttura con il Santo Sepolcro, a partire dalla tomba di Giovanni passando per la lanterna che ricorda il tholos che lo sovrasta a Gerusalemme, sia nella Sagrestia Vecchia che nella Cappella Pazzi, si veda McKillop (1991) e Lapi Ballerini (1988).

[20] La manovra politica dei Medici e dei Pazzi è giudicata storicamente improbabile da Kent (2000), p. 249. La vicinanza della data del 4/5 luglio 1442 alla cruciale assemblea di San Lorenzo del 13 agosto (n. 8), può viceversa indurre a sospettare un nesso causale, vista la frequenza con cui l’astrologia delle Elezioni veniva utilizzata al momento di decisioni importanti. Vedi Gandolfi (2016).

[21] Per una trattazione estesa delle opere fiorentine dedicate ai Magi che rintraccia la sorgente del tema nella famiglia degli Embriachi sul finire del ‘300 e ne studia con cura l’evoluzione prima tra gli Strozzi e poi tra i Medici, si consulti Cardini (1993). Per una prospettiva ancora più ampia sulla narrativa associata all’Epifania vedi Trexler (1997).

[22] Hatfield (1970) ne traccia un profilo esaustivo.

[23] Per un quadro generale delle opere commissionate al Beato Angelico da Cosimo a San Marco, e in particolare la cella 39, è essenziale Hood (1993).

[24] Per questo aspetto vedi specialmente Gerbron (2012), lettura essenziale che illustra con dovizia di particolari gli stretti intrecci tra narrativa dei Magi e Concilio in prospettiva medicea.

[25] Sulla figura di Giorgio Gemisto Pletone la letteratura è molto ampia. Si può partire dal classico Woodhouse (1986) per approdare al recente e accurato Hladky (2014).

[26] La teurgia e il neoplatonismo tardo antico degli Oracoli sono analizzati nel fondamentale Lewy (2011).

[27] Pletone è anche autore di un trattato astronomico piuttosto tecnico noto in due versioni. Vedi Tihon e Mercier (1998).

[28]S’egli era astrologo, egli n’aveva uno universale giudicio, per avere sempre praticato con maestro Pagolo et con altri astrologi, in qualche cosa vi dava fede, et usavala in alcuna sua cosa.” Da Bisticci (1859), pp. 258-259. La citazione di Toscanelli è contenuta in un commento autografo di Pletone a Strabone nel manoscritto Marc. Gr. 379 conservato a Venezia. Vedi Diller (1937).

[29] Nella celebre prefazione a Plotino (Ficino, Opera Omnia, p. 1537). Si è cercato di demolire questa ricostruzione ficiniana mostrandola largamente d’invenzione, ad esempio in Hankins (1991), ma l’influenza di Pletone su Cosimo è in un modo o in un altro decisamente innegabile, come ben spiega Tambrun (2006).

[30] I delegati greci sono riconosciuti con entusiasmo da Ronchey (2009).

[31] La pala venne inaugurata nell’Epifania del 1443, in presenza di Eugenio IV. In Gerbron (2012), pp. 30-35.

[32] La discussione in McKillop (1983) non è purtroppo mai stata pubblicata, ma è citata in Hood (1993), p.116.

[33] La fase Ferrarese è esclusa dall’indicazione calendariale: si aprì infatti l’8 gennaio 1438, con il Sole nel Capricorno, due soli giorni dopo l’Epifania (un caso?). Vedi Gill (1959), p. 95.

[34] Per questi due capolavori dell’arte e dell’astronomia medievale vedi Bartolini (2013) e Incerti (2013).

[35] Woodhouse (1986), pp. 181-186.

[36] Per questo antico apocrifo siriaco vedi Landau (2008).

[37] Una sinossi di questo secondo importante apocrifo di origine iranica è contenuta in Toepel (2013b).

[38] Il testo di questa serie (incompleta) di Omelie sul Vangelo di Matteo, opera di un anonimo clerico ariano della tarda antichità, è stato edito di recente da Kellerman e Oden (2010). Questo il passo rilevante: “Audivi aliquos referentes de quadam scriptura, etsi non certa, tamen non destruente fidem, sed potius delectante, quoniam erat quaedam gens sita in ipse principio orientis juxta Oceanum, apud quos ferebatur quaedam scriptura, inscripta nomine Seth, de apparitura hac stella, et muneribus ei hujusmodi offerendis, quae per generationes studiosorum hominum, patribus referentibus filiis suis, habebatur deducta. Itaque elegerunt seipsos duodecim quidam ex ipsis studiosiores, et amatores mysteriorum caelestium, et posuerunt seipsos ad expectationem stellae illius. […] Hi ergo per singulos annos, post messem trituratoriam, ascendebant in montem aliquem positum ibi, qui vocabatur lingua eorum Mons Victorialis, habens in se quamdam speluncam in saxo, fontibus, et electis arboribus amoenissimus: in quem ascendentes, et lavantes se, orabant et laudabant in silentio Deum tribus diebus, et sic faciebant per singulos generationes, expectantes semper, ne forte in generatione sua stella illa beatitudinis oriretur, donec apparuit eis descendens super Montem illum Victorialem, habens in se formam quasi pueri parvuli, et super se similitudinem crucis: et loquuta est eis, et docuit eos, et praecepit eis, ut proficiscerentur in Judam.” Opus, Hom. II 

[39] Un’efficace analisi della leggenda zoroastriana dei Magi è condotta con rigore da Messina (1933).

[40] In Toepel (2013a), p.39.

[41]Hanc qui surgentem, primo cum redditur ortu,/montis ab excelso speculantur vertice Tauri,/
eventus frugum varios et tempora dicunt,/quaeque valetudo veniat, concordia quanta;/bella facit pacemque refert varieque revertens/sic movet, ut vidit mundum, vultuque gubernat
.”.Manilio, Astronomica, I, 401-406.

[42] In Cumont (1932), poi ripreso e ampliato in Cumont (1935).

[43] Nel codice Laur. Plut.28.34 studiato e così battezzato da Franz Boll, edito da Cumont in CCAG, I, pp. 171-172. La traduzione in italiano, insieme ad altro testo analogo sulla levata eliaca di Sirio, è disponibile a cura di Giuseppe Bezza alla pagina http://www.cieloeterra.it/testi.sirio/sirio.html . Anche Alberuni e Albumasar alludono a questa tradizione divinatoria, ma solo il secondo autore era accessibile con questa informazione ai contemporanei di Toscanelli.

[44] La cosiddetta Canicula avveniva secondo tutte le fonti antiche tra il 19 e il 25 luglio secondo il calendario giuliano, ma è probabile che la data si riferisse alla latitudine di Atene e all’epoca della sua istituzione (per una tabella della levata eliaca di Sirio – stella sull’orizzonte e sole 7° sotto l’orizzonte – a latitudini differenti e secoli diversi vedi http://www.cieloeterra.it/strumenti/sorgeresirio.html). Ad una latitudine di 30° nell’anno 1 d.c. (la carta tolemaica dell’edizione romana del 1478 riporta una catena montuosa a ridosso del Golfo Persico proprio a questa altezza, ma tutta la costa è intorno a 30°/31°) il s/w Stellarium calcola la levata al 16 luglio. Tenendo conto della precessione si retrocede così nel Quattrocento al sesto giorno del mese, con il Sole nel 22° anziché nel 25° grado del Cancro.

[45] Riportato da Uzielli (1894), p.225

[46] In Settis (1978), pp. 19-45.

[47] E’ probabile che la leggenda iranica dei Magi sia in qualche modo contaminata nel quadro di Giorgione con il millenarismo astrologico illustrato da Gentili (1999), che coerentemente con altre opere giorgionesche legge temi divinatori legati al congiunzionismo e alla temuta apparizione dell’Anticristo, derivanti dall’influenza del poeta Augurello e dell’astrologo Abioso.

[48] E’ degna di nota (e certamente suggestiva per la mentalità medievale) la circostanza per cui l’osservazione cerimoniale del sorgere di Sirio, all’epoca della Natività e a quelle latitudini avvenuta il 16 luglio, trasli per la precessione degli equinozi esattamente al 6 luglio proprio nel XV secolo in corrispondenza del Concilio, riecheggiando fin dal numero 6 la data dell’Epifania.  Non sfuggirà al lettore la possibilità che la Stella profetica sia per Toscanelli la stessa Alpha del Cane Maggiore, ascendente di una razionalissima carta oroscopica, anziché un astro soprannaturale o angelico.

[49] Il testo della Bolla, proclamato da Eugenio IV nel corso di una lunga e solenne cerimonia in Santa Maria Novella lunedì 6 luglio 1439 tra le 7 e le 13 (come riportato nelle Istorie di Giovanni Cambi), è disponibile su http://w2.vatican.va/content/eugenius-iv/la/documents/bulla-laetentur-caeli-6-iulii-1439.html.

[50] Sul tema delle elezioni astrologiche in ambiente fiorentino si può consultare Federici Vescovini (2012).

[51] Un quadro affascinante e dibattuto di queste citazioni iconografiche lo fornisce, nella sua ampia indagine su Piero della Francesca e l’impossibile missione di salvataggio di Bisanzio tentata da Bessarione, Ronchey (2006).

[52] Woodhouse (1986) annovera Toscanelli insieme a Ugo Benzi, Francesco Filelfo e Ambrogio Traversari tra i pochi umanisti che possono aver frequentato le riunioni neoplatoniche in cui Gemisto Pletone diffondeva tra i latini le sue idee (vedi n. 35). L’astronomo aveva tra l’altro studiato greco all’Università di Padova all’inizio del secolo, compagno di corsi di Alberti e Cusano (Dezzi Bardeschi, 1973).

[53] Il “mito di Firenze”, con tutti i suoi echi profetici, religiosi, storici e politici, è magistralmente indagato dall’ormai classico studio di Weinstein (1968), che approfondisce in modo particolare la fase medicea.

[54] Fortini Brown (1981), p. 180. Magi e ruolo politico.religioso di Firenze come Nuova Gerusalemme sono temi ben intrecciati anche da Duclos-Grenet (2014).

[55] Per una disamina tecnica delle due possibili datazioni a partire dall’evidenza cartografica e qualche sommaria considerazione astrologica si veda Gandolfi (2016).

[56] Cox-Rearick (1984), pp. 159-178, ricostruisce molto bene l’evoluzione dell’astrologia medicea.

[57] Il celebre De Stella Magorum, analizzato in dettaglio da Buhler (1991). Il testo è in Pompeo Faracovi (1999), pp. 175-183.

[58] Pompeo Faracovi (1999), p.181.  Ficino allude naturalmente al primo decano della Vergine citando un celeberrimo passo di Albumasar e lo rende compatibile con la lunghezza del viaggio dei Magi introducendo due apparizioni distinte della stella. Ma la cronologia ficiniana è piuttosto confusa: in un passo precedente (p. 178) la durata del viaggio viene quantificata in 41 giorni. Se la seconda apparizione della cometa coincide davvero con la Natività, la contraddizione è insanabile.

[59] Uno slancio duplice, visto che negli stessi anni Lorenzo progetta anche la sua celebre villa di Poggio a Caiano, anch’essa orientata astronomicamente.

[60] E’ ancora una volta Aby Warburg (1911) a concentrare l’attenzione sul valore astrologico della cupola della Sagrestia Vecchia, ma l’opera è già citata nella importante guida di Giamboni (1700).

[61] In Blume (2006).

[62] Un ampio e utile profilo biobibliografico di Galeotto Marzio è stato tracciato da Miggiano (1992).

[63] I rapporti tra Marzio e Lorenzo devono essere stati prolungati nel tempo: qualcuno suppone l’intervento del Medici nella drammatica vicenda della fine degli anni ’70 del secolo che vide l’astrologo imprigionato dall’Inquisizione per il suo De Incognitis Vulgo e il De Doctrina Promiscua del 1489/90 è proprio dedicato al Magnifico. Vedi Békés (2006).

[64] Si veda Gandolfi (2015).

[65] La vecchia volta astrologica della Sistina è stata analizzata recentemente da Pfisterer (2018)

[66] Il disegno si conserva agli Uffizi (inv. 711 A). Per una esauriente bibliografia vedi Castrichini (2009). Dezzi Bardeschi (1974) ipotizzò al riguardo del progetto della Volta un’influenza di Alberti su Sisto IV, anche se l’opera venne realizzata quasi un decennio dopo la sua morte.

[67] Vincenzo Farinella, in uno studio inedito citato da De Simone e Marcelli (2011), ipotizza una carta natale di Sisto IV, mentre Pfisterer (2018) lo considera un cielo di agosto, legato all’Assunzione. L’ipotesi di chi scrive, coerente con la dedicazione della Cappella, sarà descritta in uno studio in preparazione.

[68] Sulla lettura astronomica della cupolina in Santa Maria del Popolo si veda Weil-Garris Brandt K. (1986), su quella della cappella napoletana, invece, Canone (2005). In ambedue i casi la mappa celeste di grande precisione cartografica trascolora in una rappresentazione puramente simbolica, dove le stelle lasciano il posto alle pure figure delle costellazioni.

Giangiacomo Gandolfi

Astrophysicist, scientific consultant and researcher with a long-standing experience in the field of Space Science, Institutional Outreach and of Planetaria, is currently a member of the staff of scientific curators of Planetario di Roma.

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